martedì 18 settembre 2018

Cosa mi mancherà...

Gli amici, gli studenti, i pappagalli che vengono a salutarmi al mattino



Cosa non mi mancherà: il pomodoro da 6 dollari (e non era neanche tanto buono)


lunedì 17 settembre 2018

Una gita ad Alameda, meglio del Truman Show

Alameda è una piccola isola nella baia di San Francisco, separata da Oakland solo da uno stretto, l'Oakland Estuary. 
Ci sono andata a trovare un'amica, che si è trasferita lì da Oakland dopo che c'è stata una sparatoria davanti a casa sua e da quel momento ha cominciato a descrivermi Alameda come un piccolo paradiso.
Per andarci prendo il ferry da San Francisco e naturalmente becco una giornata orrenda. Se volete sapere cosa intendo per cielo stile coperchio di tomba, ecco qui


Mentre gironzoliamo per Alameda, il cielo comincia a schiarirsi, e io comincio ad apprezzare questo piccolo paradiso a due passi dal caos. Intanto ci sono i canali


Poi ci sono un sacco di case vittoriane bellissime, tipo questa


Ma la cosa incredibile è l'atmosfera. Siamo a pochissimi chilometri dalle sparatorie di Oakland (che ovviamente non è tutta sparatorie, ci sono anche tensioni razziali e povertà estrema e gentrificazione rampante... sì, be', e poi ci sono sono anche molte cose belle) e a quindici minuti di ferry dalle stesse cose a San Francisco, eppure qui sembra di stare... nel Truman Show! In realtà molto meglio che nel Truman Show, perché le case sono belle, la gente è rilassata, le macchine vanno piano, i bambini girano in bicicletta, le scuole pubbliche funzionano bene, e prezzi delle case sono come quelli di Oakland (cioè molto alti rispetto alla media nazionale) e non come quelli di San Francisco (ridicolmente fuori da qualunque media di qualunque nazione). Cioè, tipo, una casa che a San Francisco costa quattro milioni di dollari qui puoi comprarla per due (hahaha). Un appartamento comodo e bello per tre persone può costarti $2800 al mese anziché $6000. 
Non ho capito bene perché, se non forse perché Alameda è collegata un po' male, non ha il treno e per tornarci dopo il lavoro bisogna fare lunghe code in macchina o al porto dei ferry, ma tanto qui le lunghe code in macchina le fanno per andare da qualunque parte, benedetto il giorno che mi sono infilata in questo lavoro sottopagato che però almeno posso fare da casa.

E così giro per Alameda facendo continuamente oooh e aaah man mano che mi accorgo che qui sembra di stare in un paesino anche se sei a due passi dalla città. E i vicini della mia amica le hanno portato le torte quando si è trasferita nel suo bell'appartamento al secondo piano di questa meravigliosa casa vittoriana.



Ad Alameda la gente costruisce casette per le fatine degli alberi


Tiene maiali in giardino


E va addirittura in spiaggia.


Non so quanto durerà questo piccolo paradiso, probabilmente poco, ma insomma, per adesso c'è e naturalmente contribuisce alla mia invidia. Anch'io voglio un maiale da giardino.


mercoledì 12 settembre 2018

Tom Waits canta Bella Ciao

Una mia studentessa mi ha appena mandato questo video e, come si dice, mi ha svoltato la giornata.

La canzone è contenuta nell'album Songs of Resistance 1948 – 2018 di Marc Ribot. Il video è di Jem Cohen.

Ora vado ad ascoltarla almeno altre 350 volte.


