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lunedì 30 dicembre 2013

Buon anno da Woodstock!



Non ho trovato niente di festivo che mi piacesse, e allora pubblico questa foto augurando a tutti voi uno splendido 2014, e agli Usa di diventarmi simpatici come Woodstock, dove è stata scattata questa foto.

Me ne vado a spasso, ci rivediamo nell'anno nuovo!

martedì 15 ottobre 2013

Il giardino dei cactus di Phoenix

L'ultimo tratto del lungo viaggio da Santa Fe a Phoenix ci offre ancora qualche roccione rosso e alcune sorprese



A Phoenix - dove finalmente riconsegnamo la macchina - abbiamo mezza giornata, e decidiamo di passarla al Desert Botanical Garden. Scelta azzeccatissima. Il giardino, grande e ben tenuto, contiene un'enorme quantità di piante grasse di ogni tipo, fra cui naturalmente i magnifici saguari, e anche un padiglione delle farfalle monarca (la foto è mia!).



Il giardino botanico è aperto fino alle 8, e al tramonto si sentono cantare molti uccelli e si vedono i colini di Gambel (un tipo di quaglia, parente stretto del colino della California, l'uccello "statale" della California) che attraversano i sentieri. Ho giocato a nascondino con i colini per riuscire a fotografarli, ma non sono riuscita a ottenere altro che qualche macchia sfocata. Però siccome li adoro, con quella loro aria da signora grassoccia col cappellino, ve li faccio vedere lo stesso. Quello sotto invece l'ho fotografato io. Non l'ho riconosciuto, però cantava meravigliosamente.



Il mattino dopo voliamo a Las Vegas, per andare a trovare i nostri amici di cui avevo già parlato qui. E il mattino dopo ancora, si riparte per San Francisco. La luna di miele è finita, ma il mio viaggio no. Ho ancora tre giorni a New York, ospite dei miei suoceri, prima di tornare a casa (per un totale di tre aerei in tre giorni, quattro in una settimana. Pessimo periodo per la mia impronta di carbonio).

Las Vegas o New York?

domenica 13 ottobre 2013

Da Santa Fe a Gallup: nel cuore del New Mexico

Santa Fe ci piace un po' meno di Taos. Ci piace Canyon Road, la strada delle gallerie d'arte, dove in mezzo alla paccottiglia si trovano alcune cose di grande qualità, soprattutto da Morning Star, Robert Nichols e Medicine Man. Ci piace l'oasi naturalistica della Nature Conservancy, dove facciamo una passeggiata carina ma un po' corta, perché le guardie forestali hanno chiuso il sentiero per motivi ignoti. Non ci piace per niente downtown, una trappola per turisti piena - questa sì - di paccottiglia.
La foto migliore che ho scattato a Santa Fe è questa


Da Santa Fe cominciamo il viaggio di ritorno verso Phoenix: lì restituiremo la macchina e prenderemo l'aereo per Las Vegas, dove ci attendono due amici e l'ultima tappa del viaggio. La strada da Santa Fe a Phoenix è lunga, e per spezzarla decidiamo di fermarci a Gallup. Viaggiamo in mezzo al deserto, accompagnati da drammatiche nuvole temporalesche, nell'unica giornata non perfettamente serena da quando siamo partiti.


A Gallup ceniamo in un hotel kitschissimo, dove sono passati tutti gli attori dei western che sono stati girati da queste parti. La galleria dei ritratti ospita tutti i grandi nomi dei tempi d'oro di Hollywood. (I miei preferiti, Robert Mitchum e Cary Grant, mi sono venuti sfocati.)



A parte questo, a Gallup, che sorge lungo la famosa e decrepita Route 66, non c'è proprio niente.


giovedì 10 ottobre 2013

Le mille meraviglie di Taos/3. Agnes Martin e le terme di Ojo Caliente

Georgia O'Keeffe bazzicava da queste parti, ma i suoi teschi sbiancati e i suoi fiorelloni vaginali non mi hanno mai fatta impazzire. Preferisco decisamente Agnes Martin, anche lei un'appassionata di questi posti, alla quale l'Hardwood Museum of Art di Taos ha dedicato una sala con sette dipinti che si possono rimirare seduti sulle quattro panche gialle di Donald Judd. Ovviamente la foto non rende per niente la bellezza di questa sala. 


