giovedì 23 maggio 2013

Think Different: Evade Taxes!

Foto da QUI
Secondo il blog di Alaska da cui ho preso l'immagine:
"Ieri il CEO della Apple, Tim Cook, è stato ascoltato dalla commissione del Senato degli Stati Uniti che ha ricostruito in un documento l’indagine sul sistema con cui l’azienda fondata da Steve Jobs riesce a pagare non più del 2% di tasse su ricavi di 74 miliardi di dollari. La ricostruzione sembra aver più affascinato che scandalizzato, a causa della sua innegabile ingegnosità e della predisposizione dei repubblicani a giustificare comportamenti poco etici delle grandi multinazionali. E poco si può fare per costringere Apple a pagare il dovuto negli Stati Uniti per una questione di legislazione territoriale. In pratica, Apple evade macroscopicamente rispetto al fisco americano, ma non viola la legge."

Non lo fa solo Apple, come ci racconta il New Yorker, ma anche Google, Microsoft e altre multinazionali americane. 

La cosa interessante è la reazione del pubblico e della stampa, che più che scandalizzati per la truffa sembrano ammirati per l'ennesima dimostrazione del genio dei successori di Mr Jobs. 
Questa ammirazione per un personaggio potente che viola la legge con furbizia mi ricorda qualcosa...

mercoledì 22 maggio 2013

Benvenuti nel nido degli allocchi

Vi ricordate quando vi avevo segnalato il sito di Looduskalender con la webcam per spiare il nido del falco? Bene, quest'anno invece sto seguendo tre nidi in diverse fasi di "maturazione".

Ci sono di nuovo i falchi pescatori, qui e qui, che però non hanno ancora deposto le uova.

Poi ci sono le cicogne nere, stupende, che al momento stanno ancora covando le loro cinque uova.

E poi ci sono due spettacolari allocchetti, che potete vedere qui. Sul sito trovate anche un forum dove potete seguire il racconto del nido fatto dagli spioni come me, con foto come queste:


Mamma allocca che cova
I neonati

Artur e Paul crescono

E cominciano a guardar fuori



In questo video, infine, li vedete entrambi alla finestra. Tra pochi giorni lasceranno il nido.

lunedì 20 maggio 2013

Chiapas, un viaggio semiserio/5: La notte con l'agronomo

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Dopo tre giorni a riso in bianco consumato in ristoranti lontani non più di cinquanta metri dalla posada – di più era troppo rischioso - mi sentii sufficientemente in forze da accettare l’invito a cena di Sergio. Con molta trepidazione e qualche residuo pallino vidi finalmente la porta verde spalancarsi davanti a me, rivelando un patio con qualche erbaccia che spuntava fra le piastrelle rotte e una casetta un po’ decrepita, la tipica casa, pensai, di un uomo che vive solo e oltretutto non c’è mai perché è sempre nella foresta a lottare per la rivoluzione. Sergio aveva invitato altre due ragazze italiane, che guardai con sospetto per tutta la sera ma che finalmente verso l’una tolsero il disturbo. Io e Sergio continuammo a conversare per un altro paio d’ore, accompagnandoci con la birraccia annacquata che aveva sostituito il mio Nobile sublime e con le orrende Alitas di tabacco nero senza filtro che il fascinoso agronomo mi forniva a volontà. Infine, con le palpebre di piombo ma consapevole che quella era la mia ultima occasione per sedurre un vero rivoluzionario, annunciai esitante: “Bene, si è fatto tardi…”
E lo scaltro agronomo rispose proprio come speravo. “È meglio che non attraversi la città a quest’ora di notte. Puoi dormire qui, se vuoi. Io dormo sul divano.”
Te lo faccio vedere io il divano, pensai, mentre accettavo l’offerta con un mite sorriso.
“Dov’è il bagno?”, chiesi, con l’alito afflitto dal catrame delle Alitas.
“La porta dopo la cucina,” disse Sergio, “ma stai attenta… no, forse è meglio che non te lo dica.”
“Ha ha, perché, cosa c’è in bagno? Non ho mica paura, io.” E che, scherziamo? Tu sarai anche rivoluzionario, ma io ho affrontato papponi, ustioni e parassiti intestinali per buttarmi fra le tue braccia.
“Be’, ecco, proprio oggi ero… sai… seduto, quando ho sentito un rumore strano sotto di me. Mi sono girato a guardare e… be’, c’era un topo! Sai, qui le fogne sono un po’ rustiche, si vede che è venuto su dall’orto e me lo sono ritrovato nel water che mi guardava. Ho cacciato un urlo e l’ho fatto scappare, credo che si sia spaventato più di me. Ma forse non avrei dovuto dirtelo.”
“Ma no, figurati, cosa vuoi che sia. Anche da me ci sono i topini di campagna…”
“Ma va’, che topino di campagna! Era un topo di fogna, grosso così!” E con le mani indicò una cosa lunga come un basset-hound.
Fortunatamente la vista dell’agronomo dal basso doveva avere terrorizzato la belva, che non si fece
vedere: in bagno c’erano solo scarafaggi, numerosi ma di dimensioni tutto sommato accettabili.
La Selva Lacandona
Seduta nel letto di Sergio, con indosso la maglietta un po’ puzzolente che mi aveva prestato per la notte, posai lo sguardo sul lungo machete appeso al muro e venni colta da un pensiero agghiacciante.
Non mi ero depilata le gambe.
“Allora buonanotte…”, disse Sergio in tono carezzevole, sedendosi accanto a me.
“Sei sicuro di voler dormire sul divano,” azzardai.
“Be’, non so, vedi tu…” rispose in tono indecifrabile.
Ecco, ci siamo, pensai, esaltata da tanta audacia, ammaliata dal romanticismo dell’intera situazione. Adesso non devo fare altro che dire qualcosa, qualche parola pronunciata a mezza voce e accompagnata da un sorriso ammiccante e lascivo, e lui si infilerà nel letto accanto a me e io potrò seguirlo nella foresta e sostenere la sua lotta per la libertà con la mia focosa passione.
Immaginai le sue mani che mi accarezzavano le gambe, sfiorando una peluria più fitta della Selva Lacandona. “Sì, certo, è proprio un bel divano. Mi sembra anche comodo,” risposi.
E così quella notte non chiusi occhio. Per il nervoso.
Il giorno dopo Sergio se ne andò nella foresta, da dove sarebbe rientrato solo dopo la mia partenza.


