Questa volta le rubriche "I miei articoli" e "Meet my husband" si sovrappongono, perché per Nazione Indiana ho intervistato Mr. Keats (ripreso nella foto durante il reading a City Lights dell'altra sera. Su NI ce n'è un'altra dove sembra un folle) sul suo nuovo libro. Trovate tutto QUI.
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sabato 12 gennaio 2013
giovedì 29 novembre 2012
Pacifisti americani (nel 2003)/2
ECCO il secondo e ultimo articolo di quelli che pubblicai su Carmilla on line nel 2003 (il primo è QUI). Lo stile è sempre più naif, però compare un personaggio mitico, Jun San, "la donna che cammina lontano". Dopo il primo incontro di cui parlo nell'articolo, la ritrovai qualche mese più tardi, quando venni invitata a tornare. Jun San allora mi chiese se volessi guidare un tratto della sua marcia per la pace: spesso invitava gli ospiti a farlo. E così mi ritrovai a marciare con la bandiera della pace in testa a un gruppo di una trentina di persone, per qualche chilometro. Prima di partire mi spiegarono che dovevo stare attenta a non camminare troppo veloce, per non lasciare indietro gli altri, né troppo adagio, per evitare che mi venissero addosso. Insomma, forse non fu facilissimo, ma in quei momenti ero al settimo cielo, e sapevo che ne sarei stata orgogliosa per sempre. Eppure non scattai neanche una foto. Non della marcia, almeno. Però questa sono io con Jun San.
lunedì 19 novembre 2012
Pacifisti americani (nel 2003)/1
Dopo le mie avventure adolescenziali (su cui prima o poi scriverò ancora), tornai negli Stati Uniti solo nel 2003.
L'amministrazione Bush si stava preparando a invadere l'Iraq, e io ero appena stata alla manifestazione di Roma, tre milioni di persone contro la guerra.
Le mie impressioni e riflessioni vennero pubblicate su Carmilla on line. Le trovate QUI, scritte in un allegro stile naif e accompagnate da un'imbarazzante foto in cui dovevo avere all'incirca dodici anni.
Ah, dimenticavo: la bandiera della foto è mia, regalo di un amico americano. Ce l'ho ancora appesa in casa.
Ah, dimenticavo: la bandiera della foto è mia, regalo di un amico americano. Ce l'ho ancora appesa in casa.
lunedì 5 novembre 2012
Oggi sono su Nazione Indiana/2
Dopo l'articolo sulla traduzione letteraria negli Stati Uniti, ieri sono tornata su Nazione Indiana con un pezzo sullo strano caso dello scrittore americano che aiutò il suo traduttore pirata russo.
D'ora in poi collaborerò abbastanza regolarmente con Nazione Indiana, con articoli sulla traduzione basati soprattutto sulla mia esperienza personale. Intanto, se volete, date un'occhiata a questo. È una storia molto interessante.
E dopo la citazione del mio primo articolo per Nazione Indiana su Radio 3 da parte di Vittorio Giacopini, vi segnalo che Edoardo Camurri ha parlato anche di questo, sempre a Pagina 3. QUI c'è il podcast, io sono al minuto 19.25.
E dopo la citazione del mio primo articolo per Nazione Indiana su Radio 3 da parte di Vittorio Giacopini, vi segnalo che Edoardo Camurri ha parlato anche di questo, sempre a Pagina 3. QUI c'è il podcast, io sono al minuto 19.25.
mercoledì 24 ottobre 2012
Una sorpresa alla radio
Vi ho già parlato dell'articolo pubblicato qualche giorno fa su Nazione Indiana sulla situazione dei traduttori letterari negli Stati Uniti.
Ebbene, ieri mattina, mentre leggevo la posta e ascoltavo la radio, ho sentito fare il mio nome. Era Vittorio Giacopini, il conduttore di Pagina 3, che parlava del mio articolo. La sorpresa è stata così grande che non ho neppure fatto in tempo a emozionarmi!
sabato 20 ottobre 2012
Oggi sono su Nazione Indiana
Oggi su Nazione Indiana trovate un mio articolo: Il problema del tre per cento – Cosa significa essere un traduttore letterario negli Stati Uniti.
Ho fatto un po' di ricerche, ho intervistato un po' di persone (anzi, ringrazio Brent Sverdloff, direttore del Center for the Art of Translation di San Francisco; Minna Proctor, scrittrice, traduttrice dall’italiano e editor in chief di “The Literary Review"; Susan Bernofsky, traduttrice dal tedesco di autori come Walser e Hesse, curatrice del blog Translationista; Anne Milano Appel, traduttrice dall’italiano di autori come Primo Levi, Claudio Magris, Giovanni Arpino, Goliarda Sapienza; Alison Anderson, traduttrice dal francese autori come il premio Nobel J.
M. G. Le Clézio, Amélie Nothomb e Muriel Barbery).
Insomma, mi sembra che sia venuta una cosa interessante. Buona lettura!
giovedì 24 febbraio 2011
Denis Johnson/2: Albero di fumo, ancora un romanzo sul Vietnam
Ripubblico qui un mio articolo comparso sull’Indice dei libri del mese nell'aprile del 2009, sul romanzo di Denis Johnson Albero di fumo, da me tradotto per Mondadori. (Il link all'articolo non si trova, perciò lo posto qui per intero.)
