sabato 5 gennaio 2019

Suoni random a gogò e mariachi: una serata a San Francisco

Ieri sera sono uscita di casa praticamente per la prima volta da quando sono arrivata, il 28 dicembre. Il raffreddore-bronchite mi ha ammazzato la cena del 31 e la gita di Capodanno, e alla fine non avevo neanche più voglia di uscire. Mi stavo trasformando in uno di quei tizi giapponesi che se ne stanno sempre tappati in casa. Mr K, un tantino preoccupato per la mia nuova avversione all'aria aperta, ha insistito perché andassimo per il secondo anno di seguito all'esilarante Tape Music Festival, una roba d'avanguardissima in cui te ne stai seduto al buio e ascolti per un paio d'ore "suoni random a gogò", come dice il mio amico Vincenzo che è spesso l'artefice di queste mie uscite improbabili.


Ma poi l'autobus era in ritardo (peggio del solito), io avevo la tosse e pensavo al pubblico intellettualissimo del festival che si sciroppava i miei ragli da tisica, e così all'ultimo momento ho deciso di non andare. 
"Facciamo una passeggiata nella Mission", ho detto a Mr K. Passeggia passeggia, però, cominciavo ad annoiarmi, non avevo voglia di sentire musica in locali affollati, volevo - francamente - solo tornare a casa e infilarmi sotto le coperte con un libro. Finché, d'un tratto, l'illuminazione. Siamo passati davanti a un ristorante messicano dove suonava una band di mariachi. 
Mr K: "Vuoi andare sentire i mariachi?" Io: "Ma no... anzi, perché no?"
Un posto abbastanza modesto, con tre enormi schermi Tv che normalmente mi avrebbero tenuta lontana. Ma i mariachi: sublimi. Erano in sei, leggermente sgarrupati ma estremamente seri. Due violini, una tromba, due chitarrine e un chitarrone enorme. Si spostavano da un tavolo all'altro, dove tutti erano messicani (tranne ovviamente noi) e conoscevano le canzoni. C'era un tizio meraviglioso che assomigliava tantissimo a Jesus (aveva anche una camicia lilla) e cantava e faceva ballare le ragazze, c'era la barista, giovanissima e con l'apparecchio ai denti, che a un certo punto ha smesso di spillare birre e si è messa a cantare con un vocione da cantante lirica, c'era la padrona che rideva tantissimo e ogni tanto ballava e cantava pure lei, c'era il buttafuori con un sorriso stampato in faccia che sicuramente pensava "ma che figata di lavoro che mi sono trovato".  
Insomma, la prossima volta che mi viene la sindrome della reclusa, una bella band di mariachi e passa la paura.

giovedì 3 gennaio 2019

Una cosa che tutti dovrebbero sapere e che io stranamente non sapevo

Di rado leggo libri nuovi. A parte quelli che leggo per lavoro, cioè. Non solo perché compro quasi soltanto libri usati, ma anche perché sono una lettrice prudente, e proprio perché lavoro nell'editoria non mi lascio incantare dalle sirene dell'ultimo caso editoriale, dal libro dell'anno, dal libro di cui tutti parlano (lo facevo anche con i film, poi mi sono ritrovata a vedere Pulp Fiction quando tutti l'avevano già visto da sei mesi e mi guardavano come se fossi appena uscita da una caverna. Adesso i film non li vedo quasi più, mannaggiamme). Se non leggo classici, leggo libri la cui fama è ormai consolidata. O libri che mi interessano perché ci arrivo seguendo qualche mio percorso personale. Ora sto finendo l'appassionante The Circle, per esempio, che mi ripromettevo di leggere da tanto tempo ma al quale sono arrivata perché viene citato nell'illuminante e spaventevole L'esperimento, che dovrebbero leggere tutti quelli che hanno votato M5S.

