lunedì 7 novembre 2011

Il traduttore come rockstar

Sulla scia del successo americano (e non solo, ovviamente) del nuovo libro di Murakami, e delle controversie suscitate dalle dichiarazioni del suo traduttore Jay Rubin (che in questa intervista al New Yorker sconsiglia di leggere letteratura in traduzione. Ma di questo parlerò ancora), Salon.com ha pubblicato un articolo sulla traduzione - e sui traduttori. 
L'articolo, firmato da Kevin Canfield, comincia citando Gavin Bowd, il traduttore inglese di Michel Houellebecq, e il suo problema nel tradurre - in un capitolo in cui si parla di un personaggio che ha deciso di suicidarsi in una clinica per l'eutanasia - l'espressione ‘se faire des couilles en or’. “Literally," scrive Bowd, "they were going to turn their balls into gold.”
"(...) Herein lies the translator’s dilemma. Bowd’s mission is stay as loyal as possible to the original text. But in this case, a strict translation would be ridiculous. 'I translated: they were going to make a killing' in fees, Bowd added (...) 'In the context, I prefer that.'"

Secondo David Bellos, autore di Is That a Fish in Your Ear? Translation and the Meaning of Everything (di cui ho parlato QUI): "It’s true in America, but it’s even truer in Britain, that there is a kind of cloud of disapproval over translators and translations,(...) Reviews (...) of translated books — if they mention the translating at all, it’s to disparage it. Bit by bit over the years, I’ve come to realize that these are very effective devices for holding the foreign at bay. It’s a way of comforting yourself: ‘Oh well, I only read English, and I don’t really have to take these books from elsewhere terribly seriously because they are only translations.’”
L'articolo continua dicendo che: "(...) Bellos has a good case when he says that translators deserve better. 'A long novel — maybe you get $10,000, in dribs and drabs. A bit on signature, a bit when you deliver the manuscript, a bit when it’s published. How many of those have you got to do in a year to make that a living? More than is really conceivable to do well (...) You would have to translate at 90 miles an hour and not revise. Most literary translators don’t want to do that, even if they could. You can’t really live as a literary or book translator in the English-speaking world as a full-time job and also sleep.”

Interviene anche Lydia Davis (di cui ho parlato in una serie di post, QUI, QUI, QUI e QUI), parlando della sua traduzione di Madame Bovary, e del fatto che non legge mai tutto il libro prima di cominciare a tradurlo (e in questo io e lei ci assomigliamo), perché "she prefers an element of surprise." E: "There’s no drawback to this, because of course you’re going to do another draft and then another draft, so there’s plenty of time to go back over your work and change things in light of what you now know."
Mentre Philip Gabriel, che ha tradotto in inglese 1Q84 insieme a Jay Rubin, lavora in modo diverso: “I usually read the book straight through, then go back and translate a rough draft of about four pages per day until it’s all done, (...) I try to spend some time previewing the next day’s pages so I don’t get too caught up on particular passages.”

Non manca naturalmente il paragone fra il lavoro del traduttore e quello del musicista (metafora azzeccata anche se un po' trita) evocato da Tiina Nunnally, traduttrice dal danese e dallo svedese, che scrive:  “It requires a talent for transforming words from one language into another, and doing it so that it doesn’t become apparent that the reader is reading a translation. That’s the real trick, because Americans especially have a certain wariness about reading a translated work. I can’t tell you how many people have said: ‘Well, I’d pick it up, but I could see it was a translation so I didn’t really want to read it. I knew it would sound awkward.’ That’s our goal, to make sure that it doesn’t sound awkward.”

Imre Goldstein, traduttore dall'ungherese, paragona il libro tradotto a una produzione teatrale: "Potentially the most gratifying and elevating teamwork, a theatrical production, as everyone knows, requires the input of many collaborators. Often, reviewers write only about some, say, the director, the actors and the costume designer, leaving out others, such as the composer, the musicians, the lighting designer, fight choreographer and all the invisible but indispensable tech crew, without whom there would be no production. When, as a translator, I am not mentioned in a review, I console myself by assuming that the reviewer read the text as if it were the original."

E infine, tornando a Bellos, leggiamo che: “Japanese literary translators have much the same status as authors do in Britain and America. Many author-translators are household names, and there’s even a celebrity-gossip book about them: ‘Honyakuka Retsuden 101,’ or ‘The Lives of the Translators 101'. (...) They’re rock stars (...) Maybe it’ll fade away over the next century, maybe it’s just something of a fossil. Or maybe the Japanese have got it right, and we should treat all translators as rock stars. I wouldn’t mind.”

Quest'ultima parte alimenta la mia curiosità sulle traduzioni dal giapponese, di cui sto discutendo e sentendo parlare parecchio in questi giorni. Tornerò presto sull'argomento.

Nel frattempo, trovate l'intero articolo QUI.

9 commenti:

  1. Molto interessante! Grazie. Una traduttrice molto rock, ma poco star :-)

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  2. Grazie a te! Da che lingua traduci?

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  3. Inglese, e attendo trepidante l'uscita di 1Q84 di Murakami, che è uno dei miei autori preferiti. Buona settimana!