sabato 8 settembre 2018

Un quartiere storico: il Tenderloin

Chi ha paura del Tenderloin? Il famoso quartiere povero di San Francisco che spunta in mezzo alla città come un bubbone che tanti vorrebbero eliminare, il quartiere malfamato che comincia dietro l'angolo dell'Hilton, il quartiere di Glide che forse vi ricorderete dal mio libro, il quartiere dove ti dicono sempre che è meglio non andare.
Io invece ho seguito il consiglio di Elena Refraschini (v. post precedente) e sono andata a visitarlo con un tour, organizzato dal Tenderloin Museum e guidato dalla simpatica Gail Seagraves che trovate nella foto in fondo alla pagina del museo. Temevo di sentirmi un po' turista allo zoo, ma per fortuna la disinvoltura di Gail, che è una del quartiere, me lo ha evitato. 
Le foto fanno più schifo del solito perché era sera e perché c'era il solito cielo stile coperchio di tomba, e poi manca il posto migliore in assoluto perché si trattava di un bar molto buio, Aunt Charlie's Lounge, dove bere costa poco, la gente sembra uscita da una canzone di Tom Waits e il venerdì e sabato c'è uno show di drag queen. Durante il tour ci siamo fermati lì e Gail ci ha raccontato del suo impegno di attivista e organizzatrice locale. I palazzi del Tenderloin sono quasi tutti convertiti a SRO, che sta per Single Room Occupancy, praticamente stanze d'albergo - spesso con un bagno in comune per tutto il corridoio - affittate a basso prezzo - con lunghe liste d'attesa - a persone indigenti. San Francisco è forse la città che ne conserva di più, ed è questo che impedisce al centralissimo Tenderloin di venire inghiottito dalla gentrificazione.
Per salvare il Tenderloin, gli abitanti si sono impegnati a far ottenere lo status di edificio storico a molti dei suoi palazzi. E poi ci sono targhe per ricordare i luoghi scomparsi: la Compton's Cafeteria, sede della prima sommossa transgender della storia degli Usa, e The Screening Room, il primo cinema a proiettare legalmente un film porno, che il suo furbissimo produttore aveva intitolato "Pornografia in Danimarca: un nuovo approccio" e spacciato per un documentario.




Spesso sui muri si vedono vecchie pubblicità - che vengono periodicamente ridipinte - insieme a nuovi murales




E in giro per il quartiere si incontrano sorprese come il fichissimo Phoenix Hotel, con la piscina disegnata da Andy Warhol (questa foto l'ho sgraffignata dall'internet, almeno ne vedete una decente)


Continua la mia rivalutazione di San Francisco? Mah, è presto per dirlo...

giovedì 30 agosto 2018

La vecchia San Francisco è ancora viva (e un libro per conoscerla meglio)

Per trovarla dovete magari allontanarvi un po' dalle rotte più battute, spingervi in un quartiere un po' periferico come il residenziale Glen Park, con la sua strada centrale deliziosa che sembra un piccolo paese, le case basse non ancora strappate ai vecchi residenti middle class dalla furia della gentrificazione, la magnifica libreria/jazz club, il grande parco ricavato da un canyon. Sì, un canyon in mezzo alla città, con i suoi coyote e la sua foresta e le case affacciate sulle colline. Così (la foto fa schifo, ma se seguite il link al sito del parco ne trovate di belle)


Dopo la passeggiata nel parco abbiamo continuato a gironzolare nelle strade del quartiere, da dove si vede questo panorama 


Mentre cercavamo di capire cosa fosse quel montarozzo lì a destra (risposta: Bernal Heights Summit), ci si è avvicinato un tizio sulla sessantina che ci ha chiesto se avessimo bisogno di informazioni. Ci siamo messi a chiacchierare, e in quel momento siamo entrati in una scena di un film di Jim Jarmusch. Lungo la strada, che il nostro nuovo amico ci stava descrivendo come la terza più ripida di San Francisco (il che significa praticamente a strapiombo. Non è quella della foto, che a San Francisco viene considerata una discesina da niente) è passato un altro signore anziano a bordo di una bella bici nuova fiammante. Ai nostri commenti ammirati il nostro amico risponde dicendo "pfui, quella è una bici elettrica, invece dovete sapere che c'era una donna molto vecchia che abitava in questa via e ogni giorno la vedevo venire su dalla salita in bici, due o tre volte al giorno, una cosa davvero incredibile. Però sono almeno due anni che non la vedo più, probabilmente sarà morta, era davvero vecchia..." In quel momento sentiamo avvicinarsi qualcuno, il nostro amico si interrompe, si gira e aggrotta le sopracciglia. "Ma... è lei?" dice. Davanti a noi passa una donna di età ragguardevole, tutta agghindata con una tuta da ciclista di lycra gialla e un casco professionale, che spinge una bicicletta da corsa fichissima e super tecnologica. Si ferma a chiacchierare con il nostro amico, che non conosce nonostante vivano nella stessa via e lui l'abbia vista passare due o tre volte al giorno per chissà quanti anni. La signora ha ottant'anni e si fa tranquillamente delle gite di tutta la giornata in bicicletta. Praticamente i due fanno amicizia lì, sotto i nostri occhi. Quando lei se ne va, il nostro amico resta lì incredulo a seguirla con lo sguardo. "Credevo che fosse morta..."

Dopo questo incontro surreale andiamo a goderci il concerto jazz alla fantastica libreria Bird & Beckett


 e poi da lì a cena in un ottimo ristorantino nepalese su Mission Street.

