martedì 21 ottobre 2014

Meet my husband/29. Microbial Associates, ovvero: una scuola di business per batteri

Questa volta Mr K apre una scuola di business per batteri. La mostra si inaugura questa sera, martedì 21 ottobre, alla galleria Modernism di San Francisco.


L'idea riceve una certa attenzione (QUI e QUI, per esempio), e ottiene un paginone nella sezione Business del giornale di San Francisco, il Chronicle. (Una nota sui commenti: Mr K è solito ricevere commenti idioti agli articoli che parlano dei suoi lavori. Lui li trova divertenti, io non tanto. Quelli del Chronicle sono particolarmente carini. Uno si conclude così: "questo idiota avrebbe avuto più credibilità se avesse fondato una tech company di successo"; un altro gli augura che qualcuno compri il palazzo dove vive e lo sfratti; il terzo gli consiglia di fare qualcosa di utile tipo cercare una cura per l'Ebola.)


Mr K nella nostra sala da pranzo

mercoledì 15 ottobre 2014

Postcards from New York/23. ll ragazzo che fotografava piedi


La gloria decadente di West Harlem

Domenica era una splendida giornata, con il profumo dell'autunno che mi fa sentire vicina a casa. Sono uscita nel pomeriggio per andare su su in alto a Harlem, a sentire il concerto che la signora Marjorie Eliot tiene tutte le domeniche nel suo salotto. Purtroppo sono arrivata solo un quarto d'ora prima dell'inizio e il piccolo appartamento della signora Eliot era già strapieno, quindi ho deciso che la bella giornata avrebbe avuto la precedenza su un concerto ascoltato in piedi senza vedere niente, strizzata in mezzo ad altre persone. 


Pare che i vicini della signora Eliot non gradiscano i visitatori della domenica pomeriggio

Una delle tante chiese di West Harlem: la First Corinthian Baptist Church

Allora ho preso un autobus e sono scesa verso sud, attraversando West Harlem che è bellissima, piena di vecchi edifici signorili, negozi che vendono cibi africani, chiese battiste e scuole coraniche. Poi, passando di fianco a Central Park, ho avuto una splendida visione di giardini e fontane e sono scesa di corsa dall'autobus per entrare in un posto incantato, una parte del parco che non conoscevo: il Conservatory Garden. Ho fatto una passeggiata con Beethoven nelle orecchie, e ho notato che nel giardino sorridevano tutti. I giardini rendono la gente felice.

Sull'autobus mi giro e vedo questo...

... e nel giardino incontro le farfalle monarca

Ho continuato a passeggiare nel parco, finché non mi sono accorta che un ragazzo mi stava seguendo. La cosa non mi preoccupava particolarmente, visto che era pieno giorno e c'era molta gente intorno. Poi il ragazzo si è avvicinato e mi ha rivolto la parola. Un tipo distinto, molto gentile, che si è presentato come uno studente del Pratt Institute (una scuola di arte e design) e mi ha chiesto se poteva fotografarmi i piedi. Per un compito scolastico, ha detto. Ovviamente ho accettato, e così siamo andati a sederci su una roccia, mi sono tolta scarpe e calzini e mi sono fatta fotografare i piedi. Però gli ho chiesto se potevo fotografare le sue mani che fotografavano i miei piedi, così avrei avuto le prove di quella bizzarra storia newyorkese che adesso avrei raccontato a tutti. Ah, quanto mi piace New York.





lunedì 13 ottobre 2014

Postcards from New York/22. Piccole cose per cui vale la pena di vivere in (un paio di) città

E rieccomi nell'amata New York, tappa assai gradita sulla strada di casa.
Sabato sono andata a sentire Denis Johnson (di cui presto tradurrò il nuovo libro), poi sono andata a cena con la mia amica Noa e abbiamo concluso la serata scoprendo per caso un ottimo locale nel suo quartiere, Crown Heights. Il locale si chiama The Classon, fa grande musica dal vivo, ha un personale gentilissimo, serve un ottimo Primitivo ed è gestito da un bolognese (lo abbiamo scoperto dopo) che suona molto bene l'armonica. Avevamo parlato di quanto sarebbe bello trasferirsi in campagna, ma Noa, davanti al Primitivo e al concerto scoperto per caso, ha cambiato idea (io non ancora).


domenica 12 ottobre 2014

Cartoline dal paradiso/7. Arrivederci in paradiso

Ultima cena insieme
 
La partenza dal paradiso è stata triste, naturalmente. Rallegrata solo dall'aver saputo che possiamo tornare quando vogliamo per farci una passeggiata, e, se veniamo accettati, anche come residenti invernali per un periodo più breve e senza staff.
Djerassi mi ha cambiato un po' la vita. Me ne vado arricchita di silenzio, di bellezza, di nuove amicizie, di storie da raccontare, e della consapevolezza che forse non potrò mai vivere in un posto come questo, però posso cercarne uno che ci somigli almeno un po'.

