lunedì 5 dicembre 2011

"L'ultimo dei giusti": una perla da riscoprire

Dopo aver tradotto, per amore e per lavoro, Il libro dell'ignoto, ho continuato a interessarmi alla leggenda talmudica dei Lamed-vav Tzadikim, i Trentasei Giusti che, ignoti al mondo e persino a se stessi, salvano ogni giorno la terra dalla furia distruttiva di un dio disgustato dal male compiuto dagli uomini.
Qui trovate un buon riassunto delle notizie sulla leggenda e le sue origini, dove si legge fra l'altro:
"In tutto e per tutto in incognito e sconosciuti persino l'uno all'altro, si diceva che svolgessero umili occupazioni: artigiano, portatore d'acqua... La loro caratteristica è di non ammettere la propria identità di fronte a chiunque, negando la propria appartenenza al gruppo in maniera categorica. Si dice che l'Altissimo sostituisca ciascuno di essi nel momento stesso della sua morte. (...) La tradizione hassidica riconosce due categorie di santi, a seconda della propria visibilità. I santi che operano in clandestinità appartengono a un livello più elevato."

André Schwarz-Bart
L'ultimo dei giusti, di André Schwarz-Bart, è un libro del 1959, pubblicato per la prima volta in Italia l'anno successivo nella traduzione dal francese di Valerio Riva. Come recita la quarta di copertina, Schwarz-Bart scrisse questo romanzo, "... che sfocia nell'immane tragedia della Shoah, con l'intento di ricostruire il lungo percorso dell'essere ebraico e di una continuità storica che era innanzi tutto continuità spirituale. Il legame tra passato e presente, il filo unico di questa continuità, è affidato alla Leggenda dei Giusti, uomini che assumono su di sé la sofferenza degli altri, rendendone possibile la sopravvivenza in un mondo carico di dolore".

Vi propongo qui un piccolo brano, un episodio che succede verso la fine del libro.

"Con gesti lieti sollevò la coperta del proprio giaciglio e infatti ritrovò i pezzi di pane e i biscotti vitaminici; poi abbozzando un sorriso, con voce naturale, chiese in giro se c'era qualcuno disposto a regalargli un pezzetto di cioccolata o una chicca qualsiasi di quelle 'che tiran su il cuore.' I vicini più prossimi ebbero un movimento di indignazione e di scandalo:
'Aveva ragione lei,' disse al suo compagno, in yiddish, uno che giocava a carte: 'la comicità di questo tipo è insopportabile.'
'Ma non per me,' protestò Erni con le lagrime agli occhi: 'Ve lo giuro, è per fare un regalo.'
E giù tutti a ridere. Si strizzarono l'occhio: la nuova stranezza di Bertoldo [il soprannome di Erni nel campo di concentramento, nota mia] presto fu nota in tutto il dormitorio. Ma un uomo dalle tempie grigie, sdraiato su una cuccetta lì presso, affondò la mano in una segreta scucitura del pagliericcio e ne tirò fuori un astuccio da occhiali che conteneva due zollette di zucchero e un paio di cioccolatini inaciditi. Rovesciò il contenuto su una mano, ci pensò su un po', rimise lentamente un cioccolatino nell'astuccio. Poi si sporse verso Erni, che era rimasto ai piedi della cuccetta, torvo, fremente, curvo sotto la gragnuola di insolenze, e gli tese con un sorriso quel piccolo tesoro.
'Fratello,' mormorò - e aveva nella voce un'impercettibile nota di rimpianto - 'fratello, non gli dar retta, sei tu che hai ragione. È importante fare un regalo...'
Esitò, sorrise di più:
'... quando non si ha nulla.'"

sabato 3 dicembre 2011

In lode del profilattico

Oggi nessuno si prende la colpa di aver spedito, ieri, la mail interna con la quale si vietava l'uso della parola "profilattico" nella campagna di comunicazione di Radio 1 per la giornata Mondiale della lotta all'Aids. 
Il Ministero della Salute nega, l'Azienda nega: chi noi? Ma figuriamoci. Un errore di comunicazione, sostengono oggi, riferendosi alla mail che diceva: "Nelle ultime ore il ministero ha ribadito che in nessun intervento deve essere nominata esplicitamente la parola profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei comportamenti sessuali e alla necessità di sottoporsi al test HIV in caso di potenziale rischio".
Condom dress by Kutloano Molokomme

Un errore di comunicazione, certo, il fatto che si sia saputo in giro. E così oggi tutti si affrettano a negare. Vergogna. Per punizione, a tutti questi quaraquaqà, gli farei fare una bella sfilata nel centro di Roma con indosso questi splendidi abiti di Condom Couture.