Mi sto riconciliando con la città? Be', con qualche suo aspetto - tipo le librerie, i parchi e la musica - non ho mai litigato. Ma al mio umore addolcito stanno contribuendo un progetto di cui non posso ancora parlare perché è in fase embrionale, e un bel libro che ho letto in questi giorni. Si chiama San Francisco - Ritratto di una città e lo ha scritto Elena Refraschini, che ha anche questo bel blog.

venerdì 17 agosto 2018

L'invidia e l'arte del tiro con l'arco


Sabato scorso sono andata alla Renaissance Faire di San Jose. Le fiere del Rinascimento sono eventi molto popolari, in cui la gente indossa costumi pseudo-rinascimentali e si ritrova in qualche parco a fare duelli con spade di gomma e mangiare cosce di tacchino, il tipico cibo di queste adunate.


Ovviamente si tratta di una pacchianata pazzesca, ma siccome queste cose assurde mi divertono, ho pensato bene di affrontare un paio d'ore di viaggio sul trenaccio antidiluviano che attraversa la Silicon Valley (sì, perché questi sono tanto ricchi ma hanno dei trasporti pubblici che fanno pietà) per arrivare in un parco pubblico della brutta San Jose e... imparare il tiro con l'arco.

Mentre infatti la signora che divora la coscia di tacchino qui a destra, sotto il castello di polistirolo, non sono certo io, qui sotto potete ammirarmi in tutto il mio splendore di amazzone (ma ahimè, nessun costume rinascimentale), con l'hotel Hilton sullo sfondo.



Il giorno dopo invece sono andata a trovare il mio amico Gary Kamiya, l'autore di questo bellissimo libro, che ogni tanto si ritira a scrivere in una casetta a Bolinas, il paese "nascosto" di cui parlavo in questo post. E qui arriva l'invidia. Io invidio molto quelli che possono dire "non sono una persona invidiosa". Io invece sono invidiosissima, per esempio dei vecchi hippy che si sono costruiti una casa qui tanti anni fa, quando ancora i terreni non costavano fantastiliardi.



E adesso hanno questa vista qui


Ma attenzione, perché prima o poi l'erosione (momento Schadenfreude) potrebbe mangiarsi la vostra bella casetta




giovedì 19 luglio 2018

Il materasso nuovo

Da anni insistevo con Mr K che era ora di cambiare materasso. Ormai si dormiva sulle molle, e quando lui si muoveva nel letto io rimbalzavo come su uno di quei tappeti elastici (su cui fra l'altro una volta, bambina già fantozza, per poco non mi mozzai la lingua).
Ma Mr K faceva lo gnorri, comportandosi in pratica come se andare a comprare un materasso fosse in cima alla scala delle rotture di coglioni del vicequestore Schiavone (perdonate, ma sto leggendo Pista nera con i miei studenti, che si divertono molto all'idea di un poliziotto che fuma le canne, ma forse si imbarazzano un po' quando gli spiego cosa vuol dire "A Milano c'è tanta figa", oppure quando per compito assegno di scrivere una loro personale lista delle rotture di coglioni).
Comunque, bando alle digressioni. Dovete sapere che gli americani hanno l'insana mania dei materassi. Quando camminate per strada trovate ovunque materassi abbandonati sui marciapiedi (qui si usa: quando una cosa non la usate più la mettete sul marciapiede e sperate che qualcuno la porti via), e quasi a ogni angolo di strada trovate enormi negozi pieni di materassi che fanno sinceramente sorgere il dubbio se questi cambiano il materasso ogni sei mesi.
Noi non apparteniamo a quella categoria, ovviamente, ma a questo punto la situazione si era fatta insostenibile, e così Mr K ha ceduto alle mie insistenze e si è convinto a comprare il materasso.

Il primo giorno sono andata da sola, in avanscoperta. La commessa messicana mi ha attaccato una pezza interminabile sulla storia del padre malato, e a un certo punto si è anche messa a piangere. Un'esperienza di acquisto piuttosto insolita, ma siccome a me le cose insolite piacciono, due giorni dopo ho trascinato Mr K nel negozione di materassi. La commessa lacrimosa mi aveva quasi convinta a comprare un colossale materasso di lusso con telecomando in offerta speciale a $1500 anziché tremila e rotti. Ma io contavo sulla... ehm... oculatezza di Mr K per individuare l'affare migliore. E infatti lui è stato più saggio, orientandomi (uso il pronome alla prima persona singolare perché a lui del materasso nuovo non gliene fregava niente, tanto dormirebbe anche sui sassi) su un materasso un po' meno costoso, il cui costo è comunque lievitato quando gli abbiamo dovuto aggiungere il trasporto (con prelievo del precedente materasso, mica siamo zozzoni, noi), il coprimaterasso speciale impermeabile in fibra polimerica antiparticellecosmiche, il box spring (cioè la base a molle, perché prima dormivamo su una base tipo bancali del mercato) e  svariate altre supercazzole.
Uscendo ci siamo congratulati con noi stessi perché abbiamo risparmiato (!) almeno sulle lenzuola, visto che il materasso col telecomando era alto tipo due metri e mezzo e le nostre vecchie lenzuola non sarebbero andate bene.