Ancora un romanzo sul Vietnam
La domanda che ritorna spesso quando si parla di Tree of Smoke, il poderoso romanzo con il quale Denis Johnson ha vinto il National Book Award 2007, è se fosse necessario un altro romanzo sul Vietnam. La risposta è sì, per molteplici ragioni. La prima è che Tree of Smoke – dedicato a HP, che sta, molto probabilmente, per Higher Power – è un romanzo in cui la guerra del Vietnam si espande fino a diventare un simbolo di tutti i conflitti combattuti in nome di un Potere Superiore, umano o divino (“albero di fumo” è un’espressione tratta dalla Bibbia che viene usata in riferimento al fungo atomico nell’oscuro complotto spionistico che fa da sfondo al romanzo), fra i quali è possibile riconoscere anche l’attuale guerra contro l’Iraq. Anche qui, infatti, come nelle opere precedenti di Denis Johnson, i protagonisti sono anime smarrite che brancolano in un mondo di calvinistica predeterminazione, dove “alcuni erano sicuramente e assolutamente scelti per la salvezza, mentre altri erano altrettanto assolutamente destinati alla rovina”. Soprattutto, in Tree of Smoke, la guerra del Vietnam torna come traguardo di un filo conduttore che percorre, più o meno marginalmente, tutte le opere di Denis Johnson, da Angels (1983), in cui viene tracciata la tragica parabola post-bellica dei due fratelli James e Bill Houston, che tornano come protagonisti di Tree of Smoke, a Fiskadoro (1985), romanzo post-apocalittico in cui compare brevemente un altro dei protagonisti di Tree of Smoke, il vietnamita Nguyen Minh, che ritroveremo anche in Resuscitation of a Hanged Man (1991) insieme a Jimmy Storm, un altro personaggio del romanzo, e così via, in un rincorrersi di echi che trasformano Tree of Smoke in un prisma nel quale si riflettono i temi e i personaggi di tutta l’opera precedente di Johnson.
Lo stesso rincorrersi di echi si ritrova poi su un piano più ampio, che trasforma il romanzo in un pastiche postmoderno contenente innumerevoli allusioni alla letteratura e alla filmografia sul tema del Vietnam. Se finora le opere sul Vietnam erano state scritte da testimoni diretti, spesso prima di tutto testimoni e solo in seconda istanza scrittori, il romanzo di Johnson, che non ha combattuto in quella guerra, va a occupare uno spazio nuovo, lo spazio della rielaborazione e in un certo senso della universalizzazione di quella testimonianza. L’autore fornisce un richiamo esplicito alla letteratura precedente sul conflitto vietnamita nominando, in un dialogo fra due personaggi chiave del romanzo, Skip Sands e Kathy Jones, quell’importante capostipite che fu The Quiet American di Graham Greene, romanzo che nel 1956 profetizzava con incredibile lucidità la debacle statunitense. E non a caso Skip Sands lo cita insieme a un’altra opera importante anche se meno nota, The Ugly American (1958), nel quale gli autori, William J. Lederer e Eugene Burdick, denunciavano l’inefficienza della diplomazia Usa in Indocina. Questi due titoli sono emblematici della traiettoria che Skip Sands compirà nel corso del libro, dall’idealismo alla disillusione fino a un inevitabile destino tragico: “Fra gli stranieri che la guerra rese irriconoscibili – anche, o soprattutto, a se stessi – c’erano una giovane vedova canadese e un giovane americano che a volte si vedeva come l’Americano Tranquillo e a volte come l’Americano Brutto, e che non voleva essere nessuno dei due, ma avrebbe voluto essere l’Americano Saggio, o il Buon Americano, e che invece finì col sentirsi il Vero Americano e infine semplicemente l’Americano Schifoso.”
Diventa così possibile leggere il romanzo alla luce dei topoi della letteratura americana sul Vietnam, ripercorsi, reinterpretati e talvolta sovvertiti dall’autore. La struttura generale della narrazione, innanzitutto, in cui la frammentarietà e l’abbandono della linearità cronologica riecheggiano l’allucinazione della guerra, con l’alternanza fra le esplosioni adrenaliniche delle battaglie e le lunghe attese fra uno scontro e l’altro, ricorda immediatamente quella grande opera di New Journalism che è Dispatches di Michael Herr (1977), ma anche The Things They Carried di Tim O’Brien (1990) e The Short Timers (1979) di Gustav Hasford, romanzo dal quale venne tratta, con la collaborazione dello stesso Michael Herr, la sceneggiatura di Full Metal Jacket. Se le atmosfere surreali di quest’ultimo si ritrovano in molte scene del libro, un’altra potente eco cinematografica in Albero di Fumo è quella di Apocalypse Now, di cui ancora una volta Michael Herr fu co-sceneggiatore. La figura del Colonnello Francis Xavier Sands, eroe della Seconda Guerra Mondiale e scheggia impazzita negli alti ranghi dell’Agenzia, non è infatti altro che una nuova incarnazione del Kurtz conradiano: “E comunque la guerra è al novanta per cento mito, no? Per portare avanti le nostre guerre le eleviamo al livello di sacrificio umano, e invochiamo costantemente il nostro Dio. Nella guerra deve esserci qualcosa di più grande della morte, altrimenti saremmo tutti disertori. Penso che dovremmo esserne molto più consapevoli. Penso che dovremmo invocare anche gli dei del nemico. E i suoi demoni. Il nemico ha più paura delle sue divinità e dei suoi demoni di quanta ne avrà mai di noi.” Ma il Colonnello di Johnson, distorto attraverso la lente dell’ironia postmoderna, si trasforma in un personaggio ai limiti del grottesco, la cui iniziale immensità viene sminuita da una fine oscura e probabilmente indegna della sua fama mitica.
