giovedì 10 marzo 2011

Aspettando domani: Franzen e Come stare soli

Domani esce Libertà. Per alleviare l'attesa, pubblico qui l'inizio del famoso saggio Perché scrivere romanzi? (il cosiddetto “Harper’s Essay”, così chiamato perché pubblicato in origine sulla rivista Harper's con il titolo Perchance to Dream) e più tardi inserito nella raccolta How to Be Alone (Come stare soli, Einaudi 2003, traduzione della sottoscritta).

"La mia disperazione nei confronti del romanzo americano nacque nell’inverno del 1991, quando fuggii a Yaddo, la colonia di artisti nella parte settentrionale dello stato di New York, per scrivere gli ultimi due capitoli del mio secondo libro. Mi ero appena separato da mia moglie, e vivevo un periodo di volontario isolamento a New York City, trascorrendo lunghe giornate di lavoro in una stanzetta bianca, imballando dieci anni di beni in comune e facendo passeggiate notturne lungo strade dove si parlavano in uguale misura il russo, l’hindi, il coreano e lo spagnolo. E tuttavia le notizie, attraverso il televisore e l’abbonamento al Times, riuscivano a raggiungermi persino nel cuore del mio quartiere a Queens. Il paese si stava preparando estaticamente alla guerra, armato della retorica di George Bush. 'Sono in gioco principi di vitale importanza'. L’ottantanove per cento di consensi alla politica di Bush, così come la pressoché totale assenza di pubblico scetticismo nei confronti della guerra, mi facevano apparire gli Stati uniti come una nazione irreparabilmente scollegata dalla realtà – che sognava la gloria nel massacro di iracheni senza volto, sognava riserve infinite di petrolio per i viaggi dei pendolari, sognava l’esenzione dalle regole della storia. E anch’io, quindi, sognavo di fuggire. Volevo nascondermi dall’America. Ma quando giunsi a Yaddo e scoprii che non era affatto un rifugio – il Times arrivava tutti i giorni, e gli altri abitanti della colonia parlavano in continuazione di missili Patriot e nastri gialli – cominciai a pensare di avere, in realtà, bisogno di un monastero."

Il resto del saggio lo trovate qui.

Beautiful Artists/5: Laura Andel, composer

Laura Andel was born in Buenos Aires, Argentina, where she grew up. After living, studying, and performing in Buenos Aires, where she also received a degree in Tango performance, Laura moved to Boston in 1993 to pursue studies in composition. Since then, she has focused mainly on composition for large ensembles and developing her own conducting as part of the compositional process. In New York City, where she now lives, Laura created the Laura Andel Orchestra, a large ensemble that features an unusual combination of instruments and unites musicians from diverse musical and cultural backgrounds that perform her extended compositions. Currently, she leads the Laura Andel Orchestra in several formations. Among the most recent are the 14-piece SomnambulisT Orchestra, the 10-piece Electric Percussive Orchestra, and a 9-piece format which includes bandoneon, piano, Fender Rhodes, double bass, cornet, clarinets, viola, vibraphone, and Gamelan instruments. 

Her music recorded and released on CD includes:

SomnambulisT (Red Toucan Records, 2003), recorded with the Laura Andel SomnambulisT Orchestra. "[...] this minimalist orchestral project is one of the most impressive large ensemble recordings that I have heard in quite some time. [...] The more I immerse myself in Andel's sonic universe, the more extraordinary I find it." (David Lewis, Cadence Magazine)
 
In::tension (Rossbin Records, 2005), recorded with the Electric Percussive Orchestra. "[...] Eerie morse-code like percussion, mysterious processed vocals, layers of odd electric guitar sounds and two pianos submerged in the waves of turbulent waters. [...] Laura does a fine job and controlling the subtleties and balance, as different instruments float amongst the ghost-like spirits that wander through the entire work [...]" (Bruce Gallanter, Downtown Music Gallery)
Listen to an excerpt here: http://www.lauraandel.com/Noticias.mp3 

Doble Mano (Rossbin Records, 2009), recorded with the Laura Andel Orchestra. "Completely inured to the challenges of contemporary composition, (...) Laura Andel writes pocket-orchestra pieces in which notated sounds blend with improvisation, as staccato and lyrical passages vie for supremacy. Doble Mano, whose title reflects the twinning of different orchestral groupings, raises the ante further by interjecting into the performance characteristic sonic fragments from the South American bandoneon and Indonesian gamelan." (Ken Waxman, JazzWeekly.com).
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Here, on WQXR, you can listen to a sample from Doble Mano and one from Apsides, with some interesting Notes from the Composer.
Here you can listen to an interview on New York Public Radio, for the show "Ear to Ear" hosted by David Garland, where Laura explains the music and shows different samples from her last 10 years.
And here's Laura's website, where you can get many more information and listen to more music.







mercoledì 9 marzo 2011

Un paio di recensioni

In questi giorni sono uscite un paio di recensioni a due libri che ho tradotto. Visto che mi sono piaciute, ve le segnalo.

 
 
La prima è comparsa su Mangialibri, scritta da Maria Ferragatta e dedicata a Il libro dell'ignoto, di cui ho parlato anche qui.








La seconda la trovate sul blog USALIBRI, a cura di Maria Sepa, ed è dedicata a Le variazioni Bradshaw, di Rachel Cusk.

