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lunedì 21 maggio 2012

Not enough room to swing a cat

Su World Wide Words ho trovato la spiegazione di un'espressione inglese, "No room to swing a cat", alla quale sono particolarmente affezionata perché compare in uno dei miei dieci film preferiti, Daunbailò (Down by Law in inglese).

Source
In genere si ritiene che questa espressione si riferisca al terribile gatto a nove code, con il quale venivano puniti soprattutto i marinai sulle navi. Secondo il Penguin Dictionary of English Idioms del 2001: "The original phrase was probably ‘not room to swing a cat-o’nine-tails’, and dates from the time when sailors were flogged on board ship. The floggings took place on the deck because the cabins were too small to swing a cat in".

Michael Quinion, l'autore di World Wide Words, sostiene che si tratti di un'etimologia errata (o paretimologia), in quanto le punizioni dei marinai venivano effettuate sul ponte, e non certo nelle cabine, e perché non si trovano in letteratura esempi di gatti roteati in contesti punitivi (!). E da qui passa a domandarsi perché mai qualcuno dovrebbe decidere di roteare un gatto. Forse un crudele gioco di bambini?
Chissà. Forse non lo sapremo mai. Consoliamoci allora con Benigni che cita la frase in questione ai perplessi compagni di cella, dopo aver esibito la sua padronanza dell'inglese con altre due perle: "And why don't you take a flying fuck" e "If looks can kill I am dead now".

venerdì 18 maggio 2012

Cachi secchi giapponesi massaggiati

La sera del 5 giugno Julie Otsuka sarà al Festival delle Letterature di Massenzio, a Roma. Ci sarò anch'io, in persona fra il pubblico e anche un po' in spirito sul palco, visto che proprio in questi giorni sto traducendo il suo brano inedito che verrà letto durante la serata.

Trattandosi di un brano inedito non posso anticiparvi niente, però una cosina ve l'anticipo lo stesso. A un certo punto del brano si parla di rows of dried persimmons. Parto subito con la mia ricerchina per capire cosa sono questi cachi secchi, e m'imbatto in una pagina del sito di Slow Food che, sotto il fantastico titolo "Cachi secchi giapponesi massaggiati", dice:


Source
"I cachi secchi massaggiati sono un prodotto tradizionale in Giappone, e sono ancora prodotti da alcuni americani di origini giapponesi. Il processo di preparazione è molto laborioso, ma il risultato è un frutto secco simile ad un confetto, morbido ed esteticamente molto attraente. A differenza dei frutti essiccati con l’ausilio di una macchina disidratante, che si presentano croccanti e sottili, questi paiono dei grossi cachi sgonfiati ricoperti dalla fioritura dei loro zuccheri naturali. Sia i picciuoli sia i calici non vengono rimossi ed il sapore è un concentrato di cachi ricco e fruttato, non così zuccherino come solitamente accade per altri frutti secchi. Non sorprende quindi il fatto che questo sia un prodotto molto ricercato in Giappone.
Metodo di preparazione (queste annotazioni provengono da un’anziana signora recentemente ritiratasi dall’attività, Mrs. Martha Miyamura): i frutti utilizzati sono i cachi Hacihya, non ancora morbidi ma già di colore arancio brillante. Se fossero già ben maturi non si asciugherebbero più, ma il colore indica che il contenuto di zuccheri è alto. Dopo essere stati pelati vanno appesi per il picciuolo con un pezzo di resistente spago da cucina lungo 8-10 pollici ed appesi sopra delle assicelle di legno, facendo attenzione che i frutti non siano a contatto uno con l’altro.
Passata una settimana i cachi si sono ammorbiditi ed iniziano ad essere massaggiati. Mrs. Miyamura delicatamente li schiaccia ad uno ad uno con le sue mani tutti i giorni per 3-4 settimane. Questo processo porta lo zucchero contenuto in superfice ed il frutto si ricopre così di una dolce fioritura.
Dopo 3-4 settimane Mrs. Miyamura assaggia un frutto per assicurarsi che sia ancora morbido all’interno.
Una volta pronti i cachi sono lasciati a riposare dai cinque ai sette giorni su dei panni di carta mentre Mrs. Miyamura li appiattisce e gli dà la forma voluta. Infine vengono divisi per qualità e dimensione e riposti in sacchetti ermetici.


 Questo prodotto è strettamente legato alla comunità giapponese. Tutti i produttori conosciuti vivono nella contea californiana di Placer, un’area dove sono presenti sia contadini di origine giapponese che abbondanti coltivazioni di cachi, ma ciò non esclude che vi siano altri produttori al di fuori di questa zona.
Questo è un prodotto interamente lavorato a mano e reperibile solamente nei mercati locali, nelle aree di Sacramento e Placer. Solitamente sono venduti per circa un dollaro l’uno e si esauriscono in fretta. Non sempre sono reperibili anche perchè la quantità di cachi raccolti varia molto di anno in anno."