(5/continua)

domenica 19 maggio 2013

La nostra serata al Caffè Letterario di Lugo

Tutto è andato come previsto, e anche meglio. Il Caffè Letterario di Lugo è ospitato nelle sale del bellissimo Hotel Ala d'Oro di Lugo, e dal 2005 offre serate cultural-conviviali con una serie di ospiti davvero fantastica. Io e Mr Keats ci siamo proprio divertiti. Io ho rivisto la Romagna che ho frequentato per tanti anni in passato, ho ritrovato persone care e ho incontrato nuove amiche, come Angela e Nela San. E naturalmente Licia Corbolante, che ha introdotto la serata e ci ha fatto un sacco di domande interessanti. Il pubblico era intelligente e interessato e l'ospitalità di Claudio Nostri squisita.

E squisiti naturalmente erano anche i cappelletti, di cui Mr Keats, come previsto, si è felicemente abbuffato. Di cappelletti, di tagliatelle e poi anche di lasagne, quando lungo la via del ritorno ci siamo fermati per qualche ora nella mia amatissima Bologna (nello specifico, le lasagne sono state consumate in via del Pratello).

Trovate un resoconto della serata dal punto di vista "linguistico" sul blog di Licia, che qui ripubblica anche il famoso spezzone del film La vita agra che abbiamo mostrato durante la serata.

Sul sito del Caffè Letterario, poi, di resoconti ne trovate ben due, uno ricco di foto, e l'altro molto bello di Ivano Nanni.


venerdì 17 maggio 2013

Diciassette elefanti di zucchero rosa

 
Vashti Bunyan
Seventeen Pink Sugar Elephants (Bunyan-Jenny Lewis)
 
I saw seventeen pink sugar elephants
Sitting under a chestnut tree
I said good morning pink sugar elephants
But they wouldn’t speak to me

Each had two eyes but they couldn’t see me there
Each had four legs but they couldn’t go anywhere
And so we just sat
That early autumn morning
Sun not yet risen and magic everywhere

I walked up to one pink sugar elephant
Asked why wouldn’t he speak to me
But he was a factory-made pink sugar elephant
Given to children for treats after tea

He had two eyes but he couldn’t see me there
He had four legs but he couldn’t go anywhere
And so we just sat 
That early autumn morning
Sun not yet risen and magic everywhere

(This for John who always wanted a third verse)

Why would I ever think an elephant 
Made of sugar would speak to me?
But what were seventeen pink sugar elephants
Doing under a chestnut tree?



