martedì 22 luglio 2014

I poveri entrano dal vicolo

Allora, a New York, al numero 40 di Riverside Boulevard, c'è un nuovo grattacielo di 33 piani. Ovviamente di lusso. Dei 219 appartamenti di questo palazzo, 55 sono stati riservati ad alloggi ad affitto agevolato, in cambio di sostanziosi sgravi fiscali e del permesso di costruire un palazzo più grande di quanto normalmente consentirebbe il regolamento cittadino.
La Extell Development Company, la società cha ha costruito il grattacielo, trova però alquanto disgustoso che questi miserabili inquilini convivano con i suoi facoltosi clienti, e così trova una brillante soluzione: due ingressi separati, uno per i ricchi e uno per i poveri. Quello per i poveri si trova in un vicolo sul retro dell'edificio.
Interpellato al riguardo, un altro simpatico costruttore, David Von Spreckelsen, ha dichiarato:
"Nessuno ha mai detto che l'obiettivo fosse la completa integrazione di queste due popolazioni. (...) Non è giusto aspettarsi che persone dal reddito elevato, proprietarie di un'abitazione costata una fortuna, debbano vivere gomito a gomito con inquilini a basso reddito, che devono considerarsi molto fortunati a vivere in un edificio nuovo in un bellissimo quartiere."

Da Gawker.

lunedì 21 luglio 2014

Voglio andare a sentire Charlie Musselwhite

L'ho appena scoperto e già mi piace da pazzi. Poi ho scoperto che ha bazzicato tanto San Francisco. E poi che pare abbia ispirato il personaggio di Elwood in The Blues Brothers. E poi che suonerà da Yoshi's a Oakland il 28 agosto, sera in cui non ho impegni scolastici (e ha pure un prezzo ragionevole). E poi mi sono ricordata che non abbiamo la macchina e arrivare a Oakland è una notevole rottura di palle. Ci riusciremo? Prossimamente sul blog.


mercoledì 16 luglio 2014

Non si sfrattano così anche le centenarie?

A San Francisco continua l'inesorabile ondata di sfratti che la sta trasformando in uno sterile parco giochi per ricchi. La città cosiddetta progressista mette in atto ben poche protezioni per gli inquilini, visto che tra gli sfrattati ci sono famiglie di ottantenni con figlie disabili (vedi link qui sopra), centri di assistenza per senzatetto minorenni (costretto a chiudere i battenti il giorno di Natale: il padrone di casa doveva essere Uncle Scrooge), malati di AIDS, e signore di 98 anni. Novantotto anni, cazzo. Hanno sfrattato una donna di novantotto anni.

QUI c'è la raccolta di fondi per pagare le spese legali di Mary Elizabeth Phillips.
Ah, e adesso c'è anche una petizione.



lunedì 14 luglio 2014

Word of the month: Mansplaining

Image by Lucas Adams, from here


"The tendency of some men to mistakenly believe that they automatically know more about any given topic than does a woman and who, consequently, proceed to explain to her - correctly or not - things that she already knows."

Parola brutta ma diffusa. QUI se ne parla in italiano.

venerdì 11 luglio 2014

Il bucato repellente

Tra le varie cose che non mi piacciono della mia vita a San Francisco c'è l'orrida lavanderia a gettone. A parte la periodica perdita del calzino, che francamente è il male minore, nella ributtante lavanderia a gettone capita di andare a spostare il bucato dalla lavatrice fetida all'asciugatrice lurida (che mi fa ancora più schifo se penso al delizioso profumo dei panni asciugati al sole sul balcone di casa mia, in Italia) e scoprire che l'intero carico è stato estratto e sistemato su un carrello da un cafone deficiente che ha toccato il mio bucato con le sue manacce lerce perché non poteva aspettare cinque minuti per usare quella merdosa lavatrice. Oppure, schifo degli schifi, può capitare di estrarre il bucato e trovarci in mezzo un ripugnante paio di mutande da uomo - slip blu elettrico per la precisione, mi viene il voltastomaco solo a pensarci - dimenticate dall'utente precedente. Quella volta per poco non ho vomitato dentro l'immonda lavatrice. Ogni volta che entro nella nauseabonda lavanderia a gettone provo un disgusto assoluto, globale, mi sembra di sentire l'abominevole puzza di piedi di chi ha lavato i suoi calzini prima di me, vedo davanti a me file e file di mutande luride che spuntano fra i miei panni semilavati con quel ridicolo detersivo biologico che nulla può contro il poderoso esercito di stomachevoli germi che ammorba la laida lavanderia a gettone. Allora sogno di entrare con un lanciafiamme e bruciare tutto, calzini puzzolenti, mutande blu elettrico, lenzuola lise, asciugamani bucati, scarpe da tennis (brutto maiale che lavi le tue scarpe nelle sozze lavatrici  dell'urfida lavanderia a gettone), e di emergere dal rogo pulita, purificata e profumata come un cesto di bucato asciugato al sole.