Emma Kaywin's condom creation
Condom dresses as part of "Dress Up Against AIDS: Condom Couture" by Adriana Bertini

venerdì 2 dicembre 2011

Quote of the day: Christa Wolf

"Le cose si stanno mettendo in modo che non solo quelli che sono costretti a subire un torto, ma anche quelli che il torto lo fanno saranno scontenti della loro vita. Del resto mi domando se il piacere di distruggere la vita degli altri non dipenda dal fatto che si ricava pochissimo piacere e pochissima gioia dalla propria."

Christa Wolf (18/3/1929 - 1/12/2011)

Tratto da Medea. Voci, trad. di Anita Raja, ed. e/o (pag. 203).

mercoledì 30 novembre 2011

Le foto di San Francisco

Ci ho preso gusto, con questi set di Flickr. Dopo quelli su Las Vegas e sui cieli lacustri, adesso ne ho creato uno con un po' delle foto che ho scattato in giro per San Francisco, molte già pubblicate sul blog e alcune, come questa con le bandiere, inedite.

Ecco il link. Fatemi sapere se vi piacciono!


martedì 29 novembre 2011

Is your washroom breeding Bolsheviks?

Seen and photographed in a house: an ad for Scot Tissue Towels that first appeared in the 1930's.

Employees lose respect for a company that fails to provide decent facilities for their comfort.
Try wiping your hands six days a week on harsh, cheap paper towels or awkward, unsanitary roller towels — and maybe you, too, would grumble. 
Towel service is just one of those small, but important courtesies — such as proper air and lighting — that help build up the goodwill of your employees. 
That’s why you’ll find clothlike Scot-Tissue Towels in the washrooms of large, well-run organizations such as R.C.A. Victor Co., Inc., National Lead Co. and Campbell Soup Co.
ScotTissue Towels are made of “thirsty fiber”… an amazing cellulose product that drinks up moisture 12 times as fast as ordinary paper towels.They feel soft and pliant as a linen towel. Yet they’re so strong and tough in texture they won’t crumble or go to pieces… even when they’re wet. 
And they cost less, too — because one is enough to dry the hands — instead of three or four. 
Write for free trial carton. Scott Paper Company, Chester, Pennsylvania.

lunedì 28 novembre 2011

Un'altra ricetta di Nonna Papera: la Apple Pie




Per la ricetta della più americana delle torte (come recita il detto "as American as apple pie") ho fatto riferimento a uno dei libri di cucina più amati dagli americani: il famoso Joy of Cooking (di cui qui trovate il sito web).


Fortunatamente non devo più ripetere la lunga ricerca compiuta mesi fa per trovare la ricetta migliore per la pasta della torta. Ci vuole la pasta brisée, e la ricetta la trovate QUI. (QUI invece la ricetta per il ripieno della torta di ciliegie).


Ecco invece come si prepara il ripieno della torta di mele
  • 1 kg di mele. Il libro consiglia le Golden Delicious, perché mantengono la consistenza e non inzuppano l'impasto. Come alternativa le Gala o le Fuji. Sconsigliate le Granny Smith, perché cotte diventano molli. (Secondo me vanno benissimo anche le renette).
  • 100 gr. di zucchero
  • 1 cucchiaio di farina
  • 1 cucchiaino di succo di limone (facoltativo)
  • 1 cucchiaino di cannella in polvere
  • mezzo cucchiaino di sale