La lingua usata da Johnson è la stessa che accompagna tutta la letteratura e la cinematografia sul Vietnam: da un lato la lingua burocraticamente oscura dei vertici militari, dall’altro il gergo dei soldati, lo slang afroamericano dal ritmo sincopato, la lingua drogata e allucinata di uomini che, come in Herr, vedono la realtà intorno a sé ma non riescono a dare un senso alle immagini depositate nel loro cervello. La rivisitazione di temi e luoghi non può non comprendere il piacere della violenza, la follia omicida che assume i contorni della tortura di un presunto vietcong o dello stupro e omicidio di una donna vietnamita. E tuttavia nel Vietnam di Johnson non vi è spazio per le semplificazioni: “Buttavano bombe a mano dentro le capanne amputando braccia e gambe a contadini ignoranti, salvavano cuccioli affamati e se li portavano a casa, in Mississippi, nascosti sotto la camicia, incendiavano interi villaggi e violentavano bambine, rubavano jeep cariche di medicine per salvare la vita agli orfani.”
Il romanzo di Johnson, dunque, può essere visto come la rivisitazione di un genere, nella quale i luoghi comuni del genere stesso vengono evitati grazie all’ironia o alla intensa capacità di comprensione umana dell’autore. È questo il caso di un altro cliché della letteratura sul Vietnam: l’invisibilità del nemico. In Tree of Smoke scompare infatti la visione etnocentrica di “Charlie” (a cui era sfuggito forse solo Robert Olen Butler, con i racconti A Good Scent from a Strange Mountain del 1992, i cui protagonisti sono vietnamiti emigrati in America), e i personaggi vietnamiti diventano un elemento fondamentale del romanzo, al quale aggiungono profondità e interesse.
E così, in contrasto con la fondamentale misoginia della letteratura di guerra in generale e di quella sul Vietnam in particolare, Johnson affida la scena e il senso finale del romanzo a una donna, la missionaria Kathy Jones, che conserva l’estrema speranza di una salvezza raggiunta malgrado la disperazione, o forse proprio grazie a essa. “Kathy sedeva in mezzo al pubblico pensando: qualcuno qui ha il cancro, qualcuno ha il cuore spezzato, qualcuno ha perduto l’anima, qualcuno si sente nudo e straniero, pensa che un tempo conosceva la strada ma adesso non la ricorda più, si sente solo e privo di corazza, fra queste persone c’è qualcuno con le ossa rotte, altri che prima o poi se le romperanno, persone che hanno rovinato la propria salute, adorato le proprie menzogne, sputato sui propri sogni, voltato le spalle alle proprie convinzioni, sì, sì, e tutti saranno salvati. Tutti saranno salvati. Tutti saranno salvati.”
venerdì 18 febbraio 2011
La via americana alla formazione dei giovani scrittori
Ripubblico qui un articolo che scrissi qualche anno fa per il manifesto. Oggi probabilmente le cose sono un po' cambiate ("in this economy", come dicono qui), ma il modello è rimasto più o meno invariato.
La via americana alla formazione dei giovani scrittori
La carriera dell'aspirante narratore comincia spesso tra le pagine delle molte riviste letterarie che a ritmo continuo nascono e muoiono. E le elevate rette universitarie servono anche a finanziarle, nella speranza che promuovano il talento degli studenti
Molte le colonie per artisti, tra cui la storica Yaddo, fondata nel 1926, che ricevette in eredità tutto il patrimonio di Patricia Highsmith. Nella storica dimora immersa nei boschi di Saratoga Springs si ritrovano insieme scrittori, compositori e visual artists
di SILVIA PARESCHI
Incastrati fra un provincialismo succube del mito americano e il rifiuto aprioristico di concedere alla cultura statunitense la stessa dignità di quella europea, in Italia rischiamo di perdere di vista i reali contorni di una situazione vivace e piena di fermento come quella artistica e culturale americana. L'ambiente letterario newyorchese può fornire un quadro abbastanza preciso, anche se limitato nello spazio, delle condizioni in cui si sono formati molti dei giovani scrittori statunitensi che oggi si pubblicano in grande abbondanza sul mercato italiano. Che in America si studi scrittura creativa è un fatto risaputo, non c'è bisogno di tirare in ballo John Gardner, Raymond Carver e i loro emuli «holdeniani», e neppure le scontate critiche sull'howtoism statunitense. È vero, gli americani sono ottimisti, faciloni, pragmatici e nello stesso tempo idealisti, e credono che con un po' di buona volontà si possa imparare tutto. Anzi, con un po' di buona volontà e parecchi soldi, visto che i programmi di scrittura creativa delle università costano spesso più di 25000 dollari l'anno solo per le tasse scolastiche, cifra che può tranquillamente raggiungere, per esempio nel caso di uno studente della Columbia, un totale di 60000 dollari. Per i più meritevoli e meno abbienti esistono le borse di studio, oppure c'è sempre la possibilità di chiedere un finanziamento che copra le spese universitarie. Entrambe queste opzioni presentano i vantaggi e gli svantaggi tipici del capitalismo «meritocratico» americano: da un lato viene posto uno sbarramento basato sul reddito, e dall'altro si fornisce una possibilità di riuscita a chi ha la capacità e la volontà di impegnarsi. Di impegnarsi, s'intende, molto più di coloro che sono già ricchi in partenza: solo così è possibile tentare di superare l'enorme ostacolo rappresentato da una condizione economica disagiata.