 

Ora, a parte il fatto che a me i cachi fanno schifo, come potrò esimermi dal provare i favolosi cachi secchi massaggiati (in giapponese Hoshigaki) della signora Miyamura?


mercoledì 2 maggio 2012

The girl with colitis goes by: il meraviglioso mondo dei mondegreens

Definizione:
Come spiega Wikipedia, un mondegreen è una parola che resulta dall'inesatta percezione di una frase, di una parola o - soprattutto - del verso di una canzone.

Etimologia

(Source)

Da "(Lady) Mondegreen", errata interpretazione di un verso della ballata scozzese The Bonny Earl of Murray.
Da bambina, ascoltando questo verso della canzone: Ye highlands and ye lowlands / Oh where hae you been? / Thou hae slay the Earl of Murray / and laid him on the green, la scrittrice Sylvia Wright interpretava l'ultima strofa come "and Lady Mondegreen". Nel 1954 Wright scrisse (in  The Death of Lady Mondegreen, "Harper's"): "The point about what I shall hereafter call mondegreens, since no one else has thought up a word for them, is that they are better than the original". La parola venne poi resa popolare dal giornalista del San Francisco Chronicle Jon Carroll.

Esempi
  • "Excuse me while I kiss this guy" ("Excuse me while I kiss the sky", in Purple Haze di Jimi Hendrix. Divertito da questo mondegreen, Hendrix cantò più volte la canzone con questa strofa - a volte anche girandosi a baciare un membro della band - in particolare al festival di Monterey del 1967.)
  • "The ants are my friends, they are blowin' in the wind" ("The answer, my friend, is blowin' in the wind", in Blowin' in the Wind di Bob Dylan)
  • "I’ll never leave your pizza burning" (I’ll never be your beast of burden dei Rolling Stones)
  • "The girl with colitis goes by" ("the girl with kaleidoscope eyes" in Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles)
  • "Take your pants down, and make it happen" ("Take your passion and make it happen", in Flashdance di Irene Cara)
  • "America! America! God is Chef Boyardee" ("God shed His grace on thee," in America, the Beautiful)
  • "Deck the halls with Buddy Holly" ("Deck the halls with boughs of holly", da Deck the halls, canzone natalizia)
  • "Every time you go away/you take a piece of meat with you" (" . . . take a piece of me with you" da Every Time You Go Away di Paul Young)
  • "There's a bathroom on the right" ("There's a bad moon on the rise", da Bad Moon Rising dei Creedence Clearwater Revival)
  • "the bright blessed day and the dog said goodnight" ("the bright blessed day, the dark sacred night", in What a Wonderful World di Louis Armstrong)
  • "The girl from Emphysema goes walking" ("The girl from Ipanema goes walking," in The Girl from Ipanema cantata da Astrud Gilberto)
  • "Are you going to starve an old friend?" ("Are you going to Scarborough Fair?", in Scarborough Fair, ballata tradizionale)
  • "Gladly, the cross-eyed bear", (Gladly The Cross I'd Bear, inno tradizionale)
  • "She's got a chicken to ride", ("She's got a ticket to ride", da Ticket to Ride dei Beatles)
  • "Sunday monkey won't play piano song, play piano song", ("Sont des mots qui vont tres bien ensemble; tres bien ensemble", da Michelle dei Beatles)      
  • "What a nice surprise when you're out of ice", ("What a nice surprise bring your alibis", da Hotel California degli Eagles) 
  • "Hope the city voted for you" (Hopelessly Devoted to You, da Grease) 
  • "I'm a pool hall ace", ("My poor heart aches", da Every Step You Take dei Police)
     
E se volete saperne di più sui mondegreen italici, date un'occhiata qui.

giovedì 22 marzo 2012

Chaplin e Celentano: il gibberish come capolavoro

Il quinto capitolo del libro di David Bellos Is That a Fish in Your Ear, intitolato "Fictions of the Foreign: The Paradox of 'Foreign-Soundingness'", cita, fra l'altro, due splendidi esempi di gibberish (insieme di parole senza senso) creato per suonare "straniero". Nel primo caso, per suonare francese (o meglio, come dice Bellos, "Generic Immigrant Romance") a orecchie inglesi, e nel secondo caso per suonare inglese a orecchie italiane. I risultati sono due capolavori.

Il primo esempio vede come protagonista Charlie Chaplin in Tempi moderni. La canzone è Je cherche après Titine, ma le parole sono inventate. Bellos ne trascrive il testo, a orecchio (e per lettori di lingua inglese), a pag. 47-48 del suo libro.