Sull'aereo invece ho finito il bellissimo Q, che dopo Manituana e il delizioso 54 (Cary Grant!) rappresenta il mio terzo incontro con quel famoso collettivo di scrittori. E qui veniamo a quella cosa del titolo. Il mio consueto, fantozziano viaggione in aereo. Cosa mi è successo stavolta? Be', avevo il raffreddore. Ora, detta così sembra una cretinata, ma visto che da queste parti sono nota per lagnarmi dei miei mali, forse ho già scritto da qualche parte che soffro di rinite vasomotoria, una di quelle
malattie assurde che non si sa perché vengono ma che comunque sono una discreta rottura di coglioni. Una delle conseguenze della RV è che il raffreddore, un tempo semplice fastidio a cui non facevo neppure caso, sia diventato una catastrofe da evitare a tutti i costi. E io l'ho evitata, sfuggendo l'amica untrice finché intorno a Natale non ce l'ho fatta più e sono andata a salutarla e a portarle il mio regalo. Male me ne incolse. Il subdolo raffreddore aspettava solo quel momento per attaccarmi, e manifestarsi in tutta la sua potenza proprio durante l'interminabile volo transoceanico. 
E allora?, diranno i soliti criticoni che sostengono che mi lagno sempre. Come, e allora? Non lo sapete che non si dovrebbe MAI volare con il raffreddore? E che se PROPRIO siete così sfigati che non potete perdere quella carriolata di soldi che vi è costato il biglietto per spostare il volo a un momento più propizio, dovreste almeno portarvi dietro un decongestionante nasale? Io non lo sapevo (cioè, il decongestionante nasale dal quale non mi separo mai se ne stava al fresco nella stiva). Be', avete presente quella cosa delle caviglie che si gonfiano durante il volo e all'arrivo sembrate un elefante (io almeno, cosa che risolvo con delle apposite calzette)? Be', provate a pensare che vi succeda la stessa cosa al naso. Anzi, no, a tutta la testa. La testa si gonfia all'interno come un pallone e il naso si tappa ermeticamente fino a cessare praticamente di esistere se non come un grosso bulbo pulsante. Tutto questo, nel mio caso, per una dozzina di ore di seguito. Nel frattempo le orecchie si tappano in modo semi-permanente (nel senso che certi allegri siti web dicono che chi vola con il raffreddore potrebbe riportare incurabili danni all'udito) e all'atterraggio fanno un male boia.

Vabbè, vi risparmio il seguito. Mi basta anche per questa volta essere riuscita a mascherare le mie lagnanze da servizio di pubblica utilità. 
NON VOLATE CON IL RAFFREDDORE!

lunedì 31 dicembre 2018

Gli auguri del Presidente

Vi auguro un buon 2019 con le parole del nostro Presidente, che come si dice in yiddish è un vero mensch: una persona di carattere nobile, da ammirare ed emulare.


E se non la conoscete ancora, leggete la lista degli "Esempi civili" a cui Mattarella ha recentemente conferito trentatré onorificenze al Merito della Repubblica Italiana.
Questa è l'Italia a cui sono orgogliosa di appartenere. 
Buon anno a tutti.

venerdì 23 novembre 2018

Sepolti vivi

Volevo fare un post su PragaTrappolaPerTuristi e su BerlinoMonAmour, ma nel frattempo sono arrivati gli operai e mi hanno spaccato e rimontato la cucina (come preliminare per il rifacimento del tetto, perché lo scarico del lavandino finiva nel pluviale e non era bello), poi è venuto l'imbianchino, poi sono venuti gli operai del ponteggio e poi... non è venuto più nessuno. Siamo sepolti vivi da tre settimane e non sappiamo quando tutto questo finirà. C'è chi dice a gennaio, c'è chi dice a Pasqua, c'è chi dice mai. Saluti dalla catacomba.


lunedì 22 ottobre 2018

Salviamo l'Alpe Devero!

L'Alpe Devero è il mio posto del cuore. Ve ne ho parlato diverse volte, tipo QUI, QUI e QUI.
Ora, visto che siamo in tema di posti devastati dal turismo (e devo ancora raccontarvi di Praga), volevo farvi un appello. C'è in atto un piano per trasformare la zona dell'Alpe Devero, meraviglioso esempio di turismo montano sostenibile, in un orrido agglomerato di impianti di risalita e cannoni per la neve artificiale. Ormai sono abituata a vedere i posti che amo devastati dall'avidità cementificatrice, ma lo scempio dell'Alpe Devero mi spezzerebbe il cuore.

