martedì 30 agosto 2016

Una gita a Treasure Island

Domenica era una giornata inaspettatamente limpida dopo un mese di nebbia, e io, presa alla sprovvista, non avevo organizzato niente da fare. Cercando una gita dell'ultimo minuto, ho visto che a Treasure Island c'era il mercatino dell'usato, durante il quale si sarebbe svolto anche un matrimonio canino. Siccome non ero mai stata a Treasure Island, ho pensato che magari fosse un'altra perla ancora da scoprire come la bella Angel Island, e così sono partita.
Arrivare a Treasure Island è facile, basta prendere l'autobus numero 10 che passa praticamente sotto casa e poi il 25 che ti porta direttamente all'isola. Sì, perché l'isola non è una vera isola, bensì una lingua di terra costruita nel 1936 buttando 260.000 tonnellate di terra intorno alle secche di Yerba Buena, ed è collegata alla terraferma con il Bay Bridge, che poi prosegue verso la East Bay.
L'isola è stata una base navale fino al 1997, poi è diventata una zona residenziale per residenti a basso reddito, non proprio salubre perché parecchio radioattiva. Proprio come Hunters Point, per chi ha letto il mio libro. E come a Hunters Point, anche qui c'è il progetto di costruirci case per ricchi, che probabilmente verranno tenuti all'oscuro degli allarmanti livelli di cesio-137 presenti sulla loro bella isoletta.
Ma procediamo. Aspetto il 10 per circa mezz'ora, meno male che mi sono portata un libro. Raggiungo la fermata del 25, in una parte di SoMa (South of Market) piena zeppa di grattacieli nuovi di pacca, che sorgono accanto agli ultimi resti dei vecchi magazzini industriali della zona. Quello qui sotto, che svetta accanto a un antico calderaio, si chiama "Lumina" e condivide il nome del cazzo con il suo gemello "Infinity". 


Per un momento, mentre aspetto il 25 che passa ogni 40 minuti (perché qui i trasporti pubblici sono davvero efficienti), mi sembra di ricordare che uno di questi mostri è quello che sta sprofondando perché i costruttori, per risparmiare, non lo hanno ancorato allo strato di roccia sottostante. Adesso gli abitanti miliardari stanno facendo causa ai costruttori, i quali a loro volta stanno facendo causa alla città perché gli sta costruendo di fianco una stazione degli autobus o qualcosa del genere. Perché ovviamente questi stronzi costruiscono un grattacielo che al primo terremoto viene giù ma poi danno la colpa al comune che li deve risarcire con i soldi delle tasse dei cittadini. (Sempre della serie "tutto il mondo è paese".)
Comunque, anche se il mostro che sprofonda in realtà è un altro, mentre aspetto il 25 non posso fare a meno di pensare: 1) ma se sei miliardario perché vuoi abitare in un bidone di vetro dove non puoi neanche aprire le finestre, quando potresti comprarti una bella casa vittoriana? 2) speriamo che non venga il Big One proprio adesso perché se questi cadono fanno uno sfracello.

Mentre vado a prendermi un panino - secondo il tabellone mancano ancora 20 minuti all'arrivo dell'autobus - il 25 mi fa uno scherzetto e passa non annunciato, e a me girano le balle e viene voglia di tornare a casa, ma poi guardo la rarissima giornata di sole e penso che tutto sommato vale la pena di portare pazienza.

E finalmente arrivo sull'isola. Allora, Treasure Island francamente fa un po' cacare, tutta piatta e spoglia; però, per quel poco che ho visto, ha almeno una cosa bella e una cosa interessante.
La cosa bella, che però si esaurisce subito, è la vista sulla città:


La cosa interessante sono due edifici in rovina della ex base navale, Cosson Hall e Sage Hall, che sono fatti così (la foto ovviamente non è mia)


e che oggi sono un paradiso dei graffitari (mentre me ne andavo ho visto due gruppi saltare la recinzione). In particolare il cerchio centrale di Cosson Hall sembra veramente affascinante (pare che ci siano anche i fantasmi). Anche questa foto purtroppo non è mia


