giovedì 19 gennaio 2012

Perché i ricchi sono ricchi, secondo gli americani

Secondo un sondaggio pubblicato dal NYT, circa due terzi degli americani - una percentuale in grande crescita - sono convinti che negli Usa esistano "forti conflitti" tra ricchi e poveri
L'articolo, molto interessante, riporta un sondaggio condotto dal Pew Research Center, che sul suo sito pubblica anche la seguente tabella:



Il 46% afferma che i ricchi sono ricchi per nascita o perché conoscono le persone giuste. Secondo il 43% la ricchezza è invece una questione puramente di merito. Secondo voi, se il sondaggio venisse condotto in Italia, quali sarebbero le percentuali? E non spunterebbe fuori anche un'altra voce, tipo "... perché si sono arricchiti con metodi illeciti"?

mercoledì 18 gennaio 2012



Have a look at the animated GIF about SOPA on The Oatmeal website.

More info here.

Per la versione italiana del comunicato: Wikipedia Italia

E poi scusate, ma che cacchio di nomi sono, SOPA e PIPA? 


martedì 17 gennaio 2012

Internet Goes on Strike!

L'articolo pubblicato ieri su Rainews24 parla soprattutto di Wikipedia:

Il logo di WikipediaBlackout di Wikipedia contro la legge antipirateria

Washington, 16-01-2012
Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, ha annunciato su Twitter che la versione in inglese dell'enciclopedia online chiuderà per 24 ore, in protesta contro la proposta di legge antipirateria all'esame del Congresso americano, conosciuta come Sopa (Stop online piracy act).
Anche Google e Facebook potrebbero oscurare i propri siti come forma di protesta. Il blackout deciso da Wikipedia, che dovrebbe durare 24 ore a partire dalla mezzanotte di mercoledì 18, ha già avuto l'adesione di siti come Reddit e Boing Boing.

Rupert Murdoch, il magnate di NewsCo, ha difeso la Sopa e ha puntato il dito contro Barack Obama, contrario. Il provvedimento limiterebbe, secondo la Casa Bianca, "la libertà di espressione". "Così Obama ha gettato tutto il suo peso sui padroni si Silicon Valley che minacciano tutti i creatori di software con la pirateria, un semplice furto", ha scritto Murdoch su Twitter, chiamando a raccolta i giganti del software come Microsoft, le 'major' di Hollywood (la "20th Century Fox" fa parte del suo gruppo) e le case discografiche.

Contro la proposta di legge, lo scorso mese hanno scrito al governo Usa una lettera. Tra i firmatari i fondatori di Netscape, Google, Twitter, Yahoo, YouTube, eBay, e Wikipedia. Se il provvedimento passasse, affermano, "darebbe al governo americano il potere di censurare il web ricorrendo alle stesse tecniche impiegate da Cina e Iran".
La Casa Bianca aveva chiarito che "mentre crediamo che la pirateria online dai siti stranieri rappresenti un grave problema che richiede una seria risposta legislativa, non sosterremo una legislazione che riduca la libertà di espressione, aumenti i rischi per la cyber-sicurezza, o blocchi la dinamiche e le innovazioni globali di Internet. Ogni sforzo per combattere la pirateria online deve considerare anche il rischio della censura online su attività legali e non deve fermate l'innovazione delle nostre società dinamiche, grandi e piccole che siano".

In realtà la protesta è molto più vasta. Ecco qui il sito dello sciopero:





On January 18th, 2012 the internet is going on strike to stop the web censorship bills in Congress! Now is our moment— we need you to do everything you can, whether you have a website or not.



January 18th is going to be amazing. Sites are striking in all different ways, but they are united by this: do the biggest thing you possibly can, and drive contacts to Congress. Put this on your site or automate it by putting this JS into your header, which will start the blackout at 8AM EST and end at 8PM EST.


Websites: How to Strike


  1. Black out your website for 12 hours with this page's HTML, or by putting this Javascript into your site's theme. Tucows is doing this and so is BoingBoing.
  2. Other people have made tools to strike. Some other ways to strike:
  3. Don't be silent that day. Tweet all day from your official company account (#SOPASTRIKE) and share news on sites like reddit. You will get much love in return from your users, and the bigger the action you do, the more love you will be feeling :) - You can follow us on twitter for news as the strike gets closer. If you are really feeling shy, you can blackout your site logo / add STOP SOPA messages wherever you can.

Everyone: Prepare to Strike


  1. If you have a Twitter account, tweet about the #SOPASTRIKE and ask your followers to get ready. You can follow us on twitter for news as the strike gets closer. Go to Blackout SOPA to add ‘STOP SOPA’ to your Twitter image.
  2. Post this SOPA Strike page to your Facebook account by clicking here.
  3. Get ready for January 18th! Email and tweet at your friends, tell them to tell everyone about the strike. When the day comes, call Congress, tweet like crazy (#SOPASTRIKE), and help the strike appear everywhere!
On Jan 24th, Congress will vote to pass internet censorship in the Senate, even though the vast majority of Americans are opposed. We need to kill the bill - PIPA in the Senate and SOPA in the House - to protect our rights to free speech, privacy, and prosperity. We need internet companies to follow Reddit's lead and stand up for the web, as we internet users are doing every day.

lunedì 16 gennaio 2012

Una traduzione straordinaria: il Salinger di Carlo Fruttero

Ieri, giorno della scomparsa di Carlo Fruttero, ho pubblicato un link a questo mio post dell'ottobre scorso, in cui scrivevo che la traduzione di Fruttero dei Nove racconti di Salinger (Einaudi, 1962) è un capolavoro.
Così ho pensato di farvi un regalo e pubblicare qui uno di quei racconti perfetti, nella perfetta traduzione di Carlo Fruttero.
Buona lettura.

Un giorno ideale per i pescibanana
 
di J.D. Salinger [ da Nove Racconti ]