Infine partiamo da Taos diretti a Santa Fe, ma con una tappa importante in mezzo: le terme di Ojo Caliente. Mentre Mr. K, che detesta le terme, mi aspetta leggendo un libro all'ombra, io sguazzo nelle pozze calde di acqua al litio, all'arsenico, alla soda e al ferro, mi spalmo di fango e mi distendo a seccare al sole.

 




Ciao Taos, ci sei molto piaciuta (qui sotto, due amichetti che sono venuti a salutarci mentre pranzavamo).


mercoledì 9 ottobre 2013

Le mille meraviglie di Taos/2. Adobe e ottimo cibo

Taos è un gioiellino, piccola e turistica, certo, ma deliziosa. Gli edifici di adobe ospitano generalmente gallerie d'arte succursali del MOBA (corrente western), ma niente riesce a rovinare il fascino di questa cittadina. 

Quando cerchiamo di visitare la chiesa di San Francisco de Asís e la troviamo chiusa, chiediamo informazioni al proprietario di una galleria d'arte lì vicino (questa carina, però), il quale ci spiega che sono tutti malati, dal prete alle perpetue, e poi ci indica un sentiero bellissimo dove andare a passeggiare al tramonto.

San Francisco de Asís, di lato
San Francisco de Asís, retro
Il sentiero al tramonto
E siccome qui sono tutti gentili e amichevoli, la padrona di un caffè ci indica un ristorante per la sera che risulterà il migliore di tutto il viaggio. The Love Apple: bello fuori e dentro, buonissimo, servizio squisito e non caro. Dopo cena ci sediamo nel cortile intorno al fuoco a bere un bicchiere di vino, e riesco a staccarmi di lì solo quando si spengono tutte le luci del ristorante.

The Love Apple da fuori e il nostro braciere (foto dal web)
 


martedì 8 ottobre 2013

Le mille meraviglie di Taos/1. Il canyon e il villaggio ecosostenibile

La prima meraviglia si incontra lungo la strada che porta a Taos. Da lontano si scorge una spaccatura nella terra, poi un ponte, poi si percorre il ponte, si guarda giù e...


... si scopre di essere capitati sopra il famoso Rio Grande Gorge Bridge. Si può attraversarlo a piedi, cosa che io ho fatto cacciando mugolii di terrore al pensiero che un terremoto poteva spaccare il ponte in due proprio mentre ero in mezzo, e fermarsi a scattare foto dai terrificanti balconcini che sporgono a intervalli dalla campata. Oppure si può fare una passeggiata nella prateria che corre lungo il bordo del canyon, da dove il ponte appare così

 

E magari, al ritorno, fermarsi a bere un caffè


Dopo l'emozione del ponte, si prosegue verso Taos e si vedono delle strane costruzioni lungo la strada, una via di mezzo fra Gaudì e una discarica. Arrivati al motel (un ottimo Super8 che aiuta a dimenticare l'incubo del Travelodge di John Landis) chiediamo informazioni, e scopriamo che si tratta di una cosa fichissima: Earthship, un progetto di bioarchitettura per villaggi completamente ecosostenibili costruiti con materiali di scarto come copertoni e lattine. E via che andiamo a visitare anche quello, naturalmente. Fedeli al nostro standard di turisti tirchio-alternativi, evitiamo invece il Taos Pueblo, il famosissimo villaggio degli indiani Pueblo sicuramente molto bello ma che costa $16 all'ingresso e comunque non mi fa impazzire dalla voglia di andare curiosare a pagamento in casa degli altri, soprattutto quando questi altri palesemente ne farebbero a meno se non fosse che gli servono i tuoi $16.
E noi invece, per soli $10, visitiamo Earthship, che comunque ci piace un sacco.






lunedì 7 ottobre 2013

Taos: Dennis Hopper e un cappello da cowboy

La strada da Durango a Taos, New Mexico, è lunga ma bellissima. Montagne e ranch, il che significa enormi distese di terra abitata solo da sporadiche vacche e cavalli. Guidiamo per quattro ore circondati da diverse varianti di questo paesaggio


