martedì 10 luglio 2018

Il marchio del malinteso

Ho una felpetta nera con la cerniera, semplice semplice, il classico "capo jolly" come c'è scritto sulle riviste del parrucchiere. La metto spessissimo, soprattutto in questa città dove devi sempre prevedere un brusco calo della temperatura alla prima raffica di vento (del benedetto vento che tiene lontana la caldazza). La felpetta ha un piccolo marchio, in alto a sinistra dove di solito stanno i marchi. Un marchio comune, di quelli che nessuno ci fa caso.

Ieri sera, a cena, un amico mi chiede: "Perché hai sulla felpa la donna nuda dei paraspruzzi dei camion?" [In inglese "aletta paraspruzzi" è mud flap]
A seguito della mia reazione ovviamente perplessa, scopro che anche la moglie dell'amico e Mr K vedono sulla mia felpa una donna nuda di profilo. Mr K aggiunge che l'ha sempre trovata un po' strana, e tutti e tre confermano che farebbe lo stesso strano effetto a qualunque americano. Io spiego che non è così, si tratta di due persone sedute schiena contro schiena, ma loro dicono che no, la prima cosa che viene in mente guardandola è proprio la silhouette di una donnina nuda di profilo, di quelle che qui vengono sfoggiate da tanti camionisti sui loro mud flaps.

Ecco, adesso mi tocca andare in giro con la mia felpetta sapendo che faccio venire in mente a tutti il camionista di Thelma e Louise.




sabato 7 luglio 2018

Oggi ho incontrato un genio

Oggi ho passato una bellissima giornata nei parchi di San Francisco.
Prima sono stata nel mio posto preferito della città, Land's End, la fine della terra. Eccola 



Poi sono andata al Golden Gate Park dove c'era questa cosa meravigliosa, dodici pianoforti sparsi in giro per il giardino botanico, in posizioni scenograficamente perfette, con pianisti più o meno bravi che davano un concerto per chi passava di lì


Ad ascoltarli in quell'atmosfera fiabesca sembrava che il mondo fosse un posto bellissimo.

Poi siamo capitate in una radura che sembrava un po' Central Park, con una piccola scalinata e un gazebo in cima. La persona che stava suonando aveva finito, e al pianoforte si è messo un bambino. La prima cosa che ho detto è stata "no, il bambino no, ora si metterà a pestare sui tasti come un ossesso". 
Il bambino ha cominciato a suonare. Io e la mia amica ci siamo guardate a bocca aperta. Di rado ho sentito qualcuno suonare così, e sicuramente mai un bambino. Nel giro di quattro secondi ho capito che mi trovavo davanti a un genio. Non suonava una musica che conoscevo, ma qualcosa di malinconico e particolare, qualcosa che era veramente suo, ed era meraviglioso. Lo vedevi sulle facce di quelli che lo ascoltavano, non tanta gente, ma tutti rapiti. Ogni tanto i presenti si scambiavano delle occhiate, come a dire "ma cosa stiamo vivendo?"
Quando il bambino ha finito di suonare siamo tutti scoppiati in un applauso, e lui si è girato a guardarci con aria stupita, come a dire "ma voi cosa ci fate qui? Perché mi battete le mani?", con quegli occhiali da sole dalla montatura bianca che facevano un po' divo e un po' extraterrestre. Gli abbiamo chiesto il bis, e lui ha fatto un'altra magia. Mi sono commossa per la pura bellezza di quel momento.
Mentre uscivamo dal parco, abbiamo attaccato discorso con una signora che fa la volontaria per la manifestazione e ci suona anche. Le abbiamo chiesto del bambino, e lei ha detto: "Un bambino biondo, di cinque anni? Quello è Arthur. Era qui anche l'anno scorso." Anche a quattro anni Arthur suonava così, malgrado avesse le mani ancora troppo piccole per raggiungere i tasti neri.
Poi ci ha raccontato una storia su Arthur, perché a quanto pare le storie su Arthur stanno girando per il parco. Un giorno questa signora pianista è andata dalla mamma di Arthur, che gli siede accanto per terra mentre lui suona, e le ha chiesto se Arthur suona improvvisazioni. La mamma di Arthur le ha risposto di andare pure a chiederlo a lui. La signora ha chiesto ad Arthur: "Arthur, mi suoneresti per favore il vento?" Ma Arthur l'ha guardata come se non capisse cosa stesse dicendo. Allora la signora è tornata dalla madre e le ha detto: "Non credo che Arthur abbia voglia di improvvisare", e la madre le ha risposto: "Oh, ma ultimamente Arthur sta suonando elettroni". Allora la signora è tornata da lui e gli ha chiesto: "Arthur, potresti suonarmi degli elettroni nel vento?" E Arthur ha immediatamente cominciato a suonare una musica meravigliosa che sembrava proprio un volo di elettroni nel vento.

