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mercoledì 26 giugno 2024

Un premio di traduzione a Finale Ligure

Quest'anno il premio "Il mouse del traduttore" va alla bravissima Claudia Zonghetti.

Io sarò lì per premiarla insieme ad Anna Zafesova. E già che ci sono, la sera prima farò due chiacchiere su intelligenza artificiale e traduzione.






martedì 25 giugno 2024

Un podcast sulla traduzione

 

 

 

Si chiama Libri Oltreconfine e racconta i libri attraverso le voci di chi li ha tradotti

Lo trovate QUI

martedì 17 ottobre 2023

E qui vi racconto il caro vecchio Oscar Wao

Quando ho registrato il video in cui parlo di Manifesto criminale, ho registrato anche il mio elogio di uno dei miei libri preferiti fra tutti quelli che ho tradotto. Eccolo (QUI trovate l'articolo)

 


 

lunedì 31 ottobre 2016

La mappa dei libri


Qualche giorno fa ho partecipato a un incontro al Laboratorio Formentini per l’editoria, in cui io e un altro scrittore, Marco Balzano, abbiamo parlato a un gruppo di studenti dei libri che ci hanno formati come lettori.



Per farlo avevamo a disposizione una mappa, la pianta di un appartamento immaginario. A ogni stanza corrisponde una tipologia di libro e di influenza avuta sulla nostra vita di lettori. Così:


INGRESSO: il libro che mi ha avviato all’amore per la lettura
CUCINA: il libro che è stato per me una sorta di laboratorio, dove ho imparato che cos’è la narrazione, gli ingredienti di una buona storia
SALOTTO: il libro “mio”, quello tra le cui pagine mi sento a casa
CAMERA DA LETTO: il libro che mi ha portato in un mondo “oltre”, di sogno
TERRAZZO: il libro che mi ha aperto nuove, inattese prospettive sul mondo
RIPOSTIGLIO (che nella mappa è diventato il bagno): il grande libro che non riesco ad amare

Ed ecco qui la nostra mappa. Io sono in blu e Balzano in rosso.
Qual è la vostra?







martedì 5 luglio 2016

Innamoramenti letterari





Ora invece mi sono presa una cotta per l'immensa Margaret Atwood. Chiudo bruscamente le telefonate via skype con Mr K dicendogli, ciao, scusa, devo andare a leggere Atwood. Dopo gli splendidi racconti della raccolta Stone Mattress, purtroppo non tradotto in Italia, sono passata alla trilogia di MaddAddam, che però, essendo un po' stordita, ho cominciato a leggere dal secondo volume (questa in italiano c'è, i tre libri li hanno chiamati L'ultimo degli uominiL'anno del Diluvio e L'altro inizio). Dopo aver letto il secondo volume e ordinato gli altri due che ora mi aspettano a San Francisco (almeno un incentivo a tornare, oltre a Mr K ovviamente, eh), ho recuperato dalla mia libreria The Handmaid's Tale (Il racconto dell'ancella), e adesso scusate, e sì, lo so, non ho citato i nomi dei traduttori, ma tanto questa non è una recensione, e poi ho fretta, devo andare a leggere Atwood.

lunedì 28 dicembre 2015

Libri e viaggi per l'anno nuovo


Eccoci qua, domani parto per il mio viaggio.
Stamattina ho spedito il libro finito, che adesso comincia un nuovo viaggio da solo.
Nel frattempo ho cominciato a leggerne altri, che adesso se ne stanno tutti lì non finiti e mi toccherà portarmeli dietro.
Per rinfrescarmi l'antica passione springsteeniana ho cominciato l'ottimo Badlands di Alessandro Portelli. Poi sto leggendo i meravigliosi racconti di Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia. Poi avrò con me anche i racconti di Antonio Pennacchi Shaw 150, e poi M Train di Patti Smith... e poi vedremo, non ho ancora cominciato a fare la valigia.
Buon anno a tutti!

martedì 17 novembre 2015

Ma perché i racconti no?