Ieri è arrivato il materasso nuovo. È comodissimo, per carità. Però io e Mr K ci siamo dimenticati di misurare quello vecchio prima di comprare quello nuovo. Io ero vagamente consapevole del fatto che negli Usa ci sono misure diverse, tipo twin, queen e king, ma escludendo il twin che è il letto singolo ero convinta che noi avessimo un queen. Invece ieri sono tornata dalla palestra dopo la consegna del materasso e ho trovato un affarone ciclopico che troneggia in mezzo alla nostra microstanza, non solo enorme ma anche altissimo, tipo che per salire ci vuole quasi una scaletta. I comodini sono tutti schiacciati tra il materasso e la parete, intorno al materasso resta solo un corridoio per passare, e quando sono a letto e voglio raccogliere qualcosa dal pavimento rischio di cadere e spaccarmi la testa. Questo non solo perché abbiamo sbagliato misura - il nostro vecchio letto era un full e non un queen - ma anche perché il nuovo materasso (con ulteriore aggiunta di box spring) è alto un po' meno di quello con il telecomando, certo, ma è comunque straordinariamente alto per un materasso, e così naturalmente le vecchie lenzuola, sconfitte sia in estensione che in altezza, sono tutte da buttare.

E così ho scoperto, in ritardo, il vasto mondo dei materassi americani, che possono essere Small Single o Cot; Single o Twin o Cot; Twin Extra Long; King Single o Super Single; Small Double o Three Quarter; Full o Double; Double Extra Long; Queen; Expanded o Super o Olympic Queen; King; California King o King Long; Grand King o Super King o Athletic King o Texas King.
E noi italiani, che oltre al singolo  e al matrimoniale arriviamo appena alla piazza e mezza, rimaniamo sempre i soliti poveracci.

martedì 10 luglio 2018

Il marchio del malinteso

Ho una felpetta nera con la cerniera, semplice semplice, il classico "capo jolly" come c'è scritto sulle riviste del parrucchiere. La metto spessissimo, soprattutto in questa città dove devi sempre prevedere un brusco calo della temperatura alla prima raffica di vento (del benedetto vento che tiene lontana la caldazza). La felpetta ha un piccolo marchio, in alto a sinistra dove di solito stanno i marchi. Un marchio comune, di quelli che nessuno ci fa caso.

Ieri sera, a cena, un amico mi chiede: "Perché hai sulla felpa la donna nuda dei paraspruzzi dei camion?" [In inglese "aletta paraspruzzi" è mud flap]
A seguito della mia reazione ovviamente perplessa, scopro che anche la moglie dell'amico e Mr K vedono sulla mia felpa una donna nuda di profilo. Mr K aggiunge che l'ha sempre trovata un po' strana, e tutti e tre confermano che farebbe lo stesso strano effetto a qualunque americano. Io spiego che non è così, si tratta di due persone sedute schiena contro schiena, ma loro dicono che no, la prima cosa che viene in mente guardandola è proprio la silhouette di una donnina nuda di profilo, di quelle che qui vengono sfoggiate da tanti camionisti sui loro mud flaps.

Ecco, adesso mi tocca andare in giro con la mia felpetta sapendo che faccio venire in mente a tutti il camionista di Thelma e Louise.




sabato 7 luglio 2018

Oggi ho incontrato un genio

Oggi ho passato una bellissima giornata nei parchi di San Francisco.
Prima sono stata nel mio posto preferito della città, Land's End, la fine della terra. Eccola 



Poi sono andata al Golden Gate Park dove c'era questa cosa meravigliosa, dodici pianoforti sparsi in giro per il giardino botanico, in posizioni scenograficamente perfette, con pianisti più o meno bravi che davano un concerto per chi passava di lì


Ad ascoltarli in quell'atmosfera fiabesca sembrava che il mondo fosse un posto bellissimo.