Per favore, firmate (e condividete) la petizione per salvare l'Alpe Devero


giovedì 18 ottobre 2018

Le vacanze del contrappasso/1

Siccome continuo a menarla con il Cabin Porn, e via dalla folla, e mi dà fastidio il rumore e bla bla bla, il mio destino irrimediabilmente fantozziano mi ha giocato uno dei suoi soliti scherzetti e mi ha mandata in vacanza in due dei posti più affollati dell'universo: Maiorca e Praga.
A Maiorca ci sono andata a trovare un'amica, una simpatica maiorchina zuzzurellona che si è dimenticata di segnare il mio arrivo sul calendario e così tre giorni dopo è partita perché aveva già comprato i biglietti per un passaggio in nave (però mi ha lasciato la sua casa). Per fortuna ci sono andata con un'altra amica e così ce la siamo goduta comunque. Memori della vacanza dell'anno scorso, Lampedusa in ottobre perfetta con ormai pochi turisti, abbiamo pensato che a Maiorca sarebbe stato lo stesso. E invece no. Perché a Lampedusa il turismo è prevalentemente italiano e gli italiani, si sa, in ottobre ormai se ne stanno tutti a casa. Invece a Maiorca i turisti sono pensionati tedeschi e inglesi, e a fine settembre/inizio ottobre SONO ANCORA TUTTI LI'! A questo aggiungete che sulle coste dell'isola è stata versata una ininterrotta colata di cemento, e che le spiagge, seppure bellissime, sono tutte circondate da una Rimini infinita, e potrete immaginare il mio entusiasmo. 
Ecco due scatti-simbolo di Maiorca


Qui ci sono io che dico "ooh, che bella scogliera, mi ricorda la California!"


Qui ci sono io un attimo dopo che giro l'angolo del roccione e dico "oh, no."

Ma l'apoteosi è stata la visita alla grotta. Siamo andate a vedere queste famose grotte del Drach. Belle, bellissime, meravigliose. Le abbiamo preferite alle loro rivali lì vicine perché queste ultime avevano una decorazione a base di led colorati e non ci sembrava il caso di visitare delle splendide grotte illuminate come un cazzo di albero di Natale. Queste grotte del Drach sono enormi, tutte piene di stalattiti e stalagmiti e laghi laghetti e poi alla fine un gran lagone. Si entra ogni due ore, l'ingresso costa 15 euro a persona. Il gruppo che fanno entrare è formato, lo giuro, da circa mille persone. Mille persone sottoterra che camminano nella grottona e sbuffano fuori un sacco di anidride carbonica che annerisce tutte le stalattiti e le stalagmiti. Alla fine della discesa c'è un salone davanti a 'sto gran lago sotterraneo, in cui hanno ricavato una specie di anfiteatro per mille persone. Noi ci sediamo e aspettiamo tipo mezz'ora che il serpentone di gente finisca di arrivare. Nel frattempo a me comincia a mancare l'aria, mentre la mia amica si chiede cosa succederebbe se qualcuno avesse un attacco di panico o se succedesse qualunque altro tipo di casino. Con questo umore gioioso assistiamo all'arrivo di tre barchette a remi, una delle quali trasporta un' orchestrina che per dieci minuti ci delizia con un concertino di robe tipo Vivaldi (se non mi credete andate a vedere sul sito), lì sottoterra con mille persone tra cui alcuni bambini che piangono disperati, mentre io penso che mestiere di merda questi poveracci che magari hanno fatto il conservatorio e adesso si ritrovano a passare tutto il giorno su una barchetta negli inferi a suonare sempre le stesse tre stronzate per migliaia di turisti rincoglioniti. Per finire, ci viene offerta la scelta fra attraversare il lago su una passerella oppure trasportati sulle barchette a remi. Mentre cammino sulla passerella vedo sfilare accanto a me 'sti gusci di noce che dovrebbero portare al massimo una decina di persone e invece sono sovraccarichi fino quasi all'affondamento e non hanno a bordo neanche un salvagente.
La cognata della mia amica maiorchina mi ha raccontato che le grotte appartenevano al suo bisnonno, che non ne ha immaginato il potenziale di miniera d'oro e le ha vendute. Ora appartengono a un privato (ma come si fa a lasciare un tale tesoro naturalistico in mani private?) che ci fa gran soldi e nel frattempo le devasta. 