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  4. Ogni volta che parlo con qualcuno (ovviamente giapponese) confermo la mia prima impressione. Murakami e' MOLTO meglio in traduzione che in lingua originale. Prosa piatta, personaggi stereotipati che parlano in un giapponese all'americana.
    Tutt'altro discorso per una scrittrice come Ogawa Yoko il cui unico testo che si salva in traduzione e' "L'anulare". Gli altri, a mio parere, sono stati rovinati nel passaggio dal giapponese all'italiano.

    Sigh.

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  5. @Giappone Mon Amour: io ho letto Murakami sia in inglese sia in italiano, e la mia impressione è stata che la traduzione italiana fosse molto più vivace, ricca. Migliore, oserei dire, anche se è difficile far paragoni su una lingua di partenza a me sconosciuta. "L'anulare" mi è piaciuto molto, un gioiellino.

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  6. Mmm... sulle traduzioni di Murakami mi riservo di indagare ancora un po' (anche se quello che dite concorda abbastanza con l'opinione della mia amica Mariko, scrittrice e traduttrice). Per adesso, però, mi viene in mente (non so quanto a proposito) il libro "La traduzione e la lettera o l'albergo nella lontananza" di Antoine Berman, in cui, nel capitolo dedicato a "L'analitica della traduzione e la sistematica della deformazione" si parla del "sistema di deformazione dei testi che opera in ogni traduzione", e in particolare del fenomeno che Berman definisce "nobilitazione". Cito: "Il risultato è che la traduzione è 'più bella' (formalmente) dell'originale (...) La retoricizzazione che abbellisce consiste nel produrre frasi 'eleganti' utilizzando per così dire l'originale come materia prima. La nobilitazione non è dunque che una ri-scrittura, un 'esercizio di stile' a partire dall'originale (e a sue spese)."
    Ripeto, non so quanto si applichi alle traduzioni di Murakami, ma è una possibilità.
    Quanto a "L'anulare", grazie della segnalazione: un'altra aggiunta alla montagna infinita di libri da leggere!

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  7. Bello il tuo post, e sempre belli i commenti dei tuoi lettori. Mi ha sorpresa scoprire che leggi mentre traduci, non avevo mai pensato a questo aspetto così soggettivo del tuo lavoro. E' affascinante leggere i vostri "dietro le quinte".

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  8. A proposito di traduzione, copio e incollo qui un brano di un articolo inviatomi dall'autore, Paolo Merlini, e pubblicato su La Nuova Sardegna. Il pezzo riguarda un dibattito fra traduttori avvenuto qualche anno fa al festival letterario Isola delle Storie di Gavoi, diretto da Marcello Fois. Al dibattito partecipavano traduttori italiani e un traduttore francese, Jean Paul Manganaro (che ha tradotto Gadda, Calvino, Bene e Tabucchi).

    "Era proprio «L’autore invisibile» il titolo del dibattito, seguitissimo, che si è svolto ieri mattina sul ruolo dei traduttori. Scrittori a tutti gli effetti, condannati dall’etica del mestiere, come ha ben spiegato Ilide Carmignani, alla scelta dell’invisibilità, all’essere soltanto la voce di un autore straniero. Spesso malpagati, soprattutto in Italia, al contrario della Francia dove hanno diritto a una percentuale sulle vendite. «Si dice che la letteratura sia un linguaggio universale - continua Carmignani - ma non è così. Lo si può dire per la pittura, ma senza la mediazione culturale dei traduttori dalle librerie sparirebbero due volumi su tre, saremmo tutti più poveri». L’opera dei traduttori, dunque, come argine ultimo alla globalizzazione, portatrice della ricchezza del diverso, dell’altrimenti sconosciuto. E se Luca Conti, specializzato in noir (sue le versioni italiane dei romanzi di Joe Lansdale, lo scrittore texano presente a Gavoi), spiega i suoi segreti da artigiano nelle traduzioni più complicate, Anna Nadotti confessa che il suo sforzo principale è teso a restituire il piacere che gli deriva da una determinata opera. «Piacere, certo, ma spesso anche dispiacere», le fa eco un ironico Manganaro, che cita Deleuze («bisognerebbe riscrivere i libri dopo che sono stati tradotti»). E spiega il suo metodo di lavoro: «Certi romanzi - dice - sono noiosissimi, perciò la regola principale è non averli letti prima di iniziare a tradurli, così ci si annoia meno. E poi il traduttore deve avere la testa vuota, ascoltare il suo orecchio interno. E comportarsi da perfetto idiota». Lo scrittore perfetto da tradurre? «Quello morto, sicuramente», risponde a una domanda che arriva dal pubblico, «puoi star sicuro che non ti chiama una volta al giorno per suggerirti ciò che devi fare. Ci sono autori, come Kundera, che sono dei veri rompipalle».
    E infine scopri che il Bustianu protagonista dei romanzi di Marcello Fois, tradotto in 23 Paesi e 17 lingue, in Francia parla provenzale."

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  9. Grazie Silvia, tutto molto interessante!

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