martedì 8 luglio 2014

Il mimo poliglotta


Da qualche giorno un nuovo uccello si è aggiunto ai pappagalli e ai colibrì che svolazzano nei giardini qui attorno. Non l'ho ancora visto, ma canta meravigliosamente, di giorno e di notte. Un canto stroardinariamente variegato, diverso da tutti i canti d'uccello che ho sentito finora. Dopo una breve ricerca ho capito chi era: il Northern Mockingbird, che in italiano ha due nomi, uno più bello dell'altro: tordo beffeggiatore e mimo poliglotta. Si chiama così perché sa imitare i canti di tutti gli altri uccelli, e non solo, anche rumori tipo gli allarmi delle automobili. A un certo punto lo fa anche nel video qui sotto.


Qui ne trovate una bella descrizione risalente al 1891, tratta dalla Storia Naturale di M. Lessona.
"Il canto proprio del mimo poliglotto ricorda, secondo Gerhardt, quello del nostro tordo bottaccio, non è tuttavia quello che gli ha procacciato tanta celebrità e del quale i naturalisti americani ci fanno descrizioni così entusiastiche. Wilson e Audubon si accordano nell'affermare che può esser detto il re dei cantori, e sostengono che nessun altro uccello gli può essere paragonato per l'estensione e la modulazione della voce.
Non sono già i suoni flebili e dolci del flauto o di qualsiasi altro strumento, dice l'Audubon, ma bensì i suoni più armoniosi che la natura sa inventare. La purezza del canto, la sua diversa accentuazione, l'estensione della voce, la limpidezza sua, sono veramente inarrivabili. Probabilmente non havvi al mondo altro uccello che possieda tanta abilità musicale quanto questo re del canto, che dalla sola natura riceve i suoi ammaestramenti (...)"
"La voce del mimo poliglotto, dice il Wilson, è piena, forte, suscettibile di qualsiasi modulazione. Dai limpidi e morbidi suoni dei tordi silvani passa per tutte le inflessioni immaginabili fino allo strido selvaggio dell'avoltojo. Il mimo poliglotto nel ritmo e nell'accentuazione imita perfettamente la canzone rubata altrui, aggiungendovi però del proprio la forza o la grazia. Nei boschi del paese ove è indigeno non conosce rivali; infinite sono le modulazioni del suo canto. Esso consiste in brevi battute da due a sei toni che sgorgano con gran forza e prestezza, e si seguono senza posa talvolta per delle ore intere. Molte volte chi ascolta crede di aver vicino un buon numero di uccelli che si siano uniti per dare concerto: basta un sol mimo poliglotto perché cadano in tale inganno non soltanto il cacciatore, ma eziandio altri uccelli."

sabato 5 luglio 2014

Fuochi nella nebbia

A San Francisco, per tradizione, l'abominevole nebbione estivo arriva proprio intorno al 4 luglio. Ogni anno, quindi, tutti tentano un pronostico sui fuochi d'artificio: si vedranno oppure saranno coperti dalla nebbia? L'anno scorso io non c'ero, ma mi dicono che era una serata limpidissima. Ieri sera ovviamente no. Nel pomeriggio il cielo è diventato opaco, un vento freddo ha cominciato a soffiare dalla baia, la temperatura è crollata e l'urfida nebbia si è impadronita della città. 
Eccola qui che arriva


Il primo effetto straniante l'ho avuto uscendo di casa: dopo il clima da bagno turco di New York, ieri sera mi sono messa il piumino, quello pesante. E non ho avuto caldo. 
I fuochi d'artificio nella nebbia fanno un interessante effetto fungo atomico/apocalisse/invasione aliena che tutto sommato vale la pena di vedere, una volta nella vita. Una sola, poi basta. 
Non ho scattato foto perché sarebbero state pessime, ma ne ho trovata una QUI che rende abbastanza l'idea.