E adesso sono a New York, che è tipo l'opposto di Djerassi ma va bene lo stesso :-)




 



Alba con nebbia
Tramonto su oceano di nebbia
In cerca del puma
Ultimo tramonto
Io comunque qui ci ritorno

giovedì 9 ottobre 2014

Cartoline dal paradiso/6. Una gita a San Gregorio Beach

Il mese in paradiso è finito, ma ho ancora un sacco di foto che vorrei condividere. Per esempio quelle della nostra gita al mare.
A circa tra quarti d'ora da Djerassi c'è la spiaggia di San Gregorio, sulla splendida Highway 1. Un giorno ci hanno portati a fare una gita con picnic, tanto per regalarci un po' di bellezza in più.

San Gregorio Beach

La solitudine del surfer
Massima soddisfazione
Mr K e Lisyanet
Scultura sulla spiaggia
Picnic con gabbiano


lunedì 6 ottobre 2014

Cartoline dal paradiso/5. La marcia in più degli artisti americani

Djerassi dall'alto


Quando io e Mr K ci conoscevamo da pochi giorni andammo a visitare un laboratorio di soffiatura del vetro. Lui e la nostra amica che ci accompagnava, una scultrice, si fecero spiegare come funzionava, e in quattro e quattr'otto cominciarono a produrre complicate sculture di vetro, animaletti e maschere e forme astratte. Io uscii dal laboratorio con un paio di sgraziati caramelloni avvitati su se stessi e un potente senso di inferiorità.
Altro che puma







Qui a Djerassi succede la stessa cosa. Gli artisti lavorano il legno, saldano il ferro, usano materie plastiche. Mr K discute con un'artista di quanto gli piacesse il laboratorio di metallurgia della sua scuola superiore, mentre lei era entusiasta di quello di carpenteria. 


D'altronde, anche Alfred Lambert aveva un laboratorio di metallurgia nel seminterrato. Da queste parti non è una cosa tanto strana.

Dalla finestra del mio studio





E poi c'era quella scrittrice che tempo fa mi disse: "E così ho deciso di diventare un'artista." Frase impensabile per un'europea (o forse solo per un'italiana), cresciuta con l'idea che l'artista è una persona toccata dal sacro fuoco dell'ispirazione, e che artisti si può solo nascere, non certo diventare.  


E così io un po' li invidio, questi artisti americani che sono diventati artisti anche perché nelle loro scuole superiori (mica in tutte, eh) si studiavano metallurgia, carpenteria e altre robe pratiche, questa gente che sa cosa fare con le proprie mani, che si è abituata presto a toccare la materia, a modificarla, a imparare tecniche e non solo teorie.

Sempre dalla finestra del mio studio. Uno più coraggioso

lunedì 29 settembre 2014

Una minorenne in America/4. Greetings from San Francisco, 1986

 
Il racconto delle mie avventure da minorenne in America è rimasto in sospeso per molto tempo. Forse perché la vita quotidiana ha modificato parecchio la mia opinione su questo paese - che era stata ulteriormente edulcorata da alcuni splendidi soggiorni in residenze per artisti avvenuti molto più tardi, a partire dal 2003 - ma la cartella con le fotografie digitali che riproducono le tremende fotografie originali scattate con la mitica Kodak Disc è rimasta a languire sul desktop per più di due anni. Sono le foto scattate a San Francisco nell'estate del 1986 (la storia di come ci sono arrivata l'ho raccontata QUI). 
Raccontare di New York nel 1985 è stato più facile, perché New York l'amo ancora tantissimo. Raccontare di San Francisco lo è un po' meno, perché non so se l'ho mai amata. Però naturalmente quella vacanza è stata indimenticabile, una delle esperienze più belle della mia vita. Se a New York (anzi, a Freehold, New Jersey) avevo trovato i jeans di Bruce Springsteen, a San Francisco ho conosciuto un signore che ci ha portate in volo fino a Disneyland su un aereoplanino a quattro posti. E poi da San Francisco io e Cristina abbiamo preso il Greyhound che ci ha portate, in tre giorni e quattro notti, direttamente a New York. Il viaggio più massacrante della mia vita, del quale però non ho alcuna prova fotografica (ma forse Cristina sì...?).