Arriva Franzen!


Su Libertà che sta per uscire sono stati scritti fiumi di inchiostro, e altri sono pronti per essere versati. Io mi limito a pubblicare qui i primi due paragrafi della mia traduzione, rimandandovi al sito Einaudi per un'anticipazione più lunga.

   "Le notizie su Walter Berglund non vennero riprese dalla stampa locale – lui e Patty si erano trasferiti a Washington due anni prima, e ormai non contavano più niente per St Paul –, ma la nuova borghesia urbana di Ramsey Hill non era così leale alla propria città da non leggere il «New York Times». Secondo un lungo e assai poco lusinghiero articolo del «Nyt», Walter, nella capitale della nazione, aveva mandato a rotoli la propria vita professionale. I suoi vecchi vicini avevano qualche difficoltà a conciliare la descrizione del quotidiano ('arrogante', 'tirannico', 'eticamente compromesso') con l’uomo generoso, sorridente e rubicondo dei loro ricordi, l’impiegato della 3M che risaliva Summit Avenue sulla sua bici da città nella neve di febbraio; sembrava assurdo che Walter, più verde di Greenpeace e cresciuto in campagna, fosse finito nei guai per connivenza con l’industria del carbone ai danni dei contadini. Ma nei Berglund, d’altra parte, c'era sempre stato qualcosa che non andava.  
Walter e Patty erano stati i giovani pionieri di Ramsey Hill, i primi laureati a comprare una casa in Barrier Street da quando il vecchio cuore di St Paul era caduto in disgrazia, trent’anni prima. Avevano speso pochissimo per la loro villetta vittoriana, e poi avevano impiegato dieci anni per ristrutturarla, ammazzandosi di lavoro. Nei primi tempi della gente molto risoluta gli aveva incendiato il garage e scassinato l’auto due volte prima che riuscissero a ricostruirlo. Motociclisti arrostiti dal sole continuavano a invadere il terreno di fronte, bevendo Schlitz, grigliando salsicce e smanettando in piena notte, fino a quando Patty non usciva fuori in tuta da ginnastica ed esclamava: «Ehi, ragazzi, sapete che vi dico?» Patty non faceva paura a nessuno, ma alle superiori e al college era stata una campionessa sportiva, e possedeva una certa audacia da atleta. Fin dal primo giorno, senza volerlo, aveva dato nell’occhio. Alta, con i capelli raccolti a coda di cavallo, assurdamente giovane, spingeva il passeggino accanto alle auto smantellate, ai cocci di bottiglie di birra e ai cumuli di neve vecchia sporca di vomito, come se dentro le borse di rete appese all’impugnatura ci portasse tutta la giornata ora per ora. Dietro di lei si scorgevano i preparativi intralciati dai figli per una mattinata di commissioni intralciate dai figli; davanti a lei un pomeriggio di radio pubblica, il Cucchiaio d’argento, pannolini di stoffa, stucco per cartongesso e pittura al lattice; e poi Buonanotte luna, e poi zinfandel. Rappresentava già in pieno quello che stava cominciando ad accadere al resto della via."

martedì 8 marzo 2011

Meet my husband



Jonathon Keats on NBC's Press:Here, with Scott McGrew.  
"Wired Magazine’s 'Jargon Watch' curator expands our vocabulary and our minds."


lunedì 7 marzo 2011

La lunga marcia verso la Green Card/1: L'avvocato

                                                                                 Oggi comincia il conto alla rovescia. Venerdì siamo stati dall'avvocato, abbiamo consegnato tutti i documenti, firmato tutto il firmabile, e oggi dovrebbe partire la procedura. Jeff, il mio immigration lawyer, è un tipo giovane, con una bella faccia pulita (sembra un po’ Clark Kent, intrappolato nei suoi panni “borghesi” dopo la sparizione delle cabine telefoniche – e di ogni tipo di telefono pubblico – in seguito all’avvento dei cellulari), che si occupa prevalentemente di rifugiati politici (dev'essere per questo che ha accettato di seguire il mio caso). È gentile e rilassato, in perfetto stile Berkeley. Mi ha spiegato che proprio in questi giorni il governo ha introdotto una nuova procedura per il rilascio del permesso di viaggio + lavoro, e questo potrebbe essere una fortuna oppure una sfortuna per quanto riguarda il tempo d'attesa (tutto dipende se la nuova procedura funziona bene da subito oppure no), che comunque, ha confermato, è in genere di tre mesi (durante i quali, lo ripeto per chi avesse perso le puntate precedenti, non potrò lasciare il paese, pena l'annullamento di tutte le pratiche svolte finora e l'obbligo di ricominciarle da capo). 
Questi sono i documenti che ho dovuto presentare (il marito, dichiarazione dei redditi alla mano, deve soprattutto dimostrare di poter mantenere la moglie. Immagino che valga anche l'opposto, quando la moglie è americana):
  1. Certificato di nascita (fotocopia da me tradotta, traduzione autenticata in loco dal mio amico Sandro che, in qualità di italiano, ha scritto in calce al documento che era tutto vero).
  2. Risultati della visita del Civil Surgeon consegnati in busta chiusa.
  3. Certificato di matrimonio.
  4. Svariate foto di coppia prima e durante le nozze.
  5. Email della coppia che testimonino l'esistenza di una relazione antecedente alle nozze.
  6. Altre prove miste della suddetta antecedenza (l'avvocato ha particolarmente gradito il libro di mio marito tradotto da me e a me dedicato).
C'è stata poi la solita serie di domande che vengono rivolte anche ai turisti, più altre ancora (se sono comunista, terrorista, prostituta, se ho mai ucciso qualcuno, se ho mai favorito l'immigrazione illegale...). L'avvocato mi ha anche chiesto se facessi parte di qualche organizzazione o associazione, e alla mia risposta negativa mi ha guardato perplesso. "Perché, non va bene?" gli ho chiesto. E lui: "Sembra un po' strano..." Allora mi sono ricordata di avere nel portafogli la tessera della Lipu: salvata dai miei amati uccellini!