Gli intellettuali americani sono spesso i primi a scagliarsi contro il sistema delle scuole di scrittura, affermando che non si può insegnare il talento (questione annosa e ben nota anche ai loro omologhi nostrani), e che queste istituzioni rappresentano l'ennesimo esempio di sfruttamento a scopo di lucro dell'ingenuità altrui. Ogni tanto, però, succede che qualche studente di scrittura creativa cominci a scrivere sul serio. Certo, avrebbe potuto mettersi a scrivere anche senza frequentare un corso (e magari senza indebitarsi), ma il fatto di averlo frequentato gli fornisce diversi vantaggi: una maggiore consapevolezza delle proprie capacità, una rete di contatti con una folta comunità di persone che hanno i suoi stessi problemi e obiettivi, e, non ultimo, il sostegno dei professori, il cui compito non si esaurisce nell'insegnamento, ma prevede anche un aiuto attivo nella ricerca di agenti, borse di studio ed editori.
Il giovane scrittore comincia spesso la propria carriera nell'ambito di una delle innumerevoli reviews, le riviste letterarie che nascono (e muoiono, purtroppo, come la bellissima Grand Street) un po' ovunque. Oltre alle più famose, come McSweeney's di Eggers, Zoetrope di Coppola, Granta (pubblicata sia a Londra che a New York) e la storica Paris Review (sopravvissuta, grazie al forte sostegno di pubblico e scrittori, alla morte di George Plimpton, il carismatico direttore/fondatore che guidò la rivista per cinquanta anni esatti, dal 1953 al 2003 ), ci sono Bomb Magazine, The Literary Review, The Mississippi Review, New American Writing, Brick e mille altre ancora: riviste a orientamento «etnico» come l'African American Review e la Afro-Hispanic Review, riviste politiche come la Blue Collar Review, e le numerosissime riviste finanziate dai dipartimenti di scrittura creativa delle università, come Black Cock del California Institute for the Arts o la Sonora Review dell'Università dell'Arizona, che ha avuto fra i membri della propria redazione David Foster Wallace.
C'è persino una Translation Review curata dalla University of Texas di Dallas. Fin qui, dunque, l'«America profonda» ha poco da invidiare alle grandi città costiere. E infatti il più importante programma di scrittura creativa degli Stati uniti è lo Iowa Writer's Workshop, da cui sono usciti, oltre a Carver, scrittori del calibro di Flannery O'Connor, John Irving e T. Coraghessan Boyle. Insomma, nella gamma di riviste che va dalla review dell'università fino all'ambìto approdo del New Yorker si direbbe che ci sia spazio per (quasi) tutti. Non è tutto oro quel che luccica, naturalmente: persino le riviste più importanti hanno difficoltà a far quadrare il bilancio, e sono ben poche quelle che riescono a sostentarsi solo grazie alle vendite. Gli sponsor, oltre alle università, sono di solito mecenati miliardari, come nel caso di Zoetrope, di Paris Review, e anche di Grand Street, che ha chiuso i battenti proprio perché la sua mecenate si era stancata di ricevere una fattura di un milione di dollari l'anno. Inoltre, è chiaro che la decisione di promuovere un certo tipo di cultura anziché un'altra dipende più dai gusti e dalle priorità di facoltosi privati che non da una politica generale del governo, e quindi non si tratta certo di una decisione di tipo «democratico». Ma tutto sommato, si tratta di un sistema non privo di lati positivi. Le rette elevate delle università servono anche a finanziare la pubblicazione di riviste che, auspicabilmente, metteranno in luce il talento degli studenti; inoltre, il fatto che alcuni miliardari riversino una parte del proprio denaro in imprese culturali a fondo perduto la dice lunga sul prestigio sociale derivante dal sostegno alla cultura (e non solo in contesti che garantiscano un ritorno di immagine altisonante, come avviene dalle nostre parti). La strada per la pubblicazione, infine, non passa solo tramite conoscenze «introdotte» e mentori più o meno illustri. Una rivista abbastanza diffusa, Bomb Magazine, secondo quanto afferma la managing editor Lucy Raven, sceglie così i brani da pubblicare nella sezione letteraria: «ogni giorno riceviamo parecchi manoscritti di autori sconosciuti... i nostri collaboratori li leggono tutti e scelgono quelli più adatti alla rivista, basandosi sulla qualità della scrittura ma anche sulla ricerca di narrazioni di tipo sperimentale, non tradizionale. Cerchiamo di pubblicare uno di questi manoscritti in ogni numero, insieme ai brani inviati da agenti letterari, conoscenti e studenti dei nostri collaboratori».