lunedì 13 maggio 2013

Chiapas: un viaggio semiserio/4. Un visitatore inatteso

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Il visitatore inatteso si presentò un mattino sotto forma di una estrema spossatezza. Avevo le membra pesanti, la testa imbottita di ovatta, pallini fluttuanti dinanzi agli occhi. I miei già quasi inesistenti muscoli mi avevano abbandonata durante la notte, sostituiti da una colata di piombo. Poi arrivarono i crampi addominali, e a quel punto mi venne in mente che chissà, magari potevo avere la febbre. D’un tratto la spaventosa verità mi apparve chiara al di là dei pallini: avevo incontrato il temibile Montezuma, il terrore del turista. Da quando ero arrivata in Chiapas, le voci sull’inesorabile vendetta del grande re atzeco trucidato dai conquistadores spagnoli mi avevano seguita dappertutto. Le sue vittime erano facilmente riconoscibili, smunte e affaticate, con quello sguardo rassegnato che ti diceva, ebbene sì, ha colpito anche me, e tu non credere mica di sfuggire. Non c’è nulla che tu possa fare, nessuna precauzione che tu possa prendere, Montezuma è nell’aria che respiri, nella mano che stringi, nelle lenzuola in cui dormi. Puoi bere solo acqua in bottiglia, mangiare solo pietanze cotte e disinfettare tutto, puoi nasconderti nel posto più remoto, nell’albergo più asettico, ma Montezuma ti troverà. E Montezuma quel giorno aveva trovato me. Ormai era tardi per chiedersi, nel delirio della febbre, se fosse stata quella bella bambina indigena a tradirmi, a consegnarmi al crudele torturatore che si stava accanendo sul mio intestino. Il giorno prima, in banca, avevo incontrato lei e i suoi fratellini mentre facevo la coda, erano timidi, la madre era diffidente, ma io li avevo conquistati tutti con la smorfia dello zombie. Quella dove si mettono in bocca le dita, magari sporche, e mentre si distendono le labbra si caccia fuori la lingua e si rovesciano gli occhi, e i bambini all’inizio si sconcertano, ma poi cominciano a ridere e sono tanto simpatici e tu ti diverti tanto e il giorno dopo ti sei beccata la diarrea del viaggiatore. 


Sarà stata lei? Montezuma si nasconde nei luoghi più impensati
  
Giacqui nel letto stremata per un tempo incalcolabile, fra brevi momenti di veglia e lunghi precipizi di sonno febbricitante. Poi qualcuno bussò alla porta. “Señorita, telefono.” Scesi le scale, sempre accompagnata da un’allegra sarabanda di pallini. Al telefono era Sergio. Un tempismo perfetto. “Volevo invitarti a cena stasera. Così possiamo bere il vino che mi hai portato.” Stringendo la cornetta nella mano sudata, mi costrinsi a biascicare qualche scusa patetica, ma alla fine decisi che tutto sommato avrei fatto più bella figura se lo avessi ragguagliato sulla mia situazione intestinale. Chissà, magari avrebbe trovato un po’ di tempo per venire a trovarmi, fra una missione rivoluzionaria e l’altra.

Poi trascinai le gambe piombate su per le scale e mi infilai a letto, sprofondando nel crudele abbraccio di Montezuma. Venni svegliata, non so quante ore o giorni dopo, da un paio di discreti colpetti alla porta. “Avanti”, gracidai, e poi credetti che la furiosa vendetta azteca mi avesse compromesso anche il cervello. Davanti a me c’era un bel ragazzotto, un tipo biondiccio con la faccia giovane e pulita, o almeno credo, perché in quel momento l’unica cosa che riuscivo a mettere a fuoco tra un pallino e l’altro era un enorme bicchiere di succo d’arancia. 

O forse avrei dovuto fare più attenzione a quello che mangiavo?

 (4/Continua)

domenica 12 maggio 2013

Saluti dal balcone


Non è passata neanche una settimana dalla sospensione del blog, e già mi mancate. Però in meno di una settimana ho anche letto tre libri e visto altrettanti film. Finalmente c'è il sole e quando non sono davanti al computer a lavorare voglio fare come Mr Keats qui di fianco. Però voglio anche continuare a raccontarvi storie, e a sentire le vostre. Magari per adesso con un ritmo un po' più lento. Domani, comunque, torna l'Agronomo Sergio. Buona domenica!

martedì 7 maggio 2013

Meet my husband/24: Mr Keats e le tasche concettuali


Oggi e domani non ci sarò, vi lascio con un lungo articolo (in spagnolo, ma con alcune belle foto) sull'arte di Mr Keats, che riporta anche un video che non avevo mai visto. Lo trovate qui sotto: si tratta di un breve documentario andato in onda qualche anno fa su KQED, dove s'intravede anche il nostro appartamento di SF prima del mio arrivo (non che sia riuscita a cambiare molto...).

Ah, e nel frattempo Mr. Keats è stato invitato a partecipare a una cosa che si chiama "Art and Punk guide to the Universe". Maledizione non ci posso andare.




lunedì 6 maggio 2013

Chiapas: un viaggio semiserio/3. Un'esperienza mistica.