Signore e signori, ecco a voi Arthur. Sentiremo presto parlare di lui.


sabato 16 giugno 2018


"Passato lo sgomento per l'ennesima ecatombe, il dibattito europeo si è spostato sulla necessità di 'fermare i viaggi per fermare le stragi'. Non, quindi, rimuovere le cause per cui centinaia di uomini, donne e bambini rischiano la morte ogni anno pur di partire. Né tanto meno preoccuparsi di studiarle. Ma bloccare i viaggi controllati da 'trafficanti di esseri umani', come se questi movimentassero una tratta di schiavi colossale, e non - più semplicemente - offrissero un'alternativa criminale e infame, e spesso molto insicura, a profughi che non hanno, letteralmente, altre vie di fuga."

da La frontiera, di Alessandro Leogrande


mercoledì 6 giugno 2018

Il sonno della ragione genera Salvini

Io li voglio vedere, quelli che nella sala d'attesa del medico di base si lamentano della sanità italiana mentre aspettano la loro visita gratuita. Quelli che in ogni momento, anche quando qualcuno gli pesta un piede sull'autobus, hanno pronta la stupidissima frase "certe cose succedono solo in Italia".
Sono poche le cose che succedono solo in Italia. La corruzione, le ingiustizie, gli stronzi succedono in tutto il mondo. Chi dice che succedono solo in Italia farebbe bene a informarsi.
C'è però una cosa che succede quasi solo in Italia. Questa cosa è la sanità pubblica garantita a tutti.
Certo, come tante altre cose anche la nostra sanità ha parecchi problemi. Che si stanno aggravando. Che sono stati creati da amministrazioni sia di destra sia di sinistra. E che dipendono da una sola, semplicissima ragione: il taglio dei fondi.*
Ora, c'è gente che si lamenta della sanità pubblica e poi vota Salvini. Vota quello che oggi ha detto: "è giusto che chi guadagna di più paghi meno tasse" (dopo un po' i giornali hanno cambiato il titolo, ma il senso rimane quello). Gente che si fa abbindolare dalla propaganda che ancora sostiene una fesseria come quella dell'effetto trickle-down, che ha proprio funzionato bene negli Stati Uniti, oh, certo, andatelo a chiedere alla marea di poverissimi in continuo aumento. Gente che vota con il cervello spento, senza pensare che se i ricchi pagano meno tasse, nelle casse dello Stato entrano meno soldi, e cosa farà allora lo Stato? Ma taglierà i servizi, naturalmente. E allora la sanità non solo funzionerà sempre peggio, ma costerà sempre di più ai cittadini.
Darsi la zappa sui piedi non è una cosa che succede sono in Italia, ma bisogna dire che agli italiani riesce proprio bene.

* Grazie a un commento di Ernesto Aloia su twitter scopro una cosa che non avrei mai sospettato (anch'io, dunque, colpevole di credere alle certezze collettive senza controllarne la fondatezza): i famosi tagli alla sanità non ci sono mai stati. Il problema è, invece, che il SSN deve erogare una enorme quantità di servizi in più a mano a mano che l'età media della popolazione sale.

venerdì 18 maggio 2018

Laboratorio di traduzione a Pordenone 25-26 maggio



Tradurre la Narrativa, il corso di traduzione di pordenonescrive, inaugura un nuovo laboratorio di approfondimento sulla traduzione letteraria.