Libreria socialista (che ovviamente oggi non c'è più)

Oggi, rivedendo queste foto, mi chiedo: ma perché non ho fotografato il signor Gerard, il nostro intrepido pilota? E neppure l'orrido tedesco un po'  maleodorante che ci portò in giro in macchina per qualche giorno (ricordo una breve visita allo Yosemite), per poi riportarci indietro in fretta e furia per incompatibilità di carattere (soprattutto con me)? E di quel viaggio in Greyhound, perché non ho fotografato niente? Di quello mi resta solo la cartina con segnati i luoghi delle fermate e il biglietto dell'autobus spedito dall'Italia, con il messaggio di mio padre che mi augurava buon viaggio.





Gay Pride, 1986
Comunque di San Francisco ricordo poco altro. Il solito trauma del turista che crede di visitare la California del sud e arriva con un abbigliamento ridicolmente inadeguato (nel mio caso culminato con un concerto dei Beach Boys in cui mi misi letteralmente a piangere per il freddo). Un bosco di sequoie con un piccolo bar pieno di adorabili capelloni danzanti. Una serata in campeggio (probabilmente durante la gita con l'orrido tedesco) in cui conoscemmo alcuni ragazzi simpatici e cantammo con loro davanti al fuoco. Il Gay Pride, scene inimmaginabili per una diciassettenne italiana del 1986: uomini seminudi e un'enorme donnona nera che mi afferrò e mi trascinò a ballare con lei. I bar del Castro District, dove omaccioni baffuti minacciati dall'Aids tentavano di distrarsi guardando Dynasty e tifando per la cattivissima Joan Collins.

Ma naturalmente il culmine del viaggio furono la visita a Disneyland, e soprattutto il viaggio coast-to-coast con il Greyhound. E quelli ve la racconto la prossima volta. Oppure, chissà, magari ve li racconto in un libro ;-)
(1/Continua)

Una "stretch limousine" degli anni '80

venerdì 26 settembre 2014

Cartoline dal paradiso/4. Equinozio leopardiano

La festa dell'equinozio è stata carina, con letture di poesie, disegni collettivi e un teatro delle ombre. Io ho letto una poesia in italiano e la sua traduzione in inglese. La scelta della poesia è stata facilissima, non ho dovuto pensarci neppure un istante. Era la poesia perfetta per questo paesaggio qui (manca la siepe, ma va bene lo stesso)


Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte 
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. 
Ma sedendo e mirando, interminati 
spazi di là da quella, e sovrumani 
silenzi, e profondissima quïete 
io nel pensier mi fingo; ove per poco 
il cor non si spaura. E come il vento 
odo stormir tra queste piante, io quello 
infinito silenzio a questa voce 
vo comparando: e mi sovvien l’eterno, 
e le morte stagioni, e la presente 
e viva, e il suon di lei. Così tra questa 
immensità s’annega il pensier mio: 
e il naufragar m’è dolce in questo mare.


This lonely hill was always dear to me, 
and this hedgerow, which cuts off the view 
of so much of the last horizon. 
But sitting here and gazing, I can see 
beyond, in my mind’s eye, unending spaces, 
and superhuman silences, and depthless calm, 
till what I feel 
is almost fear. And when I hear 
the wind stir in these branches, I begin 
comparing that endless stillness with this noise: 
and the eternal comes to mind, 
and the dead seasons, and the present 
living one, and how it sounds. 
So my mind sinks in this immensity: 
and floundering is sweet in such a sea. 
(translated by Jonathan Galassi)


PS: per chi mi chiedeva foto della festa (impossibili per via del buio), ecco una foto astratta di me che leggo Leopardi alla luce di una torcia, scattata dalla co-residente Avantika Bawa.


mercoledì 24 settembre 2014

"Spot the Translator", il video vincitore

                   

Quest'anno il concorso internazionale "Spot the Translator", promosso dal CEATL per aumentare la visibilità dei traduttori, è stato vinto da un bel video girato due italiane, Cristina Savelli e Alessandra Maldina. La protagonista è Anna Rusconi (con un cameo di Gina Maneri). 
[Music composed by Javier Muguruza setting a poem by Bernardo Atxaga, arranged by Francesco Forges and Giuseppe Gallucci for ONE MORE LANGUAGE, performed by Beñat Achiary (lead voice, drum), Henri Olama (lead voice), Giuseppe Gallucci (guitar), Francesco Forges, Shinobu Kikuchi, Francesca Breschi (back vocals)]


lunedì 22 settembre 2014

Cartoline dal paradiso/3. Pioggia, passeggiate e Alice's Restaurant

 

Il giorno dopo che ho scritto il post sulla siccità ha piovuto. Forse potrei farmi assumere come maga della pioggia. Una maga un po' scarsa, però, visto che più che di vera pioggia si è trattato di qualche sputacchio sceso dal cielo, quasi una presa in giro a questo paesaggio disperatamente assetato. Però dopo la pioggia è arrivata anche la nebbia mattutina, che fa tanto bene alle sequoie.



