sabato 16 aprile 2011

Tassi di disoccupazione: una scoperta inquietante

Questo, secondo Google, è l'attuale tasso di disoccupazione in Italia: 8.4%

E questo è l'attuale tasso di disoccupazione in California: 12.3%
 
Questo, secondo quella miniera di informazioni che è il Bureau of Labor Statistics, è l'andamento della disoccupazione in California negli ultimi 10 anni:

E questa è la mappa della disoccupazione negli Usa, stato per stato. La California se la cava meglio solo del Nevada, che ha un tasso del 13.6.



Naturalmente si tratta di dati generici, che non tengono conto di fattori come il sesso, l'età, la razza, il grado di istruzione, le diverse zone di ogni stato... Ma ad ogni modo li trovo piuttosto inquietanti. Forse era meglio se restavo in Italia...
(Grazie a Marica che mi ha illuminata)

venerdì 15 aprile 2011

La lunga marcia verso la Green Card/2: La cattura dei dati biometrici

Innanzitutto un po' di terminologia.
Dopo aver cominciato le procedure per la Green Card (che se tutto va bene dovrebbe arrivare nel giro di un anno, dopo il famoso interrogatorio per decidere se gli sposi sono una coppia vera oppure una truffa), la prima cosa che si fa è prenotare una visita dal Civil Surgeon (della visita ho già parlato qui e qui).
Il termine "civil surgeon", ovvero "chirurgo civile", viene usato solo nel contesto delle procedure per l'immigrazione, e infatti nessun americano lo ha mai sentito. Se cercate su WikiAnswers, alla domanda "cosa si intende per chirurgo civile", la risposta è "potrebbe trattarsi di un chirurgo beneducato, oppure di un chirurgo che lavora per la popolazione civile invece che per quella militare". Fra l'altro in genere non si tratta neppure di un chirurgo, bensì di un medico autorizzato dal Department of Homeland Security (eh già, sono proprio loro che si occupano dell'immigrazione) a svolgere le analisi e le vaccinazioni necessarie per l'ottenimento della Green Card.
Prima della Green Card, però (sempre se tutto va bene) il candidato riceverà un permesso di lavoro e un permesso di viaggio temporanei. Il permesso di viaggio, quello che ti permette di uscire dal paese (cioè, volendo puoi uscire lo stesso, però quando rientri devi ricominciare tutta la procedura da capo. E quando sei in mezzo a questo tipo di procedure è sempre meglio tenere un profilo basso e non farti troppo notare) si chiama Advance Parole. Si tratta di un altro nome che gli americani non hanno mai sentito,  e quando lo sentono rimangono sbalorditi. Ecco infatti cosa riporta il dizionario per "parole": "libertà sulla parola, liberazione o scarcerazione sulla parola, liberazione condizionale; to be out on parole: essere in libertà sulla parola; periodo di libertà sulla parola". Insomma, quella che noi chiamiamo "libertà provvisoria". Che in questo caso è "advance", cioè anticipata. Bontà loro.
A questo punto, una volta affrontata la visita medica, dopo qualche settimana di attesa arriva un documento che ti convoca perché "you must have your biometrics captured". Ed è quello che ho fatto l'altro giorno, presentandomi alle nove del mattino allo USCIS Application Support Center di San Francisco per farmi catturare i dati biometrici.
Ebbene, è stata un'esperienza fantastica! La "cattura" delle mie impronte digitali e della mia foto ha richiesto in tutto una decina di minuti, durante i quali la gentilissima addetta ha fatto in tempo a chiedermi la ricetta della carbonara (però mi sono dimenticata di dirle che il bacon va tagliato a dadini. Temo che cucinerà una carbonara con il bacon a strisce), a portarmi la guida del telefono perché nell'ansia non riuscivo a ricordarmi il numero di casa mia, e a chiedermi due volte se ero proprio sicura che la foto andava bene (in effetti era orrenda, ma io non vedevo l'ora di finire e andarmene). Insomma, non mi sono mai trovata così bene in un ufficio pubblico! Dipenderà forse dal nome, visto che "centro di assistenza" suona molto più amichevole di chirurgo civile o libertà provvisoria, oppure da quei bigliettini gialli che ti fanno compilare all'uscita, dove ti chiedono di dare voti al servizio ricevuto (Excellent! Excellent! Excellent!), e come al solito ti ringraziano della collaborazione ("Thanks for Your Cooperation"), ma devo ammettere che mi sono addirittura commossa. Quasi quasi ci ritorno e mi faccio rifare la foto.