Workshop di traduzione letteraria dall’inglese

Tradurre i grandi americani - Sulle orme di Denis Johnson e Jonathan Franzen

Laboratorio di traduzione con Silvia Pareschi
25 -26 maggio 2018
Un viaggio nella letteratura americana, passando dalle atmosfere allucinate e lo stile apparentemente caotico di Jesus’ son di Denis Johnson, considerato insieme a Carver uno dei maestri del racconto americano, alla precisone formale e alle architetture sontuose di uno dei più amati scrittori americani contemporanei, Jonathan Franzen. Un viaggio nella lingua e nello stile dei due grandi autori, in compagnia della bravissima Silvia Pareschi, voce italiana di Johnson e Franzen.
Contenuti
Il laboratorio sarà introdotto da una breve analisi della lingua e dello stile dei due autori statunitensi. Seguirà poi la parte di laboratorio vero e proprio, che vedrà i partecipanti come protagonisti. Si lavorerà infatti all’analisi e al confronto delle versioni dei testi che i corsisti avranno precedentemente tradotto. I brani da tradurre, che saranno tratti dalla raccolta di racconti Jesus’ son di Denis Johnson, di prossima uscita per Einaudi nella nuova traduzione di Silvia Pareschi, e da un opera di Jonathan Franzen, verranno inviati al momento dell’iscrizione. 
venerdì 25 maggio ore 15.00 – 19.15
sabato 26 maggio ore 9.00 – 13.15
Sede: Palazzo Badini, aula Master piano terra – via Mazzini 2 Pordenone
DOCENTE
Silvia Pareschi è una delle più note e apprezzate traduttrici dall'inglese. Fra i tanti autori da lei tradotti ci sono Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz. Vive tra San Francisco e il lago Maggiore, dove è nata, insieme al marito, l'artista e scrittore Jonathon Keats. Quando è a San Francisco, oltre a tradurre, insegna l’italiano agli americani e racconta le sue esperienze nel blog Nine hours of separation.

lunedì 14 maggio 2018

Un saluto dall'eremo




Ve l'ho già segnalato il sito Cabin Porn? Io lo adoro, ogni sera lo apro, guardo una nuova meravigliosa immagine di una casetta sperduta in mezzo al nulla, sospiro e sogno.

Ecco, in questo periodo sto idealmente in una di queste casette. La Mamma sta molto meglio, grazie a tutti voi che le avete augurato una pronta guarigione. Io traduco, leggo, scrivo. Scrivere è sempre faticoso, chissà chi me lo fa fare con quella sindrome dell'impostore che mi perseguita sempre, il senso di inadeguatezza, ma anche la pigrizia che se ne approfitta. Ogni tanto scrivo qualche paragrafo che mi sembra buono, ma poi penso che la storia non va da nessuna parte, e poi mi stanco da sola delle mie lagne e allora mi metto a leggere, e tutti i libri che leggo mi sembrano più bello di quello che ho in mente di scrivere (e lo sono, naturalmente). Ma poi ogni tanto mi diverto anche. O forse è solo che trovo interessante fare qualcosa di nuovo, almeno con la mente.

Mi mancano gli amici del blog. Ciao, quando esco dall'eremo vengo a cercarvi.

giovedì 5 aprile 2018

La delusione della sanità (attenzione, post negativo!)

Sarò breve perché in questi giorni ho decisamente poco tempo per scrivere. Sono rientrata in anticipo in Italia (ecco perché il volo low-cost, avevo bisogno di un biglietto dal costo non esorbitante anche se acquistato all'ultimo momento) per un problema di salute della Mamma che per fortuna dovrebbe risolversi senza strascichi.

Ora, voi sapete quanto io sia una fervida sostenitrice della sanità pubblica, viste le orride avventure che ho avuto negli Usa con quella privata. Ecco, questa volta l'esperienza della Mamma in un ospedale pubblico è stato un vero disastro. Qui in provincia di Varese si tagliano i fondi agli ospedali piccoli e li si lascia con le pezze al culo e una grave carenza di personale. Solo che l'ospedale grande non ha posti per tutti. E la clinica privata per la riabilitazione vuole 290 euro al giorno (tariffa base per il soggiorno) + 35 euro all'ora per fisioterapia (almeno 2 ore al giorno) + ogni visita ed esame extra a pagamento = fate voi i conti, ma direi che si arriva facilmente a un minimo di 3000 alla settimana.