Comunque se la guardate dall'alto e non vi avvicinate troppo, l'isola è molto bella.


domenica 7 ottobre 2018

Un saluto dal cavaliere

Alle prese con un'importante decisione che mi sta soffocando di dubbi e incertezze e non mi permette di pensare ad altro, vi lascio un saluto veloce con una foto del cavaliere d'Italia che ho fotografato a Maiorca (quando avrò tempo farò un post per spiegarvi perché non andrò mai più in vacanza a Maiorca).




martedì 18 settembre 2018

Cosa mi mancherà...

Gli amici, gli studenti, i pappagalli che vengono a salutarmi al mattino



Cosa non mi mancherà: il pomodoro da 6 dollari (e non era neanche tanto buono)


lunedì 17 settembre 2018

Una gita ad Alameda, meglio del Truman Show

Alameda è una piccola isola nella baia di San Francisco, separata da Oakland solo da uno stretto, l'Oakland Estuary. 
Ci sono andata a trovare un'amica, che si è trasferita lì da Oakland dopo che c'è stata una sparatoria davanti a casa sua e da quel momento ha cominciato a descrivermi Alameda come un piccolo paradiso.
Per andarci prendo il ferry da San Francisco e naturalmente becco una giornata orrenda. Se volete sapere cosa intendo per cielo stile coperchio di tomba, ecco qui


Mentre gironzoliamo per Alameda, il cielo comincia a schiarirsi, e io comincio ad apprezzare questo piccolo paradiso a due passi dal caos. Intanto ci sono i canali


Poi ci sono un sacco di case vittoriane bellissime, tipo questa


Ma la cosa incredibile è l'atmosfera. Siamo a pochissimi chilometri dalle sparatorie di Oakland (che ovviamente non è tutta sparatorie, ci sono anche tensioni razziali e povertà estrema e gentrificazione rampante... sì, be', e poi ci sono sono anche molte cose belle) e a quindici minuti di ferry dalle stesse cose a San Francisco, eppure qui sembra di stare... nel Truman Show! In realtà molto meglio che nel Truman Show, perché le case sono belle, la gente è rilassata, le macchine vanno piano, i bambini girano in bicicletta, le scuole pubbliche funzionano bene, e prezzi delle case sono come quelli di Oakland (cioè molto alti rispetto alla media nazionale) e non come quelli di San Francisco (ridicolmente fuori da qualunque media di qualunque nazione). Cioè, tipo, una casa che a San Francisco costa quattro milioni di dollari qui puoi comprarla per due (hahaha). Un appartamento comodo e bello per tre persone può costarti $2800 al mese anziché $6000. 
Non ho capito bene perché, se non forse perché Alameda è collegata un po' male, non ha il treno e per tornarci dopo il lavoro bisogna fare lunghe code in macchina o al porto dei ferry, ma tanto qui le lunghe code in macchina le fanno per andare da qualunque parte, benedetto il giorno che mi sono infilata in questo lavoro sottopagato che però almeno posso fare da casa.

E così giro per Alameda facendo continuamente oooh e aaah man mano che mi accorgo che qui sembra di stare in un paesino anche se sei a due passi dalla città. E i vicini della mia amica le hanno portato le torte quando si è trasferita nel suo bell'appartamento al secondo piano di questa meravigliosa casa vittoriana.



Ad Alameda la gente costruisce casette per le fatine degli alberi


Tiene maiali in giardino


E va addirittura in spiaggia.


Non so quanto durerà questo piccolo paradiso, probabilmente poco, ma insomma, per adesso c'è e naturalmente contribuisce alla mia invidia. Anch'io voglio un maiale da giardino.


mercoledì 12 settembre 2018

Tom Waits canta Bella Ciao

Una mia studentessa mi ha appena mandato questo video e, come si dice, mi ha svoltato la giornata.

La canzone è contenuta nell'album Songs of Resistance 1948 – 2018 di Marc Ribot. Il video è di Jem Cohen.