Nell’albergo c’erano novantasette agenti pubblicitari di New York e tenevano le linee interurbane talmente monopolizzate che la ragazza del 507 dovette attendere la sua chiamata fin quasi alle due e mezzo. Ma non rimase con le mani in mano. Lesse in una rivista femminile un articolo intitolato Il sesso: paradiso… o inferno. Lavò il pettine e la spazzola. Tolse la macchia dalla gonna del tailleur nocciola. Spostò il bottone sulla camicetta di Saks. Strappò due peli da poco spuntati alla superficie del neo. Quando finalmente la centralinista fece il numero della sua stanza, se ne stava seduta nel vano della finestra e aveva quasi finito di laccarsi le unghie della mano sinistra.
Era il tipo di ragazza che non pianta le cose a metà - qualsiasi cosa -per un campanello. Non cambiò espressione, come se quel telefono fosse abituata a sentirlo suonare ininterrottamente fin dalla pubertà.
Mentre gli squilli continuavano, passò il pennellino sull’unghia del mignolo, accentuando la curva della lunetta. Poi rimise il tappo al flacone di lacca e, alzandosi, agitò avanti e indietro la mano bagnata, la sinistra. Con quella asciutta raccolse dal sedile nel vano della finestra un portacenere congestionato e se lo portò fino al tavolino da notte, su cui era posato l’apparecchio. Sedette su uno dei due letti gemelli, fatti entrambi, e a questo punto - era il quinto o sesto squillo - alzò il ricevitore.
- Pronto, - disse, tenendo le dita della sinistra ben distese e lontane dalla vestaglia di seta bianca, l’unico indumento che avesse indosso oltre alle pantofole; gli anelli erano in bagno.
- Ci siamo, signora Glass, ho New York in linea, - disse la centralinista.
- Grazie, - disse la ragazza, e fece posto al portacenere sul tavolino da notte.
Dall’apparecchio venne una voce di donna. - Muriel? Sei tu?
La ragazza scostò un poco il ricevitore dall’orecchio. - Sì, mamma. Come stai? - disse.
- Ero in pena da morire. Perché non hai telefonato? Come stai? Stai bene?
- Ho cercato di chiamarti ieri sera e l’altro ieri. Ma qui il telefono…
- Davvero stai bene, Muriel?
La ragazza allargò ancora l’angolo tra il ricevitore e l’orecchio. - Sto benissimo. Fa un gran caldo. Oggi è la giornata più calda che ci sia stata in Florida dal…
- Perché non hai telefonato? Ero in pena da…
- Mamma, senti, c’è bisogno di urlare così? Ti sento benissimo, - disse la ragazza. - Ti ho chiamato due volte, ieri sera. Una volta erano appena passate le…
- L’avevo detto a tuo padre che probabilmente avresti chiamato, ieri sera. Ma lui niente, ha voluto a tutti i costi…Ma stai bene, Muriel? Dimmi la verità.
- Sto benissimo. Fammi il piacere, smettila di farmi sempre la stessa domanda.
- Quando siete arrivati?
- Non so. Mercoledì mattina, presto.
- Chi ha guidato?
- Lui, - disse la ragazza. - E non agitarti. Ha guidato come un angelo. Non avrei mai creduto.
- Ha guidato lui? Muriel, mi avevi dato la tua parola d’ono…
- Mamma, - interruppe la ragazza, - se ti dico che ha guidato come un angelo. Sotto gli ottanta dal principio alla fine, se vuoi saperlo.
- Non ha più fatto quei suoi scherzetti con gli alberi?
- Ti dico che ha guidato come un santo, mamma. Va bene? Gli ho detto di tenersi sempre vicino alla striscia bianca eccetera eccetera, e lui ha capito subito cosa volevo dire, e mi ha preso alla lettera. Cercava addirittura di non guardarli, gli alberi: me ne sono accorta benissimo. A proposito, papà se l’è poi fatta rimettere a posto, la macchina?
- Non ancora. Chiedono quattrocento dollari solo per…
- Mamma, Seymour ha già detto a papà che pagherà lui i danni. Non c’è motivo di…
- Va bene, vedremo. Come si è comportato… in macchina e… insomma.
- Benissimo, - disse la ragazza.
- T’ha ancora chiamata con quell’orribile…
- No. Adesso ne ha trovato un altro.
- E cioè?
- Oh, senti mamma, che te ne importa?
- Va bene, va bene. Mi chiama Miss Puttana Spirituale del 1948, - disse la ragazza, e ridacchiò.
- Non ridere, Muriel. Non c’è proprio niente da ridere. È una cosa spaventosa. Anzi, è un a cosa triste. Quando penso che…
- Mamma, - interruppe la ragazza, - senti una cosa. Ti ricordi di quel libro che mi aveva mandato dalla Germania? Sai, no… quelle poesie in tedesco. Dove diavolo l’ho messo? Mi sono rotta la…
- Ce l’hai sempre.
- Ma sei sicura? - disse la ragazza.
- Sicurissima. Anzi, l’ho io. È nella stanza di Freddy. L’hai lasciato qui e io non avevo più posto nella… Perché? Lo rivuole?
- No. Solo che me ne ha parlato, mentre venivamo qui. Voleva sapere se l’avevo letto.
- Ma è in tedesco!
- Lo so, mamma. Questo non cambia niente, - disse la ragazza, accavallando le gambe. - Si dà il caso che quelle poesie siano state scritte dall’unico grande poeta di questo secolo; così ha detto. Ha detto che avrei dovuto comprarmi una traduzione o… insomma. O se no, dovevo imparare il tedesco, e scusa se è poco.
- Spaventoso. Spaventoso. Proprio una cosa triste, non c’è altra parola. Ieri sera tuo padre diceva…
- Un secondo, mamma, - disse la ragazza. Andò a prendere le sigarette vicino alla finestra, ne accese una, e tornò a sedersi sul letto. - Mamma?-
disse, soffiando fuori il fumo.
- Stammi bene a sentire, adesso, Muriel.
- Ti sento.
- Tuo padre ha parlato col dottor Sivetski.
- Ah! - disse la ragazza.
- Gli ha raccontato tutto. Tutto. Almeno, così dice lui… sai com’è tuo padre. Gli alberi. Il fatto della finestra. Quelle cose atroci che ha detto alla nonna, quando le ha chiesto se aveva dei progetti per le vacanze eterne. Come ha conciato quelle meravigliose fotografie delle Bermude… tutto.
- E allora? - disse la ragazza.
- Allora. Per prima cosa, Sivetski ha detto che l’Esercito non avrebbe mai dovuto dimetterlo dall’ospedale: è stato un vero delitto, parola d’onore. Ha detto chiaramente a tuo padre che c’è il rischio - un rischio grandissimo, dice - che Seymour perda completamente il controllo di se stesso. Parola d’onore.