Ma proseguiamo sulle orme del nostro giovane scrittore, che prima o poi riesce a pubblicare i primi racconti su una rivista abbastanza diffusa e a far circolare il proprio nome. Mentre si cerca l'indispensabile agente (che spesso svolge anche il ruolo di mentore), la sua rete di contatti continua a espandersi. Soprattutto se vive in città, può cominciare a tenere qualche reading. A New York, gli scrittori leggono non soltanto nelle librerie (dai mega-bookstores come Barnes & Noble a luoghi più accoglienti come lo Housing Works Used Books Cafe, frequentato da autori come Rick Moody e Art Spiegelman e collegato a un'organizzazione no-profit che fornisce servizi ai malati di Aids), ma anche in bar come il Kgb, locale «a tema comunista» che ospita la scena letteraria «hip» - scrittori emergenti e autori affermati come Michael Cunningham e Augusten Burroughs - oppure in altri luoghi pieni d'atmosfera, che oltre a readings ospitano anche eventi teatrali, mostre e concerti, come il Nuyorican Poets Café (leggendari i suoi poetry slams del venerdì sera), Dixon Place (nato nel 1986 con l'intento di «sostenere il processo creativo presentando lavori originali di teatro, danza e letteratura a ogni stadio di sviluppo», e attualmente alloggiato una stanza piccola e buia, piena di poltrone scompagnate che sembrano provenire dai magazzini dell'Esercito della Salvezza), e il Cornelia Street Café, dove spesso si ritrovano a leggere i membri della Writers Room, un'organizzazione che fornisce (dietro pagamento di una quota annua) uno spazio per lavorare in tutta tranquillità a circa duecento scrittori sia emergenti che affermati.
La Writers Room si definisce «An Urban Writers' Colony in New York City». In effetti, negli Usa le «colonie» per artisti sono moltissime, almeno un centinaio, sparse un po' ovunque in tutti gli stati. Le artists' colonies sono istituzioni finanziate ancora una volta da ricchi mecenati, che detraggono le spese di beneficenza dalla dichiarazione dei redditi. Si trovano di solito in luoghi molto belli, dove artisti di diverse discipline e diverse parti del mondo vengono ospitati per periodi variabili (che vanno di solito dalle due settimane ai due mesi, ma possono essere anche più lunghi), in alcune (la maggior parte) gratuitamente, in altre dietro pagamento di una cifra più o meno simbolica. Alcune passano addirittura un piccolo stipendio, pagano le spese di viaggio oppure offrono borse di studio ai meno abbienti. Cosa si fa in una colonia? Si lavora ai propri progetti. Lo scopo di questi luoghi è semplicemente fornire agli artisti un ambiente «protetto» dove lavorare lontani dalle distrazioni della vita quotidiana. È facile prendere gusto alla vita che si conduce in questi piccoli paradisi, tanto che esiste un soprannome, colony hopper, per indicare chi trascorre intere stagioni passando da una colonia all'altra.
Ogni colonia ha le sue caratteristiche e le sue regole. Art Omi/Ledig House, per esempio, una colonia non molto grande ma con un'ospitalità squisita sotto ogni punto di vista - dalla simpatia dello staff alla bravura dei cuochi Tommy e Rita - ha diverse sessioni, due per gli scrittori (in primavera e autunno), una per i musicisti e una per i visual artists. Si concentra su artisti provenienti da diverse parti del mondo, a cui dà la possibilità di lavorare nel gradevole paesaggio delle colline della valle dell'Hudson e di intrattenere interessanti conversazioni conviviali con colleghi di tutti i continenti. Durante il fine settimana arrivano da New York editor e agenti per discutere con gli ospiti stranieri del funzionamento del mercato editoriale americano e, talvolta, per scoprire qualche nuovo talento da pubblicare (anche se negli Stati uniti la percentuale di libri tradotti da altre lingue è molto bassa). La storica Yaddo, fondata nel 1926 e ricchissima delle storie di tutti i personaggi famosi che vi hanno soggiornato (una fra le tante, Patricia Highsmith, che era stata ospite una sola volta, lasciò in eredità tutto il suo patrimonio alla venerabile istituzione), è invece frequentata per la maggior parte da americani, provenienti soprattutto dalla non lontana New York. Le sessioni sono miste, vale a dire che scrittori, compositori e visual artists si ritrovano tutti insieme nell'austera magione immersa nei boschi di Saratoga Springs, dove si intrecciano amicizie e antipatie, conversazioni, readings di opere in via di realizzazione e serate di open studios.
Non occorre essere famosi per ottenere una fellowship (anche se un posto come Yaddo ha sempre qualche fiore all'occhiello in ogni sessione): basta aver pubblicato/composto/esposto qualcosa (di importanza e successo variabili, a seconda delle colonie) e avere un progetto in corso. Le colonie letterarie non sono solo appannaggio degli Stati Uniti, anzi, si trovano praticamente in tutto il mondo (la più ambìta, con lunghe liste d'attesa, è sicuramente la Sacatar Foundation, che si trova sull'isola di Itaparica di fronte a Salvador de Bahia).