Ecco, allora vorrei dedicare un sonoro vaffanculo ai politici che stanno smantellando il nostro sistema sanitario per trasformarlo in una brutta copia di quello americano. E che i soldi delle mazzette vi vadano tutti in medicine. 

sabato 24 marzo 2018

La maledizione del posto centrale e la dimensione delle persiane altrui

Torno a casa con un volo Norwegian + EasyJet. Un po' preoccupata per la nuova esperienza con il low-cost intercontinentale, che consiste in un volo fino a Londra-Gatwick, scalo di 5 ore (detto con voce fantozziana) con sbarco valigia e reimbarco su EasyJet. Invece va tutto bene. Voli in orario, servizio - nei limiti del low-cost - buono. Se non fosse per un dettaglio, perché ovviamente se non ci fosse stata una fantozzata non sarei qui a scrivere questo post.

Con la tariffa più bassa, Norwegian assegna automaticamente il posto a sedere. Ovviamente al check-in scopro che mi hanno assegnato l'orrido posto centrale. Cerco di impietosire la simpatica assistente di terra, la quale mi dice che posso provare a chiedere prima dell'imbarco, magari riesco a trovare un posto corridoio libero. E infatti va proprio così. Che fortuna! 
Salgo sull'aereo, mi accomodo nel mio bel posto corridoio e poco dopo vedo arrivare il mio vicino. Un tizio pallidiccio, con l'aria un po' malata. Si siede senza togliersi il voluminoso giaccone. Mah, penso. Bizzarro. 
Il volo è notturno, quindi il mio piano è guardarmi un filmetto o due e poi cercare di dormire un po'. Il tizio accanto a me, nel frattempo, comincia a bere. Coca cola e bottiglietta di superalcolico. Poi, a un certo punto, rutta. Non un ruttino, eh. Un gran ruttone tonante. Non faccio a tempo a pensare "che schifo" che quello ne fa un altro. Quattro o cinque in totale. Poi si alza, facendomi alzare. Normale amministrazione. Peccato che dopo essersi alzato se ne sta in giro per una ventina di minuti (dove cavolo andrà, sull'aereo, lo sa solo lui), costringendomi a stare all'erta per aspettare il suo ritorno. Poi torna, si mette tranquillo per un po', e poi ordina di nuovo da bere. E ricomincia tutto da capo. Serie di ruttoni e passeggiata sull'aereo. Quando torna a sedere, invece di mettersi tranquillo e guardarsi anche lui un filmetto come fanno tutti, si mette a guardare il MIO film (che io sto vedendo con i sottotitoli, facilitandogli le cose) e a commentarlo ad alta voce. Poi ordina di nuovo da bere e rutta. Al quinto o sesto giro di rutti, quando ormai la puzza di alcol si è fatta insostenibile, vado dalla hostess e le chiedo se non c'è un limite alla quantità di alcol che si può vendere a un passeggero. Lei dice: "consigliamo di bere con moderazione". Eh, sì, infatti. Io le spiego che vicino a me c'è un ruttatore seriale e lei, sinceramente dispiaciuta, mi propone di cambiarmi il posto. Io accetto. E dove vado a finire? Ma in un sedile centrale, naturalmente.

Ecco, ora forse vi chiederete cosa c'entra la dimensione delle persiane altrui che ho messo nel titolo. Niente, è che stamattina ho trovato un commento al post sull'insonnia in cui mi si annuncia solennemente che non si leggerà più il mio blog, e non solo, ma che i miei malanni dipendono dalla mia negatività e dal mio atteggiamento di italiana cinica all'estero che dovrebbe andare a farsi un giro in India e così smetterebbe di notare la dimensione delle persiane altrui. Stai a vedere che se vado a fare un giro in India mi passa la negatività e dunque l'insonnia? (Che comunque è passata, era dovuta a problemi ormonali e non di negatività.) O forse se imparo ad affrontare le cose senza cinismo e negatività, la prossima volta il tizio che rutta se lo becca qualcun altro?

martedì 20 marzo 2018

Una gita in North Carolina/2. Dove il tempo si è fermato

Vediamo se riesco a scrivere il post prima di andare in aeroporto, da dove spero di riuscire ad arrivare in Italia senza troppi intoppi.