giovedì 14 aprile 2011

Meet my husband/3: The Photosynthetic Restaurant

The Photosynthetic Restaurant's sign

These days we are staying in Sacramento, where Jonathon is installing his "latest conceptual-art effort", as Bruce Sterling writes in the Wired blog Beyond the Beyond (where he also says, "*We should be running banner-ads for this guy"). Here are some excerpts from the article:
 "Consumed by humans in salads and stir fries for generations, plants will finally attain a cuisine of their own with the debut of the world’s first photosynthetic restaurant in Sacramento this month. Situated in the luxuriant 19th Century gardens of the Crocker Art Museum, under the supervision of executive chef Jonathon Keats, the photosynthetic restaurant will provide botanical patrons with healthful and appetizing meals freshly prepared by filtering and mixing the full spectrum of sunlight. 
'Honestly I’m surprised that nobody else has done this,' says Mr. Keats, an experimental philosopher who has never operated a restaurant before.  'For nearly a half billion years, plants have subsisted on a diet of photons haphazardly served up by the sun and indiscriminately consumed, without the least thought given to culinary enjoyment. Frankly, it’s barbaric.' (((That’s really a great paragraph. There’s something Stanislaw Lem about it.)))
(...) Despite his want of kitchen experience, experts agree that Mr. Keats is uniquely suited to operate a photosynthetic restaurant. 'Jonathon has a long history of catering to other species,' notes Dr. Shields. For instance, Mr. Keats has choreographed ballet for honeybees at Yerba Buena Center for the Arts by selectively planting flowers around San Francisco hives.  He has also produced pornography for house plants by projecting videos of pollination onto their foliage in a darkened theater at the Armand Hammer Museum. 'Jonathon’s efforts to share aspects of human culture with other species encourage us to scrutinize our own cultural values,' Dr. Shields observes."
(Read the full article here)

The Recipe Book

 Yesterday, the online edition of Wired Magazine published the article Photosynthetic Restaurant Puts Green Spin on Food Porn. Again, here are some excerpts:
“'My recipes are all based on the scientific study of plant physiology, applied to the fine art of cuisine,' Keats told Wired.com. 'I’m publishing the recipe book so gardeners everywhere can prepare gourmet sunlight for their plants at home. For people who are lazier, or keep only a few plants indoors, I packaged my signature recipes for easy consumption by videotaping select wavelengths of natural sunlight and editing them into a quick and convenient TV dinner.
'I tried it out on my plants at home, and as far as I can tell, they responded well to my delectable mixtures of orange, violet and yellow, although I can’t be certain,' he added. 'Cuisine is a form of communication, and mine won’t be complete until plants evolve a mechanism for food criticism.'"

 In the same article you can also find a 3-minute video with a Tv dinner for plants, in case you want to try it out on you potted green friends at home.
Here's the link to the video.
(Read the full article here.)
Tv dinner for plants (Image courtesy Crocker Art Museum)

The Photosynthetic Restaurant will be open daily from April 16 to July 17, 2011 in the floral plantings of the Crocker Art Museum in Sacramento, CA. For more information, see http://crockerartmuseum.org/art/upcoming-exhibits/571-the-photosynthetic-restaurant-gourmet-sunlight-for-plants-as-catered-by-jonathon-keats
                        

mercoledì 13 aprile 2011

Una grande scrittrice: Amy Hempel

Un'altra scrittrice che sono stata molto felice di tradurre (oltre che di conoscere, e lo dico solo perché è una persona davvero squisita) è Amy Hempel.
Tradurre Hempel, non lo nascondo, è stata un'impresa.
Paola Peroni, nella sua bella intervista pubblicata nell'ottobre 2009 sul Manifesto (in seguito all''uscita della raccolta Ragioni per vivere, da me tradotta per Mondadori e recensita, fra gli altri, da Antonio Monda su Repubblica, Mario Fortunato sull'Espresso, e Claudio Gorlier sulla Stampa, che scriveva: "Scelgo a caso un esempio davvero irresistibile nella sua apparente banalità, un racconto intitolato 'E non indurci in Penn-stazione': quattro pagine esemplari nel senso autentico della parola, ove circostanze e dialoghi occasionali lievitano quasi magicamente fino ad acquisire una valenza esemplare, capitoli degradati della Storia") descriveva così la scrittura di Amy Hempel: "la precisione del linguaggio, il ritmo della sintassi che rimandava a quello della poesia, la cesellata perfezione di ogni frase e l’introduzione di una forma narrativa frammentaria, capace di rompere con la linearità del racconto tradizionale". Tutti questi sono elementi che rendono il lavoro di traduzione molto interessante, ma anche molto complesso.

Questa è l'introduzione all'intervista rilasciata da Hempel a Tim Small per il Quinto Annuale di Narrativa della rivista Vice. 
"Innanzitutto, un breve curriculum vitae. Amy Hempel è autrice di quattro antologie di racconti, Reasons to Live (1985), At the Gates of the Animal Kingdom (1990), Tumble Home (1997), e The Dog of the Marriage (2005), le cui storie migliori sono raccolte in The Collected Stories of Amy Hempel, pubblicato nel 2006—e solo quest’anno in Italia, con il titolo Ragioni per vivere—con un’introduzione di Rick Moody che comincia, e finisce, in questo modo: “Sta tutto nelle frasi.” L’antologia—pubblicata in Italia come Ragioni per vivereTutti i racconti da Mondadori—è stata finalista al PEN/Faulkner Award, ha vinto l’Ambassador Book Award ed è stata salutata come uno dei migliori libri del 2006 da qualsiasi canale d’informazione che si occupi di letteratura.
Nel 2008 Amy ha vinto il Rea Award for the Short Story ed è stata insignita della Guggenheim Fellowship, e inoltre si è aggiudicata un Hobson Award. Insegna al Brooklyn College di Bennington e ad Harvard. Almeno due dei suoi racconti, 'Il raccolto' e 'Nel cimitero dov’è sepolto Al Jolson', sono tra i più antologizzati degli ultimi trent’anni e per le ragioni più valide: come il resto della sua produzione, sono emotivamente potenti senza avere il minimo accenno di sentimentalismo; sono pieni di balzi intuitivi ed esclusivamente composti di frasi assemblate al microscopio che trattano argomenti enormi come il lutto, la solitudine, gli incidenti, la morte, la fine delle relazioni, e riescono a strapparti una risata mentre ti spingono alle lacrime. Sono, semplicemente ed estremamente, dei bei racconti. Oltre a tutto questo, Amy è anche molto bella e ha la testa coperta da una luminosa chioma canuta.
Insieme a scrittori come Raymond Carver, Barry Hannah e Mary Robison, Amy Hempel è stata canonizzata tanto come parte dell’epoca d’oro della short story americana quanto come parte del cosiddetto 'minimalismo'. Che queste classificazioni siano corrette o meno, Amy è stata tra gli eletti ad aver lavorato con il leggendario editor editor Gordon Lish—che ha prestato servizio dal 1977 al 1995 alla Alfred A. Knopf, e di cui ancora oggi è possibile percepire il riverbero del suo gigantesco impatto sulla letteratura americana. Oltre a questo, Amy è anche fra i pochi autori—insieme a, forse, Carver e Grace Paley—ad essersi costruitauna reputazione letteraria inossidabile senza mai cimentarsi nel romanzo. Ma poi, a chi importa? Amy Hempel riesce a fare di più con 15 pagine di quanto altri autori non riescano a fare con 250."