Faccio lunghe passeggiate solitarie tra le colline e i boschi di sequoie, lungo i sentieri che attraversano la proprietà. Ogni tanto sento un rumore, e temendo che sia un puma ruggisco.


Qua e là si trovano le sculture lasciate da altri residenti, come Stations of Light (di Mark Reeves), che prevede l'ingresso in un tunnel buio e poi l'uscita nella luce. Ho provato a entrare, ma il buio era così profondo che ho avuto paura (ero da sola e pensavo: e se dentro si nasconde un puma?). Lunedì sera abbiamo in programma una festa dell'equinozio proprio lì, e in compagnia degli altri sono sicura che riuscirò a entrare.

La radura dove si trova Stations of Light

 
L'ingresso del tunnel

Venerdì sono andata in paese (il più vicino è a mezz'ora di macchina, lo staff è disponibile per accompagnare i residenti una volta alla settimana) e sono tornata con il mal di testa. Forse perché mi sono già disabituata alla "civiltà", o forse perché non ho digerito le uova Benedict che ho divorato (non resisto mai alle uova Benedict) nel delizioso Alice's Restaurant, l'ultimo avamposto di civiltà (frequentato soprattutto da motociclisti) prima di addentrarsi nella foresta. Ah, ve l'ho detto che il nostro "vicino" è Neil Young, vero? Ha un ranch dove alleva mucche per farne bistecche "organic" e "humanely raised". Forse le vendono anche qui.


Veggie eggs Benedict



venerdì 19 settembre 2014

Le drag queen in municipio

Le drag queen di San Francisco chiedono che Facebook consenta l'uso del "nome d'arte", anziché imporre l'uso del vero nome. Un problema molto contemporaneo. D'altronde, come si può pretendere che abbandonino nomi meravigliosi come quelli citati QUI?
La foto è stata scattata durante la conferenza stampa al municipio. Non sono adorabili?



mercoledì 17 settembre 2014

Cartoline dal paradiso/2. Sequoie e filantropi

Una delle 66 sculture disseminate in giro per la proprietà
I quasi due anni di siccità della California si vedono tutti, in questo paesaggio dove l'erba ormai non è più neanche gialla, ma quasi grigia. Ogni giorno salvo l'acqua che altrimenti finirebbe giù per il lavandino e la verso sul terreno accanto alla mia porta-finestra, sperando di veder crescere qualcosa di verde. Ho anche messo una ciotola d'acqua per gli uccelli, perché qui intorno tutti i torrenti sono asciutti. 

La proprietà si estende per 240 ettari, che un tempo erano coperti di sequoie. Dopo il terremoto del 1906, tutte le sequoie sono state abbattute per ricostruire San Francisco, e oggi quelle che sono ricresciute sono relativamente giovani e piccole. Nel 1998, il Djerassi Resident Artists Program firmò un accordo con un'organizzazione conservazionista, il Peninsula Open Space Trust, impegnandosi a lasciare completamente intatta la proprietà (non si abbattono alberi, non si costruiscono case, non si scava nel terreno) in cambio di 2.2 milioni di dollari. Il paradiso è salvo.

Lontano lontano si scorge un puntino: è il ranch di Neil Young
Far funzionare la residenza, che ospita 12 artisti al mese, è prevedibilmente molto costoso, e i soldi vengono raccolti soprattutto grazie alle donazioni di generosi board members (la filantropia americana - favorita da generose detrazioni fiscali - è sempre stata una cosa che mi piaceva di questo paese. Purtroppo pare che sia una cultura in declino, soppiantata dal libertarianismo molto in voga fra i giovani arricchiti come quelli che oggi popolano San Francisco. D'altronde oggi tutti venerano il fondatore di Apple, non particolarmente noto per la sua generosità, e disprezzano Bill Gates, che fino a oggi ha donato qualcosa tipo 30 miliardi di dollari in beneficenza), oltre che con raccolte fondi aperte a tutti (cene, visite alla proprietà, ecc.). Insomma, finalmente sono tornata nell'America bella, quella che mi piace. A furia di vivere nella città del turbocapitalismo me la stavo proprio dimenticando.

Recuperato da un torrente dove era finito ai tempi dei disboscatori, dopo il terremoto del 1906

Querce della California