- C’è uno psichiatra qui all’albergo, - disse la ragazza.
- Chi è? Come si chiama?
- Non lo so. Rieser, un nome così. Pare che sia bravissimo.
- Mai sentito nominare.
- Be’, comunque pare che sia bravissimo.
- Muriel, non prenderla su questo tono, fammi il piacere. Stiamo molto in pensiero per te. Tuo padre voleva telegrafarti di tornare a casa, ieri sera, se vuoi s…
- Per il momento non ho nessuna intenzione di tornare a casa, mamma. E quindi non stare ad agitarti.
- Muriel, parola d’onore. Il dottor Sivetski dice che Seymour può perdere completamente il con…
- Sono appena arrivata, mamma. Sono le prime vacanze che mi prendo in non so quanti anni, e non ho nessuna intenzione di rifare le valige proprio adesso e tornarmene a casa, - disse la ragazza. - E poi comunque non potrei mettermi in viaggio. Mi sono presa una scottatura che non posso neanche muovermi.
- Ti sei presa una brutta scottatura? Ma non hai visto quel flacone di Bronze che t’ho messo nella valigia? L’ho messo subito sotto…
- L’ho visto e l’ho usato. Mi sono scottata lo stesso.
- È terribile. Dove sei scottata?
- Dappertutto, mamma, dappertutto.
- È terribile.
- Non morirò.
- Senti, hai parlato con lo psichiatra?
- Be’, per modo di dire, - disse la ragazza.
- Che cosa ha detto? Dov’era Seymour mentre tu gli parlavi?
- Nella sala belvedere, a suonare il piano. Ha suonato tutte e due le sere, da quando siamo qui.
- E allora? Cosa ti ha detto?
- Oh, niente di speciale. È stato lui ad attaccare discorso. Ero seduta vicino a lui, ieri sera, mentre si giocava a tombola, e lui m’ha chiesto se era mio marito quello che suonava il piano nell’altra stanza. Ho detto di sì, che era lui, e lui m’ha chiesto se Seymour era stato malato o cos’aveva. Allora io gli ho detto…
- Come mai te l’ha chiesto?
- Non lo so, mamma. Probabilmente perché è così pallido e tutto, - disse la ragazza. - Comunque, dopo la tombola lui e sua moglie mi hanno invitata a prendere qualcosa con loro, e io ho accettato. Sua moglie è orrenda. Ti ricordi quell’atroce abito da sera che abbiamo visto nella vetrina di Bonwit? Quello che tu hai detto che per poterlo portare bisognava avere un microscopico…
- Quello verde?
- Ce l’aveva addosso. E avessi visto i fianchi. Continuava a chiedermi se Seymour è parente di Suzanne Glass, sai, quella che ha il negozio a Madison Avenue… la modista.
- Ho capito, ma cosa ti ha detto? Il dottore.
- Oh, niente di speciale, cosa vuoi. Eravamo nel bar, capisci? C’era un chiasso tremendo.
- Sì, ma tu… ma gli hai detto cos’ha cercato di fare con la sedia della nonna?
- No, mamma. Non ho potuto entrare molto nei particolari, - disse la ragazza. - Probabilmente troverò un altro momento per parlargli. Sta seduto al bar dalla mattina alla sera.
- Non ha mica detto che secondo lui c’è il pericolo che possa… insomma… che si metta a fare delle stranezze? Che possa farti del male?
- Non proprio, - disse la ragazza. - Deve avere più dati, mamma. Devono sapere di quand’era bambino… tutte quelle cose lì. Te l’ho detto, quasi non potevamo sentirci, c’era un chiasso dell’altro mondo.
- Bene. Come va il tuo giaccone blu?
- Va ancora. Ho fatto togliere un po’ di imbottitura.
- Come sono i vestiti quest’anno?
- Terribili. Ma molto divertenti. Perfino lustrini… insomma tutto, - disse la ragazza.
- Com’è la stanza?
- Può andare. Ma appena appena. Non siamo riusciti ad avere la stanza che avevamo prima della guerra, - disse la ragazza. - La gente che c’è qui quest’anno è spaventosa. Dovresti vedere che razza di tipi abbiamo vicino a noi in sala da pranzo. Il tavolo accanto al nostro. Da dirsi, ma come ci sono arrivati qui, in camion?
- Cosa vuoi, è così dappertutto. E la gonna a fiori, poi?
- È troppo lunga. Te l’avevo detto che era troppo lunga.
- Muriel, te lo chiedo per l’ultima volta: stai bene?
- Mamma, - disse la ragazza, - per la novantaseiesima volta: sì.
- E non vuoi tornare a casa?
- Mamma, no.
- Tuo padre ha detto ieri sera che sarebbe felicissimo di aiutarti finanziariamente, se vuoi andartene in qualche posto per conto tuo a pensarci sopra. Potresti farti una bella crociera. Secondo noi…
- No, grazie, - disse la ragazza, e disincrociò le gambe. - Mamma, questa telefonata mi sta costando un pa…
- Quando penso che sei rimasta ad aspettare quel ragazzo per tutta la guerra… insomma, no quando penso a quelle mogli che ne facevano di tutti i colori…
- Mamma, - disse la ragazza, - è meglio che smettiamo. Seymour può entrare da un momento all’altro.
- Dov’è?
- Sulla spiaggia.
- Sulla spiaggia? Da solo? E come si comporta sulla spiaggia?
- Mamma, - disse la ragazza, - parli di lui come se fosse pazzo furioso…
- Non ho mai detto questo, Muriel.
- Be’, ma lo pensi. Poveretto, se ne sta lì sdraiato, buono buono. Non si toglie nemmeno l’accappatoio.
- Non si toglie l’accappatoio? E perché?
- E chi lo sa? Sarà perché è così bianco.
- Ma santo cielo, se c’è uno che ha bisogno di sole. Cerca di farglielo capire, no?
- Sai com’è Seymour, - disse la ragazza, e tornò ad accavallare le gambe.- Dice che non vuole che tutti quegli imbecilli vengano a vedere il suo tatuaggio.
- Ma non è mica tatuato! S’è fatto tatuare sotto le armi?
- No, mamma. No, sta’ tranquilla, - disse la ragazza e si alzò. - Senti, ti chiamo io domani, magari.
- Muriel. Stammi bene a sentire.
- Sì, mamma, - disse la ragazza, spostando il peso del corpo sulla gamba destra.
- Se si mette a fare o a dire qualcosa di strano devi chiamarmi immediatamente. Sai cosa voglio dire. Hai capito?
- Io non ho paura di Seymour, mamma.
- Muriel, devi promettermelo.
- Va bene, te lo prometto. Ciao, mamma, - disse la ragazza. - Saluta papà -. E abbassò il ricevitore.