 1. Sbucciate le mele, tagliatele a spicchi e amalgamatele delicatamente con gli altri ingredienti. Le fette devono essere alte circa mezzo centimetro: se sono più sottili si sfaldano, se sono più spesse, la torta non rimarrà compatta una volta tagliata. Resistete alla tentazione di aggiungere altre spezie: un cucchiaino di cannella è più che sufficiente. Lasciate riposare per 15 minuti, mescolando ogni tanto.
2. Stendete poco più della metà della pasta fino a formare una sfoglia tonda, spessa circa mezzo cm, che adagerete, foderandola completamente, in una tortiera preventivamente imburrata e infarinata.
3. Riempite la tortiera con il ripieno, poi stendete la rimanente pasta formando un altro cerchio con cui coprirete la torta, sigillandone i bordi.
4. Praticate alcuni fori sulla parte superiore, che serviranno per fare uscire il vapore durante la cottura. Spargetevi sopra 2 cucchiaini di zucchero e 1/2 cucchiaino di cannella.
5. Mettete l’Apple Pie in forno preriscaldato a 200° per 20 minuti, dopodiché abbassate la temperatura a 180° per altri 20 minuti, e terminate la cottura per circa altri 20 minuti a 170°. Lasciatela raffreddare completamente per 3/4 ore, in modo che il ripieno si addensi.


Foto da qui, dove trovate anche un'altra ricetta 

domenica 27 novembre 2011

Lake skies

C'era un bel cielo, ieri sera. Uno di quei tramonti molto kitsch che abbiamo noi sul lago, rossi rossi, molto drammatici. L'ho fotografato, naturalmente. Una foto molto kitsch e drammatica. Poi l'ho messa nella cartella "Cieli lacustri" e mi sono accorta di averne parecchie altre, alcune kitsch e drammatiche, altre più delicate, con una luce più discreta, ma quasi tutte prese dalla mia finestra.
Allora le ho messe in un set su Flickr, che ho chiamato Lake skies. Se volete vederle, le trovate qui.

Questa è quella che ho scattato ieri sera.

sabato 26 novembre 2011

Quote of the day: Dorothy Parker

 

"If you want to know what God thinks of money, just look at the people he gave it to."

Dorothy Parker

venerdì 25 novembre 2011

Il cast di "The Corrections": pronti Alfred, Enid e Chip

Alfred
Enid
Dopo aver letto (non senza un pizzico di soddisfazione, visto che lo avevo detto anch'io, qui) su Entertainment Weekly che Franzen avrebbe tanto voluto Gene Hackman nel ruolo di Alfred Lambert e Cate Blanchett in quello di Denise ("If they told me Gene Hackman was going to do Alfred, I would be delighted. If they told me they had cast Cate Blanchett as Denise, I would be jumping up and down, even though officially I really don't care what they do with the movie", sono le sue precise parole), ho scoperto che un terzo attore è entrato ufficialmente nel cast della serie Tv tratta da Le correzioni.

Ecco chi c'è finora:

Chip
Alfred: Chris Cooper. Voto alla scelta: 8. Non sarà Gene Hackman, ma più lo guardo e più mi convince.

Enid: Dianne Wiest. Voto alla scelta: 6. Grande attrice. Forse un po' troppo bella e raffinata per fare Enid? Fosse stata viva, avrei votato per la grandissima Shelley Winters.

Chip (rullo di tamburi): Ewan McGregor. Voto alla scelta: 8. Bello e bravo, ma per nulla plastificato, potrà senz'altro risultare credibile nei panni di Chip "The Failure" Lambert.

giovedì 24 novembre 2011

Murakami candidato al Bad Sex Award 2011

Come ogni anno, la Literary Review ha svelato la lista dei candidati al suo "prestigioso" Bad Sex Award per le peggiori scene di sesso in letteratura. 

Fra i candidati di quest'anno ci sono Murakami Haruki con 1Q84 e Stephen King con 11.22.63.
(QUI trovate la lista completa dei dodici candidati.)

Il brano di 1Q84 che viene citato a giustificazione della nomination è molto breve. Eccolo:

"[Her breasts] seemed to be virtually uninfluenced by the force of gravity, the nipples turned beautifully upward, like a vine's new tendrils seeking sunlight." 