venerdì 4 luglio 2014

Postcards from New York/21. The Marvelous Sugar Baby

Dopo aver salutato la spiaggiona, i cervi e gli amici, la domenica sono salita sul treno che mi ha riportata a New York. "Back to reality!", ha gridato il macchinista all'arrivo a Penn Station. Ma per me non proprio, visto che la tappa successiva del mio insolito fine settimana consisteva in una visita alla Marvelous Sugar Baby in compagnia di altri amici.
In occasione dell'imminente demolizione della Domino Sugar Factory, che spicca nello skyline di Williamsburg dal 1882 (e che verrà presto rimpiazzata dai soliti luxury condos, anche se pare che de Blasio sia riuscito a strappare ai costruttori una piccola quota di affordable housing), l'artista Kara Walker ha deciso di sfruttare lo spazio per un ultimo, grandioso progetto: la Marvelous Sugar Baby.

Dopo una mezzoretta di coda entriamo nel cortile dell'enorme fabbrica abbandonata



E poi nella fabbrica vera e propria


L'immenso stanzone in cui ci troviamo era un deposito di zucchero, e le pareti emanano un fetore disgustoso, forse di melassa putrefatta. Qua e là si trovano statuine di melassa raffiguranti piccoli raccoglitori di canna da zucchero. Le statue sono in diversi stadi di decomposizione, e di alcune resta solo un grumo informe e una chiazza appiccicosa sul pavimento. (Descritto così sembra una schifezza. Invece le statue erano molto belle. La puzza meno.)




E poi, in fondo alla sala, troneggia lei: The Marvelous Sugar Baby, mezza sfinge e mezza raccoglitrice di canna da zucchero, tutta fatta di zucchero bianco. Sul sito che ho linkato più sopra si trova il video della sua costruzione.




Visione posteriore



La sera, per chiudere in bellezza il fine settimana, un concerto jazz, Stephane Wrembel da Barbès



lunedì 30 giugno 2014

Postcards from New York/20. Una gita negli Hamptons

Rallegrata dalla notizia or ora ricevuta che la mia valigia è ricomparsa e verrà consegnata entro questa sera, devo però constatare che la sparizione di gran parte dei miei effetti personali non stava alterando più di tanto il mio equilibrio. Sarà forse perché ho passato parte del fine settimana in questo posto qui: 



Si chiama Westhampton ed è uno dei famosi Hamptons, le esclusive località balneari di Long Island a un paio d'ore di treno da Manhattan. Una coppia di miei amici ha comprato una... ehm... casetta vicino alla spiaggia, da dove si vedono tramonti




E da dove, se il jet lag vi sveglia alle cinque del mattino, potete anche vedere i cervi



sabato 28 giugno 2014

Postcards from New York/19. Il viaggio di Fantozzi

C'è un motivo se ho giurato che non sarei mai più passata per l'aeroporto di Heathrow. Troppo grande per riuscire a prendere una coincidenza se non si hanno almeno tre ore di tempo. Questa volta, però, io avevo tre ore di tempo. Peccato che l'aereo da Malpensa fosse in ritardo di due. Così, dopo una corsa angosciosa per arrivare all'imbarco, in mezzo a dieci miliardi di passeggeri la metà dei quali, chissà come mai, era davanti a me sulla corsia veloce che scorreva lenta come un bradipo morto, sono arrivata all'imbarco. Io sì, ma la mia valigia no. All'arrivo a JFK, i passeggeri del nostro volo British Airways hanno trovato ad attenderli 5 valigie. Le altre? Problema tecnico. Compilo il modulo per la ricerca della valigia, poi vado a prendere il SuperShuttle (il bus condiviso) per andare a casa dei miei suoceri. Di solito sono la prima a scendere, ormai conosco il percorso. Questa volta, però, c'è un autobus messo di traverso sulla corsia imboccata dal nostro furgone, tutte le macchine fanno retromarcia e prendono un'altra strada. L'autista mi dice che voleva accompagnarmi per prima, e invece sarò l'ultima. Vedo profilarsi davanti a me un altro paio d'ore da aggiungere alle cinquemila che ho già trascorso senza dormire, vabbè, cosa vuoi che sia. Invece l'autista si ostina a risvegliarmi dal coma per farmi scendere all'altezza di una fermata della metropolitana, e così eccomi proiettata nella gradevole serata estiva newyorkese con temperatura e umidità da giungla di Sumatra.
Il giorno dopo il clima migliora, ma io scopro che, oltre a essere senza telefono (per scelta), senza orologio (batteria scarica, sembrava facile trovare chi me la cambiasse) e senza vestiti (indosso quelli della suocera), ora per qualche motivo sono anche senza bancomat (non funziona) e quindi senza soldi. Per consolarmi mangio il mio primo bagel con salmone e cream cheese, ormai tradizionalmente il mio primo pasto quando arrivo a New York.