- L’acchiappatoio – disse Sybil Carpenter, che abitava nell’albergo con sua madre. – Dov’è l’acchiappatoio?
- Se lo dici ancora una volta, topino, la mamma impazzisce. Diventa matta. Sta’ ferma, su.
La signora Carpenter stava mettendo dell’olio solare sulle spalle di Sybil, spalmandolo sulle scapole delicate come ali. Sybil era seduta precariamente su un grosso pallone da spiaggia, volta verso l’oceano. Indossava un costume da bagno giallo canarino, a due pezzi, e di uno dei due pezzi non avrebbe, in realtà, avuto bisogno per altri nove o dieci anni.
- Era un comunissimo fazzoletto di seta… da vicino si vedeva benissimo, - disse la donna nella sdraio accanto a quella della signora Carpenter. - Vorrei proprio sapere come se l’era legato. Le dico: un amore.
- Ci credo, - consentì la signora Carpenter. - Sybil, vuoi star ferma, per favore ?
- Che cosa acchiappi se non te lo togli? - disse Sybil.
La signora Carpenter sospirò. - Ecco, - disse. Riavvitò il tappo sul flacone. - Adesso corri a giocare, topino. La mamma va un momento in albergo a prendere un martini con la signora Hubbel. Ti porto l’oliva, eh?
Lasciata libera, Sybil corse fini alla parte piatta e dura della spiaggia, poi cominciò a camminare verso il Chiosco del Pescatore. Fermandosi solo una volta a ficcare il piede dentro un castello di sabbia ormai ridotto in poltiglia, si trovò ben presto fuori dal tratto riservato agli ospiti dell’albergo.
Continuò a camminare per quattro o cinquecento metri e all’improvviso partì di corsa, tagliando obliquamente attraverso la striscia più interna della spiaggia, dove la sabbia era soffice. Si fermò di colpo quando raggiunse il punto in cui un giovanotto se ne stava sdraiato sul dorso.
- Che cosa acchiappi se non te lo togli? - disse.
Il giovanotto sussultò, chiudendosi con la destra i risvolti dell’accappatoio di spugna. Si rivoltò sullo stomaco, lasciando cadere un asciugamano arrotolato che gli copriva gli occhi, e alzò lo sguardo su Sybil, ammiccando.
- Ehi! Ciao, Sybil.
- Non te lo togli?
- Stavo aspettando te, - disse il giovanotto. - Novità?
- Come? - disse Sybil.
- Che novità ci sono? Che c’è in programma?
- Il mio papà arriva domani col nareoplano, disse Sybil, scalciando nella sabbia.
- Non in faccia, Sybil, - disse il giovanotto, chiudendo la mano intorno alla caviglia di Sybil. - Be’, era ora che arrivasse, il tuo papà. Sai che lo aspettavo con impazienza. Con viva impazienza.
- Dov’è la signora? - disse Sybil.
- La signora? - Il giovanotto si tolse un po’ di sabbia dai capelli radi. - Difficile dirlo, Sybil. Ci sono mille posti in cui potrebbe essere. Dal parrucchiere. A farsi tingere i capelli di un bel visone. O a fabbricare delle bambole per i bambini poveri, in camera sua -. Tornando a sdraiarsi, ma questa volta sul ventre, il giovanotto chiuse le due mani a pugno, le mise una sopra l’altra, e appoggiò il mento su questo sostegno. - Domandami qualche altra cosa, Sybil, - disse. – È bello quel costume che hai addosso, sai? Se c’è una cosa che mi piace, è un costume da bagno blu.
Sybil lo guardò a occhi sgranati, poi si contemplò lo stomaco sporgente. - Questo è un giallo, - disse. - Questo è un giallo.
- Ah sì? Vieni un po’ più vicina.
Sybil fece un passo avanti.
- Hai proprio ragione. Ma guarda che stupido sono.
- Non ci vai nell’acqua? - disse Sybil.
- Ci sto pensando seriamente. Sto considerando la cosa con molta serietà, Sybil, se questo può farti piacere.
Sybil tastò col piede il materassino di gomma che qualche volta il giovanotto usava per appoggiare la testa. - Gli manca aria, - disse.
- Hai ragione. Gli manca più aria di quanto io sia disposto ad ammettere -. Tolse i due pugni di sotto il mento, che lasciò ricadere sulla sabbia. - Sybil, - disse, - sei proprio in forma. È un piacere vederti. Perché non mi parli un po’ di te? - Protese le mani davanti a sé e le strinse attorno alle caviglie di Sybil. - Io sono del Capricorno, - disse. - E tu cosa sei?
- Sharon Lipschutz dice che l’hai lasciata sedere sullo sgabello del piano vicino a te, - disse Sybil.
- Sharon Lipschutz ha detto questo?
Sybil annuì vigorosamente.
Il giovanotto le lasciò andare le caviglie, ritirò le mani e appoggiò una guancia sull’avambraccio destro. - Be’, - disse, - lo sai come vanno queste cose, Sybil. Ero là seduto che stavo suonando. E tu chissà dov’eri, in quel momento. E Sharon Lipschutz è venuta lì e a un certo punto si è messa a sedere vicino a me. Non potevo mica spingerla via, ti pare?
- Sì, che potevi.
- Oh no. No. Non potevo fare una cosa simile, - disse il giovanotto. - Ma sai cosa ho fatto, invece?
- Cosa?
- Ho fatto finta che fossi tu.
Immediatamente Sybil si chinò e cominciò a scavare nella sabbia.
- Andiamo nell’acqua, - disse.
- Va bene, - disse il giovanotto. - Si può sempre provare.
- Un’altra volta spingila via, - disse Sybil.
- Chi devo spingere via?
- Sharon Lipschutz.
- Ah, Sharon Lipschutz, - disse il giovanotto. - Come torna spesso quel nome. Mischiando il ricordo al desiderio -. Si alzò in piedi di colpo. Guardò l’oceano. - Sybil, - disse, - sai cosa faremo adesso? Cercheremo di acchiappare un pescebanana.
- Un cosa?
- Un pescebanana, - disse il giovanotto, e sciolse la cintura dell’accappatoio. Si tolse l’accappatoio. Aveva le spalle bianche e strette, e le mutandine azzurre. Piegò l’accappatoio, prima nel senso della lunghezza, poi in tre parti. Srotolò l’asciugamano che s’era messo sugli occhi, lo stese sulla sabbia e vi depose sopra l’accappatoio ripiegato. Si chinò, raccolse il materassino e se lo mise sotto il braccio destro. Poi, con la sinistra, prese la mano di Sybil.
Insieme si avviarono verso il mare.
- Immagino che ne avrai visti parecchi, di pescibanana, ai tuoi bei tempi, - disse il giovanotto.
Sybil scosse il capo.
- No? Ma si può sapere dove vivi?
- Non lo so, - disse Sybil.
- Ma sì che lo sai. Devi saperlo per forza. Sharon Lipschutz sa benissimo dove abita e ha solo tre anni e mezzo.
Sybil smise di camminare e strappò la mano da quella di lui. Raccolse una comune conchiglia e la esaminò con elaborato interesse. La gettò via. - Whirly Wood, Connecticut, - disse, e riprese a camminare con lo stomaco bene in fuori.
- Whirly Wood, Connecticut, - disse il giovanotto. - Non è dalle parti di Whirly Wood, Connecticut, per caso?
Sybil lo guardò. - È lì che abito, - disse spazientita.- Abito a Whirly Wood, Connecticut -. Corse davanti a lui di qualche passo, si prese con la sinistra il piede sinistro, e saltellò due o tre volte su una gamba sola.
- Tutto è chiaro, finalmente, - disse il giovanotto.
Sybil lasciò andare il piede. - Hai letto Il piccolo Sambo? - disse.
- È strano che tu me lo chieda, - disse lui. - Vedi caso, ho finito di leggerlo proprio ieri sera -. Allungò il braccio e riprese la mano di Sybil. - Come t’è sembrato? - le chiese.
- Come correvano intorno a quell’albero, le tigri.
- Non si fermavano più. Mai viste tante tigri in vita mia.
- Ce n’erano solo sei, - disse Sybil.
- Solo sei? - disse il giovanotto. - E lo chiami solo?
- Ti piace la cera? - chiese Sybil.
- Mi piace cosa? - chiese il giovanotto.
- La cera.
- Moltissimo. E a te?
Sybil annuì. - Ti piacciono le olive? - chiese.
- Le olive… sì. Olive e cera. Non faccio un passo senza portarmene dietro una provvista.
- Ti piace Sharon Lipschutz? - chiese Sybil.
- Sì. Sì, mi piace, - disse il giovanotto. - Quel che soprattutto mi piace di lei è che non fa mai delle brutte cose ai cagnolini nell’atrio dell’albergo. Quel piccolo bulldog di quella signora canadese, per esempio. Tu probabilmente non ci crederai, ma ho visto coi miei occhi certe bambine tormentarlo con un bastoncino. Queste cose Sharon non le fa. Non è mai cattiva o dispettosa, lei. È per questo che mi piace tanto.
Sybil taceva.
- Mi piace masticare le candele, - disse finalmente.
- Lo credo bene, - disse il giovanotto, mettendo i piedi nell’acqua. - Ahi! È fredda -. Lasciò cadere il materassino. - No, aspetta un momento, Sybil. Aspetta che arriviamo un po’ più in là.
Si spinsero avanti finché l’acqua giunse alla vita di Sybil. Allora il giovanotto la sollevò e la fece sdraiare sul materassino, a pancia in giù.
- Resti con i capelli così, senza cuffia, senza niente? - le chiese il giovanotto.
- Non lasciarmi andare, - ordinò Sybil. - Tienimi forte, adesso.
- Signorina Carpenter. La prego. Conosco i miei doveri, disse il giovanotto. - Tu devi solo tenere gli occhi bene aperti per il caso che passi qualche pescebanana. Questo è un giorno ideale per i pescibanana.
- Non ne vedo neanche uno.
- È comprensibile. Hanno delle abitudini molto singolari. Molto, ma molto singolari.
Continuò ad avanzare spingendo il materassino. L’acqua non gli arrivava al petto. – È una vita molto tragica, la loro, poveretti, - disse. - Lo sai cosa fanno, Sybil?
Sybil scosse il capo.
- Vedi, nuotano dentro una grotta dove c’è un mucchio di banane. Sembrano dei pesci qualunque, quando vanno dentro. Ma una volta che sono entrati, si comportano come dei maialini. Ti dico, so da fonte sicura di certi pescibanana che, dopo essersi infilati in una grotta bananifera, sono arrivati a mangiare la bellezza di settantotto banane -. Avvicinò di mezzo metro all’orizzonte il materassino e la sua passeggera. - Naturalmente, dopo una scorpacciata simile sono così grassi che non possono più venir fuori dalla grotta. Non passano dalla porta.
- Non troppo lontano, - disse Sybil. - E poi, cosa fanno?
- Cosa fanno chi?
- I pescibanana.
- Oh, vuoi dire dopo che hanno mangiato tante banane che non possono più uscire dalla grotta bananifera?
- Sì, - disse Sybil.
- Ecco, mi rincresce molto di dovertelo dire, Sybil. Muoiono.
- Perché? - chiese Sybil.
- Ecco, gli viene la bananite. È una malattia terribile.
- C’è un’onda che sta arrivando, - disse Sybil nervosamente.
- Faremo finta di non vederla. La snobberemo, - disse il giovanotto. - Due snob -. Prese in mano le caviglie di Sybil e spinse in basso e in avanti. Il materassino si rizzò sopra la cresta dell’onda. L’acqua inondò i capelli biondi di Sybil, ma il suo strillo era pieno di gioia.
Con la mano, quando il materassino fu di nuovo immobile, si tolse dagli occhi un lungo ciuffo bagnato e piatto, e riferì: - Ne ho visto uno.
- Cos’hai visto, amor mio?
- Un pescebanana.
- Santo cielo, no! - disse il giovanotto. - Aveva delle banane in bocca?
- Sì, - disse Sybil. - Sei.
All’improvviso il giovanotto tirò su uno dei piedi bagnati di Sybil, che sporgevano oltre l’orlo del materassino, e ne baciò il collo.
- Ehi! - disse la padrona del piede, voltandosi.
- Ehi cosa? Adesso si torna. Ti basta così?
- No!
- Mi rincresce, - disse il giovanotto, e spinse il materassino verso la spiaggia finché Sybil poté scendere. Poi lo tirò fuori dall’acqua e lo portò a riva.
- Ciao, - disse Sybil, e corse senza rimpianto in direzione dell’albergo.