In Europa ce ne sono parecchie, e persino l'Italia ne ospita qualcuna (tre, a quanto mi risulta), che però sono finanziate da fondazioni americane e frequentate per lo più da stranieri: la Civitella Ranieri Foundation a Umbertide, il Liguria Study Center di Bogliasco e il Bellagio Center della Rockefeller Foundation. A Procida esisteva il Collegio dei Traduttori Letterari, che però adesso è chiuso per mancanza di fondi. Mi piacerebbe sbagliarmi, ma credo che non esistano fondazioni italiane che finanziano istituzioni di questo genere.
I corsi di scrittura creativa, il proliferare di riviste letterarie, l'esistenza di luoghi dove discutere, lavorare e confrontare le proprie esperienze: tutto questo denota una considerazione del lavoro intellettuale molto diversa rispetto a quella europea e soprattutto italiana. Negli Usa lo scrittore è ritenuto una persona che svolge un mestiere accessibile - con i dovuti sforzi e sacrifici di cui il vero sogno americano non può mai fare a meno - più o meno a tutti. Nessuno nega l'importanza del talento, ma la cosa più rilevante è che negli Stati uniti il lavoro intellettuale non è esclusivo appannaggio di un'élite che può vivere di rendita, ma è considerato una professione (e come tale viene remunerato).
Insomma, la «via americana» alla produzione culturale, pur rivelandosi carente proprio dal punto di vista dell'uguaglianza e della democrazia - ossia degli ideali che un tempo costituivano la base dell'American Dream - rimane un modello alternativo a quello europeo, un modello che ha il vantaggio di riuscire, tutto sommato, a stimolare e valorizzare l'intelligenza e la creatività delle persone.
(pubblicato su il manifesto del 21/1/2005. Il link purtroppo non si trova).
La carriera dell'aspirante narratore comincia spesso tra le pagine delle molte riviste letterarie che a ritmo continuo nascono e muoiono. E le elevate rette universitarie servono anche a finanziarle, nella speranza che promuovano il talento degli studenti
Molte le colonie per artisti, tra cui la storica Yaddo, fondata nel 1926, che ricevette in eredità tutto il patrimonio di Patricia Highsmith. Nella storica dimora immersa nei boschi di Saratoga Springs si ritrovano insieme scrittori, compositori e visual artists
di SILVIA PARESCHI
Incastrati fra un provincialismo succube del mito americano e il rifiuto aprioristico di concedere alla cultura statunitense la stessa dignità di quella europea, in Italia rischiamo di perdere di vista i reali contorni di una situazione vivace e piena di fermento come quella artistica e culturale americana. L'ambiente letterario newyorchese può fornire un quadro abbastanza preciso, anche se limitato nello spazio, delle condizioni in cui si sono formati molti dei giovani scrittori statunitensi che oggi si pubblicano in grande abbondanza sul mercato italiano. Che in America si studi scrittura creativa è un fatto risaputo, non c'è bisogno di tirare in ballo John Gardner, Raymond Carver e i loro emuli «holdeniani», e neppure le scontate critiche sull'howtoism statunitense. È vero, gli americani sono ottimisti, faciloni, pragmatici e nello stesso tempo idealisti, e credono che con un po' di buona volontà si possa imparare tutto. Anzi, con un po' di buona volontà e parecchi soldi, visto che i programmi di scrittura creativa delle università costano spesso più di 25000 dollari l'anno solo per le tasse scolastiche, cifra che può tranquillamente raggiungere, per esempio nel caso di uno studente della Columbia, un totale di 60000 dollari. Per i più meritevoli e meno abbienti esistono le borse di studio, oppure c'è sempre la possibilità di chiedere un finanziamento che copra le spese universitarie. Entrambe queste opzioni presentano i vantaggi e gli svantaggi tipici del capitalismo «meritocratico» americano: da un lato viene posto uno sbarramento basato sul reddito, e dall'altro si fornisce una possibilità di riuscita a chi ha la capacità e la volontà di impegnarsi. Di impegnarsi, s'intende, molto più di coloro che sono già ricchi in partenza: solo così è possibile tentare di superare l'enorme ostacolo rappresentato da una condizione economica disagiata.
Gli intellettuali americani sono spesso i primi a scagliarsi contro il sistema delle scuole di scrittura, affermando che non si può insegnare il talento (questione annosa e ben nota anche ai loro omologhi nostrani), e che queste istituzioni rappresentano l'ennesimo esempio di sfruttamento a scopo di lucro dell'ingenuità altrui. Ogni tanto, però, succede che qualche studente di scrittura creativa cominci a scrivere sul serio. Certo, avrebbe potuto mettersi a scrivere anche senza frequentare un corso (e magari senza indebitarsi), ma il fatto di averlo frequentato gli fornisce diversi vantaggi: una maggiore consapevolezza delle proprie capacità, una rete di contatti con una folta comunità di persone che hanno i suoi stessi problemi e obiettivi, e, non ultimo, il sostegno dei professori, il cui compito non si esaurisce nell'insegnamento, ma prevede anche un aiuto attivo nella ricerca di agenti, borse di studio ed editori.