Infine Jeff ha proceduto a terrorizzarmi spiegandomi che circa sei mesi dopo l'ottenimento della green card provvisoria verremo chiamati per l'agghiacciante interrogatorio (sì, come quello del film, che a quanto pare siamo gli unici a non aver visto), nel quale potranno venire poste anche domande molto intime. Non vedo l'ora.

domenica 6 marzo 2011

Zuppa di pinne di pescecane

Proprio ieri passeggiavo per Chinatown, ammirando l'assortimento di cibi misteriosi in vendita nei negozi, tra cui enormi cumuli di pinne di squalo essiccate, che si usano appunto per la famosa zuppa. Non ho dovuto combattere molto fra il rispetto per le tradizioni altrui e l'orrore per la morte atroce degli squali che subiscono lo "spinnamento" (73 milioni all'anno, un'ecatombe che si è portata via il 90% degli squali, minacciando seriamente anche l'equilibrio della catena alimentare), cioè la pratica di tagliare la pinna mentre lo squalo è ancora vivo e buttare il resto del corpo in mare. Gli squali "spinnati" muoiono dopo una lentissima agonia, alcuni di fame, altri divorati da altri pesci, e molti annegati, perché gli squali devono continuare a muoversi per far entrare l'acqua attraverso le branchie per l'ossigeno.
Insomma, proprio ieri pensavo: "ma non possono vietare di vendere 'sta roba?" E proprio stamattina ho trovato un articolo sul NYT che parla di questo. Dopo le Hawaii, che hanno bandito la zuppa l'anno scorso, ora anche la California ha presentato una proposta di legge analoga. La comunità cinese, soprattutto i suoi membri più anziani e legati alle tradizioni, è prevedibilmente infuriata (la vendita delle pinne di squalo è anche una grossa fonte di introiti), anche se uno dei due firmatari della proposta è proprio un deputato cinese, Paul Fong, un democratico di Silicon Valley. Invece il senatore Leland Yee, candidato a sindaco di San Francisco, si oppone al bando, dicendo che si spinge troppo in là, vietando la vendita di pinne anche da squali catturati legalmente. 
Sarà interessante vedere chi l'avrà vinta, in una disputa che vede coinvolte molte tematiche importanti per San Francisco: i diritti della comunità cinese, l'anima "foodie" della città e quella ambientalista.

Incomprehensible Shouting Named Official U.S. Language


Breaking News from The Onion News Network:

Incomprehensible Shouting Named Official U.S. Language

"A new test will be added to the naturalization process, whereby potential immigrants must prove they have a working knowledge of incomprehensible shouting before they are granted citizenship."

The Soldier, His Wife and the Bum, by Charles Bukowski



'THE SOLDIER, HIS WIFE AND THE BUM'
I was a bum in San Francisco that once managed to go to a symphony concert along with the well dressed people. And the music was good but something about the audience was not. And something about the orchestra and the conductor was not. Although the building was fine and the acoustics perfect I preferred to listen to the music alone on my radio.

And afterwards I did go back to my room and I turned on the radio. But there was a pounding on the wall. 'Shut that god damn thing off!' There was a soldier in the next room bubbling with his wife and soon he would be going over there to protect me from Hitler. So I snapped the radio off and then I heard his wife say 'You shouldn't have done that'. And the soldier said 'Fuck that guy' which I thought was a very nice thing for him to tell his wife to do. Of course she never did.

Anyhow I never went to another live concert. And that night I listened to the radio very quietly, my ear pressed to the speaker.

War has it's price and peace never lasts. And millions of young men everywhere will die. As I listened to the classical music I heard them making love. Desperately and mournfully, through Shostakovich, Brahms, Mozart, through crescendo and climax and through the shared walls of our darkness.
             BY CHARLES BUKOWSKI

sabato 5 marzo 2011

Denis Johnson/3: "Starlight, Idaho" e "Nessuno si muova"

L'anno scorso la rivista Vice Magazine, per il suo Quarto Annuale di Narrativa, ha pubblicato il racconto Starlight, Idaho, con una divertente prefazione che si conclude così: "Secondo noi, Johnson è lo scrittore di prosa più evocativa, poetica e potente al mondo. È uno dei pochi scrittori capaci di trasportarti in uno stato di coscienza trascendentale con il semplice uso delle parole. È, molto semplicemente, il migliore che c’è, e vorremmo sposarlo. Quando Denis ci ha permesso di tradurre questo meraviglioso racconto, apparso per la prima volta nell’edizione americana di Playboy nel febbraio del 2007, siamo stati così felici che abbiamo sacrificato una stagista vergine per ringraziare gli dei. Buona lettura."
(Quelli di Vice adorano Denis Johnson. Tim Small, nella sua recensione a Albero di fumo, sostiene "che non recensire Albero di fumo oggi sarebbe come se il direttore di una rivista nel 1852 decidesse di non recensire Moby Dick". Il resto della recensione qui, in fondo alla pagina:  http://www.viceland.com/it/a5n4/htdocs/literary-it.php)