Il giovanotto si infilò l’accappatoio, accostò strettamente i risvolti e si cacciò l’asciugamano in tasca. Raccolse il materassino bagnato, cui ora aderiva un velo di sabbia, e se lo mise alla meglio sotto braccio. Si avviò solo, a passi pesanti, sulla sabbia fine e rovente verso l’albergo.
Al piano seminterrato dell’albergo, dove c’era l’ingresso riservato dalla direzione ai bagnanti, una donna col naso coperto di pomata allo zinco entrò nell’ascensore insieme al giovanotto.
- Vedo che mi sta guardando i piedi, - disse il giovanotto quando la cabina si mise in moto.
- Come ha detto, scusi? - disse la donna.
- Ho detto che vedo che lei mi sta guardando i piedi.
- Scusi, ma stavo guardando in terra, disse la donna, e si volse verso la porta della cabina.
- Se le fa piacere guardarmi i piedi, si accomodi, - disse il giovanotto. - Ma perdio, abbia almeno il coraggio di farlo senza sotterfugi.
- Scendo qui, prego, - disse in fretta la donna alla ragazza che manovrava l’ascensore.
Le porte si aprirono e la donna uscì senza voltarsi indietro.
- Ho dei piedi normalissimi e perdio non capisco perché la gente me li debba guardare con gli occhi fuori dalla testa, - disse il giovanotto. - Al quinto, prego -. Tirò fuori dalla tasca dell’accappatoio la chiave della sua camera.
Scese al quinto piano, percorse il corridoio ed entrò al numero 507. La stanza odorava di valige nuove e di acetone.
Il giovanotto guardò la ragazza addormentata su uno dei letti gemelli. Poi si avvicinò a una valigia, l’aprì, e di sotto a una pila di mutande e canottiere trasse una Ortgies automatica calibro 7,65. Fece scattare fuori il caricatore, lo guardò, tornò a infilarlo nell’arma. Tolse la sicura. Poi attraversò la stanza e sedette sul letto libero; guardò la ragazza, prese la mira e si sparò un colpo nella tempia destra.