Poi siamo capitate in una radura che sembrava un po' Central Park, con una piccola scalinata e un gazebo in cima. La persona che stava suonando aveva finito, e al pianoforte si è messo un bambino. La prima cosa che ho detto è stata "no, il bambino no, ora si metterà a pestare sui tasti come un ossesso". 
Il bambino ha cominciato a suonare. Io e la mia amica ci siamo guardate a bocca aperta. Di rado ho sentito qualcuno suonare così, e sicuramente mai un bambino. Nel giro di quattro secondi ho capito che mi trovavo davanti a un genio. Non suonava una musica che conoscevo, ma qualcosa di malinconico e particolare, qualcosa che era veramente suo, ed era meraviglioso. Lo vedevi sulle facce di quelli che lo ascoltavano, non tanta gente, ma tutti rapiti. Ogni tanto i presenti si scambiavano delle occhiate, come a dire "ma cosa stiamo vivendo?"
Quando il bambino ha finito di suonare siamo tutti scoppiati in un applauso, e lui si è girato a guardarci con aria stupita, come a dire "ma voi cosa ci fate qui? Perché mi battete le mani?", con quegli occhiali da sole dalla montatura bianca che facevano un po' divo e un po' extraterrestre. Gli abbiamo chiesto il bis, e lui ha fatto un'altra magia. Mi sono commossa per la pura bellezza di quel momento.
Mentre uscivamo dal parco, abbiamo attaccato discorso con una signora che fa la volontaria per la manifestazione e ci suona anche. Le abbiamo chiesto del bambino, e lei ha detto: "Un bambino biondo, di cinque anni? Quello è Arthur. Era qui anche l'anno scorso." Anche a quattro anni Arthur suonava così, malgrado avesse le mani ancora troppo piccole per raggiungere i tasti neri.
Poi ci ha raccontato una storia su Arthur, perché a quanto pare le storie su Arthur stanno girando per il parco. Un giorno questa signora pianista è andata dalla mamma di Arthur, che gli siede accanto per terra mentre lui suona, e le ha chiesto se Arthur suona improvvisazioni. La mamma di Arthur le ha risposto di andare pure a chiederlo a lui. La signora ha chiesto ad Arthur: "Arthur, mi suoneresti per favore il vento?" Ma Arthur l'ha guardata come se non capisse cosa stesse dicendo. Allora la signora è tornata dalla madre e le ha detto: "Non credo che Arthur abbia voglia di improvvisare", e la madre le ha risposto: "Oh, ma ultimamente Arthur sta suonando elettroni". Allora la signora è tornata da lui e gli ha chiesto: "Arthur, potresti suonarmi degli elettroni nel vento?" E Arthur ha immediatamente cominciato a suonare una musica meravigliosa che sembrava proprio un volo di elettroni nel vento.

Signore e signori, ecco a voi Arthur. Sentiremo presto parlare di lui.


sabato 16 giugno 2018


"Passato lo sgomento per l'ennesima ecatombe, il dibattito europeo si è spostato sulla necessità di 'fermare i viaggi per fermare le stragi'. Non, quindi, rimuovere le cause per cui centinaia di uomini, donne e bambini rischiano la morte ogni anno pur di partire. Né tanto meno preoccuparsi di studiarle. Ma bloccare i viaggi controllati da 'trafficanti di esseri umani', come se questi movimentassero una tratta di schiavi colossale, e non - più semplicemente - offrissero un'alternativa criminale e infame, e spesso molto insicura, a profughi che non hanno, letteralmente, altre vie di fuga."

da La frontiera, di Alessandro Leogrande


mercoledì 6 giugno 2018

Il sonno della ragione genera Salvini

Io li voglio vedere, quelli che nella sala d'attesa del medico di base si lamentano della sanità italiana mentre aspettano la loro visita gratuita. Quelli che in ogni momento, anche quando qualcuno gli pesta un piede sull'autobus, hanno pronta la stupidissima frase "certe cose succedono solo in Italia".
Sono poche le cose che succedono solo in Italia. La corruzione, le ingiustizie, gli stronzi succedono in tutto il mondo. Chi dice che succedono solo in Italia farebbe bene a informarsi.
C'è però una cosa che succede quasi solo in Italia. Questa cosa è la sanità pubblica garantita a tutti.
Certo, come tante altre cose anche la nostra sanità ha parecchi problemi. Che si stanno aggravando. Che sono stati creati da amministrazioni sia di destra sia di sinistra. E che dipendono da una sola, semplicissima ragione: il taglio dei fondi.*
Ora, c'è gente che si lamenta della sanità pubblica e poi vota Salvini. Vota quello che oggi ha detto: "è giusto che chi guadagna di più paghi meno tasse" (dopo un po' i giornali hanno cambiato il titolo, ma il senso rimane quello). Gente che si fa abbindolare dalla propaganda che ancora sostiene una fesseria come quella dell'effetto trickle-down, che ha proprio funzionato bene negli Stati Uniti, oh, certo, andatelo a chiedere alla marea di poverissimi in continuo aumento. Gente che vota con il cervello spento, senza pensare che se i ricchi pagano meno tasse, nelle casse dello Stato entrano meno soldi, e cosa farà allora lo Stato? Ma taglierà i servizi, naturalmente. E allora la sanità non solo funzionerà sempre peggio, ma costerà sempre di più ai cittadini.
Darsi la zappa sui piedi non è una cosa che succede sono in Italia, ma bisogna dire che agli italiani riesce proprio bene.