Il "Guardian" cita invece una scena un po' più lunga da King:

"She said, 'Don't make me wait, I've had enough of that,' and so I kissed the sweaty hollow of her temple and moved my hips forward ... She gasped, retreated a little, then raised her hips to meet me. 'Sadie? All right?'
'Ohmygodyes,' she said and I laughed. She opened her eyes and looked up at me with curiosity and hopefulness. 'Is it over, or is there more?'
'A little more,' I said. 'I don't know how much. I haven't been with a woman in a long time.'
It turned out there was quite a bit more … At the end she began to gasp. 'Oh dear, oh my dear, oh my dear dear God, oh sugar!'"

mercoledì 23 novembre 2011

Ancora su Murakami e le sue traduzioni


A sud del confine, a ovest del sole
Continuando le mie letture su Murakami e sulla traduzione dei suoi libri, mi sono imbattuta in questo ottimo articolo (consigliatomi da Licia), "The cult of Murakami", di Nicholas Blincoe, nel quale Kazuo Ishiguro, estimatore dichiarato di Murakami, afferma: "Haruki is one of the three or four most exciting and important writers working right now." E poi aggiunge: "Harder to explain just why." Ishiguro, parlando della fusione tra realtà e mito che è tipica di Murakami, dice che, per esempio, anche in un romanzo meno apertamente "fantastico" come A sud del confine, a ovest del sole, "the story blends images from Casablanca with the old Snow Woman legend, very well known to every Japanese person, but perhaps less obvious to Westerners". Poi aggiunge che questo mix accomuna l'autore a "the new Japanese animation, comics or 'Nintendo culture'", e cita lo scrittore Kobo Abe, che a sua volta "combined old Japanese folk tales and bizarre sci-fi".


Nel segno della pecora
Murakami è visto in Giappone come il più occidentale degli autori giapponesi, continua l'articolo, ma non tanto perché le sue opere contengono riferimenti al cinema e alla musica pop dell'Occidente. Come afferma ancora Ishiguro: "The lifestyles of Haruki's characters are probably much more seamlessly modern-Japanese than might appear to Westerners, who are much more conscious of the distinctions between the 'Western' features and the Japanese ones, because the latter spring out to us as unfamiliar and exotic." E aggiunge: "You have to remember that for a Japanese growing up in the post-war era, jazz, rock and Hollywood movies would seem as indigenous as the more traditional stuff. In fact… kabuki, tea ceremonies and the works of Kawabata would come over as the more exotic and alien."

After Dark
E allora da dove arriva quel senso di "occidentalità" che si percepisce nelle opere di Murakami? Dallo stile, prosegue Blincoe, che parla della passione dell'autore per il jazz ("I was listening to jazz for 10 hours a day for several years, so maybe I was deeply influenced by this kind of music – the rhythm, the improvisation, the sound, the style", afferma Murakami) e per la letteratura occidentale: "Moreover (...) since childhood – Murakami read nothing but Western fiction, especially American novels". 

Questa "occidentalità", prosegue l'articolo, non può essere apprezzata da chi legge i romanzi di Murakami in traduzione. Eppure, sostiene Blincoe, "I am convinced that it remains both the filter and the horizon of his oeuvre: we know it is there, even if we can neither see it, nor judge its extent. This seems clear on the websites, where translation is always the hottest topic of debate." E poi passa a confrontare due dei traduttori in inglese di Murakami, Birnbaum e Rubin (quello che consigliava, come ho raccontato qui, di non leggere libri tradotti): "The movement from Birnbaum, an enthusiast, to Rubin, an academic, could not be more marked. Birnbaum's style is immediate, often catchy and occasionally prickly, with a clear American inflection. (...) Some readers have found a loss of verve in the transition from Birnbaum to Rubin. Certainly, Rubin's style is drier. It seems the truth is (and I am indebted to Rubin's excellent book Haruki Murakami and the Music of Words for airing this topic in detail) that Murakami is new and fresh because his style is unadorned and uninflected."