Ora vado ad ascoltarla almeno altre 350 volte.


sabato 8 settembre 2018

Un quartiere storico: il Tenderloin

Chi ha paura del Tenderloin? Il famoso quartiere povero di San Francisco che spunta in mezzo alla città come un bubbone che tanti vorrebbero eliminare, il quartiere malfamato che comincia dietro l'angolo dell'Hilton, il quartiere di Glide che forse vi ricorderete dal mio libro, il quartiere dove ti dicono sempre che è meglio non andare.
Io invece ho seguito il consiglio di Elena Refraschini (v. post precedente) e sono andata a visitarlo con un tour, organizzato dal Tenderloin Museum e guidato dalla simpatica Gail Seagraves che trovate nella foto in fondo alla pagina del museo. Temevo di sentirmi un po' turista allo zoo, ma per fortuna la disinvoltura di Gail, che è una del quartiere, me lo ha evitato. 
Le foto fanno più schifo del solito perché era sera e perché c'era il solito cielo stile coperchio di tomba, e poi manca il posto migliore in assoluto perché si trattava di un bar molto buio, Aunt Charlie's Lounge, dove bere costa poco, la gente sembra uscita da una canzone di Tom Waits e il venerdì e sabato c'è uno show di drag queen. Durante il tour ci siamo fermati lì e Gail ci ha raccontato del suo impegno di attivista e organizzatrice locale. I palazzi del Tenderloin sono quasi tutti convertiti a SRO, che sta per Single Room Occupancy, praticamente stanze d'albergo - spesso con un bagno in comune per tutto il corridoio - affittate a basso prezzo - con lunghe liste d'attesa - a persone indigenti. San Francisco è forse la città che ne conserva di più, ed è questo che impedisce al centralissimo Tenderloin di venire inghiottito dalla gentrificazione.
Per salvare il Tenderloin, gli abitanti si sono impegnati a far ottenere lo status di edificio storico a molti dei suoi palazzi. E poi ci sono targhe per ricordare i luoghi scomparsi: la Compton's Cafeteria, sede della prima sommossa transgender della storia degli Usa, e The Screening Room, il primo cinema a proiettare legalmente un film porno, che il suo furbissimo produttore aveva intitolato "Pornografia in Danimarca: un nuovo approccio" e spacciato per un documentario.




Spesso sui muri si vedono vecchie pubblicità - che vengono periodicamente ridipinte - insieme a nuovi murales




E in giro per il quartiere si incontrano sorprese come il fichissimo Phoenix Hotel, con la piscina disegnata da Andy Warhol (questa foto l'ho sgraffignata dall'internet, almeno ne vedete una decente)


Continua la mia rivalutazione di San Francisco? Mah, è presto per dirlo...

giovedì 30 agosto 2018

La vecchia San Francisco è ancora viva (e un libro per conoscerla meglio)

Per trovarla dovete magari allontanarvi un po' dalle rotte più battute, spingervi in un quartiere un po' periferico come il residenziale Glen Park, con la sua strada centrale deliziosa che sembra un piccolo paese, le case basse non ancora strappate ai vecchi residenti middle class dalla furia della gentrificazione, la magnifica libreria/jazz club, il grande parco ricavato da un canyon. Sì, un canyon in mezzo alla città, con i suoi coyote e la sua foresta e le case affacciate sulle colline. Così (la foto fa schifo, ma se seguite il link al sito del parco ne trovate di belle)


Dopo la passeggiata nel parco abbiamo continuato a gironzolare nelle strade del quartiere, da dove si vede questo panorama 