domenica 15 gennaio 2012

Ciao, Carlo


È morto Carlo Fruttero, celebre scrittore - in coppia con Franco Lucentini - e grandissimo traduttore. Ne avevo parlato qui.

Venivamo tutte per mare

Qualche giorno fa è uscito "Venivamo tutte per mare", il romanzo di Julie Otsuka che ho tradotto per Bollati Boringhieri e di cui ho già parlato diverse volte negli ultimi mesi (qui , qui, qui e qui).

Nei prossimi giorni, quando avrò un po' di tempo, vorrei dedicare un post alla storia dell'internamento in campi di concentramento dei giapponesi americani durante la Seconda Guerra Mondiale, un argomento di cui Otsuka parla in questo libro e anche nel precedente, l'altrettanto bello When the Emperor Was Divine.

Nel frattempo, vi segnalo alcune belle recensioni che sono uscite in questi giorni.

Leonetta Bentivoglio su Repubblica: "È un romanzo leggerissimo, nel senso più incantatorio dell' aggettivo: anche nelle parti più malinconiche e amare, scorre come una folata di vento, toccando intimamente chi lo legge col suo descrivere la vita come un insieme di esistenze minute, ritratte mentre ci narrano una vicenda di destini sfaccettati e condivisi. (...) È anche una sinfonia di voci, un saliscendi musicale ipnotico nell' andirivieni tra il diluirsi e l'intensificarsi della sonorità espressiva.(...) Questo testo premiatissimo (selezionato per il National Book Award e inserito dal New York Times tra i titoli migliori del 2011) non contempla personaggi singoli. Il protagonista è uno solo, ed è lo sterminato ensemble che espone l'avventura. Sta qui, nel pluralismo della voce narrante, la geniale invenzione dell' autrice. Verrebbe da supporre che un flusso narrativo declinato per intero con il 'noi' produca un distacco, una mancanza d'adesione emotiva. Invece no: il 'noi' di Otsuka, in virtù del suo stile nitido e umanissimo, rende costantemente pregnante quel plurale. (...) Quello ripercorso, in sostanza, è un episodio storico documentato. A inizio Novecento, migliaia di donne giapponesi - le 'spose in fotografia' - furono acquistate per corrispondenza e spedite negli Stati Uniti per congiungersi a connazionali immigrati, i quali le volevano giovani e disponibili a nozze repentine. Fu una deportazione di vittime consenzienti, che quando scoppiò la guerra divenne un massacro. In seguito all'attacco di Pearl Harbour infatti, Franklyn D. Roosvelt decise di considerare tutti i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici, condannandoli alla reclusione. (...) Quando ce le sottraggono per condurle nei 'centri di raccolta' (simili ai luoghi in cui si convogliano le odierne folle di clandestini che sbarcano disperatamente sulle coste italiane); quando vengono umiliate nei cosiddetti 'posti sicuri'; quando scompare la delicatezza del loro passo sulla nostra terra, la commozione, per chi legge, è uno sbocco inevitabile. Pochi altri romanzi hanno affrontato con altrettanta cruda lucentezza temi difficili e abusati come l'immigrazione e il razzismo. E forse nessuno ha saputo farlo dalla parte delle donne in modo tanto perturbante e originale."

Japanese immigrants arrive at Angel Island Immigration Station. Thousands of "picture brides" passed through the station bet. 1910 and 1924.
Credit: California State Parks Collection
 
Graziella Pulce su Alias: "Venivamo tutte per mare è un piccolo gioiello in cui si incastonano mille storie miniaturizzate in poche righe, tutte dal profilo fiabesco: non ci sono personaggi e ogni individuo rappresenta la declinazione di un ruolo. Se leggiamo questo libro come un deposito di storie, un campionario di vicende unificate dalmotivo della perdita e dell'abbandono in vista dell'ignoto, le vicende di queste donne assumono un valore naturale e paradigmatico: di esseri umani che condividono il destino delle carote o delle erbacce da estirpare. (...) Impressionante il capitolo che racconta l'internamento dei giapponesi nei campi di prigionia, che per più di un dettaglio rievoca la contemporanea vicenda ebraica. Anche se i tasti vengono sfiorati con ancora maggiore levità, ciò che si intravede è sufficientemente terrificante. Costretti a partire, e a vendere tutto rapidamente in cambio di pochi dollari o di assegni scoperti, molti di questi uomini non faranno ritorno. Di case, campi e negozi si approprieranno americani scaltri che sfonderanno porte, raccoglieranno frutti che non avevano seminato e continueranno le attività commerciali che erano state degli operosi e discreti giapponesi, di cui ben presto saranno dimenticati nomi e volti." 

Annamaria Crispino su DeA: "'La scomparsa" è l’ultimo capitolo del libro e il registro cambia: il 'noi' non è più quello delle donne venute per mare decenni prima, è la comunità di una qualsiasi piccola città americana che da un giorno all’altro non li vede più. Quei 'bianchi' commentano: «I giapponesi sono scomparsi dalla nostra città. Le loro case sono sprangate e vuote. Le loro cassette della posta cominciano a traboccare [...] In una delle loro cucine – quella di Emi Saito – un telefono nero continua a squillare. [...] I più turbati dalla scomparsa dei giapponesi sembrano essere i nostri figli. Ci rispondono male più del solito. Si rifiutano di fare i compiti. Sono ansiosi, inquieti». Hanno paura, si fanno domande. Alcuni, non tutti. Perché anche 'loro' non sono tutti uguali."

sabato 14 gennaio 2012

Meet my husband/11: Um... genius or crazy?

Bigthink.com has just published two articles about Jonathon Keats: one on his latest artwork (Can Bacteria Solve the Mysteries of the Universe?), and another where they ask their readers if Mr Keats is a genius or a lunatic.

A little embarrassing for Mr Keats' wife, I admit, but also quite funny. So here's the article for you. If you want, you can follow the link and add your comment.



Genius or Crazy? Jonathon Keats

Keats

Today's homepage article shares the latest work of experimental philosopher Jonathon Keats – a kind of tightrope walker over the chasm of Possibility. This is a man who has copyrighted his own brain on the grounds that its neural networks are a kinetic sculpture he created by thinking. He opened an “anti-bank” in an attempt to counteract the global recession with a mirror economy based on antimatter, issuing paper currency in denominations of 10,000 positrons and higher. Keats has even attempted to introduce legislation in the state of California: the Law of Identity – which, sadly, did not pass – would have stated that “A = A, or: every entity is identical to itself.” 
From his porn theater for plants (showing films of bees pollinating flowers) to his attempt to genetically engineer god in a petri dish, Keats turns science and everyday reality inside out, making the Twilight Zone manifest. His experiments provoke thought, laughter, debate, bewilderment, even outrage. So we ask you, readers of Big Think: Jonathon Keats – Genius, or Crazy?

venerdì 13 gennaio 2012

Let's dance!/2

Tom Waits, Ice Cream Man (from Closing Time, 1973, studio version: good for dancing)

I'll be clickin' by your house about two forty-five
Sidewalk sundae strawberry surprise,
I got a cherry popsicle right on time
A big stick, mamma, that'll blow your mind

'Cause I'm the ice cream man, I'm a one-man band (yeah)

I'm the ice cream man, honey, I'll be good to you.

Baby, missed me in the alley, baby, don't you fret

Come back around and don't forget,
When you're tired and you're hungry and you want something cool,
Got something better than a swimming pool

'Cause I'm the ice cream man, I'm a one-man band

I'm the ice cream man, honey, I'll be good to you.
'Cause I'm the ice cream man, I'm a one-man band
I'm the ice cream man, honey, I'll be good to you.

See me coming, you ain't got no change

Don't worry baby, it can be arranged:
Show me you can smile, baby just for me
Fix you with a drumstick, I'll do it for free

'Cause I'm the ice cream man, I'm a one-man band

I'm the ice cream man, honey, I'll be good to you.
Be good to you, be good to you,
Good to you yeah, good to you yeah, good to you yeah, good to you yeah,
Good to you yeah, good to you, I'll be good to you, I'll be good to you... 