Denis Johnson (photo by Cindy Johnson)
Starlight, Idaho comincia così:

"Cara Jennifer Johnston, bene, 
per aggiornarti su come vanno le cose, negli ultimi quattro anni ho preso un bel po’ di calci nel culo. Cerco di tornare a quando ero in quinta elementare e tu mi hai mandato un bigliettino con sopra un cuore e le parole 'Caro Mark mi piaci un sacco' e io l’ho girato e ho scritto sul retro 'Ti piaccio o mi ami?' e tu hai disegnato venti cuori su un altro bigliettino e me lo hai mandato in fondo alla fila e diceva 'Ti amo! Ti amo! Ti amo! Ti amo!' Credo di avere quindici o sedici ami nella pancia, ciascuno con attaccata una lenza che finisce in mano a una persona che non vedo da tanto tempo, e fra queste ci sei anche tu. Ma tanto per aggiornarti. Negli ultimi cinque anni mi hanno arrestato più o meno otto volte e sparato due volte, non due volte nella stessa circostanza, ma una volta in due circostanze diverse, ecc ecc e mi sembra che una volta mi abbiano anche investito, ma non me lo ricordo nemmeno. Ho amato all’incirca duemila donne, ma credo che tu sia la numero uno della lista. Questo è tutto gente, passo e chiudo." 

E continua qui: STARLIGHT, IDAHO - di Denis Johnson, Traduzione di Silvia Pareschi - Vice Magazine
 

E per concludere la serie di post su Denis Johnson, ecco qui l'inizio del romanzo Nessuno si muova (http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?isbn=978880459792) da me tradotto per Mondadori l'anno scorso, che Irene Bignardi, nella recensione su Repubblica, ha definito così: "... a sorpresa, come se Conrad avesse scritto una amena avventura su un battello che risale un fiume africano per andare a un festa, anzi, a un festino, il tragico Denis Johnson di Albero di fumo si inventa un noir in forma di commedia..."

"Jimmy Luntz non era mai stato in guerra, eppure la sensazione era la stessa, ne era sicuro – diciotto uomini in una stanza, e Rob, il direttore, che li mandava fuori – diciotto uomini spalla a spalla, che uscivano agli ordini del capo per mettere in pratica quello che avevano imparato in giorni e notti di addestramento. Aspettavano silenziosi al buio dietro il pesante sipario, mentre dall’altra parte il presentatore raccontava una barzelletta stantia, e poi – 'gli alhambra california beachcomber chordsmen!' – attaccavano le loro due canzoni, sorridendo alle luci roventi del palcoscenico.  
Luntz era uno dei quattro solisti. Firefly era venuta abbastanza bene, gli sembrava. Erano andati all’unisono sulle vocali, non avevano calcato le consonanti, e Luntz sapeva di essere apparso – lui, almeno – radioso e sorridente, con una gestualità molto espressiva. Su If We Can’t Be the Same Old Sweethearts avevano preso l’onda. Uniformità, sonorità, pathos, tutto quello che Rob poteva desiderare. Non l’avevano mai eseguita così bene. Poi, fronte a destra e giù dalle scale, erano scesi nel seminterrato del centro congressi, dove si erano schierati di nuovo in file parallele, questa volta per le foto ricordo."

giovedì 3 marzo 2011

Cose che succedono sull'autobus

Oggi, mentre viaggiavo sul solito autobus pieno di cinesi per andare per la quarta volta al centro medico cinese a ritirare i documenti necessari per richiedere la green card (finalmente il dottor Li ha attestato che ho tutte le vaccinazioni a posto, non ho la tubercolosi, non ho la sifilide, non mi drogo e non sono psicotica), un gentile signore cinese di punto in bianco mi chiede: "Sei italiana?" Io lo guardo stupefatta, sicurissima di non avere addosso alcun segno che mi identifichi come italiana (di certo non i vestiti, come capita spesso con i turisti), e gli rispondo: "Sì, come fa a saperlo?" E lui: "L'ho capito dal naso", aggiungendo poi che non è mai stato in Italia ma gli piace tanto il calcio.
Poi è sceso, tutto contento di aver indovinato, lasciandomi lì a bocca aperta.