So che aspettavate il racconto della passeggiata, ma in realtà non si può dire che sia stata una grande avventura. Faceva un freddo becco, io non ero molto in forma, c'era il rischio di trovare le strade chiuse per il gelo, e i boschi invernali spelacchiati non erano proprio esaltanti. Non abbiamo raggiunto l'Appalachian Trail di cui parla Bill Bryson e non abbiamo incontrato neanche un orso. L'unico souvenir è questa foto di Mr K all'inizio del sentiero che abbiamo scelto (da notare che in inglese "from the frying pan into the fire" significa "dalla padella alla brace").



Molto più interessante è stata la gita che abbiamo fatto il giorno dopo nella cittadina di Marshall, dove il tempo si è fermato. Ecco il department store:








Notare la bella giornata

La stazione di servizio








Da questa parte del fiume c'erano i vecchi battisti, che parlano un dialetto incomprensibile e rappresentano lo zoccolo duro del North Carolina rurale. Dall'altra parte del fiume invece c'è una vecchia scuola che è stata comprata da un ricco artista, che ci ha ricavato dei bellissimi studi che affitta ad altri artisti meno ricchi, che arrivano qui da ogni parte dell'est, persino da New York. Naturalmente le due comunità non comunicano molto, ma tutto questo rende Marshall assai interessante.

Il palazzo degli artisti. Provate a immaginarlo con il sole

Ecco, sono riuscita a finire il post. Qui piove a catinelle, ho due voli scrausi con in mezzo maltempo e tornadi vari. From the frying pan... Incrociate le dita per me!

PS: sono qui in aeroporto che aspetto l'imbarco (finora sembra puntuale) e mi sono ricordata di non avere pubblicato un'altra immagine che sembra uscita da un'altra epoca. Eccolo qui, lo abbiamo seguito lungo la strada da Marshall ad Asheville 



mercoledì 14 marzo 2018

Una gita in North Carolina/1. Mele caramellate e persiane finte

Tutti mi chiedevano: "ma cosa ci vai a fare in North Carolina?"
Be', un po' per accompagnare Mr K, che insegna per un semestre ad Asheville, e un po' per vedere "l'entroterra" degli Usa, visto che finora sono sempre stata solo sulle coste (e a New Orleans, che è comunque un posto unico). E poi la zona di Asheville è molto bella, ci sono le Blue Ridge Mountains, le Smoky Mountains, insomma, un sacco di mountains, e io volevo farmi un giro sul famoso Appalachian Trail descritto così gradevolmente da Bill Bryson in Una passeggiata nei boschi.

Tanto per cominciare con le cose esotiche, all'aeroporto di Charlotte ho visto un negozio di mele caramellate come non ne avevo visti mai



Arrivata ad Asheville ho scoperto che, al contrario che in California, qui l'inverno esiste. Ma noi stavamo calduccio in una casa vicina al campus, dove il riscaldamento ad aria forzata faceva un  rumore da aspirapolvere giorno e notte, solo che invece di aspirare l'aria la buttava fuori, riscaldata ma non filtrata a giudicare dai granelli di polvere che tossivo fuori in continuazione (un po' come nel mio racconto Ganja yoga). D'altronde l'intera zona non brilla per l'alta qualità dell'edilizia, tra i soliti, onnipresenti strip mall e le casette tirate su con lo sputo. Il rapporto case-chiese qui è 1:1, e le chiese sono all'80% battiste (le altre metodiste e avventiste del 7° giorno). 
La nostra casa, oltre al riscaldamento a vortice, sfoggiava un'altra caratteristica inquietante: le persiane finte. Non me n'ero mai accorta, ma Mr K dice che le persiane finte abbondano dappertutto. In effetti, dopo averle notate nella nostra casa, ho cominciato a vederle dovunque. Eccole. Sono finte. Appiccicate al muro. Gliene frega così poco di capire a cosa servono, che le fanno persino più piccole della metà della finestra.