Insomma, mentre gironzolavo per il mercatino che non è dell'usato ma della paccottiglia nuova, la mia attenzione era attirata soprattutto dall'inquietante edificio che fa da sfondo alle bancarelle di saponi, vestiti e gioielli fatti a mano



Davanti a questa meraviglia di degrado urbano (e oltretutto radioattivo), devo dire che il matrimonio canino ha perso un po' del suo fascino, a parte l'oggettiva bellezza della sposa


Dopo aver assistito allo scambio delle fedi, pardon, dei biscottini, ho deciso che la mia gita era completa e potevo anche tornare a casa


Domani partiamo per una vacanzina nella terra delle sequoie e dei coltivatori di marijuana, quella che descrivo QUI. Poi vi racconto.

domenica 28 agosto 2016

I Jeans di Bruce Springsteen all'Istituto Italiano di Cultura di SF

La serata è stata proprio carina. La sala era piena, sono venuti tanti miei studenti e amici, le colleghe della scuola hanno preparato la sala e gli stuzzichini. La giornalista Viviana Devoto è stata un'ottima intervistatrice, e il pubblico era interessato e mi ha fatto molte domande. E la Libreria Pino ha venduto parecchi libri.
Ho letto qualche brano del libro (da Puma e Katrina, più il capitoletto sulla chiesa di St. John Coltrane, in onore della quale ho indossato l'ormai immancabile maglietta).
Poi, per chiudere in bellezza, siamo andati a cena alla Pinseria Montesacro.
Insomma, davvero una bella serata. Certe volte San Francisco mi piace proprio.

Visione mistica
Io e Viviana
Un po' di pubblico

Joseph il libraio contento delle vendite


lunedì 15 agosto 2016

Una gita a Angel Island

Buon ferragosto a chi lo festeggia! Oggi i bambini americani cominciano la scuola, figuratevi un po'. Poracci.Ieri sono riuscita a convincere Mr K - l'Uomo Senza Domeniche - a prendersi mezza giornata libera e ad accompagnarmi a fare una gita. Ho trovato un posto dove possiamo andare anche noi sfigati senza macchina: Angel Island, un'isola davanti a San Francisco che si raggiunge con una mezz'ora di traghetto. L'isola è un parco statale, quindi non ci sono case né macchine e neanche tanta gente, per essere una domenica di agosto, visto che i turisti se ne vanno tutti ad Alcatraz. Angel Island era chiamata "la Ellis Island del West", perché era il primo punto di sbarco degli immigrati arrivati dall'Asia e persino dall'Australia. Ora, la scoperta di Angel Island mi ha decisamente migliorato l'esistenza. Venti minuti a piedi senza neanche troppe salite per arrivare al traghetto, una bella traversata di mezz'ora e poi... fuori dalla città! Solo natura, profumo di eucalipti, e addirittura caldo! C'erano tipo dieci gradi più che in città, un sole splendido, e tante belle panchine  sparse qua e là dove già mi vedo a trascorrere placide domeniche di lettura. Aaaah.

Vicino all'imbarco ci sono le otarie...


... e giusto due o tre turisti che le fotografano
Ci lasciamo alle spalle il ponte nebbioso e andiamo verso il sole

La casetta dell'eremita

Non sembra un'isola del Mediterraneo?
Visitando l'ex centro di accoglienza per immigrati
Idem
Fauna isolana

Mr K sta in campana
Qui solo le foche fanno il bagno
Tornando: Alcatraz

Arrivo in città giusto in tempo per battere la nebbia

mercoledì 3 agosto 2016

Annunci: Pordenonelegge e Mary Poppins

Ecco l'annuncio ufficiale della mia partecipazione al festival Pordenonelegge:


Sabato 17 settembre, ore 17:30
Loggia del Municipio
Fight reading
Come sbudellare l’alfabeto e giocarsi la faccia per sedurre un’accolita di potenziali lettori. Con Rossella Milone, Stefano Valenti e Silvia Pareschi, provocati dai Papu.