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Ma tutto sommato non aveva importanza. La cittadina era bellissima con tutti quei colori, il clima fresco, soleggiato e secco delle alture, e c’era tanto da esplorare. Al mattino, in cerca di un buon rapporto calorie/prezzo, cominciavo la giornata facendo indigestione, cosa che mi permetteva poi di saltare il pranzo. Pane, uova strapazzate, riso, fagioli, succo d’arancia e caffè, il tutto di scarsa qualità e piuttosto insapore, ma sempre pesantissimo (da allora ho sempre odiato la cucina messicana). Poi partivo in esplorazione della cittadina e dei dintorni. In Chiapas, così come nel vicino Guatemala, c’è una forte presenza indigena, formata soprattutto dalle popolazioni tzotzil e tzeltal, che convivono con i messicani ispanici che sono immancabilmente più ricchi e grassi, oltre che ingioiellati, baffuti e pieni di figli. In Chiapas le bambine indigene ti guardano curiose e timide con i loro vestiti colorati, le bambine ispaniche ti guardano panzute e arroganti con i loro vestitini rosa pieni di fronzoli. O almeno, questo era ciò che vedevo allora, nel mio fervore rivoluzionario-terzomondista. E naturalmente quello che alimenta l’intenso turismo della zona sono proprio gli indigeni, che vorrebbero semplicemente farsi gli affari loro e invece sono sempre sotto gli occhi dei turisti come me, che vanno in cerca di qualcosa di “tipico”.

Sopra e sotto: la sfilata dei carri della Festa di Primavera e della Pace, la settimana dopo Pasqua. Sopra, in particolare, la reginetta-barbie blanquita. 


La chiesa di San Juan Bautista
Prendiamo, per esempio, quello che le guide descrivono come “l’affascinante villaggio tzotzil di San Juan Chamula” poco più a nord di San Cristòbal, “famoso per le sue pratiche religiose uniche che fondono credenze maya e cristiane”. È vero. L’attrazione principale di San Juan Chamula è la chiesa di San Juan Bautista. È una chiesa senza sacerdoti né messe: anche se in teoria sarebbe cattolica, il prete arriva solo una volta all’anno, per i battesimi, e per il resto la chiesa è gestita autonomamente dalla popolazione indigena. L’interno è spoglio, ma c’è un’atmosfera intensamente mistica che colpisce a sorpresa anche un’atea divorapreti come me. D’altronde qualcuno me lo aveva detto: in questa chiesa succedono delle cose. Il pavimento è cosparso di aghi di pino, che rappresentano la fertilità della terra e il contatto tra l’uomo e madre natura; sopra gli aghi di pino è tutto un pullulare di candele accese, e l’effetto, tra il profumo e la luce, è davvero ipnotico. Potenzialmente incendiario, anche, e infatti più tardi visiterò le rovine di una chiesa rasa al suolo dalle fiamme. È tutto strano ed esotico, qui. Intere famiglie inginocchiate a terra recitano litanie a bassa voce, circondate da bottigliette di Coca Cola che, una volta ingerita, produce grandi quantità di gas e quindi agevola l’espulsione del male attraverso la bocca. Altri riti prevedono l’uso di animali, in genere polli o galline sui quali si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante, per poi sacrificarli (e mangiarli se il male e lieve, oppure seppellirli se il male è grave). Dalle pareti osservano la scena innumerevoli santi, dall’immancabile Vergine del Guadalupe a Sant’Antonio da Padova, tutti travestiti con preziose stoffe colorate, dono dei fedeli per le grazie esaudite. 

... e il suo portale
Mi siedo in un angolo, confusa, consapevole di non capirci niente. Mi vergogno di essere venuta qui a fare la turista a casa di questa gente che sta semplicemente vivendo la propria fede, che sta chiedendo un miracolo per un figlio malato o per un raccolto andato male. Chi sono io per stare qui a guardarli? Mi faccio piccola piccola e mi succede qualcosa. Non so cosa. Il tempo si ferma e si dilata, sono parte della Storia, sono con questa gente, sono una di loro in questo tempo senza tempo che esiste solo qui dentro. Piango, senza sapere perché, se non che sono una di loro e che il tempo non c’è più. Poi esco, stordita, dalla chiesa di San Juan Bautista.

Qualche settimana dopo, al mio ritorno dal Chiapas, avrei partecipato alla festa organizzata da un importante editore per il lancio dell’importante libro di un importante scrittore che avevo tradotto, e al primo incontro con l’importante scrittore mi sarei lanciata in una lunga disquisizione sulla mia esperienza mistica fra gli indigeni tzotzil del Chiapas, cosa che a tutt’oggi non so che effetto abbia fatto all’importante scrittore.

Quando finalmente Sergio riuscì a raggiungermi, qualcun altro lo aveva preceduto. 

(3/Continua)