Underground
L'articolo parla anche del Murakami traduttore, e di come il suo stile sia influenzato dagli autori che sceglie di tradurre: "[Murakami's] style might be the invisible or secret ingredient of his appeal in the West, and one can pick up its vibration in the authors that he chooses to translate. It would be natural to assume that Murakami turned to translation because of money problems. In fact, he was an established author when he produced his first (F. Scott Fitzgerald's My Lost City). This makes the list of writers he chooses to translate all the more significant: Murakami operates from a position of considerable power: he can translate who he wishes, and only if he wishes. His personal pantheon is dominated by Raymond Carver, but also includes John Irving, Truman Capote and Paul Theroux".

Kafka sulla spiaggia
E parlando della traduzione di The Catcher in the Rye fatta da Murakami, il giornalista scrive: "Murakami's version of this classic came out in Japan at the same time as Kafka on the Shore. According to Jay Rubin, the two novels dominated Japan's bookshops for months. The novels have other similarities. Like Holden Caulfield, the eponymous hero of Kafka is a 15-year-old boy. Holden is a child, but he can also be read as a shell-shocked veteran caught in arrested development – as Salinger himself appears to have been by the end of his European tour of duty. And so one can see another echo between Holden and Kafka Tamura: a child, yet also an arrested adult, a baby-boomer doomed to live under the shadow of the war generation."


Per finire, ho cercato online, nei forum dedicati a Murakami dai lettori italiani, un confronto tra le traduzioni di Antonietta Pastore e quelle di Giorgio Amitrano, e mi sembra che entrambi i traduttori siano amati dai lettori, chi per un motivo e chi per un altro. Voi avete qualche preferenza?

martedì 22 novembre 2011

Il meme del poliziotto

La foto del poliziotto che spruzza lo spray urticante in faccia ai dimostranti si è diffusa in un batter d'occhio per tutta la rete, trasformandosi, come scrive Wired, in un "fast-spreading internet meme".

Ed ecco che sul web sono cominciate a circolare una serie di immagini esilaranti, che vengono raccolte sulla pagina Tumblr Pepper Spraying Cop.

Eccone alcune (cliccateci sopra per ingrandire).







lunedì 21 novembre 2011

OWS: le due facce della polizia


Venerdì 18 novembre, Davis, (CA): poliziotti della UC Davis Campus Police spruzzano spray urticante in faccia agli studenti che rifiutano di spostarsi. QUI il video. (Un piccolo confronto culturale: il nome dell'agente è stato reso noto, con tanto di numero di telefono ed email e invito a mettersi in contatto con lui: cosa del tutto legittima, trattandosi di pubblico ufficiale. Le ultime notizie dicono che lui e un altro agente sono stati sospesi. Sarebbe possibile una cosa del genere, in Italia?)


Sabato 19 novembre, New York: Ray Davis, capitano della polizia di Philadelphia in pensione, arrestato dai suoi colleghi perché si era unito alla protesta di Occupy Wall Street, portando un cartello con la scritta "Polizia di New York, non siate i mercenari di Wall Street". (Durante un'intervista, parlando dello sgombero di Zuccotti Park, aveva dichiarato: "Si dovrebbe, per legge, usare la forza solo per proteggere la vita di qualcuno. Se non si deve proteggere la vita di quel qualcuno non c'è bisogno di usare la forza. La polizia, quindi, non dovrebbe usarla contro i manifestanti, ma dovrebbe negoziare, parlare con loro. Non avete niente da perdere, perché non lo fate?")

domenica 20 novembre 2011

Amitav Ghosh sul Teatro Valle Occupato

Amitav Ghosh è autore di splendidi libri come Il cromosoma Calcutta, Le linee d'ombra e i più recenti Mare di papaveri e Il fiume dell'oppio.

Come racconta Alessandra Muglia sul Corriere: "Amitav Ghosh risponde al telefono mentre si trova tra gli occupanti del Teatro Valle di Roma. Tra loro ha scelto di passare i primi momenti liberi della sua trasferta romana dopo incontri e presentazioni per il nuovo romanzo, Il fiume dell’oppio, in uscita da Neri Pozza. Lo scrittore indiano sembra incuriosito e sorpreso: 'Dopo i giovani manifestanti di Occupy Wall Street, ho visitato i movimenti di occupazione di otto città comprese Ottawa, San Francisco e Seattle, ma questo di Roma è molto diverso: più incentrato sulla democratizzazione della cultura che sui temi economici e sul capitalismo come gli altri', osserva. 'È difficile per questi movimenti riuscire ad avere un impatto diretto sul mondo nell’immediato, ma credo che possano incidere sul lungo periodo', valuta lui che nel suo nuovo romanzo, mix avvincente di storia e avventura, va alle origini del capitalismo occidentale: al commercio dell’oppio che ha visto indiani e inglesi concorrenti sui mercati cinesi d’inizio '800."