L'annuncio, concorderete con me, è piuttosto inquietante.

Domenica sera invece andrò con un gruppo di amiche a vedere il sing along dei miei sogni: Mary Poppins. Lo aspettavo da molto tempo, dopo l'esperienza straordinaria del sing along del Mago di Oz, e finalmente sta per arrivare il momento. Prossimamente la cronaca della serata.


lunedì 25 luglio 2016

Pappagalli sul melo

Come sempre, d'estate lavoro più del resto dell'anno. La scuola si aggiunge alle traduzioni, e adesso ho anche una lunga recensione da scrivere, oltre a tre brevi racconti per Pordenonelegge dove andrò in settembre. Insomma, non vado molto in giro, però qualcosa di carino da fotografare lo trovo ugualmente, fuori dalla finestra. A quattro anni dal suo tentato omicidio, il melo del giardino accanto si è ripreso e ha fatto le mele, che ora stanno attirando gli adorati pappagalli di Telegraph Hill. Eccone qualcuno





giovedì 14 luglio 2016

Appunti di viaggio con scrittori

Una giornalista mi ha chiesto un'intervista, che forse verrà pubblicata e forse no. Una delle domande prevedeva una "rassegna aneddotica" sui "miei" autori. Ho buttato giù alcuni appunti, così, senza pensarci troppo. Ve li ripropongo qui, così come li ho scritti.

Che foto metto? Metto Gracie, anche se non l'ho tradotta io, perché l'amo
Franzen è noto per il suo bisogno di assoluto isolamento quando scrive. Dopo l’uscita delle Correzioni, nel 2001, raccontò di aver scritto il romanzo lavorando spesso al buio e con indosso un paio di quelle cuffie che cancellano ogni rumore esterno. Una volta gli ho raccontato che condividevo il suo odio per i rumori, e lui mi ha mandato un file mp3 contenente un’ora e venti minuti di “rumore rosa” un tipo di rumore statico usato per bloccare i suoni di sottofondo. Lo uso spesso, quando fuori ci sono i tosaerba.
Anche il personaggio di uno dei miei racconti, Misofonia, ha un serio problema con i rumori, ma lei per difendersi utilizza una macchina del rumore bianco. E parlando di rumore bianco viene subito in mente l’omonimo romanzo di Don DeLillo. Se Franzen, come i suoi lettori sanno, rifiuta enfaticamente qualunque distrazione proveniente da internet, e in particolare dai social network (uno dei suoi dieci consigli di scrittura pubblicati sul Guardian recita: “È improbabile che chiunque sia connesso a internet mentre lavora stia scrivendo qualcosa di buono”), Don DeLillo non usa l’e-mail, e mentre lavoravo a Cosmopolis e Running Dog, i due suoi romanzi che ho tradotto, rispondeva alle mie domande via fax.
All’estremo opposto di Franzen ci sono gli scrittori che amano lavorare nei caffè, circondati dal brusio e dall’andirivieni degli altri clienti. Come per esempio Julie Otsuka, autrice del bellissimo Venivamo tutte per mare, che ama lavorare all’Hungarian Pastry Shop, nell’Upper West Side di Manhattan. In questo locale, rigorosamente privo di wi-fi e sempre affollato di gente che legge e scrive, ogni tanto la incontro per un tè e scherzo con lei sul fatto che è rimasta una dei pochi scrittori che ancora vivono a Manhattan. Chi non se n’è andato lontano, come Franzen che ora vive in California, si è trasferito nella relativamente più economica Brooklyn. 
È il caso per esempio di Nathan Englander, amico di Julie e un tempo suo compagno di scrittura all’Hungarian Pastry Shop. La prima volta che l’ho incontrato, Nathan abitava ancora a Manhattan, e durante una passeggiata nel Village mi portò a vedere l’edificio che un tempo ospitava la Women’s House of Detention, un carcere femminile oggi trasformato in biblioteca, dove, oltre ad altre detenute famose come Ethel Rosenberg, Angela Davis e Valerie Solanas (la donna che sparò a Andy Warhol), era stata rinchiusa per sei giorni, per le sue proteste contro la guerra in Vietnam, la grandissima – e amatissima sia da me sia da lui – Grace Paley.