Nello stesso numero della rivista si trova anche un bellissimo racconto inedito, Greed. Ecco come inizia:

La signora Greed era sposata da quarant’anni, suo marito l’uomo più cornuto della storia. Un uomo bruttino dal patrimonio ragguardevole, che l’accompagnava nelle sue commissioni nei dintorni. La signora Greed faceva un punto d’onore dell’affermare che non lo avrebbe mai lasciato. Poco importava se l’affetto per lui era superato dall’attaccamento ad altri. Tra cui, per esempio, mio marito. Se di notte lei rimaneva a casa, nel letto di suo marito, perché a lui doveva importare come passava le giornate?
Era a me che importava.
Protetta dagli uomini, dal denaro e dalla mancanza di vergogna, la signora Greed era sempre riuscita a evitare ciò che si meritava. Aveva quel genere di gaiezza per cui gli uomini non pensavano che se la facesse con tutti, bensì che avesse una certa joie de vivre; la consideravano una libertina, non una puttana.
Aveva i mezzi per potersi abbandonare ai propri istinti e dormire tutta la mattina dopo nottate che teneva nascoste agli amici. Girava il mondo, e si trasformava nella persona che poteva essere altrove con gente che non avrebbe mai più rivisto.
Aveva molti anni più di mio marito, e campava di rendita su una bellezza ormai sfiorita. Era stata una bellezza convenzionale, la sua, e io ero imbarazzata dall’omaggio che mio marito le rendeva. Un tema ricorrente dei loro incontri: il rammarico di non essersi conosciuti prima.
Lui le chiese se provasse sentimenti materni nei suoi confronti. Lei disse di non sapere che risposta lui si aspettasse. Gli raccontò che provava un’erotica miscela di passione e tenerezza. Se lui voleva considerare quella tenerezza come un sentimento materno, che facesse pure.
Quando si erano conosciuti, le disse, lui non le aveva nascosto che somigliava a sua madre, una donna piena di fascino che lo aveva trattato con crudeltà ed era morta quando lui era piccolo. Non lo aveva detto per sottolineare la sua età, né lei aveva pensato a un’ossessione. Aveva percepito quella frase come le sembrava fosse intesa: come un complimento, un’occasione in più per consolidare il loro legame. Avrebbe assunto volentieri il ruolo della brava madre, oltre a quello della persona dominata dalle proprie sensazioni. E avrebbe visto la sua ricerca di piacere procurare piacere a quelli che la circondavano!
Una cosa tutta loro: le mele verdi. Mai rosse, sempre verdi. Sapevo quando mio marito aveva ricevuto la signora Greed perché un trio di cestini in cucina si riempiva di lucide mele verdi. Mio marito sosteneva di trovarle belle; non l’ho mai visto mangiarne una. Quando cominciavano a diventare molli e marroni, le buttavo via. Ed ecco che in breve la cesta tornava a riempirsi.

Potete leggere il resto qui: GREED - Di Amy Hempel - Vice Magazine

martedì 12 aprile 2011

Church Shopping

Prima Chiesa di Cristo, Scienziato (con riflesso della fotografa)

 Il mio primo contatto diretto con la religione negli Stati Uniti risale a parecchi anni fa, quando, durante il mio primo soggiorno prolungato in quel paese, mi ritrovai in macchina con un'amica americana per le strade di una cittadina dello stato di New York. A un certo punto l'amica mi indicò una chiesa e disse: "Quella è stata la mia chiesa per molti anni, poi ho deciso di cambiarla." "Ma come", le dissi, "hai cambiato chiesa?! Cos'è successo? Una crisi religiosa?" "No", mi rispose lei, "quella nuova era più comoda, ci passavo davanti per portare le bambine a scuola." 

domenica 10 aprile 2011

The Theory of Stupidity

Carlo M. Cipolla's Theory of Stupidity is so brilliant, so profoundly true, that deserves to be known all over the world. It is well known in Italy, but maybe not so much in the English-speaking world, so I want to give my small contribution with this brief survey.

 In The Basic Laws of Human Stupidity (The Mad Millers, 1976), later republished in Italian with the title Allegro ma non troppo (Il Mulino,1988), Carlo M. Cipolla makes a study of human stupidity which is absolutely ingenious in its simplicity. 
 