* Grazie a un commento di Ernesto Aloia su twitter scopro una cosa che non avrei mai sospettato (anch'io, dunque, colpevole di credere alle certezze collettive senza controllarne la fondatezza): i famosi tagli alla sanità non ci sono mai stati. Il problema è, invece, che il SSN deve erogare una enorme quantità di servizi in più a mano a mano che l'età media della popolazione sale.

venerdì 18 maggio 2018

Laboratorio di traduzione a Pordenone 25-26 maggio



Tradurre la Narrativa, il corso di traduzione di pordenonescrive, inaugura un nuovo laboratorio di approfondimento sulla traduzione letteraria.

Workshop di traduzione letteraria dall’inglese

Tradurre i grandi americani - Sulle orme di Denis Johnson e Jonathan Franzen

Laboratorio di traduzione con Silvia Pareschi
25 -26 maggio 2018
Un viaggio nella letteratura americana, passando dalle atmosfere allucinate e lo stile apparentemente caotico di Jesus’ son di Denis Johnson, considerato insieme a Carver uno dei maestri del racconto americano, alla precisone formale e alle architetture sontuose di uno dei più amati scrittori americani contemporanei, Jonathan Franzen. Un viaggio nella lingua e nello stile dei due grandi autori, in compagnia della bravissima Silvia Pareschi, voce italiana di Johnson e Franzen.
Contenuti
Il laboratorio sarà introdotto da una breve analisi della lingua e dello stile dei due autori statunitensi. Seguirà poi la parte di laboratorio vero e proprio, che vedrà i partecipanti come protagonisti. Si lavorerà infatti all’analisi e al confronto delle versioni dei testi che i corsisti avranno precedentemente tradotto. I brani da tradurre, che saranno tratti dalla raccolta di racconti Jesus’ son di Denis Johnson, di prossima uscita per Einaudi nella nuova traduzione di Silvia Pareschi, e da un opera di Jonathan Franzen, verranno inviati al momento dell’iscrizione. 
venerdì 25 maggio ore 15.00 – 19.15
sabato 26 maggio ore 9.00 – 13.15
Sede: Palazzo Badini, aula Master piano terra – via Mazzini 2 Pordenone
DOCENTE
Silvia Pareschi è una delle più note e apprezzate traduttrici dall'inglese. Fra i tanti autori da lei tradotti ci sono Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz. Vive tra San Francisco e il lago Maggiore, dove è nata, insieme al marito, l'artista e scrittore Jonathon Keats. Quando è a San Francisco, oltre a tradurre, insegna l’italiano agli americani e racconta le sue esperienze nel blog Nine hours of separation.

lunedì 14 maggio 2018

Un saluto dall'eremo




Ve l'ho già segnalato il sito Cabin Porn? Io lo adoro, ogni sera lo apro, guardo una nuova meravigliosa immagine di una casetta sperduta in mezzo al nulla, sospiro e sogno.

Ecco, in questo periodo sto idealmente in una di queste casette. La Mamma sta molto meglio, grazie a tutti voi che le avete augurato una pronta guarigione. Io traduco, leggo, scrivo. Scrivere è sempre faticoso, chissà chi me lo fa fare con quella sindrome dell'impostore che mi perseguita sempre, il senso di inadeguatezza, ma anche la pigrizia che se ne approfitta. Ogni tanto scrivo qualche paragrafo che mi sembra buono, ma poi penso che la storia non va da nessuna parte, e poi mi stanco da sola delle mie lagne e allora mi metto a leggere, e tutti i libri che leggo mi sembrano più bello di quello che ho in mente di scrivere (e lo sono, naturalmente). Ma poi ogni tanto mi diverto anche. O forse è solo che trovo interessante fare qualcosa di nuovo, almeno con la mente.

Mi mancano gli amici del blog. Ciao, quando esco dall'eremo vengo a cercarvi.

giovedì 5 aprile 2018

La delusione della sanità (attenzione, post negativo!)

Sarò breve perché in questi giorni ho decisamente poco tempo per scrivere. Sono rientrata in anticipo in Italia (ecco perché il volo low-cost, avevo bisogno di un biglietto dal costo non esorbitante anche se acquistato all'ultimo momento) per un problema di salute della Mamma che per fortuna dovrebbe risolversi senza strascichi.