Taos è un paesino di circa 5000 abitanti che sorge nel territorio degli indiani Pueblo. Nel corso del Ventesimo secolo è stato frequentato e abitato da artisti, inizialmente attirati dalla mitica Mabel Dodge Luhan, una ricca benefattrice che venne a vivere qui, sposò l'indiano Tony Luhan (nel 1923!) e costruì una casa favolosa dove ospitò un sacco di artisti, fra cui D. H. Lawrence, Ansel Adams, Willa Cather e Georgia O'Keeffe. 
Il padrone del negozio dove compriamo il cappello è un curatore di mostre che si è trasferito a Taos da San Francisco molti anni fa, e ci racconta che Dennis Hopper comprò la casa di Mabel subito dopo aver girato Easy Rider, e la tenne fino al 1978. E faceva delle feste grandiose, aggiunge. Non ne dubito.
Oggi la Mabel Dodge Luhan House è un meraviglioso B&B neanche troppo caro, che si può visitare tranquillamente per ammirare lo squisito arredamento, i ritratti di Mabel e Tony e le foto del grande Dennis Hopper.
E sì, per chi se lo stesse chiedendo, Mr. K ha comprato un cappello.
Domani ancora Taos!



domenica 6 ottobre 2013

Il Colorado Trail e la jam session delle cowgirls

 

Il Colorado Trail è un sentiero che parte da Durango e si snoda in mezzo alle foreste per 782 km fino a Denver. Noi lo abbiamo percorso per circa tre ore e mezza (con soste ogni 5-10 minuti), ma la prossima volta giuro che lo farò tutto. Ci vogliono solo trenta giorni, giorno più giorno meno. 








La sera, allo Strater Hotel, assistiamo a una jam session di alcuni dei migliori musicisti del festival: due ragazze texane di 18 e 16 anni, Kristyn Harris e Mustang Mikki Daniel (!), più la Sawyer Family Band, mamma, papà, Leah (cantante-violinista) di 12 anni e David (violinista) di 10 anni. Questi quattro suonano instancabili per più di tre ore, accompagnati da un contrabbassista e a tratti da un formidabile armonicista, Gary Allegretto (!). Tutti naturalmente in perfetta tenuta western.





















Il giorno dopo compriamo un sacco di mele alla fiera di Durango e poi partiamo, destinazione Taos, New Mexico. Ciao Durango, ci sei molto piaciuta.






sabato 5 ottobre 2013

I cowboy poeti di Durango

Strater Hotel
Questa Durango non è quella cantata da Bob Dylan e da Fabrizio De André, bensì la sua gemella in Colorado. Durango, che sorge a un'altitudine 2000 metri, è un piccolo centro in mezzo alle montagne, circondato da un paesaggio stupendo. La cittadina è abitata prevalentemente da rancher e da ragazzi appassionati di sport, ed è quindi un misto tra una vecchia città del West e un centro giovane ma non fastidiosamente hipster. 

Appena arrivati scopriamo che questi fine settimana si svolge il Durango Cowboy Poetry Gathering, e quindi la cittadina sarà piena di spettacoli e concerti di cowboy. Per fortuna decidiamo di comprare in anticipo i biglietti per lo spettacolo principale, che si svolge nel teatro vicino allo storico Strater Hotel, perché riusciamo ad accaparrarcene due degli ultimi quattro rimasti. Prima dello spettacolo facciamo un giro per le gallerie d'arte che per l'occasione inaugurano mostre e offrono vino e musica gratis. Gli oggetti esposti sono in genere quadri a soggetto bovino o equino (il MOBA potrebbe aprire una filiale qui), bambole indiane e gioielli in argento e turchese. La musica è naturalmente western.