According to Cipolla, there are five fundamental laws of stupidity (the boldface is mine):
  1. Always and inevitably each of us underestimates the number of stupid individuals in circulation.
  2. The probability that a given person is stupid is independent of any other characteristic possessed by that person.
  3. A person is stupid if they cause damage to another person or group of people without experiencing personal gain, or even worse causing damage to themselves in the process.
  4. Non-stupid people always underestimate the harmful potential of stupid people; they constantly forget that at any time anywhere, and in any circumstance, dealing with or associating themselves with stupid individuals invariably constitutes a costly error.
  5. A stupid person is the most dangerous type of person there is.
As is evident from the third law, Cipolla identifies two factors to consider when exploring human behaviour:
  • Benefits and losses that an individual causes to him or herself.
  • Benefits and losses that an individual causes to others.
By creating a graph with the first factor on the x-axis and the second on the y-axis, we obtain four groups of people:
  • Intelligent people (top right)
  • Helpless / Naive people (top left)
  • Bandits (bottom right)
  • Stupid people (bottom left)

You can read more about Carlo M. Cipolla and the Theory of Stupidity here.


venerdì 8 aprile 2011

A wonderful book

The Atlas of Remote Islands (Fifty Islands I Have Never Set Foot On and Never Will), written by Judith Schalansky, translated from German by Christine Lo (this is the original German edition) and published last October by Penguin, is a wonder of a book.
As you can read in the synopsis: "Judith Schalansky was born in 1980 on the wrong side of the Berlin Wall. The Soviets wouldn't let anyone travel so everything she learnt about the world came from her parents' battered old atlas. An acclaimed novelist and award-winning graphic designer, she has spent years creating this, her own imaginative atlas of the world's loneliest places. These islands are so difficult to reach that until the late 1990s more people had set foot on the moon than on Peter I Island in the Antarctic.
On one page are perfect maps, on the other unfold bizarre stories from the history of the islands themselves. Rare animals and strange people abound: from marooned slaves to lonely scientists, lost explorers to confused lighthouse keepers, mutinous sailors to forgotten castaways; a collection of Robinson Crusoes of all kinds. Recently awarded the prize of Germany's most beautiful book, the ATLAS OF REMOTE ISLANDS is a intricately designed masterpiece that maplovers everywhere will love. Judith Schalansky lures us across all the oceans of the world to fifty remote islands - from St Kilda to Easter Island and from Tristan da Cunha to Disappointment Island - and proves that some of the most memorable journeys can be taken by armchair travellers."
 
The maps are beautiful and the stories are haunting and memorable, and I found myself dreaming over each of these pages that describe small worlds lost in the middle of the ocean.

The book enjoyed a great success as a little rare gem, and the blog GoNomad even found a guy  ("The Most Traveled Man in the World") who's been to most of these islands. But I'd rather sit down in my armchair and dream.


giovedì 7 aprile 2011

Un giardino verticale a San Francisco

Patrick Blanc è un botanico francese dai capelli verdi che ha inventato la tecnica del giardino verticale. 
Per chi non lo conoscesse, il giardino verticale è una parete coltivata, con piante che vengono fatte radicare tra due strati di materiale fibroso in cui scorre l'impianto di irrigazione (per chi volesse saperne di più, qui c'è il sito di Blanc). I vantaggi, oltre a quello estetico (perché i giardini verticali sono stupendi), sono un miglioramento dell’isolamento termico degli edifici (si evita l’irraggiamento diretto sulla parete, che non si scalda e non trasmette il calore all’interno) e la cattura delle polveri sottili. 
CaixaForum di Madrid

Tra gli inteventi più famosi di Blanc ci sono quello del CaixaForum di Madrid (una parete alta 24 metri, ampia 460 m², sulla quale crescono 15000 piante di 250 specie diverse) e del Musée du quai Branly di Parigi (sul quale Blanc ha realizzato un muro vegetale di 800 metri quadri con piante provenienti da Giappone, Cina, Europa e Stati Uniti). 

Musée du quai Branly, Parigi

Patrick Blanc ha da poco installato uno dei suoi giardini (una collezione di piante native della California) sul muro di una scuola di San Francisco, la Drew School di Pacific Heights. Sono andata a dare un'occhiata, e ho potuto vedere un'opera di Blanc ancora "in fase di crescita". Ma la primavera è arrivata, e presto la parete sarà tutta verde. Quelle che vedete sotto sono le foto che ho scattato alla Drew School. Ci tornerò fra un mesetto, per vedere il giardino in tutto il suo splendore.


martedì 5 aprile 2011

Famous Last Words

From Flavorwire: Famous Last Words: Our 20 Favorite Final Lines in Literature.

Okay, that's banal, but my favourite is no. 19. And 17. And 15. And 14, of course. Oh, yes, and 11. And... 
And yours?