Poi passo qualche ora ad ascoltare la musichetta del call center dell'aeroporto, la cui addetta, una volta raggiunta, mi promette mentendo che la mia valigia è stata trovata e arriverà presto. Il bancomat viene prontamente sbloccato dalla banca, che lo aveva bloccato perché avevo fatto acquisti online dall'estero senza avvisarli che ero andata all'estero (cioè in Italia). Infine la sera mi rallegro assistendo a una commedia, la storica Der Ring Gott Farblonjet, una parodia wagneriana messa in scena da The Ridiculous Theatrical Company nella St. John's Lutheran Church del Village per le celebrazioni della Pride Week. 


Questo fine settimana vado al mare da un'amica. Il costume è nella valigia, ma il mio unico completo intimo sopravvissuto (quello con cui viaggiavo) è nero e sportivo e somiglia a un costume da bagno.  
 

martedì 24 giugno 2014

Dolci auguri

 
Anche quest'anno Amanda mi ha fatto degli auguri bellissimissimi, che vorrei condividere con voi. Eccoli QUI (insieme a una delle foto che ha scelto per illustrarli).

lunedì 23 giugno 2014

Nobody Brought Back Our Girls


Finita la campagna mediatica, nessuno cerca più le 234 ragazze nigeriane rapite il 22 aprile. Sono state vendute come schiave. Non ne hanno riportata indietro neanche una.


sabato 21 giugno 2014

Aggiornamenti pre-partenza

La partenza si avvicina e io accumulo bizzarri malesseri come afonia totale e cuore accelerato, quest'ultimo, per chi conosce le mie cronache della tiroide, un po' preoccupante, tanto che mi spinge a rifare le analisi - dopo appena un paio di settimane dalle ultime che mi davano in costante e pronunciato miglioramento - per partire un po' più tranquilla (?) verso il paese dove se mi ammalo sono cazzi miei. Intanto, fra i preparativi per la partenza che detesto quasi quanto la partenza stessa, faccio incetta di medicine come se stessi per inoltrarmi in una giungla inesplorata.

Tuttavia, oltre al ricongiungimento familiare, che è sempre una bella cosa, questa volta c'è qualcos'altro che mi aspetta laggiù, nel Paese del Terrore Sanitario. Vi ricordate quel libro su San Francisco di cui vi accennavo con allusioni sibilline? Bene, allora pare che lo scriverò. Maggiori dettagli in seguito, ora vado a godermi gli ultimi giorni d'estate (mentre mi curo la tosse che è subentrata all'afonia).


venerdì 13 giugno 2014

Quote of the day: John Maynard Keynes

"Instead of using their vastly increased material and technical resources to build a wonder city, the men of the nineteenth century built slums; and they thought it right and advisable to build slums because slums (...) 'paid', whereas the wonder city (...) would, in the imbecile idiom of the financial fashion, have 'mortgaged the future' (...).
The same rule of self-destructive financial calculation governs every walk of life. We destroy the beauty of the countryside because the unappropriated splendors of nature have no economic value. We are capable of shutting off the sun and the stars because they do not pay a dividend."  
John Maynard Keynes, "National Self-Sufficiency," The Yale Review, Vol. 22, no. 4 (June 1933), pp. 755-769


«Invece di utilizzare l’immenso incremento delle risorse materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, gli uomini del Diciannovesimo secolo hanno creato ghetti e bassifondi; e ritenevano che fosse giusto così perché 'fruttano', mentre – nell’imbecille linguaggio economicistico – la città delle meraviglie avrebbe 'ipotecato il futuro'.
Questa regola autodistruttiva di calcolo finanziario governa ogni aspetto della vita. Distruggiamo le campagne perché le bellezze naturali non hanno valore economico. Saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo.»  
[Trad. it. in J.M. Keynes, Come uscire dalla crisi, a cura di P. Sabbatini, Laterza 2009, pp.101-3]