The 10 Best Neglected Literary Classics, from The Guardian

Ecco la lista dei 10 migliori classici dimenticati, secondo il Guardian. Solo due mi risultano tradotti in italiano, ma può darsi che mi sbagli. Sono gradite segnalazioni!
  • The Real Charlotte, Somerville and Ross (1894) - non mi risulta tradotto in italiano
  • The Vet’s Daughter, Barbara Comyns (1959) - idem 
  • The Rector’s Daughter, Flora M. Mayor (1924) - La figlia del reverendo, Neri Pozza, trad. di V. Mingiardi
  • School for Love, Olivia Manning (1951) - non mi risulta tradotto
  • The Wife, Meg Wolitzer (2003) - idem
  • A Way of Life, Like Any Other, Darcy O’Brien (1977) - idem
  • The Odd Women, George Gissing (1893) - idem
  • The Blank Wall, Elisabeth Sanxay Holding (1947) - Una barriera di vuoto, Sellerio, trad. di R. Coci
  • Ann Veronica, HG Wells (1909) - non mi risulta tradotto
  • The Victorian Chaise-Longue, Marghanita Laski (1953) - idem

Virtual Words

Qubit, crowdsourcing, in vitro meat, microbiome, steampunk, panglish
In Virtual Words: Language on the Edge of Science and Technology (Oxford University Press, 2010), Jonathon Keats, author of Wired Magazine’s monthly Jargon Watch column, investigates how, in his own words, “the language of technology and science illuminates the science and technology of language.”

From the book description: “In 28 short essays, Keats examines how such words get coined, what relationship they have to their subject matter, and why some, like blog, succeed while others, like flog, fail. Divided into broad categories--such as commentary, promotion, and slang, in addition to scientific and technological neologisms--each essay considers one exemplary word, its definition, origin, context, and significance. Together these words provide not only a survey of technological invention and its consequences, but also a fascinating glimpse of novel language as it comes into being.”

From the New Scientist review: “Keats's survey of the ways in which science and technology shape language is clever and humorous, but he also has a deeper point to make: there is, he says, ‘a remarkable symbiosis between scientific and lexical innovation, a potent co-evolution.’"

And here’s an excerpt, the essay on the word Exopolitics (Foreign affairs with alien races):
"At the Dwight D. Eisenhower Presidential Library, an archivist named Herb Pankratz specializes in queries about the thirty-fourth president's exopolitics. Pankratz assumed this responsibility because of his expertise in transportation. Since exopolitics involves diplomacy with visitors from other planets, his colleagues deemed him the best qualified person on staff to field questions, of which there are many, since Ike is alleged to be the first president to have negotiated directly with aliens. 
Neither Pankratz nor anyone else at the Dwight D. Eisenhower Presidential Library is able to confirm these historic events. They tell researchers that the president's presumed first meeting with extraterrestrials, on the evening of February 20, 1954, was in fact a dental appointment. They inform people that Eisenhower's emergency departure from the Smoking Tree Ranch, where he was vacationing, was on account of a chipped porcelain cap on his upper right incisor, broken when he bit down on a chicken bone, not a secret meeting at Edwards Air Force Base with aliens requesting that he end America's nuclear weapons program in order to protect the space-time continuum. The archivists have no record of the words with which Ike rebuffed his celestial guests without causing an intergalactic diplomatic rift, nor of the accord he allegedly reached with a different alien race later that year, allowing them to borrow cows and humans for purposes of medical examination, provided that they return the specimens unharmed."



martedì 1 marzo 2011

Song Dong and the museums open at night

Last Friday night we went to the Yerba Buena Center for the Arts, for the opening of the exhibition Song Dong: Dad and Mom, Don’t Worry About Us, We Are All Well.  
Quoting from the YBCA's website (http://www.ybca.org/song-dong#overview): "Song Dong was born in China in 1966 and currently lives and works in Beijing. He has been a significant figure in the development of Chinese conceptual art since the early 1990s. His practice incorporates performance, photography, projection, video and installation. Emerging from a strong Beijing–based avant-garde performance art community, Song Dong explores notions of perception and the ephemeral nature of existence. Like many of his contemporaries, his political and financial circumstances have encouraged a solitary, meditative way of working in which ideas are expressed through inexpensive materials and small-scale works, dubbed 'apartment art' by Chinese critics."
I was particularly struck by the centerpiece of the exhibition, the "large-scale installation Waste Not, comprised of over 10,000 items ranging from pots and basins to blankets, bottle caps, toothpaste tubes, and stuffed animals collected by the artist's mother over the course of more than five decades. (...) The work follows the Chinese concept of wu jin qi yong, or 'waste not,' as a prerequisite for survival. The project evolved out of a family necessity and the artist's mother's grief after the death of her husband. The assemblage of thousands and thousands of items takes up a 70 x 60 foot area that viewers can navigate around and through. The centerpiece of the installation is the architectural armature of the building where the artist was born. A core theme of Waste Not is the idea that people, everyday objects and personal stories are not only spiritually rich in thematic material but recognizable evidence of the impact of politics and history on family life."

Waste Not at the Museum of Modern Art, New York, 2006

Song Dong's show at the YBCA is a good show, but what I particularly enjoyed was the chance to go to a museum after dinner (the Opening Night Party went from 8 to 11 pm). It reminded me of a great night I had a few years ago at the Brooklyn Musem, where every first Saturday of the month, for the Target First Saturdays events, "thousands of visitors enjoy free programs of art and entertainment from 5 to 11 p.m. All evening long, the Museum Café serves a wide selection of sandwiches, salads, and beverages, and a cash bar offers wine and beer." (http://www.brooklynmuseum.org/visit/first_saturdays.php) This month, for example, the theme is Tipi: Heritage of the Great Plains, and so they have, amongst many other things, a concert  ("Martha Redbone, a R & B, soul, rock, and traditional Native American music"), a performance of traditional songs and dances from Native American tribes, a film, an artist talk, a dance party ("Dee Jay Frame of the Redhawk Arts Council spins tracks fusing hip-hop with traditional Native American melodies and beat": wow!!), a reading and an interactive performance, all while the galleries are open for everyone to enjoy. This is, in my opinion, the greatest and smartest thing a museum can do. From my night at the Brooklyn Museum, years ago, I remember the museum packed with a cheerful mix of people of all ages, colors and social classes, walking around with glasses of wine or beer and looking at the art in a relaxed way, and then a capoeira performance in the main hall of the museum, and then a big dance party. All museums should be like that! Show people that art can be fun, that art is not something boring for rich intellectuals, and I'm sure the museums will thrive. 