1. The Sun Also Rises, Ernest Hemingway
Best pessimistic diagnosis of a resigned and wistful generation:
“Yes,” I said. “Isn’t it pretty to think so?”
2. “A Good Man Is Hard To Find,” Flannery O’Connor (From The Complete Stories)
Most delicate ending to a delicate, harrowing story about the different kinds of humanity and grace:
“Shut up, Bobby Lee,” The Misfit said. “It’s no real pleasure in life.”
Best reason to go adventuring in Wonderland:
Lastly, she pictured to herself how this same little sister of hers would, in the after-time, be herself a grown woman; and how she would keep, through all her riper years, the simple and loving heart of her childhood; and how she would gather about her other little children, and make their eyes bright and eager with many a strange tale, perhaps even with the dream of Wonderland of long ago; and how she would feel with all their simple sorrows, and find a pleasure in all their simple joys, remembering her own child-life, and the happy summer days.
4. The Catcher in the Rye, J.D. Salinger
Most dearly held last line for moody and secretive teenagers everywhere:
Don’t ever tell anybody anything. If you do, you start missing everybody.
5. The Broom of the System, David Foster Wallace
Best way to end a novel in the middle of a sentence/best phantom use of a word when we all know what it is but maybe we don’t because it’s DFW so we’d better not make any assumptions:
“You can trust me,” R.V. said, watching her hand. “I’m a man of my
Best post-modern, self-referential ending to a post-modern, self-referential book about reading and writing:
And you say, “Just a moment, I’ve almost finished  If on a winter’s night a traveler by Italo Calvino.”
7. The Stranger, Albert Camus
Most last minute revelation for a previously utterly stubborn, unchanging character, finally accepting the facts of the universe in the face of his execution:
As if that blind rage had washed me clean, rid me of hope; for the first time, in that night alive with signs and stars, I opened myself to the benign indifference of the world. Finding it so much like myself—so like a brother, really—I felt that I had been happy and that I was happy again. For everything to be consummated, for me to feel less alone, I had only to wish that there be a large crowd of spectators the day of my execution and that they greet me with cries of hate.
8. Naked Lunch, William S. Burroughs
Best wonderfully mangled last line from a wonderfully mangled novel:
“No got… C’lom Fliday”
9. 1984, George Orwell
Most chilling return to the status quo:
He loved Big Brother.
10. C, Tom McCarthy
Prettiest description of oblivion and both the interconnectedness and meaninglessness of worldly phenomena that also sounds something like a dehumanized version of the last line of The Great Gatsby:
The wake itself remains, etched out across the water’s surface; then it fades as well, although no one is there to see it go.
11. “A Perfect Day for Bananafish,” J.D. Salinger (From Nine Stories)
Most widely debated and surprising-yet-inevitable suicide-based ending ever:
Then he went over and sat down on the unoccupied twin bed, looked at the girl, aimed the pistol, and fired a bullet through his right temple.
12. “The Falls,” George Saunders (From Pastoralia)
Best description we’ve ever read of rationalizing one decision over and over as you make the other decision with your body:
They were frantic, calling out to him, but they were dead, as dead as the ancient dead, and he was alive, he was needed at home, it was a no-brainer, no one could possibly blame him for this one, and making a low sound of despair in his throat he kicked off his loafers and threw his long ugly body out across the water.
13. The Hundred Brothers, Donald Antrim
Best calm after the storm:
It is true that there is nothing like a blaze in the hearth to soothe the nerves and restore order to a house.
14. Speak, Memory, Vladimir Nabokov
Though we’re of the opinion that you could take any of Nabokov’s sentences at random and put them on any best-of list with no problems, this may be the best ending to an impressionistic memoir about perception, memory and the haziness of reality:
There, in front of us, where a broken row of houses stood between us and the harbor, and where the eye encountered all sorts of stratagems, such as pale-blue and pink underwear cakewalking on a clothesline, or a lady’s bicycle and a striped cat oddly sharing a rudimentary balcony of cast iron, it was most satisfying to make out among the jumbled angles of roofs and walls, a splendid ship’s finnel, showing from behind the clothesline as something in a scrambled picture – Find What the Sailor Has Hidden – that the finder cannot unsee once it has been seen.
15. The Unnamable, Samuel Beckett
Most Beckettian closing to a Beckett novel:
Perhaps it’s done already, perhaps they have said me already, perhaps they have carried me to the threshold of my story, before the door that opens on my story, that would surprise me, if it opens, it will be I, it will be the silence, where I am, I don’t know, I’ll never know, in the silence you don’t know, you must go on, I can’t go on, I’ll go on.
16. Out, Ronald Sukenick
Most visually representative ending to a novel:
this way this way this way this way this way this way this
way out this
way out
O
17. A Tale of Two Cities, Charles Dickens
Most grandiose and declarative/most often quoted by people who have no idea where it’s from:
‘It is a far, far better thing that I do, than I have ever done; it is a far, far better rest that I go to than I have ever known.’
Make fun all you want, but after everything that Harry went through, this may be the most well-deserved last line we’ve ever read:
The scar had not pained Harry for nineteen years. All was well.
19. The Great Gatsby, F. Scott Fitzgerald
Best beautiful sum-up of the novel you just read, both in tone and in meaning, and possibly the most well-loved last line of all time:
So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past.
20. “The School,” Donald Barthelme (From Sixty Stories)
This writer’s personal favorite. The most excellently crafted, strange, funny and ambiguous ending I have ever met:
They said, please, please make love with Helen, we require an assertion of value, we are frightened. I said that they shouldn’t be frightened (although I am often frightened) and that there was value everywhere. Helen came and embraced me. I kissed her a few times on the brow. We held each other. The children were excited. The there was a knock on the door, I opened the door, and the new gerbil walked in. The children cheered wildly.

Beautiful Artists/7: Chris Schiavo, multi-media artist

Chris Schiavo is a multi-media artist born and based in New York City, who works in film, photography, installation art, drawing and sound pieces, often incorporating all mediums simultaneously to create experimental films, theater and performance art.
Her work is in the collections of the Museum of Modern Art/NY and the Metropolitan Museum of Art/NY, and is shown in galleries and film festivals around the world. 