martedì 5 luglio 2016

Innamoramenti letterari





Ora invece mi sono presa una cotta per l'immensa Margaret Atwood. Chiudo bruscamente le telefonate via skype con Mr K dicendogli, ciao, scusa, devo andare a leggere Atwood. Dopo gli splendidi racconti della raccolta Stone Mattress, purtroppo non tradotto in Italia, sono passata alla trilogia di MaddAddam, che però, essendo un po' stordita, ho cominciato a leggere dal secondo volume (questa in italiano c'è, i tre libri li hanno chiamati L'ultimo degli uominiL'anno del Diluvio e L'altro inizio). Dopo aver letto il secondo volume e ordinato gli altri due che ora mi aspettano a San Francisco (almeno un incentivo a tornare, oltre a Mr K ovviamente, eh), ho recuperato dalla mia libreria The Handmaid's Tale (Il racconto dell'ancella), e adesso scusate, e sì, lo so, non ho citato i nomi dei traduttori, ma tanto questa non è una recensione, e poi ho fretta, devo andare a leggere Atwood.

venerdì 1 luglio 2016

Qualche recensione e un nuovo racconto

Mi dispiace di ammorbarvi con l'autopromozione, ma ho scoperto che è uscito online il racconto che ho pubblicato su IL, Il triangolo di smeraldo, e così ho pensato di aggiungere anche i link alle ultime recensioni (comunque le trovate tutte nella colonna qui a destra):

Un saluto dalle Sorelle della Perpetua Indulgenza



lunedì 27 giugno 2016

Il paradiso vicino a casa

Io non è che sia una gran camminatrice, anzi. Però ogni anno sogno di tornare all'alpe Devero per il mio compleanno. L'ultima volta ci sono riuscita quattro anni fa, che per un sogno così modesto sono decisamente troppi. Però questa volta sono stata compensata da una rara botta di fortuna. Nessuna fantozzata, anzi, abbiamo beccato proprio i tre giorni perfetti, con un tempo splendido mentre giù in pianura imperversava l'orrida caldazza che mi gonfia i piedi e mi dona una verve da bradipo narcotizzato. Avevo quasi rischiato di non partire, spaventata da una farmacista che la sera prima, alla vista del mio piedone elefantiaco  - dovuto non solo alle prime avvisaglie del caldo, ma soprattutto ai postumi della rovinosa caduta di un paio di settimane fa - mi aveva esortata a farmi vedere dalla guardia medica perché forse non era il caso che andassi a camminare. Sì, ciao. Perdermi il paradiso terrestre fresco per un paio di bozzi sulla gamba? Ma fossi matta.
Al mio ritorno ho trovato ad attendermi il tradizionale racconto di compleanno di Amanda, che ogni anno scrive cose sempre più meravigliose.
Eccovi qualche foto del mio paradiso vicino a casa.

La piana del Devero. In fondo a destra la stradina che porta al sopraffino ristorante Casa Fontana, dove andavamo ad abbuffarci la sera
Mr K con originale cappello e bussola per orientarsi fra i monti

Il laghetto delle streghe, dove abbiamo passato un paio d'ore a leggere in santa pace

Si scioglievano le nevi e i torrenti erano in piena. Un paio di volte ho avventurosamente guardato un ruscello mettendo i piedi nell'acqua
Foglie ingioiellate

Ciao Devero bella, ci vediamo l'anno prossimo

mercoledì 15 giugno 2016

Aggiornamenti veloci

Di corsa, mentre ci prepariamo per andare a Londra a presentare il libro di Mr K, vi lascio giusto un paio di aggiornamenti:




1) Aggiornamento fantozziano: venerdì sera, dopo la presentazione a Verbania e l'ottima cena in un posto paradisiaco dove vado più spesso che posso, mentre camminavo spedita per prendere il traghetto sono inciampata in una radice e sono volata giù da un gradino atterrando sulle mani (certo, meglio che sulla faccia), massacrandomele. Ho detto al mio maestro di yoga che grazie alle sue asana per rinforzare i polsi non mi sono rotta niente, però vacca boia che male.