Amitav Ghosh ha pubblicato sul suo blog un bel reportage sul Teatro Valle Occupato, dal titolo A Roman Occupation.

Il reportage si conclude così: "In Rome one is reminded at every step of the many ways in which the past nourishes, nurtures and rejuvenates the present. This is why the value of the past cannot be measured in cash: because it is value itself, in the sense that it generates the values through which people evaluate the meaning of their own lives.
To turn to those who have preceded us on this earth is perhaps our first instinct in times of confusion and crisis. And it sometimes happens that our ancestors do speak back – and if we listen carefully we can even hear their whispers, amidst the silent bones of the things they have left for us.
That is the significance of ‘Occupy Teatro Valle’: it is trying to restore an appreciation of value to a world that seems to have forgotten what it is."

Vale la pena di leggerle l'intero articolo, perché è bello vedere questi avvenimenti raccontati da un occhio limpido e attento come quello di Ghosh.

Ghosh è anche uno di quei preziosi scrittori che riconoscono l'importanza del lavoro dei propri traduttori. Ecco cosa scrive di Anna Nadotti, la sua splendida traduttrice:
"She is a marvelous translator, one of those of whom it might be said, as Garcia Marquez said of Gregory Rabassa, that far from losing in translation the original gains something as it passes through their hands".

sabato 19 novembre 2011

Quote of the day: Groucho Marx




I find television very educating. Every time somebody turns on the set, I go into the other room and read a book.
Groucho Marx



venerdì 18 novembre 2011

La fuck-accia sul dizionario



La bella rubrica La parola al traduttore, che da qualche settimana arricchisce il sito dei Dizionari Zanichelli, ripubblica questa settimana il "breve aneddoto sulla traduzione di Freedom" che avevo pubblicato qui sul blog tempo fa.
Non perdetevi anche i due articoli precedenti, Carmen Giorgetti Cima sulla traduzione dallo svedese e Daniele Petruccioli su quella dal portoghese.

mercoledì 16 novembre 2011

Amy Hempel on writing fiction

"But journalism taught me how to write a sentence that would make someone want to read the next one. You are trained to get rid of anything nonessential. You go in, you start writing your article, assuming a person’s going to stop reading the minute you give them a reason. So the trick is: don’t give them one. Frontload and cut out everything extraneous. That’s why I like short stories. You’re always trying to keep the person interested. In fiction, you don’t need to have the facts up front, but you have to have something that will grab the reader right away. It can be your voice. Some writers feel that when they write, there are people out there who just can’t wait to hear everything they have to say. But I go in with the opposite attitude, the expectation that they’re just dying to get away from me."


(The whole interview is great. ALL the Paris Review interviews are great.)

Quarta e ultima chiacchierata alla Scuola Holden: Amy Hempel & Jonathon Keats

Domani alle 14.30 la Scuola Holden ospiterà la mia ultima chiacchierata sulla traduzione. Questa volta toccherà a Amy Hempel, di cui nel 2009 ho tradotto le Collected Stories (uscite con in Italia con il titolo Ragioni per vivere). Di Amy Hempel ho parlato QUI.