First Saturday of the month at the Brooklyn Museum



Beautiful Artists/4: Mariko Nagai, writer

Mariko Nagai, author of poetry and fiction books, and translator of modern and contemporary Japanese poems and fiction into English, was born in Tokyo and has lived in Europe and America most of her life.

The first book by Mariko I read was her beautiful book of poetry, Histories of Bodies, published in 2007 by Red Hen Press and winner of the Benjamin Saltman Poetry Award.  
Her poetry has been called "both intimate and otherworldly. What appears to be coolly elegant at first draws you towards it and carries a roar, what appears to be built from simple images is, on a second reading, iridescent" (http://cutbankpoetry.blogspot.com/2008/06/histories-of-bodies-by-mariko-nagai.html), a poetry where "layers of desires collide and reoccur in surprising and, sometimes, unwanted places" (http://pbq.drexel.edu/issue77/content/prose/ParadoxofDesire.html).
 
Night after night, my father lay out
Dinner for her. He serves her the first tea.
My father’s walk tell the stories he does
Not tell as he limps after dinner to the river. Every night,
The mosquitos hunger for their mates, flesh, he hungers
For the end, as he did, her hand fisted
Over his, two first almost a globe, & the doctors
Kept pounding her, pounding, breaking him. 
(From Hunger)

Mariko, who has received the prestigious Pushcart Award twice, in both poetry and short story, is also the author of a great short story collection, Georgic, published in 2010 by BkMk Press, winner of the G.S. Sharat Chandra Prize for Short Fiction, and currently a finalist for the Foreword Book of the Year Award. Jonis Agee, judge for the G.S. Sharat Chandra Prize, writes: "Mariko Nagai re-imagines the georgic, a pastoral form pertaining to rural life, to create a searing portrait of the cost of war, social and political strife, with sadness sharp enough to cut the tongue and grief so unbearable, the journey toward new life is so remarkable-it takes your breath to see such tenderness and truth. Through the palpable beauty of the natural world which envelopes the struggles of her characters, Nagai reveals the most profound mysteries of living and dying. Nagai has a voice and vision to be reckoned with. There is wisdom here, ancient and modern. It has never left us, it simply awaits the discoverer who cannot turn away, who must not let history be rewritten, who must bear witness as each generation has, to the cruelties and kindnesses, the observances that shape our lives. These stories will change you, change what you know, change how to imagine the lives of people around you. To read Nagai's tales is to remember why we always need stories, especially in times of war, when our humanity is so at risk, especially now."

Here's the beginning of one of the stories in the collection, Drowning Land:

"As soon as dreams leave dreamers, abandoned or rejected like leaves in late autumn, brown and bogged with rain, they find birds to fly with, and make their way over the mountain; past the pasture where cows and time stand so still a painter could've painted it as still life; past the cows digesting their past slowly; and finally drop down to land on the roof of a house where the boy sleeps. Then they seep through the cracks, down the wide beam that holds the house up, and drop into the boy's mouth that's slightly open with a hint of snore. Dreams find their ways into the boy's sleep. He dreams people's thrown-away dreams, nightmares where children hide under beds to hide from imagined and real monsters, daydreams of great riches and loves that get interrupted by teachers who want facts, facts that they can see, facts, nothing but facts. Moments so real, more real than anything they know so that wherever they may be, whatever they may be doing, those things cease to matter. He dreams them all. Call him a dream collector. He dreams them all. And sometimes, he sees all that is hidden underneath, hidden under the faces people put on in the mornings, as soon as they wake up, dreams that are too near to the heart that only at nights do they dare to come out."

You can read the rest of the story here: http://www.cortlandreview.com/issue/44/nagai_f.html

And also two more full stories, How We Touch The Ground, How We Touch, here: http://pbq.drexel.edu/issue81/fiction/nagai-mariko_how-we-touch-the-ground-how-we-touch.php


And here's the link to Mariko's website: http://www.mariko-nagai.com/

Enjoy! 



lunedì 28 febbraio 2011

Yoga to the People!