Qualcuno dirà: ma tu vai in North Carolina e noti solo mele caramellate e persiane finte? Perché cos'altro c'è da notare? Per l'avventurosa passeggiata nei boschi, aspettate la prossima puntata.

giovedì 1 marzo 2018

L'effetto Uber a San Francisco


Le strade di San Francisco
Chiunque viva a San Francisco da almeno qualche anno vi dirà che il traffico sta peggiorando a vista d'occhio. Sempre più gente viene a vivere qui per lavorare a Silicon Valley, e la città continua a dare permessi per costruire palazzoni senza aggiungere parcheggi né modificare l'inadeguata rete stradale. Risultato: un incubo. Code di decine di chilometri ogni giorno per i pendolari che vanno al lavoro, e le strade del centro cittadino completamente intasate. Fino a qualche anno fa attraversare la strada, per me abituata ai pirati della strada italiani, era bellissimo: agli incroci le macchine si fermavano ancora prima che tu scendessi dal marciapiede (perché qui non si fa il "rolling stop", cioè quella cosa per cui allo stop si rallenta e basta: qui è - sarebbe - obbligatorio fermarsi proprio). Ora non più: i pedoni travolti agli incroci sono in vertiginosa crescita, abbiamo rischiato tantissime volte anche noi.

Oltre all'aumento della popolazione, la causa principale di questa congestione sono i servizi di trasporto privato, cioè Uber e Lyft. Più della metà delle macchine che vedete in giro hanno sul parabrezza gli adesivi di uno o dell'altro, più spesso di entrambi. So che la gente li ama, sì, che bello, costano poco e danno una lezione a quei maledetti tassisti. Bello, eh? Bene. Ecco come funziona l'effetto Uber. I tassisti di San Francisco erano una categoria disprezzata prima dell'avvento dei loro concorrenti: non arrivavano mai, i telefonisti erano maleducati, ecc. ecc. Io quell'epoca non l'ho vissuta, e siccome ho schifo della "gig economy" ho sempre usato solo i taxi (che adesso, spaventati dalla concorrenza, funzionano benissimo), attirandomi lo scherno generale per la mia arretratezza. 
I tassisti di San Francisco sono stati costretti dalla città a comprare una licenza (il cosidetto "medallion") che costa $250.000, gli autisti di Uber e Lyft no; le compagnie di taxi pagano le tasse alla città, Uber e Lyft no; i tassisti di San Francisco guidano macchine ibride, Uber e Lyft no; i tassisti hanno un sindacato, Uber e Lyft... ahahah. Spesso chi guida per Uber e Lyft vive fuori città (perché ovviamente nessuno può permettersi di vivere in città con i magri guadagni della gig economy) e viene qui per 5-6 giorni alla settimana e dorme in macchina. Un tempo i tassisti potevano guadagnarsi da vivere con il loro lavoro, oggi non più. 
Qual è il piano di Uber e Lyft? Ancora una volta, l'arrogante (e redditizia) idea della "disruption" che è alla base della Silicon Valley: mandiamo in rovina i taxi offrendo un servizio più economico; poi quando li avremo eliminati dal mercato e avremo il monopolio del trasporto privato, potremo aumentare i prezzi. In effetti al momento i prezzi sono così bassi che anche il trasporto pubblico ne risente, e l'azienda di trasporti cittadina è sempre più in crisi. Sempre meno autobus, sempre più macchine private che intasano la città. E poi è vero che i prezzi sono più bassi, ma il servizio è pessimo: gli autisti improvvisati non hanno idea di dove si trovano e seguono pedissequamente il loro gps, mentre i tassisti sono vecchie volpi che conoscono la città come le loro tasche. Tutte le numerose volte, tranne una, che ho rischiato di essere investita a un incrocio, il pirla che non si è fermato allo stop era un autista di Uber o Lyft. Troppo impegnato a seguire il gps? Troppa fretta di prendere la prossima corsa sottopagata?