E per finire non poteva mancare una chiacchierata dal vivo con Jonathon Keats, autore de Il libro dell'ignoto nonché mio consorte


Sul libro di Jonathon, visto che le lodi da parte mia potrebbero sembrare, ehm, interessate, vi rimando a questo articolo di Benedetta Tobagi, a questa intervista di Giusi Meister, a questa recensione di Maria Sepa e ad altre recensioni che potete trovare qui

martedì 15 novembre 2011

La traduzione e la percezione di un mondo: vivere in un villaggio

In questi giorni sto traducendo un racconto ambientato in Cisgiordania, nel quale ricorre spesso l'espressione Arab village, e continuano a tornarmi in mente le parole dell'arabista Elisabetta Bartuli, la quale, in questo documentario, afferma:

“Io personalmente, quando traduco, penso che sto dando voce. E il più delle volte sto dando voce a chi normalmente non ce l’ha. [...] Se non si fa attenzione si fanno danni. E non parlo di danni letterari. Abbiamo rovinato un capolavoro: va be’, abbiamo rovinato un capolavoro. Ma non abbiamo rovinato solo un capolavoro: abbiamo rovinato la percezione di un mondo intero”.

Ed ecco cosa dice Elisabetta Bartuli sulla questione del "villaggio", qui:

"Con un vistoso calco dalla traduzione francese e inglese, è d'uso rendere il termine qarya (paese, agglomerato urbano, cittadina di piccole dimensioni...) con 'villaggio'. Ora, cosa intende il lettore italiano per villaggio, se non un insieme raffazzonato di tende o baracche senza alcuna organizzazione stabile? Riesce a comprendere che i 'villaggi' dell'Alto Atlante marocchino, ad esempio, sono nuclei urbani in senso compiuto e non provvisori stanziamenti di nomadi? Ancora: come può, il lettore italiano, visualizzarsi il disastro dell'esodo palestinese da 'villaggi' in cui, già negli anni Quaranta, centinaia e a volte migliaia di persone vivevano in strutture murarie che comprendevano, oltre alle case, luoghi di culto, uffici municipali, istituzioni scolastiche, posti atti alla socializzazione?"

Qui sotto potete vedere un esempio di quello che in inglese viene definito Arab village. In italiano lo definireste "villaggio"?

General view of the Arab village of Bethany (al-Azariyeh). Foto da qui, didascalia originale
 

lunedì 14 novembre 2011

Il traduttore che scambiò una corda per un cammello

È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio” (Mc 10,25; Mt 19,24; Lc 18,25). 
Si tratta di semplicemente di un'iperbole, come siamo abituati a pensare, oppure di un errore di traduzione dovuto a un caso di polisemia

Secondo i sostenitori della teoria della "priorità aramaica", il Nuovo Testamento e/o le sue fonti furono originariamente scritti in aramaico, invece che nel greco koiné con il quale ci è pervenuto. Nell'ambito di questa teoria si è ipotizzato che alcune parole polisemiche aramaiche abbiano generato errori di traduzione.
La parola aramaica גמלא gamal può significare, infatti, sia “cammello” sia “corda”. Il presunto traduttore greco avrebbe quindi semplicemente scelto il senso sbagliato del termine, trasformando  l'iperbole moderata di una corda che si tenta invano di infilare nella cruna di un ago nell'iperbole estrema del cammello contorsionista che sicuramente ha impressionato molti bambini in età da catechismo.

Di contro, nella letteratura rabbinica antica sono presenti paragoni iperbolici simili (cito, con dovuta cautela, da Wikipedia):

"'Chi può far passare un elefante per la cruna di un ago?' (Talmud Babilonese, Baba Mezi'a 38b).
'Non mostrano una palma d'oro, nemmeno un elefante passante per la cruna di un ago' (Talmud Babilonese, Berakoth, 55b).
A loro volta i sostenitori della priorità aramaica notano che il Talmud fu redatto per iscritto solo in epoca tarda, verso l'inizio del III secolo d.C.: non è da escludere a priori che in tali 'loci' abbia recepito l'errata iperbole del Nuovo Testamento."

Si tratta di un'ipotesi molto controversa, per ovvi motivi che hanno a che fare con la religione più che con la teoria della traduzione, ma immaginiamo per un momento che sia vera. Forse questo proverbio non sarebbe così universalmente diffuso nella nostra cultura, se ci fosse stata la corda al posto del cammello. L'immagine sarebbe stata calzante e coerente, ma avrebbe davvero avuto altrettanto successo, se la sua stranezza non avesse tanto colpito l'immaginazione dei bambini in età da catechismo?