Nella foto io e Mr K prima della caduta. Davanti a noi, da sinistra a destra: panna, marron glacé, cioccolato fuso e mascarpone.





2) Aggiornamenti sul libro: sono uscite un po' di recensioni, le trovate nella colonna qui a destra. 
Inoltre, il numero estivo di IL in edicola venerdì 17 conterrà otto racconti originali di otto scrittrici italiane, fra le quali ci sarò anch'io. Un nuovo racconto, un nuovo sogno-incubo americano.

sabato 4 giugno 2016

Cold turkey

To go cold turkey è un'espressione che si usa per chi smette di drogarsi di colpo e affronta i sintomi dell'astinenza. È anche il nome un programmino che potete scaricare e che vi permette di bloccare l'accesso ai siti che volete per tutto il tempo che volete. Ogni tanto lo uso per depurarmi dai social network. Ora l'ho installato durante il giorno per potermi concentrare a fondo sulla traduzione, il lavoro che amo e che mi dà tante soddisfazioni. Magari non scriverò per un po'. Mi aspettano tanti bei libri da tradurre.

(Ovviamente, colta da ansia, poco dopo ho cercato di disattivare Cold turkey, e non riuscendoci ho tentato di disinstallarlo. Niente da fare, una volta impostato il blocco, il programma è irremovibile.)

venerdì 27 maggio 2016

L'ospedale moderno

Norman Rockwell, The Waiting Room (1937)
Un paio di settimane fa sono andata in ospedale a fare la mammografia. Una volta in ospedale c'era un CUP dove la gente prendeva un bigliettino, si sedeva e aspettava il suo turno. Ma quello era un CUP antiquato. Il nuovo CUP, quello moderno, è stato spostato dal pianterreno affacciato sulla strada, dove era troppo facile trovarlo, al secondo piano in fondo a un labirinto inestricabile. Dopo aver girato per mezz'ora fra scale e corridoi, sono entrata in una sala tutta nuova, dove ho trovato centinaia di persone e una bella macchinetta moderna con schermo digitale che elencava le prestazioni offerte dal CUP. Bastava premere sulla prestazione che si desiderava ricevere e poi ritirare il bigliettino corrispondente. C'era solo un piccolo problema: l'elenco delle prestazioni era difficilmente comprensibile, con cose tipo "prenotazione visite" ripetuto due volte in due voci diverse dell'elenco, con la conseguenza che gli utenti, perlopiù anziani e poco avvezzi alla modernità digitale, schiacciavano tutti i tasti e si prendevano tre o quattro bigliettini per volta. Io avevo il numero 150, e gli sportelli stavano chiamando tipo il 25.
A un certo punto è successo qualcosa, I bip che segnalavano il passaggio da un numerino all'altro hanno cominciato a farsi più frequenti. Bip... bip... bip... bipbip... bipbipbip... bipbipbipbibpbipbip! La gente si è alzata dalle sedie ed è corsa agli sportelli, ammassandosi in gruppi informi e caotici. Dietro i vetri si sentivano le addette gridare "basta! fermatevi!". Io sono riuscita a infilarmi nella ressa e a raggiungere lo sportello, dove l'addetta disperata mi ha detto: "Si è guastato il sistema! Non riusciamo a fermarlo!" Me ne sono andata senza voltarmi indietro, mentre orde di pazienti inferociti assaltavano gli sportelli sventolando i loro inutili bigliettini.