Here's a sample of her wonderful series, The Back Yard. As Chris writes, "The 'Back Yard' series of color photographs was created over a span of twelve years, in various locations in Queens, New York.
The original negatives went missing before fully completed editions were able to be printed. What existed of the original printed series was unfortunately limited and for the most part,
the work had been filed to memory.
 
Recently, a large number of the original negatives and vintage prints have been recovered. For the first time in fifteen years, a completed edition of the 'Back Yard' is now available for exhibitions and sales.

[The photographs] take a humorous look at the compact worlds and eccentricities created by the human presence within these tiny plots of Nature. Each image is created by incorporating specifically constructed outdoor installations within existing environments which disintegrate over time and Nature. Working with a sensibility as much akin to painting as photography, the photographed environments are manipulated and enhanced on site with painted light and shadows, bright colors, exaggerated flora and fauna, carefully positioned props and live presences. Mysterious tableaus of fractured narratives transform common backyards into personalized, emotionally charged hyper-realities built of childhood memories and adult longings. At once eerie and familiar, the photographs offer a timeless glimpse of an American scene.
All photographs are chromeogenic prints. The images are not painted upon or created with the use of computer manipulations or digital enhancements." (The boldface is mine)

From an article published by the San Francisco Examiner  for the show "The Backyard",
that I saw last year at the ArtHaus gallery. "They are whimsical avant-garde installations: chromeogenic prints in which models are often headless or wear masks, garden hoses become electric neon snakes and artificial light makes fake shadow birds take flight. Schiavo incorporates objects grabbed from neighboring yards, paints the ground, paints living leaves, manufactures unnatural shadows, all to make the real unreal. (...) A Surrealist influence is palpable: 'Fido' was conceived in a pre-dawn dream. Schiavo went out into the yard, arranged the image she wanted, took the photo of the flaming dog house and went back to bed. Schiavo abandoned The Backyard for a while, working on film and sound projects. With the advent of Photoshop in 1990, she found that many people assumed her striking, dreamy images were digitally enhanced. 'People weren’t getting what I was doing,' she says. 'So I thought, what’s the point?'

Well, have a look here and judge for yourselves!

On Chris's website you can also watch her film works. She is currently working on a silent cinematic fable called "Rivetgirl", which premiered its first two chapters at the Museum of Modern Art, NYC, in 2007.

lunedì 4 aprile 2011

Dietro le quinte di Libertà: un'intervista alla sottoscritta/2

Ripubblico qui la bella intervista di Sandra Bardotti uscita oggi su Wuz.

Dietro le quinte di Libertà di Jonathan Franzen: Silvia Pareschi, il lavoro del traduttore

Secondo Walter Benjamin il compito del traduttore “consiste nel trovare quell’atteggiamento verso la lingua in cui si traduce, che possa ridestare, in essa, l’eco dell’originale”. La traduzione “tende in definitiva all’espressione del rapporto più intimo delle lingue fra loro”. Un esercizio arduo, quello del traduttore, che deve muoversi restando fedele allo spirito dell’originale e, allo stesso tempo, restituire l’intima verità di ogni lingua, la tensione verso la lingua universale. Proprio in questo tutte le lingue sono affini fra di loro, senza essere necessariamente somiglianti. La zona in cui si colloca il traduttore è un terzo spazio dove si opera un lavoro certosino di lettura, rilettura, scomposizione e riorganizzazione del significato, analisi dello stile, ecc. Un insieme di operazioni a cui difficilmente il lettore pensa quando legge un libro tradotto. Eppure, il lavoro nell'ombra del traduttore è spesso il solo modo che abbiamo per conoscere la letteratura del resto del mondo e confrontarci con una realtà sociale e culturale diversa dalla nostra.
Abbiamo chiesto a Silvia Pareschi, traduttrice italiana di Jonathan Franzen, di parlarci del suo lavoro e del rapporto che si instaura tra autore e traduttore.


Silvia Pareschi
Come lavora un traduttore? Cosa accade dal momento in cui riceve il testo fino al completamento della traduzione? Quali sono le ricerche e gli studi linguistici che devono essere compiuti su un testo?