L'insegna della galleria
Il concerto alla galleria





Dopo un aperitivo nello splendido bar dello Strater Hotel, dove tutti sono vestiti come nella foto (ma l'intera cittadina pullula di cowboy) ci dirigiamo verso il teatro. L'età media del pubblico è sui 65 anni, e tutti gli uomini naturalmente portano il cappello. Ammetto di essere un po' scettica nei confronti di questo spettacolo di musica e poesia cowboy, e così quando il primo poeta, Jay Snider, esce sul palco, lo ascolto per un po' e poi, sopraffatta dal suo incomprensibile accento dell'Oklahoma e soprattutto dal mojito che mi sono scolata come aperitivo, mi accascio sul tavolino e schiaccio una micropennica. Che però viene interrotta dalla battuta finale della storiella di Jay Snider, che persino nei fumi dell'abbiocco non mi sembra affatto male. Però, penso, questi cowboy meritano una chance. Il secondo cowboy, Gail Steiger, è meglio del primo (anche perché capisco quello che dice). Canta belle canzoni, recita belle poesie, cita Wendell Berry. Apperò, penso, niente male questi cowboy. La terza è una cowgirl, Yvonne Hollenbeck, che recita poesie umoristiche. E fa ridere. Sul serio. Autoironica, simpatica, brillante. E poi arriva il quarto cowboy, la star della serata: Dave Stamey. Un mito. Ha una voce stupenda e canta canzoni bellissime, piene di ritmo, umoristiche o poetiche, il tutto condito con storielle e battute recitate con tempismo perfetto e grande talento. Mi ritrovo a sganasciarmi dalle risate circondata da vecchietti col cappello e rispettive signore. Canto, persino, e batto le mani a ritmo della musica del cowboy più simpatico che abbia mai visto.

Dave Stamey

venerdì 4 ottobre 2013

Monument Valley! (E altre cose meno belle)

Per fortuna che almeno la Monument Valley è aperta. Non è un parco nazionale, infatti, o meglio, lo è, ma della nazione dei Navajo. Vi si accede passando per una paesello di indescrivibile bruttezza, Kayenta, dove io, se fossi una navajo, aprirei un sacco di posti spennaturisti tipo Sedona al posto dei due o tre squallidissimi fast food che ci sono. Non capisco, se ne stanno seduti sopra una miniera d'oro e invece fanno la fame.

Alla Monument Valley ci avviciniamo lungo un strada che ci mostra già da lontano le meraviglie che ci aspettano. Poi entriamo nel parco, e imbocchiamo una strada sterrata - molto sterrata - che ci porta vicino ai roccioni rossi più famosi del mondo. 

Ripartiamo dalla Monument Valley disorientati dal vento sabbioso, dalla bellezza surreale e da quegli stronzi di Washington che vogliono rovinarci il viaggio, e ci dirigiamo verso un posto scelto quasi completamente a caso, Farmington, New Mexico. Mentre percorriamo la strada interminabile in mezzo al deserto (dove ogni tanto spunta qualche prefabbricato che mi spinge a domandarmi cosa diavolo ci faranno lì quei poveracci), leggo meglio la guida e scopro che Farmington si è guadagnata negli anni '60 il titolo di posto più inquinato degli Usa, grazie a una miniera di carbone e a una centrale a carbone lì vicino. Oggi va un pochino meglio, dice la Rough Guide, alla quale fa schifo tutto, ma quasi sempre con ragione. Farmington è un incubo. Dopo il ristorante-birrificio carino consigliato dalla guida, ci dirigiamo verso lo scrausissimo motel Travelodge, inspiegabilmente più caro di quello di Phoenix e soprattutto di quello della deliziosa Flagstaff. All'ingresso c'è un giovane che dorme spalmato su un tavolo, e alla reception c'è un giovane palesemente ubriaco che biascica qualcosa circa un malfunzionamento di Expedia per cui non sarebbe arrivata la nostra prenotazione. Però posso darvi un'ottima camera, ci dice. E ci dà la camera di un altro. Mentre armeggiamo con la scheda-chiave, una ragazza apre la porta e siccome è gentile non ci chiede perché cazzo vogliamo entrare nella sua stanza. Mr K torna dal giovane sbronzo per farsi dare un'altra stanza, e questa volta il fulmine d'intelligenza gli dà una chiave che non apre nessuna porta.
Mentre io ho una crisi isterica e urlo in italiano "sono stufa di questa luna di miele di merda voglio tornare a casa", il povero Mr K mi porta al Comfort Inn dall'altra parte della strada, dove prendiamo una stanza molto più cara (e chissà se riusciremo a farci rimborsare l'altra) ma dove almeno non c'è una piscina semivuota con acqua marrone piena di rifiuti e loschi individui dalle spalle larghe e dal collo corto che si aggirano intorno alle stanze come al Travelodge. Non oso pensare a cosa ci aspetta domani.







Mai mangiata tanta polvere in vita mia