L'altro giorno sono tornata in ospedale per la visita di controllo alla tiroide (che per ora sta bene, grazie). Sono entrata nel solito vecchio padiglione e ho scoperto che il reparto di endocrinologia non era più lì. Era stato spostato nell'ala moderna dell'ospedale. Dopo aver scoperto faticosamente dov'era l'ala moderna, che nessuno aveva segnalato (lungo la via l'ho chiesto a un medico che mi ha risposto "non lo so, sono qui solo da 15 giorni" e subito dopo è entrato proprio nell'edificio dove dovevo entrare io), ho raggiunto la moderna reception del nuovo reparto di endocrinologia. Che però non era solo la reception di endocrinologia, ma anche di altri cinque o sei o sette reparti. Nel vecchio reparto si arrivava, si bussava a un ufficio in cui si consegnava l'impegnativa del medico (niente CUP perché sono esente) e si andava in una saletta ad aspettare la chiamata. Nel reparto moderno ci sono tre sportelli per tutti i pazienti che devono fare visite, prenotazioni e chissà che altro per cinque o sei o sette reparti diversi, e mentre si è in fila capita anche che ci passi davanti qualcuno e alla nostra reazione inviperita la segretaria dichiari: "Ma io ho chiesto chi doveva fare la visita, e la signora si è fatta avanti". Sì, peccato che io sono in coda e la signora no. E alla mia visita mancano solo dieci minuti perché sto aspettando in fila da mezz'ora. Poi finalmente faccio la visita e il medico mi informa che il prossimo controllo sarà in gennaio. "Gennaio quando?" gli chiedo, visto che gli appuntamenti me li aveva sempre dati direttamente lui dopo la visita. "Ah, non lo so" mi risponde. "Adesso abbiamo le segretarie per questo. Esca e si rimetta in fila".

Se questa è la modernità, evviva la vecchiaia.

martedì 24 maggio 2016

Post senza foto

Oggi ho fatto una gita bellissima. Con La Mamma e Mr K ho preso il battello a Santa Caterina per andare all'Isola dei Pescatori. Finalmente, dopo otto anni che Mr K frequenta il paesello, sono riuscita a portarlo almeno a una delle isole Borromee. Il tempo era straordinario, una di quelle giornate limpide di lago, né troppo fredda né troppo calda, assolutamente perfetta. Mentre aspettavo il battello ho preso dalla borsa la mia macchina fotografica con lo zumone per immortalare dal basso lo splendido monastero di Santa Caterina. Il monitor è rimasto nero ed è uscita la scritta "ricarica la batteria". Porca vacca.
Per tutta la gita, sul battello con vista spettacolare su lago e montagne, sull'isola paradisiaca (anche se infestata da migliaia di turisti, pure di martedì), nel parco di Stresa con vista eccetera eccetera, ho fatto battute idiote e un po' inviperite sulle centinaia di foto che avrei scattato se avessi avuto la macchina carica. Poi ho portato a casa La Mamma e l'ho salutata dicendo che andavo a casa a scaricare le foto sul computer.
Invece sono andata a casa e ho svuotato la borsa. Ho cacciato dentro la mano e l'ho sentita subito. L'altra macchina fotografica, quella più piccola, che avevo infilato nella borsa qualche giorno fa senza poi ricordarmene. Era carica, naturalmente.

sabato 21 maggio 2016

Primavera lacustre

Non faccio niente di speciale in questi giorni.
Traduco cose tristi e belle. Fotografo il merlo che canta davanti alla finestra. Mi dico che ho un bel vantarmi che sono originale perché mi piace la pioggia, ma quando c'è il sole e sento il profumo del pitosforo sotto la finestra sorrido di più.  Faccio una passeggiatina fino al parco di fronte a casa mia per sdraiarmi nell'erba e fotografare il fortino garibaldino. In un impeto estremo di originalità, fotografo anche il tramonto. E la luna che spunta da dietro la montagna. 
Spero che per l'estate venga un caldo atroce e insopportabile, altrimenti quando sarà ora di ripartire comincerò a piangere urlando e rotolandomi per terra come al solito. 

Ah, oggi presento il mio libro a Busto Arsizio. QUI c'è scritto alle 17, ma in realtà è alle 17.30.

Saluti dal merlo.