Se bella giu satore                                 Sa montia si n'amura
Je notre so cafore                                 La sontia so gravora
Je notre si cavore                                  La zontcha con sora
Je la tu la ti la toi                                  Je la possa ti la toit

La spinash o la bouchon                         Je notre so lamina
Cigaretto Portabello                               Je notre so consina
Si rakish spaghaletto                              Je le se tro savita
Ti la tu la ti la toi                                   Je la tossa vi la toit

Senora pilasina                                       Se motra so la sonta
Voulez-vous le taximeter?                      Chi vossa l'otra volta
Le zionta su la sita                                 Li zoscha si catonta
Tu la tu la tu la oi                                   Tra la la la la la


Il secondo esempio, quello del gibberish che suona inglese a orecchie italiane, è naturalmente Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano, qui proposto in una versione con sottotitoli, aggiunti da una persona di madrelingua inglese che cerca di "tradurre" la lingua inventata di Celentano. I risultati sono esilaranti, dal poco politiamente corretto "let a hooray maybe if the colored boss died", a "My eyes like sizziling and you're so gold with diesel. Eyes!", al ritornello: "You call me silver freezing cold and ants and I tools old. All right?" (con la variante "You done gone and made us jaywalk freezing cold and lacing our shoes off. All right?").
E il balletto è fantastico e Raffaella Carrà un mito.


lunedì 19 marzo 2012

Giù le mani dal latte!

"Saverio, puoi dare tu il latte al bambino?"
Al momento di correggere questa frase del tutto innocua (esercizi di grammatica sui verbi modali. "Può" viene spesso pronunciato "puah"), i miei studenti mi guardano con gli occhi sgranati. Cosa c'è di strano, penso, qui gli uomini sono ben più abituati che in Italia ad aiutare in casa, no?
E poi mi viene in mente. Lo stramaledetto latte. Faccio un profondo respiro e spiego: "Ok, latte in italiano non vuol dire quello che pensate voi". Occhi ancora più sgranati. "If you ask for a latte in Italy, you don't get coffee with milk. What you get is a glass of milk".

Io bevo di rado il caffè fuori casa, e ancora più di rado metto piede da Starbucks (il principale responsabile del fenomeno linguistico che definirei "furto del latte"), e così non avevo ben chiaro quanto il "nuovo" significato del latte fosse diffuso da queste parti. Sì, perché è vero che sul menu di Starbucks c'è scritto Caffè Latte, ma per comodità si è cominciato a chiamarlo "Latte", e ora tutti pensano che anche in Italia quella broda marroncina si chiami latte.

Tempo fa avevo letto un interessante articolo sul "New Yorker" che parlava della cultura del caffè in America (l'articolo ripercorre le "tre fasi" del caffè negli Usa: da Maxwell House a Starbucks all'attuale ondata di caffè gourmet da fighetti, dove la gente si mette in coda per bere una tazza di caffè proveniente da una specifica piantagione in una specifica annata con una specifica tostatura, preparato con un metodo specifico che richiede qualcosa come dieci minuti per tazza. Questi locali, come il Blue Bottle di Oakland e San Francisco, hanno lunghi menu, cupping rooms per la degustazione e prezzi che partono da $6 a tazza). 
Il caffè gourmet
Leggendo l'articolo - che il "New Yorker" ha messo online solo per gli abbonati, ma che qualcuno ha postato ugualmente qui - mi ero stupita di come i famosi fact-checkers della rivista avessero lasciato passare frasi come: "in 1983, during a business trip to Italy, he [Howard Schultz, CEO di Starbucks] tried latte for the first time"; e: "He retells the story of his magical trip to Italy, and talks about the country's seductive espresso-bar culture. But one drink is conspicuous by its absence from the story: latte".



Giù le mani dal latte!
A parte le baggianate come "his magical trip to Italy", sembrava proprio che a nessuno fosse venuto in mente che la parola "latte" potesse significare qualcosa di diverso da quella broda marroncina.

Ora, io adoro la creatività dell'inglese, e mi fanno simpatia persino parole dal suono non proprio musicale come "frappuccino", perché credo che ognuno sia libero di inventarsi le parole che vuole. Ma rendermi conto che un intero paese è convinto che in Italia  chiamiamo latte quella broda marroncina mi ha suscitato, diciamo, una certa perplessità.

giovedì 16 febbraio 2012

Dalla pecora alla pecorina: errore o zingarata?



Il Corriere Fiorentino segnala un bando per un assegno di ricerca dal titolo «Dalla pecora al pecorino. Tracciabilità e rintracciabilità di filiera nel settore lattiero caseario toscano», pubblicato dalla facoltà fiorentina di Scienze Agrarie.