Mentre cercavamo di capire cosa fosse quel montarozzo lì a destra (risposta: Bernal Heights Summit), ci si è avvicinato un tizio sulla sessantina che ci ha chiesto se avessimo bisogno di informazioni. Ci siamo messi a chiacchierare, e in quel momento siamo entrati in una scena di un film di Jim Jarmusch. Lungo la strada, che il nostro nuovo amico ci stava descrivendo come la terza più ripida di San Francisco (il che significa praticamente a strapiombo. Non è quella della foto, che a San Francisco viene considerata una discesina da niente) è passato un altro signore anziano a bordo di una bella bici nuova fiammante. Ai nostri commenti ammirati il nostro amico risponde dicendo "pfui, quella è una bici elettrica, invece dovete sapere che c'era una donna molto vecchia che abitava in questa via e ogni giorno la vedevo venire su dalla salita in bici, due o tre volte al giorno, una cosa davvero incredibile. Però sono almeno due anni che non la vedo più, probabilmente sarà morta, era davvero vecchia..." In quel momento sentiamo avvicinarsi qualcuno, il nostro amico si interrompe, si gira e aggrotta le sopracciglia. "Ma... è lei?" dice. Davanti a noi passa una donna di età ragguardevole, tutta agghindata con una tuta da ciclista di lycra gialla e un casco professionale, che spinge una bicicletta da corsa fichissima e super tecnologica. Si ferma a chiacchierare con il nostro amico, che non conosce nonostante vivano nella stessa via e lui l'abbia vista passare due o tre volte al giorno per chissà quanti anni. La signora ha ottant'anni e si fa tranquillamente delle gite di tutta la giornata in bicicletta. Praticamente i due fanno amicizia lì, sotto i nostri occhi. Quando lei se ne va, il nostro amico resta lì incredulo a seguirla con lo sguardo. "Credevo che fosse morta..."

Dopo questo incontro surreale andiamo a goderci il concerto jazz alla fantastica libreria Bird & Beckett


 e poi da lì a cena in un ottimo ristorantino nepalese su Mission Street.

Mi sto riconciliando con la città? Be', con qualche suo aspetto - tipo le librerie, i parchi e la musica - non ho mai litigato. Ma al mio umore addolcito stanno contribuendo un progetto di cui non posso ancora parlare perché è in fase embrionale, e un bel libro che ho letto in questi giorni. Si chiama San Francisco - Ritratto di una città e lo ha scritto Elena Refraschini, che ha anche questo bel blog.

venerdì 17 agosto 2018

L'invidia e l'arte del tiro con l'arco


Sabato scorso sono andata alla Renaissance Faire di San Jose. Le fiere del Rinascimento sono eventi molto popolari, in cui la gente indossa costumi pseudo-rinascimentali e si ritrova in qualche parco a fare duelli con spade di gomma e mangiare cosce di tacchino, il tipico cibo di queste adunate.


Ovviamente si tratta di una pacchianata pazzesca, ma siccome queste cose assurde mi divertono, ho pensato bene di affrontare un paio d'ore di viaggio sul trenaccio antidiluviano che attraversa la Silicon Valley (sì, perché questi sono tanto ricchi ma hanno dei trasporti pubblici che fanno pietà) per arrivare in un parco pubblico della brutta San Jose e... imparare il tiro con l'arco.

Mentre infatti la signora che divora la coscia di tacchino qui a destra, sotto il castello di polistirolo, non sono certo io, qui sotto potete ammirarmi in tutto il mio splendore di amazzone (ma ahimè, nessun costume rinascimentale), con l'hotel Hilton sullo sfondo.



Il giorno dopo invece sono andata a trovare il mio amico Gary Kamiya, l'autore di questo bellissimo libro, che ogni tanto si ritira a scrivere in una casetta a Bolinas, il paese "nascosto" di cui parlavo in questo post. E qui arriva l'invidia. Io invidio molto quelli che possono dire "non sono una persona invidiosa". Io invece sono invidiosissima, per esempio dei vecchi hippy che si sono costruiti una casa qui tanti anni fa, quando ancora i terreni non costavano fantastiliardi.



E adesso hanno questa vista qui


Ma attenzione, perché prima o poi l'erosione (momento Schadenfreude) potrebbe mangiarsi la vostra bella casetta