Live in Denver, 1975 (good for dreaming that I was there)

 



mercoledì 11 gennaio 2012

Giustizia sociale: una classifica per paesi

Secondo questa tabella pubblicata dal New York Times, che valuta i parametri di giustizia sociale nei paesi membri dell'OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development), gli Usa non sono messi proprio bene: ventisettesimi su trentuno paesi. L'Italia è diciannovesima
I parametri misurati sono: prevenzione della povertà, tasso di povertà generale, infantile e degli anziani, disparità dei redditi, spesa per l'istruzione prescolare, salute pubblica, giustizia intergenerazionale (politiche per la famiglia e le pensioni, politiche ambientali e attenzione alle generazioni future). Gli Usa vanno molto male sui primi tre e sul quinto dei parametri. L'Italia, e ciò non stupisce, sull'ultimo, la giustizia intergenerazionale.





Secondo quest'altra tabella, che accompagnava nel febbraio scorso un altro articolo del  New York Times, gli Stati Uniti vanno ancora peggio, ultimi su trentatre (prima l'Australia, l'Italia ventitreesima). La tabella, che riguarda le "economie avanzate" del FMI, misura la disparità dei redditi, il tasso di disoccupazione, il livello di democrazia, l'indice globale di benessere Gallup, l'insicurezza alimentare, l'aspettativa di vita, la popolazione carceraria e il livello di apprendimento degli studenti in matematica e scienze. Gli Usa vanno molto male sui salari, la sicurezza alimentare, la popolazione carceraria e l'apprendimento della matematica. L'Italia su sicurezza alimentare e risultati degli studenti.





Credevate che lo facesse solo Berlusconi?


La cosa migliore è la faccia di Sarkozy.

lunedì 9 gennaio 2012

Lo yoga può anche fare male: gli americani scoprono l'acqua calda

Ho letto con interesse e una certa soddisfazione un articolo di Federico Rampini intitolato "Allarme dagli Usa, lo yoga può anche far male". Il perché della soddisfazione lo si capisce leggendo QUESTO mio vecchio post, in cui criticavo lo yoga "all'americana" per gli stessi motivi che ora espone Rampini. E pensando a quelli che hanno scambiato lo yoga per una qualunque ginnastica cool, ripubblico qui tutto l'articolo di Rampini. Buona lettura.

C’è il praticante alle prime armi che subisce il “colpo della strega” alla schiena, per una “posizione triangolo”, e resta bloccato a letto per settimane. C’è anche il sedicente guru che si procura una lacerazione al tendine di Achille, facendo il “cane a testa in giù”. E’ un esercito di vittime di una sindrome nuova: gli incidenti di yoga. L’allarme viene dagli Stati Uniti, lo lancia un’autorità nella materia. Glenn Black, guru da 40 anni, allievo del grande maestro indiano B.K.S.Iyengar di cui seguì i corsi a Pune, si è convinto che “la maggioranza delle persone che stanno praticando yoga non sono adatte, farebbero meglio a smettere”. Un giudizio durissimo, suffragato da statistiche inquietanti. Nei reparti di pronto soccorso degli ospedali americani, cresce il numero di ricoverati che arrivano trasportati in ambulanza direttamente da un corso di yoga: i primi 13 casi si verificarono nel 2000, poi venti nel 2001, poi 46 nel 2002, da un decennio il trend è un raddoppio ogni anno. E questi numeri ancora relativamente piccoli non devono ingannare, perché la maggioranza degli infortunati non vanno in ospedale bensì cercano aiuto da un fisioterapeuta, un chinesiterapista o un chiropratico. Una ricerca della facoltà di medicina alla Columbia University di New York censisce un bilancio ben più alto: 231 lesioni alla schiena, 219 alle spalle, 174 ai ginocchi, 110 al collo. Un’ecatombe?
Il tema finora è stato quasi un tabù. E’ un soggetto delicato, per non dire scabroso, in quella nuova “tribù” mondiale che sono i praticanti di yoga. La convinzione che lo yoga abbia virtù quasi miracolose, per raggiungere l’equilibrio psico-fisico, la forma perfetta e la pace interiore, sta assumendo le caratteristiche di una religione. Essendo un “praticante” di lunga data posso scrivere senza auto-censure. Da tempo ho avvertito segnali in contro-tendenza, che smentivano le certezze più diffuse. Per esempio, a New York ho un maestro con seri acciacchi a rotule e menisco. E una guru donna per settimane ha avuto una caviglia fuori uso. Non che li credessi dei supermen, invulnerabili e infrangibili, ma lo yoga non avrebbe dovuto proteggerli? I più bravi dei miei maestri, peraltro, mi hanno colpito per la loro prudenza: tante raccomandazioni prima di cominciare le posizioni a testa in giù, avvertimenti sui rischi per il collo. Da uno dei miei guru, Tom, ho appreso la triste notizia che stando a testa in giù si accentuano i rischi per chi è soggetto a glaucoma (nel mio caso una probabilità ereditaria elevata). Ora il tabù
Danielle Levitt for The New York Times
viene infranto da un libro: “The Science of Yoga: Risks and Rewards”, frutto delle inchieste di un “confratello” di yoga, William Broad, che ne ha pubblicato un’anticipazione sul magazine del New York Times. Le foto che accompagnano l’articolo sono scherzose, i contenuti no. Broad, pur continuando a praticare lo yoga, spezza l’omertà e porta alla luce un’impressionante mole di studi sui danni della disciplina. Alcuni sono usciti sulle più importanti riviste mediche, il Journal of the American Medical Association e il British Medical Journal. Altri hanno trovato ospitalità perfino sul “nostro” organo ufficiale, lo Yoga Journal, il cui esperto sanitario Timothy McCall ha iniziato una crociata contro l’uso dissennato dello yoga.
Il problema, infatti, non è lo yoga: siamo noi. Le ragioni per cui l’esercito delle sue vittime cresce di anno in anno, sono tre. Al primo posto c’è la contraddizione fra il nostro stile di vita – le giornate di lavoro seduti a una scrivania, curvi su un computer – e una pratica nata in India in epoche in cui la gente stava normalmente inginocchiata, accovacciata, in pose “naturali” da cui sono derivati molti esercizi di yoga. Secondo: lo yoga è diventato una moda di massa, solo negli Stati Uniti i suoi adepti sono quintuplicati in un decennio balzando da 4 milioni nel 2001 a 20 milioni oggi. La diffusione di massa ha avvicinato a questa disciplina un numero crescente di persone inadatte, con problemi fisici pregressi, fragilità palesi o nascoste. La massificazione porta anche a uno scadimento nella qualità dei maestri: alcuni sono dilettanti allo sbaraglio, attratti dal business che moltiplica palestre specializzate in ogni metropoli d’America. Al terzo posto viene lo “scontro di civiltà”, che si verifica quando una disciplina indiana attecchisce in una cultura individualista e competitiva. “Uno dei problemi è l’ego – conferma Black – lo yoga dovrebbe insegnarci a ridimensionare il nostro ego, invece in troppe scuole americane lo vedo spinto agli estremi, in uno sforzo di realizzare performance sempre più avanzate”. Se lo stretching dei tendini diventa un’ossessione, o quando il peso del corpo infierisce senza cautela sulle vertebre cervicali, l’incidente è dietro l’angolo. La direttrice dello Yoga Journal, Kaitlin Quistgaard, conferma il pericolo: “Ho sperimentato sulla mia pelle sia le virtù terapeutiche dello yoga, sia i danni che può fare”. Black conclude: “Dovrebbero praticarlo solo persone in ottima forma. Oppure va esercitato a scopi terapeutici, ma sotto una sorveglianza accurata e competente”.