Il bando, scrive l'autore del pezzo, Giulio Gori, "è stato ripubblicato sul sito del Ministero dell’Università, con tanto di traduzione in inglese. Ma (...) il compilatore del bando ha pubblicato un titolo inglese dai risvolti tragicomici: «From sheep to Doggy Style», un’espressione, dall’involontario quanto spassoso richiamo sessuale, che in italiano suona esattamente come: «Dalla pecora alla pecorina». La figuraccia ha poi assunto contorni addirittura internazionali, quando a Bruxelles, senza batter ciglio, qualche zelante estensore ha ripubblicato il bando anche sul sito della Commissione Europea."


Aggiornamento: il Ministero dell'Istruzione si è scusato per gli errori apparsi sul suo sito.

lunedì 14 novembre 2011

Il traduttore che scambiò una corda per un cammello

È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio” (Mc 10,25; Mt 19,24; Lc 18,25). 
Si tratta di semplicemente di un'iperbole, come siamo abituati a pensare, oppure di un errore di traduzione dovuto a un caso di polisemia

Secondo i sostenitori della teoria della "priorità aramaica", il Nuovo Testamento e/o le sue fonti furono originariamente scritti in aramaico, invece che nel greco koiné con il quale ci è pervenuto. Nell'ambito di questa teoria si è ipotizzato che alcune parole polisemiche aramaiche abbiano generato errori di traduzione.
La parola aramaica גמלא gamal può significare, infatti, sia “cammello” sia “corda”. Il presunto traduttore greco avrebbe quindi semplicemente scelto il senso sbagliato del termine, trasformando  l'iperbole moderata di una corda che si tenta invano di infilare nella cruna di un ago nell'iperbole estrema del cammello contorsionista che sicuramente ha impressionato molti bambini in età da catechismo.

Di contro, nella letteratura rabbinica antica sono presenti paragoni iperbolici simili (cito, con dovuta cautela, da Wikipedia):

"'Chi può far passare un elefante per la cruna di un ago?' (Talmud Babilonese, Baba Mezi'a 38b).
'Non mostrano una palma d'oro, nemmeno un elefante passante per la cruna di un ago' (Talmud Babilonese, Berakoth, 55b).
A loro volta i sostenitori della priorità aramaica notano che il Talmud fu redatto per iscritto solo in epoca tarda, verso l'inizio del III secolo d.C.: non è da escludere a priori che in tali 'loci' abbia recepito l'errata iperbole del Nuovo Testamento."

Si tratta di un'ipotesi molto controversa, per ovvi motivi che hanno a che fare con la religione più che con la teoria della traduzione, ma immaginiamo per un momento che sia vera. Forse questo proverbio non sarebbe così universalmente diffuso nella nostra cultura, se ci fosse stata la corda al posto del cammello. L'immagine sarebbe stata calzante e coerente, ma avrebbe davvero avuto altrettanto successo, se la sua stranezza non avesse tanto colpito l'immaginazione dei bambini in età da catechismo?

martedì 25 ottobre 2011

How to be a Teetotaler


Dopo aver annunciato (per scherzo) che intendevo diventare astemia, ho ricevuto questa foto da un amico:


If you were around in 1919 and came upon the following poster...

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I mean, seriously ... wouldn't you just keep on drinking?

Divertente, ma poi ho cercato di spiegare in inglese che volevo essere una... teetotaler, e mi si è aggrovigliata la lingua. Questa parola, difficile da pronunciare e dal suono bizzarro, mi ha incuriosita. 
A quanto pare, la parola "teetotaler" cominciò a diffondersi nel gergo delle "leghe pro-astinenza" in seguito a un discorso tenuto nel 1833 da un certo Richard "Dicky" Turner, un operaio di Preston, in Inghilterra. Contrariamente a quanto sostengono alcuni, non esistono prove che Turner raccomandasse di bere "tea" al posto dei liquori, né che ai suoi seguaci venisse chiesto di scrivere una grande "T" - che stava per "Total Abstinence" - sui biglietti con cui si impegnavano solennemente a rinunciare all'alcol. Pare non sia vero neppure che Turner balbettasse, e di conseguenza gli uscissero frasi come “N-n-nothing but t-t-t-total abstinence will do.” La "tee" messa davanti a "total" era semplicemente un modo comune, all'epoca, di enfatizzare una parola, un fenomeno che i linguisti chiamano reduplicazione. L'uso di T-totally con il significato di "totally" è infatti registrato nel dialetto del Kentucky a partire dal 1832, e forse anche prima in Irlanda, anche se non nel senso di astinenza dall'alcol.

E adesso stiamo a vedere quando cadrò di nuovo off the wagon...