E poi, naturalmente, anche questi protagonisti sfruttati della gig economy scompariranno quando arriveranno le self-driving cars, che ormai si vedono (in fase sperimentale, ma ancora per poco) a tutti gli angoli della città.
Dove la metteremo poi, tutta questa gente che è stata "disrupted"? Be', trovare una soluzione non è certo il compito di questi giganti della new economy. Il loro compito è solo quello di far soldi. E noi, "siccome costa meno", glieli diamo sempre volentieri.

martedì 20 febbraio 2018

Il cervello dell'insonne

La Mamma ha letto il mio blog e dice che parlo solo delle mie malattie.
Comunque ora va meglio, l'agopuntura sta funzionando ancora una volta. Non vi tedierò con il racconto della mia insonnia, né con quello delle partite a bowling al piano di sopra che l'hanno aggravata.
Però ecco un piccolo esempio di cosa succede al cervello dell'insonne.

La settimana scorsa ho preso un taxi per andare dall'ambulatorio del medico alle meravigliose terme giapponesi dove avevo prenotato un massaggio. Dico all'autista "seventeen fifty Geary". Lui ripete il numero, io dico ok. L'autista parte, e poco dopo alla mia sinistra vedo passare il Golden Gate Park. Che strano, penso. Ci metto ancora qualche minuto per cominciare a sospettare che stiamo andando nella direzione sbagliata. Dico all'autista "stiamo andando a Japantown, vero?" E lui: "ma non deve andare a seventy-fifty Geary?". "No" gli rispondo, "seventeen fifty". "Ma io gliel'avevo anche ripetuto". E c'ha ragione, penso. Il tassista azzera il tassametro e riparte nell'altra direzione. Arrivati finalmente al Kabuki penso che voglio dargli una bella mancia. Il 30% invece del solito 15 (che poi io di solito do comunque il 20). La corsa costa 10$. Gliene do 20 e gli chiedo un resto di 7. Lui mi restituisce la banconota e dice: "Questi sono 50". Oh cazzo. "Eh", gli dico, è vero che volevo lasciarle una bella mancia, però..." E lui risponde: "Infatti ho pensato, non sarà mica così generosa".
Aiuto.

lunedì 29 gennaio 2018

Burns' Night a San Francisco

Sabato sera siamo andati a casa di due amici che ogni anno organizzano un piccolo ricevimento per la Burns' Night, la tradizionale festa scozzese in onore del poeta Robert Burns.
James e Tim vivono in una meravigliosa casa vittoriana che hanno comprato, beati loro, nel 1996, quando comprare una casa a San Francisco non era solo prerogativa dei miliardari. A differenza di quasi tutte le altre vecchie case della città, come la nostra, qui le finiture in legno non sono state dipinte di bianco, ma sono rimaste del colore originario, legno di sequoia tinto di marrone scuro per farlo sembrare noce. Questo dà subito all'ambiente un'aria ottocentesca, aumentata dallo squisito arredamento d'epoca, perfettamente intonato a una serata in onore del sommo poeta scozzese (che è vissuto nel '700, ma vabbè, ci siamo capiti).

Per compensare la triste mancanza dell'haggis, che negli Usa è bandito perché contiene polmoni di pecora (!), i padroni di casa organizzano ogni anno un concorso per il migliore scotch. Ogni invitato porta una bottiglia di whisky scozzese con l'etichetta nascosta; durante la serata tutti assaggiano abbondanti porzioni delle varie bevande e infine votano la loro preferita. Chi ha portato la bottiglia vincente avrà in premio quella che vuole tra le bottiglie in gara, poi la scelta tocca a chi ha portato la seconda classificata e così via, perché nessuno se ne vada a mani vuote. (Io non posso bere perché pare che l'alcol possa aggravare i sintomi della mia rinite della supercazzola, e così mi sono limitata a votare annusando.)
Tra un assaggio di whisky e l'altro si leggono poesie (soprattutto quelle licenziose) di Burns, una strofa a testa in uno scozzese totalmente incomprensibile che gli americani si sforzano invano di replicare con l'accento originale. Io non solo non potevo bere, ma avevo anche lasciato a casa gli occhiali. Per fortuna, a evitarmi la figura della sfigata totale, Tim (che lavora per la Grace Cathedral di cui ho parlato anche nel mio libro) mi ha prestato una lente d'ingrandimento che mi ha consentito di leggere con grande enfasi ma senza capire un accidente versi immortali tipo l'Ode allo haggis. E poi naturalmente abbiamo cantato tutti in coro Auld Lang Syne, la canzone più triste del mondo.