Il giovane scrittore comincia spesso la propria carriera nell'ambito di una delle innumerevoli reviews, le riviste letterarie che nascono (e muoiono, purtroppo, come la bellissima Grand Street) un po' ovunque. Oltre alle più famose, come McSweeney's di Eggers, Zoetrope di Coppola, Granta (pubblicata sia a Londra che a New York) e la storica Paris Review (sopravvissuta, grazie al forte sostegno di pubblico e scrittori, alla morte di George Plimpton, il carismatico direttore/fondatore che guidò la rivista per cinquanta anni esatti, dal 1953 al 2003 ), ci sono Bomb Magazine, The Literary Review, The Mississippi Review, New American Writing, Brick e mille altre ancora: riviste a orientamento «etnico» come l'African American Review e la Afro-Hispanic Review, riviste politiche come la Blue Collar Review, e le numerosissime riviste finanziate dai dipartimenti di scrittura creativa delle università, come Black Cock del California Institute for the Arts o la Sonora Review dell'Università dell'Arizona, che ha avuto fra i membri della propria redazione David Foster Wallace.
C'è persino una Translation Review curata dalla University of Texas di Dallas. Fin qui, dunque, l'«America profonda» ha poco da invidiare alle grandi città costiere. E infatti il più importante programma di scrittura creativa degli Stati uniti è lo Iowa Writer's Workshop, da cui sono usciti, oltre a Carver, scrittori del calibro di Flannery O'Connor, John Irving e T. Coraghessan Boyle. Insomma, nella gamma di riviste che va dalla review dell'università fino all'ambìto approdo del New Yorker si direbbe che ci sia spazio per (quasi) tutti. Non è tutto oro quel che luccica, naturalmente: persino le riviste più importanti hanno difficoltà a far quadrare il bilancio, e sono ben poche quelle che riescono a sostentarsi solo grazie alle vendite. Gli sponsor, oltre alle università, sono di solito mecenati miliardari, come nel caso di Zoetrope, di Paris Review, e anche di Grand Street, che ha chiuso i battenti proprio perché la sua mecenate si era stancata di ricevere una fattura di un milione di dollari l'anno. Inoltre, è chiaro che la decisione di promuovere un certo tipo di cultura anziché un'altra dipende più dai gusti e dalle priorità di facoltosi privati che non da una politica generale del governo, e quindi non si tratta certo di una decisione di tipo «democratico». Ma tutto sommato, si tratta di un sistema non privo di lati positivi. Le rette elevate delle università servono anche a finanziare la pubblicazione di riviste che, auspicabilmente, metteranno in luce il talento degli studenti; inoltre, il fatto che alcuni miliardari riversino una parte del proprio denaro in imprese culturali a fondo perduto la dice lunga sul prestigio sociale derivante dal sostegno alla cultura (e non solo in contesti che garantiscano un ritorno di immagine altisonante, come avviene dalle nostre parti). La strada per la pubblicazione, infine, non passa solo tramite conoscenze «introdotte» e mentori più o meno illustri. Una rivista abbastanza diffusa, Bomb Magazine, secondo quanto afferma la managing editor Lucy Raven, sceglie così i brani da pubblicare nella sezione letteraria: «ogni giorno riceviamo parecchi manoscritti di autori sconosciuti... i nostri collaboratori li leggono tutti e scelgono quelli più adatti alla rivista, basandosi sulla qualità della scrittura ma anche sulla ricerca di narrazioni di tipo sperimentale, non tradizionale. Cerchiamo di pubblicare uno di questi manoscritti in ogni numero, insieme ai brani inviati da agenti letterari, conoscenti e studenti dei nostri collaboratori».
Ma proseguiamo sulle orme del nostro giovane scrittore, che prima o poi riesce a pubblicare i primi racconti su una rivista abbastanza diffusa e a far circolare il proprio nome. Mentre si cerca l'indispensabile agente (che spesso svolge anche il ruolo di mentore), la sua rete di contatti continua a espandersi. Soprattutto se vive in città, può cominciare a tenere qualche reading. A New York, gli scrittori leggono non soltanto nelle librerie (dai mega-bookstores come Barnes & Noble a luoghi più accoglienti come lo Housing Works Used Books Cafe, frequentato da autori come Rick Moody e Art Spiegelman e collegato a un'organizzazione no-profit che fornisce servizi ai malati di Aids), ma anche in bar come il Kgb, locale «a tema comunista» che ospita la scena letteraria «hip» - scrittori emergenti e autori affermati come Michael Cunningham e Augusten Burroughs - oppure in altri luoghi pieni d'atmosfera, che oltre a readings ospitano anche eventi teatrali, mostre e concerti, come il Nuyorican Poets Café (leggendari i suoi poetry slams del venerdì sera), Dixon Place (nato nel 1986 con l'intento di «sostenere il processo creativo presentando lavori originali di teatro, danza e letteratura a ogni stadio di sviluppo», e attualmente alloggiato una stanza piccola e buia, piena di poltrone scompagnate che sembrano provenire dai magazzini dell'Esercito della Salvezza), e il Cornelia Street Café, dove spesso si ritrovano a leggere i membri della Writers Room, un'organizzazione che fornisce (dietro pagamento di una quota annua) uno spazio per lavorare in tutta tranquillità a circa duecento scrittori sia emergenti che affermati.