Pratico lo yoga da dodici anni. Il mio maestro, in Italia, è un uomo simpatico che non si dà arie da guru ma che pratica serissimamente lo yoga da trent’anni. Lo yoga che faccio con lui si chiama Viniyoga. Cito dal sito dell’”Accademia Yoga di consapevolezza”: “Lo yoga deve essere praticato in funzione del livello di chi lo pratica e Viniyoga significa ‘pratica appropriata in funzione della situazione o delle condizioni’ (…) Non è come una maratona dove tutti partono e arrivano allo stesso punto e il primo che vi arriva è il migliore. (…) Un principio che deve essere salvaguardato è che lo yoga deve promuovere la salute e non causare la malattia. E una pratica di yoga non adatta può essere pericolosa. Questo perché i mezzi utilizzati dallo yoga lavorano in modo molto sottile ma comunque potente, quindi bisogna praticarli con cautela. (…) Due dei più importanti mezzi utilizzati dallo yoga sono: asana (posizioni yoga) e pranayama (regolazione del respiro). (…) È evidente che per fare tutto questo è necessario l'aiuto di una guida esperta, un insegnante serio e preparato che può indicarci il ‘percorso’ da fare tenendo conto del contesto e delle esigenze personali.”
Ho riportato questa descrizione perché la trovo molto significativa per indicare tutto quello che non ho trovato nella mia (breve, lo ammetto) esperienza yogica qui negli Stati Uniti.
Bikram Choudhury, il fondatore miliardario del bikram yoga
Prima di tutto, qui Viniyoga™ è un marchio registrato. Il fondatore dell’American Viniyoga Institute scrive: “Pratichiamo per approfondire la nostra autocoscienza, per consolidarci nel presente, impartire una direzione al nostro futuro e realizzare appieno il nostro potenziale”. Manca solo l'immortalità, ma a quella ci stiamo lavorando.
Gli americani, si sa, sono impazziti per lo yoga (che però adesso sta cominciando a passare di moda), e con il loro approccio business-oriented hanno cominciato a brevettare tecniche vecchie di millenni, cosa che ha notevolmente irritato il governo e il popolo indiano (vedi per esempio qui: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/asia/article1862524.ece).

Antigravity yoga
La mia prima volta con l’“American Yoga” è stata cinque o sei anni fa, quando andai a provare una seduta e mi ritrovai in una sala piena di gente con tutine attillate e tappetini ipertecnici, che si contorceva in posizioni impossibili, compresa la temibile posizione a testa in giù, quella che se non sei più che esperto ti schiaccia le vertebre cervicali che è una bellezza. Quando, al termine della seduta, chiesi all'insegnante come mai non avesse dato la minima indicazione riguardo alla respirazione (lo yoga senza respirazione è come una carbonara senza uova), lei mi rispose che al corso intensivo di tre settimane che le aveva rilasciato il diploma di insegnante le avevano detto che sì, poteva anche insegnare la respirazione, ma lei spesso lasciava perdere perché non le interessava. Da quel momento in poi ho sempre evitato lo yoga "made in Usa", dal Bikram yoga (detto anche "hot yoga" perché si pratica in una stanza-forno a più di 40°, che consente di sentirsi più agili e flessibili), a tutte le varianti power yoga, yogilates (yoga+pilates), yoga anticellulite eccetera eccetera. Ultimamente ho sentito parlare anche di uno "Slim Calm Sexy Yoga", che si può ordinare (?) e provare gratis per 21 giorni.
Devo dire che mi fanno una certa simpatia quelli di Yoga To The People, che vogliono "ritrovare l'autentico spirito dello yoga" scoraggiando l'uso di tutine e tappetini dai prezzi esorbitanti e propongono sedute a offerta libera. Li ho visti a Berkeley (e dove, sennò?), ma non credo che ci andrò. C'è troppo vapore, su quella vetrina.

Berkeley (foto mia)
[Aggiornamento: ho trovato dove fare yoga: QUI]

domenica 27 febbraio 2011

Beautiful Artists/3.1: Noa Charuvi and Activestills

After I published the post about her art (http://ninehoursofseparation.blogspot.com/2011/02/beautiful-artists3-noa-charuvi-visual.html), Noa Charuvi posted a comment saying: "The Bedroom is based on a photograph by Activestills, an amazing group of photographers from Israel\Palestine committed to political and social wrongs".
So I checked Activestills' website, and I found their work to be extremely powerful and fascinating. This is what they say about themselves: "The Activestills collective was established in 2005 by a group of Israeli and international documentary photographers, out of a strong conviction that photography is a vehicle for social change. We believe in the power of images to shape public attitudes and to raise awareness on issues that are generally absent from public discourse. We view ourselves as part of the struggle against all forms of oppression, racism, and violations of the basic right to freedom. We do work on various topics, including the grassroots movement and the popular struggle against the Israeli occupation, women’s rights, immigration, asylum-seekers, social justice, the siege on Gaza, and housing rights inside Israel. The work as a collective is based upon the belief that mutual work serves each photographer‘s personal statement, and that joint projects will create shared statements that are more powerful than individual ones. The collective, now consisting of ten photographers, operates in Israel/Palestine and focuses on social and political documentation, project production, publication, and exhibition."
This is their website: http://www.activestills.org/
And this is one of their pictures

venerdì 25 febbraio 2011

Il mio viaggio con Franzen

"Ogni anno migliaia di uccelli migratori che transitano nel bacino del Mediterraneo vengono uccisi da cacciatori e bracconieri. In Italia, a Cipro e a Malta si consuma una carneficina che sta svuotando i cieli europei." L'anticipazione nel sommario del numero di Internazionale  di questa settimana fa riferimento al reportage Cieli silenziosi di Jonathan Franzen, ovvero alla traduzione (mia) dell'articolo Emptying the Skies, pubblicato nel luglio 2010 sul New Yorker (http://www.newyorker.com/reporting/2010/07/26/100726fa_fact_franzen). (Internazionale ha deciso brillantemente di intitolare il reportage Cieli silenziosi, un richiamo alla Primavera silenziosa di Rachel Carson che Franzen apprezzerebbe senz'altro.)