Una gita a Mendocino/2

 
Finalmente in serata arriviamo a Mendocino. Il nostro B&B ha un buffo nome new age, "Didjeridoo Dreamtime Inn & Meditation Center", ma per fortuna di new age ha poco altro. Il prezzo è abbordabile, la posizione ottima, i proprietari sono simpatici e la colazione compresa nel prezzo è squisita e abbondante (uova strapazzate, patate viola - sì, viola - al forno, salsicce e pancakes). La nostra stanza è quella in alto a sinistra, sotto la scritta "1882".

 
Il proprietario ci racconta delle sue avventure come pescatore di abaloni, squisiti molluschi che in California sono protetti e quasi impossibili da comprare legalmente (i posti che li vendono sono pochissimi, e a prezzi molto elevati). Lui ha una licenza per uso personale, con la quale può pescare pochi esemplari non rivendibili. E allora d'estate, tutte le domeniche, organizza un potluck dinner a ingresso libero, dove basta presentarsi portando qualcosa da bere o da mangiare per poter gustare i suoi abaloni, cucinati con una ricetta che l'anno scorso è  seconda al festival dell'abalone di Mendocino. Mi segno il potluck dinner con abalone tra le cose da fare l'estate prossima.


Dopo colazione usciamo a passeggiare lungo le Headlands, le magnifiche scogliere che circondano Mendocino. Il panorama è davvero mozzafiato.





 




In paese ci sono molte case "antiche", costruite alla fine dell''800, e ogni tanto qualche strano edificio come quello qui sotto.


Vicino a Mendocino c'è il meraviglioso Point Cabrillo Lighthouse, un faro perfettamente restaurato che sorge - manco a dirlo - in una posizione spettacolare. In marzo vi si tiene il Whale Festival, con l'osservazione delle balene che passano proprio lì davanti. Mi segno il Whale Festival tra le cose da fare la primavera prossima.

Insomma, spero proprio di tornarci presto, a Mendocino.

(Molte più foto su Flickr)

sabato 7 gennaio 2012

Una gita a Mendocino/1

Panorama lungo la Highway 1 North
La gita a Mendocino, anche se breve, è stata magnifica. All'andata abbiamo viaggiato lungo la Highway 1, che se non è la strada più bella del mondo, senz'altro è la più bella di tutte quelle che ho visto io. Lunga, però. Almeno cinque ore per arrivare a Mendocino, quando prendendo la Route 101, come diceva ieri Giacomo, ne bastano tre (infatti al ritorno abbiamo preso quella).
Idem
Cinque ore di strada panoramica (piena di curve) in un paesaggio di scogliere mozzafiato e natura incontaminata. Qualche paesino qua e là, il più grande avrà avuto circa trecento abitanti (il numero degli abitanti è sempre doverosamente segnalato sul cartello all'ingresso del paese: 71, 125, 36... cosa fanno, cambiano il cartello ogni volta che muore o nasce qualcuno?).


All'andata ci siamo fermati a pranzare a Point Reyes Station, un paese di ben 350 abitanti che ci piace tanto, soprattutto per gli ottimi formaggi della Cowgirl Creamery e per la bella libreria da dove non usciamo mai a mani vuote.






1/Continua.

venerdì 6 gennaio 2012

Siamo in gita

Chissà se funziona la pianificazione dei post di Blogger? Be', se funziona e voi state leggndo questo post ed è venerdì, noi in questo momento siamo qui:


(La foto non è mia, naturalmente. Se va tutto bene, le mie arriveranno presto).

giovedì 5 gennaio 2012

Il ritorno di Fabio

Ringrazio Licia, che sul suo blog sempre interessante ha parlato di "un prodotto in vendita in alcuni paesi di lingua inglese il cui nome è insolito perché non è né un sostantivo, come la maggior parte dei marchionimi, né un aggettivo o un verbo (modo imperativo), ma addirittura una frase, I can’t believe it’s not Butter.

Questo fantastico prodotto esiste anche nella pratica versione spray, che viene pubblicizzata da un personaggio che i lettori e le lettrici del blog hanno già incontrato in questo post: il mitico Fabio.



mercoledì 4 gennaio 2012

L'importanza di Fantozzi

L'altra sera parlavo con un amico italiano che ha sposato un'americana, e insieme abbiamo deciso di organizzare una proiezione di film fondamentali per capire la cultura e il modo di pensare degli italiani. Nulla di particolarmente artistico o intellettuale, niente Fellini o Antonioni, bensì i film che sono entrati nell'immaginario popolare, quelli che formano una specie di sottotesto comune a tutti gli italiani. E così, naturalmente, abbiamo deciso di cominciare con Fantozzi. Perché la vera nostalgia dell'Italia la provi quando sei a cena con un gruppo di stranieri e nessuno ha mai sentito nominare la Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare. O l'Occhio della Madre.



martedì 3 gennaio 2012

I manichini di San Francisco/1

Spesso, camminando lungo la nostra via, mi fermo a fotografare una casa. Anzi, le sue finestre. Gli abitanti di quella casa hanno sistemato tre manichini davanti alla finestra che dà sulla strada, e ogni 2-3 settimane rifanno la "vetrina" con nuovi abiti e pettinature. La cosa va avanti da anni, ed è un po' sinistra. Non si vede niente dell'interno della casa, che mi incuriosisce tantissimo, soprattutto la sera, quando le tre signorine guardano il mondo da una finestra illuminata apposta per loro.
I manichini sono molto amati a San Francisco, capitale dell'estetica camp, e presto ve ne mostrerò altri per chiarire cosa intendo. Nel frattempo, godetevi questa sfilata.


Colori patriottici
Natale








Vista dall'altro marciapiede

Versione osé


Halloween
Verde e trasparenze

lunedì 2 gennaio 2012

Primo dell'anno con oceano


Per cominciare bene l'anno, una passeggiata fino all'oceano e i versi di Ambrose Bierce su San Francisco. 

Careful now.
We're dealing here with a myth.
This city is a point upon a map of fog;
Lemuria in a city unknown.
Like us,
It doesn't quite exist.





Qualche altra foto, e a più alta risoluzione, la trovate nel set di Flickr.