Le modalità di lavoro variano da traduttore a traduttore, e spesso, almeno nel mio caso, anche da libro a libro. In genere non leggo tutto il libro prima di cominciare a tradurlo. Ne leggo le prime pagine, per cominciare ad avvicinarmi al modo di scrivere dell’autore, ma il lavoro di lima sullo stile verrà comunque compiuto dalla seconda stesura in poi, ascoltando e riascoltando il testo tradotto e cercando di farlo scorrere il più possibile all’unisono con l’originale. Il lavoro di traduzione comincia dunque con una prima stesura “analitica”, nella quale osservo il testo al microscopio concentrandomi su ogni singola parola ed espressione, con uno sguardo ravvicinato che tralascia almeno in parte lo stile per realizzare un minuzioso lavoro di dissezione del significato. La seconda fase del lavoro è una prima rilettura molto attenta e minuziosa, effettuata confrontando il testo tradotto con l’originale, parola per parola. In questa fase compio un passo indietro e comincio a osservare il testo tradotto non più come un insieme di frasi e paragrafi isolati, bensì come un tutto unico e organico, in cui i vari mattoncini di significato si uniscono per creare una prosa fluida e aderente allo stile dell’autore. È una fase importantissima, quella dove il libro comincia ad assumere una sua personalità definita nella nuova lingua e si riallacciano i fili tra le varie parti della narrazione. La terza fase, possibilmente dopo qualche giorno di distacco, è una rilettura più veloce, quasi da lettrice “comune”, nella quale cerco di “sentire” il testo come se fosse stato scritto direttamente in italiano, aggiustando gli stridii dei calchi, eliminando le ridondanze, controllando gli ultimi dubbi. Queste, nella mia esperienza, sono le prime tre fasi fondamentali. A volte sarebbe bello poter fare un’altra rilettura (non sempre però: spesso, dopo diverse correzioni, ci si accorge che la soluzione migliore era proprio la prima), ma tutto dipende dal tempo che si ha a diposizione. A questo punto il libro passa all’editor/revisore, che dopo un primo giro di correzioni me lo rimanda da controllare. Infine, dopo il confronto e le discussioni con l’editor, il libro viene messo in bozze, e in questa fase effettuo un’altra rilettura, spesso confrontandomi anche con il correttore di bozze, prima di dare la mia approvazione finale.
Quanto alle ricerche preliminari, anche in questo caso naturalmente dipende dal libro. Prima di tradurre Franzen, a parte contraddire quello che ho appena scritto qui sopra e leggermi tutto il manoscritto dall’inizio alla fine, non ho dovuto fare molto, perché ho tradotto i suoi libri precedenti e quindi conosco bene il suo stile. In genere però mi preparo leggendo le opere precedenti dell’autore, o anche altre opere stilisticamente affini. Per esempio, prima di cominciare la traduzione de Il libro dell’ignoto, di Jonathon Keats (pubblicato lo scorso dicembre dalla casa editrice Giuntina), un libro di storie ispirate al folclore ebraico, mi sono preparata rileggendo i racconti di Isaac B. Singer e Sholem Aleykhem, prestando particolare attenzione a come la lingua di questi scrittori era stata resa in italiano.

Come hai iniziato a occuparti di traduzione? È una passione di lunga data o un amore scoperto all’improvviso?

Diciamo che tradurre letteratura era un po’ un sogno che mi ero dimenticata di avere, tanti anni fa, persa nei meandri del cosa fare dopo la laurea. Provai svariati lavori, tutti disperatamente inadatti, finché non decisi di frequentare una scuola di scrittura. Fu in quel periodo che venni “scoperta” da una grande traduttrice, Anna Nadotti, e da una grande editor, Marisa Caramella, che mi hanno insegnato tanto di quello che so. Il resto l’ho imparato sul campo, con la pratica e l’esperienza.


Silvia Pareschi e Jonathan Franzen
Quale rapporto si stabilisce tra traduttore e autore?

Il rapporto che si stabilisce fra il traduttore e l’autore dipende in genere dalla disponibilità dell’autore, e da quanta importanza costui o costei attribuisce al fatto di venire tradotto in un’altra lingua. A parte il caso di Franzen, con il quale si è creata col tempo una vera e propria amicizia, mi è capitato spesso di trovare autori molto disponibili e affascinati dalle mie domande, grazie alle quali, mi dicevano, riuscivano a scoprire aspetti della loro opera sui quali non avevano mai riflettuto. Ho avuto scambi molto proficui e amichevoli in particolare con Amy Hempel, Nathan Englander e David Means, ma in genere mi capita sempre di scrivere all’autore o all’autrice per chiarire qualche dubbio, domandare un parere su una soluzione o chiedere il permesso di togliere qualcosa che in italiano non avrebbe senso. Ci sono poi scrittori che preferiscono non essere contattati, e anche alcuni che rispondono in modo sgarbato a domande del tutto legittime, ma si tratta di casi piuttosto rari.

Perché la letteratura americana suscita così grande interesse nel mercato editoriale italiano? A suo parere, si può davvero parlare di una attuale stagione di eccellente fioritura del Grande Romanzo Americano?

Il Grande Romanzo Americano equivale per certi versi al Grande Mito Americano, un mito che in Italia (un paese dove la percentuale di letteratura tradotta da altre lingue è altissima, al contrario di quanto succede negli Stati Uniti, dove solo il 3% dei libri pubblicati sono tradotti, percentuale che scende allo 0,7% se si guarda solo la narrativa e la poesia) ha sempre avuto radici profonde. Parlare del Grande Romanzo Americano oggi significa rievocare il Mito di grandi romanzi come Il Grande Gatsby, che già quando venne scritto, malgrado il suo status di capolavoro indiscusso, non poteva certo considerarsi l’affresco di un’intera nazione. In questo senso dico che il Grande Romanzo Americano non è altro che un aspetto del Grande Mito Americano: in un paese formato da un’immensa molteplicità di etnie, e quindi di storie e identità, è sempre esistito il desiderio di raccogliere tutte queste realtà all’interno di una narrazione comune, la narrazione dell’America. Ma proprio per via di questa molteplicità, l’idea del Grande Romanzo Americano come qualcosa di unico e codificabile è destinata a rimanere un mito.


Libertà di Jonathan Franzen
Come è venuta in contatto con Jonathan Franzen?