L'articolo di Franzen, accanito (ed erudito) birdwatcher, è il frutto di un viaggio compiuto l'anno scorso in Italia, a Cipro e a Malta per documentare la piaga del bracconaggio, molto diffusa in tali paesi. Io stessa gli ho fatto da interprete per una parte della tappa italiana, due settimane in cui ho viaggiato insieme a lui e l'ho aiutato con le interviste. Durante quel viaggio (oltre a venire ulteriormente contagiata dalla passione ornitologica di Franzen, approfondendo un contagio già cominciato quando tradussi il suo saggio Il mio problema ornitologico) ho incontrato persone meravigliose che lottano instancabilmente contro la caccia illegale, buona parte delle quali sono citate nell'articolo: le guardie del WWF in provincia di Salerno, i bracconieri pentiti come Sergio e i cacciatori responsabili come Massimo, e poi una grande donna dal grande cuore: Anna Giordano, la storica attivista che da anni, con il suo coraggio e la sua tenacia, rappresenta l'anima della lotta contro il bracconaggio sullo stretto di Messina.

Una guardia forestale, Anna Giordano e Jonathan Franzen 
nelle rovine di un bunker di bracconieri sulle montagne sopra Messina (foto mia)







Ecco cosa scrive Franzen di Anna Giordano, dall'articolo di Internazionale: "Dal 1981, quando aveva quindici anni, Giordano tiene d’occhio i bunker di cemento da cui i rapaci venivano abbattuti a migliaia mentre sorvolavano a bassa quota le montagne sopra Messina. A differenza dei calabresi, che il falco pecchiaiolo lo mangiavano, i siciliani lo uccidevano esclusivamente per rispettare la tradizione, per fare a gara tra loro e per portare a casa un trofeo. Alcuni sparavano a qualunque cosa volasse, altri si limitavano al falco pecchiaiolo (che veniva chiamato 'l’Uccello'), a meno che non avvistassero un’autentica rarità come l’aquila reale. Giordano correva dai bunker al telefono pubblico più vicino, da dove chiamava la guardia forestale, e poi di nuovo ai bunker. Le hanno danneggiato più volte la macchina, l’hanno minacciata e insultata, ma nessuno le ha mai fatto del male, probabilmente perché era una giovane donna (la parola italiana per 'uccello', un comune sinonimo di 'pene', ha spesso generato battute volgari su di lei, ma un poster che ho visto sulla parete del suo ufficio capovolgeva la battuta: 'La tua virilità? Un uccello morto'). Con successo sempre maggiore, soprattutto dopo l’arrivo dei telefoni cellulari, Giordano ha costretto la guardia forestale a usare la mano pesante con i bracconieri, e la sua fama crescente ha attirato l’attenzione dei mezzi d’informazione e le ha portato legioni di volontari. Negli ultimi anni, le sue squadre hanno denunciato meno di una decina di spari per stagione."
(Traduzione della sottoscritta)
Potete leggere l'intero articolo qui: http://www.internazionale.it/?p=31608






Visita medica per la green card - seconda parte

Dopo essere tornata al centro medico una seconda volta per controllare, dall’evoluzione della puntura sul braccio, che non avessi la tubercolosi (da quel che ho capito: normale livido = negativo; alone rosso = positivo), ieri ci sono tornata per la terza volta per ritirare gli esiti delle analisi del sangue, documento indispensabile per cominciare le pratiche per la green card, e soprattutto per ottenere, nel giro di circa tre mesi, il permesso di lasciare il paese (il famoso Advance Parole).
Dopo un altro rapidissimo interrogatorio da parte di un’altra infermiera, che questa volta mi chiede se fumo, bevo alcol, caffè o tè, il dottor Li entra nello studiolo, guarda le mie carte e dice con aria preoccupata che c’è un problema. Io, che ormai pensavo di poter andar via tutta contenta con la mia pratica firmata, lo guardo con orrore. Il problema, prosegue il dottor Li, è che non solo non sono risultata immune alla rosolia e al morbillo, ma soprattutto non sono ancora arrivati i risultati del test sulla sifilide. L’appuntamento per il ritiro delle analisi è stato preso “a little aggressively”, aggiunge, descrivendo così, in modo generosamente pittoresco, le mie furibonde insistenze per ricevere al più presto i risultati (e poter così finalmente dare inizio alla benedetta procedura). Non c’è niente da fare, oggi può vaccinarmi per le malattie infantili che non ho avuto da piccola (e che mai più avrei avuto in vita mia, penso io), ma dovrò tornare la settimana prossima per ritirare gli esiti finali, scoprire che non ho la sifilide, e soprattutto andarmene via con tutte le carte da lui compilate e firmate, che confluiranno nel pacchetto di documenti necessari all’avvio della pratica. Il dottor Li è gentile, si scusa quasi per il fatto che le vaccinazioni siano a pagamento, e d’altronde c’è ben poco da fare. Mentre l’infermiera mi punge il braccio, vedo tristemente la data del mio rientro in Italia slittare avanti ancora di qualche giorno.
Questa volta pago solo le vaccinazioni, perché le due visite mediche le avevo già pagate l’altra volta: centosette dollari e settanta centesimi.