Ora, voi sapete quanto io sia una fervida sostenitrice della sanità pubblica, viste le orride avventure che ho avuto negli Usa con quella privata. Ecco, questa volta l'esperienza della Mamma in un ospedale pubblico è stato un vero disastro. Qui in provincia di Varese si tagliano i fondi agli ospedali piccoli e li si lascia con le pezze al culo e una grave carenza di personale. Solo che l'ospedale grande non ha posti per tutti. E la clinica privata per la riabilitazione vuole 290 euro al giorno (tariffa base per il soggiorno) + 35 euro all'ora per fisioterapia (almeno 2 ore al giorno) + ogni visita ed esame extra a pagamento = fate voi i conti, ma direi che si arriva facilmente a un minimo di 3000 alla settimana.

Ecco, allora vorrei dedicare un sonoro vaffanculo ai politici che stanno smantellando il nostro sistema sanitario per trasformarlo in una brutta copia di quello americano. E che i soldi delle mazzette vi vadano tutti in medicine. 

sabato 24 marzo 2018

La maledizione del posto centrale e la dimensione delle persiane altrui

Torno a casa con un volo Norwegian + EasyJet. Un po' preoccupata per la nuova esperienza con il low-cost intercontinentale, che consiste in un volo fino a Londra-Gatwick, scalo di 5 ore (detto con voce fantozziana) con sbarco valigia e reimbarco su EasyJet. Invece va tutto bene. Voli in orario, servizio - nei limiti del low-cost - buono. Se non fosse per un dettaglio, perché ovviamente se non ci fosse stata una fantozzata non sarei qui a scrivere questo post.

Con la tariffa più bassa, Norwegian assegna automaticamente il posto a sedere. Ovviamente al check-in scopro che mi hanno assegnato l'orrido posto centrale. Cerco di impietosire la simpatica assistente di terra, la quale mi dice che posso provare a chiedere prima dell'imbarco, magari riesco a trovare un posto corridoio libero. E infatti va proprio così. Che fortuna! 
Salgo sull'aereo, mi accomodo nel mio bel posto corridoio e poco dopo vedo arrivare il mio vicino. Un tizio pallidiccio, con l'aria un po' malata. Si siede senza togliersi il voluminoso giaccone. Mah, penso. Bizzarro. 
Il volo è notturno, quindi il mio piano è guardarmi un filmetto o due e poi cercare di dormire un po'. Il tizio accanto a me, nel frattempo, comincia a bere. Coca cola e bottiglietta di superalcolico. Poi, a un certo punto, rutta. Non un ruttino, eh. Un gran ruttone tonante. Non faccio a tempo a pensare "che schifo" che quello ne fa un altro. Quattro o cinque in totale. Poi si alza, facendomi alzare. Normale amministrazione. Peccato che dopo essersi alzato se ne sta in giro per una ventina di minuti (dove cavolo andrà, sull'aereo, lo sa solo lui), costringendomi a stare all'erta per aspettare il suo ritorno. Poi torna, si mette tranquillo per un po', e poi ordina di nuovo da bere. E ricomincia tutto da capo. Serie di ruttoni e passeggiata sull'aereo. Quando torna a sedere, invece di mettersi tranquillo e guardarsi anche lui un filmetto come fanno tutti, si mette a guardare il MIO film (che io sto vedendo con i sottotitoli, facilitandogli le cose) e a commentarlo ad alta voce. Poi ordina di nuovo da bere e rutta. Al quinto o sesto giro di rutti, quando ormai la puzza di alcol si è fatta insostenibile, vado dalla hostess e le chiedo se non c'è un limite alla quantità di alcol che si può vendere a un passeggero. Lei dice: "consigliamo di bere con moderazione". Eh, sì, infatti. Io le spiego che vicino a me c'è un ruttatore seriale e lei, sinceramente dispiaciuta, mi propone di cambiarmi il posto. Io accetto. E dove vado a finire? Ma in un sedile centrale, naturalmente.

Ecco, ora forse vi chiederete cosa c'entra la dimensione delle persiane altrui che ho messo nel titolo. Niente, è che stamattina ho trovato un commento al post sull'insonnia in cui mi si annuncia solennemente che non si leggerà più il mio blog, e non solo, ma che i miei malanni dipendono dalla mia negatività e dal mio atteggiamento di italiana cinica all'estero che dovrebbe andare a farsi un giro in India e così smetterebbe di notare la dimensione delle persiane altrui. Stai a vedere che se vado a fare un giro in India mi passa la negatività e dunque l'insonnia? (Che comunque è passata, era dovuta a problemi ormonali e non di negatività.) O forse se imparo ad affrontare le cose senza cinismo e negatività, la prossima volta il tizio che rutta se lo becca qualcun altro?

martedì 20 marzo 2018

Una gita in North Carolina/2. Dove il tempo si è fermato

Vediamo se riesco a scrivere il post prima di andare in aeroporto, da dove spero di riuscire ad arrivare in Italia senza troppi intoppi.