Grazie all’intensa corrispondenza che ho avuto con lui nel periodo in cui traducevo Le correzioni. Franzen è un autore che si interessa molto alla traduzione dei suoi libri: lui stesso ha tradotto un’opera dal tedesco, Risveglio di primavera di Wedekind, e segue quindi con precisione e minuzia il lavoro dei suoi traduttori. Questa è stata per me una vera fortuna, perché mi ha consentito di discutere con lui nei minimi dettagli le scelte e i dubbi che si presentavano durante il lavoro.
Dopo la pubblicazione de Le correzioni ci conoscemmo di persona, e da allora abbiamo continuato ad approfondire un rapporto che è tanto professionale quanto amichevole. Lo scorso aprile lo accompagnai come assistente e interprete durante una parte del viaggio in Italia dal quale nacque il reportage Emptying the Skies (pubblicato nel luglio 2010 dal New Yorker, e nel marzo di quest’anno, nella mia traduzione, dalla rivista Internazionale), sulla caccia di frodo agli uccelli nell’Europa meridionale. Ne parlo anche nel mio blog: http://ninehoursofseparation.blogspot.com/2011/02/il-mio-viaggio-con-franzen.html

Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate nella traduzione di Freedom? E le più grandi soddisfazioni?

In genere le difficoltà che si incontrano nel tradurre Franzen derivano soprattutto dal tono della scrittura, con il suo delicato equilibrio tra sincerità e ironia, e da una lingua che viene plasmata con estrema, meticolosa precisione, con un orecchio sensibilissimo al parlato di ogni personaggio e del gruppo sociale a cui appartiene. Per fortuna ormai ho una grande familiarità con la scrittura di Franzen, dopo aver tradotto, oltre a Le correzioni, anche il suo secondo romanzo, Forte movimento, e le raccolte di saggi Come stare soli e Zona disagio. Inoltre, rispetto a Le correzioni, in questo romanzo la prosa si fa più trasparente, l’accesso ai personaggi più diretto e la narrazione più distesa, e quindi le difficoltà si sono limitate più che altro alla resa in italiano di determinate espressioni o di determinate sfumature culturali difficili da comprendere in un contesto diverso da quello in cui sono nate. Nel mio blog racconto un esempio che ha a che vedere proprio con questo: http://ninehoursofseparation.blogspot.com/2011/03/un-piccolo-aneddoto-sulla-traduzione-di.html
Quanto alle soddisfazioni, direi che ricevere i complimenti e l’apprezzamento dell’autore che si è tradotto è senz’altro una soddisfazione enorme!


04 aprile 2011
Di Sandra Bardotti

domenica 3 aprile 2011

Un altro piccolo consiglio da San Francisco

Dopo avervi consigliato di evitare il deprecabile appellativo "Frisco", ecco un altro consiglio facile facile per chi desidera visitare la bella città del Golden Gate. Se ci venite da giugno ad agosto, portatevi un guardaroba pesante e non crediate di vedere il sole. I maggiori proventi dell'industria turistica di San Francisco derivano infatti dalla vendita di felpe e maglioni ai turisti che credevano di andare nella California del sud.
In queste due foto potete vedere il Golden Gate come ve lo mostrano nelle cartoline e il Golden Gate com'è normalmente in estate:








Ci sono poi anche delle zone della costa in cui la nebbia c'è SEMPRE. 
In queste due foto potete vedere la splendida Drake Beach, vicino a Point Reyes, come ve la mostrano nelle cartoline e com'è invece per 360 giorni all'anno (quando non è spazzata da un vento gelido che elimina momentaneamente la nebbia):

sabato 2 aprile 2011

Per favore, non chiamatela Frisco!

 
Prendo spunto dall'articolo "Meno tasse o ce ne andiamo. Twitter minaccia San Francisco" comparso sulla Repubblica online (molto interessante, fra l'altro, ma pieno di Friscos), per ricordare a tutti una cosa: Please, don't call it Frisco!

Anthea Bell and The Art of Literary Translation

In an article published on EssentialWriters.com, Anthea Bell discusses the art of literary translation. (The boldface is mine)

Anthea Bell is one of UK's most renowned translators, best known for her translation of WG Sebald's German-language novel Austerlitz and the French Asterix comics. She received the Order of the British Empire for services to literature in 2010.

"(...) About the least welcome of all phrases to a translator’s ears is 'lost in translation', because it assumes that something always is lost. Equally unpopular with those of us practising the craft is Yevgeny Yevtushenko’s comment: 'Translation is like a woman. If it is beautiful, it is not faithful. If it is faithful, it is most certainly not beautiful.'
Not only is this assessment trite (and obnoxious on more grounds than one), it is also demonstrably untrue. As I write, we are celebrating the 400th anniversary of the great King James Bible, based largely on the Tyndale translation, a towering monument of English literature ranking beside Shakespeare. Yes, it has some inaccuracies, but they are a minor matter. You do not have to be religious to love its magnificent language; it swept me away as a child, and has been a life-long companion.

To be true to the spirit of a book may, in fact, require a free translation. I have translated works by authors ranging from Sigmund Freud, Franz Kafka and E.T.A. Hoffmann, a great deal of German and French modern fiction and books for children and young adults, and the Asterix the Gaul strip cartoon series.
Of them all, the Asterix albums, involving the translation of puns and wordplay, have called for maximum freedom with the letter of the original, often amounting to reinvention, in order to preserve its spirit. But every book, every author will call for a new approach - it’s the sheer variety of a translator’s life that I love. I’ve been very lucky in my accidental profession." 

You can read the whole article here.


venerdì 1 aprile 2011