La Writers Room si definisce «An Urban Writers' Colony in New York City». In effetti, negli Usa le «colonie» per artisti sono moltissime, almeno un centinaio, sparse un po' ovunque in tutti gli stati. Le artists' colonies sono istituzioni finanziate ancora una volta da ricchi mecenati, che detraggono le spese di beneficenza dalla dichiarazione dei redditi. Si trovano di solito in luoghi molto belli, dove artisti di diverse discipline e diverse parti del mondo vengono ospitati per periodi variabili (che vanno di solito dalle due settimane ai due mesi, ma possono essere anche più lunghi), in alcune (la maggior parte) gratuitamente, in altre dietro pagamento di una cifra più o meno simbolica. Alcune passano addirittura un piccolo stipendio, pagano le spese di viaggio oppure offrono borse di studio ai meno abbienti. Cosa si fa in una colonia? Si lavora ai propri progetti. Lo scopo di questi luoghi è semplicemente fornire agli artisti un ambiente «protetto» dove lavorare lontani dalle distrazioni della vita quotidiana. È facile prendere gusto alla vita che si conduce in questi piccoli paradisi, tanto che esiste un soprannome, colony hopper, per indicare chi trascorre intere stagioni passando da una colonia all'altra.
Ogni colonia ha le sue caratteristiche e le sue regole. Art Omi/Ledig House, per esempio, una colonia non molto grande ma con un'ospitalità squisita sotto ogni punto di vista - dalla simpatia dello staff alla bravura dei cuochi Tommy e Rita - ha diverse sessioni, due per gli scrittori (in primavera e autunno), una per i musicisti e una per i visual artists. Si concentra su artisti provenienti da diverse parti del mondo, a cui dà la possibilità di lavorare nel gradevole paesaggio delle colline della valle dell'Hudson e di intrattenere interessanti conversazioni conviviali con colleghi di tutti i continenti. Durante il fine settimana arrivano da New York editor e agenti per discutere con gli ospiti stranieri del funzionamento del mercato editoriale americano e, talvolta, per scoprire qualche nuovo talento da pubblicare (anche se negli Stati uniti la percentuale di libri tradotti da altre lingue è molto bassa). La storica Yaddo, fondata nel 1926 e ricchissima delle storie di tutti i personaggi famosi che vi hanno soggiornato (una fra le tante, Patricia Highsmith, che era stata ospite una sola volta, lasciò in eredità tutto il suo patrimonio alla venerabile istituzione), è invece frequentata per la maggior parte da americani, provenienti soprattutto dalla non lontana New York. Le sessioni sono miste, vale a dire che scrittori, compositori e visual artists si ritrovano tutti insieme nell'austera magione immersa nei boschi di Saratoga Springs, dove si intrecciano amicizie e antipatie, conversazioni, readings di opere in via di realizzazione e serate di open studios.
Non occorre essere famosi per ottenere una fellowship (anche se un posto come Yaddo ha sempre qualche fiore all'occhiello in ogni sessione): basta aver pubblicato/composto/esposto qualcosa (di importanza e successo variabili, a seconda delle colonie) e avere un progetto in corso. Le colonie letterarie non sono solo appannaggio degli Stati Uniti, anzi, si trovano praticamente in tutto il mondo (la più ambìta, con lunghe liste d'attesa, è sicuramente la Sacatar Foundation, che si trova sull'isola di Itaparica di fronte a Salvador de Bahia).
In Europa ce ne sono parecchie, e persino l'Italia ne ospita qualcuna (tre, a quanto mi risulta), che però sono finanziate da fondazioni americane e frequentate per lo più da stranieri: la Civitella Ranieri Foundation a Umbertide, il Liguria Study Center di Bogliasco e il Bellagio Center della Rockefeller Foundation. A Procida esisteva il Collegio dei Traduttori Letterari, che però adesso è chiuso per mancanza di fondi. Mi piacerebbe sbagliarmi, ma credo che non esistano fondazioni italiane che finanziano istituzioni di questo genere.
I corsi di scrittura creativa, il proliferare di riviste letterarie, l'esistenza di luoghi dove discutere, lavorare e confrontare le proprie esperienze: tutto questo denota una considerazione del lavoro intellettuale molto diversa rispetto a quella europea e soprattutto italiana. Negli Usa lo scrittore è ritenuto una persona che svolge un mestiere accessibile - con i dovuti sforzi e sacrifici di cui il vero sogno americano non può mai fare a meno - più o meno a tutti. Nessuno nega l'importanza del talento, ma la cosa più rilevante è che negli Stati uniti il lavoro intellettuale non è esclusivo appannaggio di un'élite che può vivere di rendita, ma è considerato una professione (e come tale viene remunerato).
Insomma, la «via americana» alla produzione culturale, pur rivelandosi carente proprio dal punto di vista dell'uguaglianza e della democrazia - ossia degli ideali che un tempo costituivano la base dell'American Dream - rimane un modello alternativo a quello europeo, un modello che ha il vantaggio di riuscire, tutto sommato, a stimolare e valorizzare l'intelligenza e la creatività delle persone.
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