So che aspettavate il racconto della passeggiata, ma in realtà non si può dire che sia stata una grande avventura. Faceva un freddo becco, io non ero molto in forma, c'era il rischio di trovare le strade chiuse per il gelo, e i boschi invernali spelacchiati non erano proprio esaltanti. Non abbiamo raggiunto l'Appalachian Trail di cui parla Bill Bryson e non abbiamo incontrato neanche un orso. L'unico souvenir è questa foto di Mr K all'inizio del sentiero che abbiamo scelto (da notare che in inglese "from the frying pan into the fire" significa "dalla padella alla brace").



Molto più interessante è stata la gita che abbiamo fatto il giorno dopo nella cittadina di Marshall, dove il tempo si è fermato. Ecco il department store:








Notare la bella giornata

La stazione di servizio








Da questa parte del fiume c'erano i vecchi battisti, che parlano un dialetto incomprensibile e rappresentano lo zoccolo duro del North Carolina rurale. Dall'altra parte del fiume invece c'è una vecchia scuola che è stata comprata da un ricco artista, che ci ha ricavato dei bellissimi studi che affitta ad altri artisti meno ricchi, che arrivano qui da ogni parte dell'est, persino da New York. Naturalmente le due comunità non comunicano molto, ma tutto questo rende Marshall assai interessante.

Il palazzo degli artisti. Provate a immaginarlo con il sole

Ecco, sono riuscita a finire il post. Qui piove a catinelle, ho due voli scrausi con in mezzo maltempo e tornadi vari. From the frying pan... Incrociate le dita per me!

PS: sono qui in aeroporto che aspetto l'imbarco (finora sembra puntuale) e mi sono ricordata di non avere pubblicato un'altra immagine che sembra uscita da un'altra epoca. Eccolo qui, lo abbiamo seguito lungo la strada da Marshall ad Asheville 



mercoledì 14 marzo 2018

Una gita in North Carolina/1. Mele caramellate e persiane finte

Tutti mi chiedevano: "ma cosa ci vai a fare in North Carolina?"
Be', un po' per accompagnare Mr K, che insegna per un semestre ad Asheville, e un po' per vedere "l'entroterra" degli Usa, visto che finora sono sempre stata solo sulle coste (e a New Orleans, che è comunque un posto unico). E poi la zona di Asheville è molto bella, ci sono le Blue Ridge Mountains, le Smoky Mountains, insomma, un sacco di mountains, e io volevo farmi un giro sul famoso Appalachian Trail descritto così gradevolmente da Bill Bryson in Una passeggiata nei boschi.

Tanto per cominciare con le cose esotiche, all'aeroporto di Charlotte ho visto un negozio di mele caramellate come non ne avevo visti mai



Arrivata ad Asheville ho scoperto che, al contrario che in California, qui l'inverno esiste. Ma noi stavamo calduccio in una casa vicina al campus, dove il riscaldamento ad aria forzata faceva un  rumore da aspirapolvere giorno e notte, solo che invece di aspirare l'aria la buttava fuori, riscaldata ma non filtrata a giudicare dai granelli di polvere che tossivo fuori in continuazione (un po' come nel mio racconto Ganja yoga). D'altronde l'intera zona non brilla per l'alta qualità dell'edilizia, tra i soliti, onnipresenti strip mall e le casette tirate su con lo sputo. Il rapporto case-chiese qui è 1:1, e le chiese sono all'80% battiste (le altre metodiste e avventiste del 7° giorno). 
La nostra casa, oltre al riscaldamento a vortice, sfoggiava un'altra caratteristica inquietante: le persiane finte. Non me n'ero mai accorta, ma Mr K dice che le persiane finte abbondano dappertutto. In effetti, dopo averle notate nella nostra casa, ho cominciato a vederle dovunque. Eccole. Sono finte. Appiccicate al muro. Gliene frega così poco di capire a cosa servono, che le fanno persino più piccole della metà della finestra.



Qualcuno dirà: ma tu vai in North Carolina e noti solo mele caramellate e persiane finte? Perché cos'altro c'è da notare? Per l'avventurosa passeggiata nei boschi, aspettate la prossima puntata.