giovedì 19 luglio 2018

Il materasso nuovo

Da anni insistevo con Mr K che era ora di cambiare materasso. Ormai si dormiva sulle molle, e quando lui si muoveva nel letto io rimbalzavo come su uno di quei tappeti elastici (su cui fra l'altro una volta, bambina già fantozza, per poco non mi mozzai la lingua).
Ma Mr K faceva lo gnorri, comportandosi in pratica come se andare a comprare un materasso fosse in cima alla scala delle rotture di coglioni del vicequestore Schiavone (perdonate, ma sto leggendo Pista nera con i miei studenti, che si divertono molto all'idea di un poliziotto che fuma le canne, ma forse si imbarazzano un po' quando gli spiego cosa vuol dire "A Milano c'è tanta figa", oppure quando per compito assegno di scrivere una loro personale lista delle rotture di coglioni).
Comunque, bando alle digressioni. Dovete sapere che gli americani hanno l'insana mania dei materassi. Quando camminate per strada trovate ovunque materassi abbandonati sui marciapiedi (qui si usa: quando una cosa non la usate più la mettete sul marciapiede e sperate che qualcuno la porti via), e quasi a ogni angolo di strada trovate enormi negozi pieni di materassi che fanno sinceramente sorgere il dubbio se questi cambiano il materasso ogni sei mesi.
Noi non apparteniamo a quella categoria, ovviamente, ma a questo punto la situazione si era fatta insostenibile, e così Mr K ha ceduto alle mie insistenze e si è convinto a comprare il materasso.

Il primo giorno sono andata da sola, in avanscoperta. La commessa messicana mi ha attaccato una pezza interminabile sulla storia del padre malato, e a un certo punto si è anche messa a piangere. Un'esperienza di acquisto piuttosto insolita, ma siccome a me le cose insolite piacciono, due giorni dopo ho trascinato Mr K nel negozione di materassi. La commessa lacrimosa mi aveva quasi convinta a comprare un colossale materasso di lusso con telecomando in offerta speciale a $1500 anziché tremila e rotti. Ma io contavo sulla... ehm... oculatezza di Mr K per individuare l'affare migliore. E infatti lui è stato più saggio, orientandomi (uso il pronome alla prima persona singolare perché a lui del materasso nuovo non gliene fregava niente, tanto dormirebbe anche sui sassi) su un materasso un po' meno costoso, il cui costo è comunque lievitato quando gli abbiamo dovuto aggiungere il trasporto (con prelievo del precedente materasso, mica siamo zozzoni, noi), il coprimaterasso speciale impermeabile in fibra polimerica antiparticellecosmiche, il box spring (cioè la base a molle, perché prima dormivamo su una base tipo bancali del mercato) e  svariate altre supercazzole.
Uscendo ci siamo congratulati con noi stessi perché abbiamo risparmiato (!) almeno sulle lenzuola, visto che il materasso col telecomando era alto tipo due metri e mezzo e le nostre vecchie lenzuola non sarebbero andate bene.

Ieri è arrivato il materasso nuovo. È comodissimo, per carità. Però io e Mr K ci siamo dimenticati di misurare quello vecchio prima di comprare quello nuovo. Io ero vagamente consapevole del fatto che negli Usa ci sono misure diverse, tipo twin, queen e king, ma escludendo il twin che è il letto singolo ero convinta che noi avessimo un queen. Invece ieri sono tornata dalla palestra dopo la consegna del materasso e ho trovato un affarone ciclopico che troneggia in mezzo alla nostra microstanza, non solo enorme ma anche altissimo, tipo che per salire ci vuole quasi una scaletta. I comodini sono tutti schiacciati tra il materasso e la parete, intorno al materasso resta solo un corridoio per passare, e quando sono a letto e voglio raccogliere qualcosa dal pavimento rischio di cadere e spaccarmi la testa. Questo non solo perché abbiamo sbagliato misura - il nostro vecchio letto era un full e non un queen - ma anche perché il nuovo materasso (con ulteriore aggiunta di box spring) è alto un po' meno di quello con il telecomando, certo, ma è comunque straordinariamente alto per un materasso, e così naturalmente le vecchie lenzuola, sconfitte sia in estensione che in altezza, sono tutte da buttare.

E così ho scoperto, in ritardo, il vasto mondo dei materassi americani, che possono essere Small Single o Cot; Single o Twin o Cot; Twin Extra Long; King Single o Super Single; Small Double o Three Quarter; Full o Double; Double Extra Long; Queen; Expanded o Super o Olympic Queen; King; California King o King Long; Grand King o Super King o Athletic King o Texas King.
E noi italiani, che oltre al singolo  e al matrimoniale arriviamo appena alla piazza e mezza, rimaniamo sempre i soliti poveracci.