martedì 27 marzo 2012

Julie Otsuka, vincitrice del PEN/Faulkner Award for Fiction

Ho parlato spesso di Venivamo tutte per mare, il bellissimo libro di Julie Otsuka che ho avuto l'onore e il piacere di tradurre. In particolare vi rimando a questo post, a questa intervista sul blog Biblioteca giapponese e a questa recentissima recensione sul blog Anarene di Roberto Manassero.

Ieri Julie Otsuka ha vinto il prestigioso PEN/FAULKNER Award (“In The Buddha in the Attic Julie Otsuka creates a voice that is hypnotic and irresistible, and renders her story with the power of the most ancient, timeless myths, the legends that crowd our dreams, and the truths we cannot bear. Her skill is awesome and utterly inspiring. The story she tells with the ear of a poet, the touch of an artist, and the wisdom of a very old soul is breathtaking in its scope and intimacy. This slender volume simply stole my heart,” said judge Marita Golden), e oggi ho deciso di darvi un assaggio del primo libro di Julie Otsuka, When the Emperor Was Divine, che comincerò presto a tradurre.

In questo libro, uscito nel 2003, Otsuka racconta la storia della deportazione di una famiglia nippo-americana in un campo di concentramento nel deserto dello Utah, all'inizio degli anni '40. Eccone due brevi assaggi: il primo è la scena in cui il padre viene portato via dagli agenti dell'FBI, il secondo è un'immagine dalla scena del suo ritorno.

"In the morning she had sent all of the boy's father's suits to the cleaners except for one; the blue pin-striped suit he wore on his last Sunday at home. The blue suit was to remain on the hanger in the closet. 'He asked me to leave it there, for you to remember him by.' But whenever the boy thought of his father on his last Sunday at home he did not remember the blue suit. He remembered the white flannel robe. The slippers. His father's hatless silhouette framed in the back window of the car. The head stiff and unmoving. Staring straight ahead. Straight ahead and into the night as the car drove off slowly into the darkness. Not looking back. Not even once. Just to see if he was there."  

“Because the man who stood there before us was not our father. He was somebody else, a stranger who had been sent back in our father's place. That's not him, we said to our mother, That's not him, but our mother no longer seemed to hear us... 'Did you...' she said. 'Every day,' he replied. Then he got down on his knees and he took us into his arms...”

11 commenti:

  1. "Did you..." Secondo me gli chiedeva se aveva pensato a lei.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, anche secondo me, ma il pudore di non scriverlo lo rende ancora più struggente. Otsuka ha questo tocco delicato nel descrivere anche i sentimenti più intensi, che va molto più in profondità di mille parole a effetto.

      Elimina
    2. Sì, è struggente. Il pudore verrà anche dal suo essere giapponese?
      Mi incuriosiscono gli scrittori che dicono tanto scrivendo poco, sono di solito quelli che mi toccano di più. Ho capito, è ora che mi metta alla ricerca di un libro di JO.

      Elimina
    3. Credo di sì: come spiegavo nell'intervista a Biblioteca giapponese che cito nel post, l'impronta giapponese di Otsuka si ritrova nel suo rifuggire dall'"io" accentratore per rifugiarsi nella collettività del "noi", ma anche questo suo pudore così evocativo nel descrivere i sentimenti credo sia una caratteristica molto giapponese.

      Elimina
  2. Buon lavoro, vi aspetto in libreria!

    RispondiElimina
  3. Premio meritatissimo! I brani citati del prossimo libro promettono bene. Non me lo perderò e ti immagino già immersa in questo lavoro intenso e coinvolgente.

    RispondiElimina
  4. senti, mi chiedo sempre nel caso di autori cinesi o giapponesi per esempio: l'edizione originale è in cinese/giapponese, poi si fa una traduzione in inglese e poi si declina l'inglese in altre lingue ? oppure una scrittrice come lei scrive direttamente in inglese ? sto imparando un dialetto africano e mi rendo conto di quanto sia diverso il dialogo in portoghese rispetto al dialetto e di quante informazioni si perdano perchè sono le due lingue stesse che non si comunicano

    RispondiElimina
    Risposte
    1. No, la traduzione di un autore andrebbe sempre fatta dalla sua lingua originale. Otsuka è nata e cresciuta negli Usa e scrive in inglese. Credo che il giapponese non lo sappia neppure.
      Bello, il dialetto africano. Chissà quanto sarà diverso dal portoghese "originale"!

      Elimina
  5. Ciao, sai per caso quando dovrebbe uscire il libro? Complimenti per l'ottimo lavoro fatto nel tradurre "Venivamo tutte per mare". Una curiosità: perchè il titolo originale (Buddha in the attic)è stato così stravolto (anche se, devo ammettere,il titolo in italiano è molto suggestivo9?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao, grazie dei complimenti!
      Non so di preciso quando uscirà il nuovo (anche se non in ordine cronologico) libro di Otsuka, ma credo presto, entro la fine dell'anno.
      Quella di cambiare il titolo è stata una scelta dell'editore, secondo il quale "Il Budda in soffitta" non suonava bene.

      Elimina