Allora, l'editore c'è. Devo solo scrivere l'ultimo racconto. Nel frattempo leggo tantissimi racconti e mi innamoro sempre di più di questo genere così sottovalutato, negli Usa ma più ancora in Italia.
Nella mia carriera di traduttrice ho tradotto splendide raccolte di racconti, da Dogwalker
Intanto, un po' di pubblicità
di Arthur Bradford a Infanticidi di T.C. Boyle, da Il pesce rosso segreto e Il punto di David Means, da Ragioni per vivere di Amy Hempel a Ho sempre amato questo posto di Annie Proulx, da Il libro dell'ignoto di Mr K (alias mio marito) a Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank di Nathan Englander, da È così che la perdi di Junot Díaz a Fine missione di Phil Klay, vincitore del National Book Award.
Eppure gli editori sono tutti concordi: i racconti non vendono. Qualche mese fa ho incontrato a una festa un agente che aveva in lettura i miei racconti. Si è presentato e mi ha detto: "Sì, abbiamo ricevuto i suoi racconti, li leggeremo. Ma mi dica: quando scriverà un romanzo?" La prima cosa che mi ha detto.
È una questione annosa, si sa. Ma neppure gli editori sanno il perché. È un cane che si morde la coda? Gli editori non spingono i racconti e quindi i lettori li considerano roba di serie B e quindi non li comprano e quindi gli editori non spingono i racconti? Prima la pensavo così. Ma ultimamente ho parlato con editori che hanno cercato invano di promuovere racconti bellissimi. E allora perché? Mah. Io intanto continuo a godermeli. Ultimamente, nella pila accanto al letto si sono avvicendati: Margaret Atwood, Alice Munro, Dino Buzzati, William Vollmann, Lydia Davis, e altri ne arriveranno ancora. E per adesso non ho nostalgia dei romanzi.

lunedì 9 febbraio 2015

Il lago di Piero Chiara (e anche il mio)

Il mio lago visto da Luino
"Si riprese a vivere senza sapere di vivere. Né il gioco né la guerra ci erano serviti a qualche cosa. Tutto era passato su di noi, da una primavera all'altra, senza lasciarci un segno di salvezza o di speranza.
Di tutti quei giocatori, di tutta quella gioventù, non ci fu nessuno, tranne i morti, a cui riuscisse il sogno di evadere dal paese, di andarne fuori in ogni senso eppure di non perderlo, come non si può perdere la memoria dei primi anni di vita. I più lontani, quelli annidati in fondo alle Americhe o nel cuore dell'Etiopia, al pari di quelli che sono vicini, a Milano o in altri luoghi conosciuti, sentono di non essersi liberati da una specie di peso o di intoppo che la vita del paese ha lasciato in loro.
Non si sa se questo sia un bene o un male. Si sa soltanto che è un velo oltre il quale potrebbe aprirsi la vera vita, se si potesse capire com'è la vera vita.
Un poeta o un pittore che nascesse qui inosservato e prima di legarsi all'ambiente volasse via, forse troverebbe la strada della liberazione.
Ci sarà qualcuno che l'ha trovata, come Bernardino che dipingendo in tanti luoghi diversi ha sempre ricomposto questo paesaggio, mescolandolo ad altre cose del mondo. Ci sarà certamente stato fra di noi, senza che ce ne accorgessimo, qualcuno a cui è riuscito di evadere in un modo che a nessun altro è mai stato possibile.
Lo aspettiamo di ritorno, un giorno o l'altro, perché ci racconti la sua storia."

da Il piatto piange, Piero Chiara

lunedì 22 dicembre 2014

Nel mare ci sono i coccodrilli, di Fabio Geda e Enaiatollah Akbari

Lo sto rileggendo perché - che bello! - il prossimo trimestre lo leggerò con i miei studenti americani. Se non lo conoscete già ve lo consiglio, di tutto cuore.

"I talebani hanno fatto uscire tutti, bambini e adulti. Ci hanno ordinato di metterci in cerchio, nel cortile, i bambini davanti, perché eravamo più bassi, e gli adulti dietro. Poi, al centro del cerchio hanno fatto andare il maestro e il preside. Il preside stringeva la stoffa della giacca come per stracciarla, e piangeva e sivoltava a destra e a sinistra in cerca di qualcosa che non trovava. Il maestro, invece, era silenzioso come suo solito, le braccia lungo i fianchi e gli occhi aperti, ma rivolti dentro se stesso, lui che, ricordo, aveva dei begli occhi che dispensavano bene tutt’intorno.
Ba omidi didar ragazzi, ha detto. Arrivederci.
Gli hanno sparato. Davanti a tutti.
Da quel giorno la scuola è stata chiusa, ma la vita, senza scuola, è come la cenere.
  A questo tengo molto, Fabio.
  A cosa?
 Al fatto di dire che afghani e talebani sono diversi. Desidero che la gente lo sappia. Sai di quante nazionalità erano, quelli che hanno ucciso il mio maestro?
  No. Di quante?
 Erano venti quelli arrivati con le jeep, giusto? Be’, non saranno stati di venti nazionalità diverse, ma quasi. Alcuni non riuscivano nemmeno a comunicare tra loro. Pakistan, Senegal, Marocco, Egitto. Tanti pensano che i talebani siano afghani, Fabio, ma non è così. Ci sono anche afghani, tra di loro, ovvio, ma non solo: sono ignoranti, ignoranti di tutto il mondo che impediscono ai bambini di studiare perché temono che possano capire che non fanno ciò che fanno nel nome di Dio, ma per i loro affari.
 Lo diremo forte e chiaro, Enaiat. Dove siamo rimasti?"

PS: Questo è Enaiatollah, a scuola, in Italia.

 

lunedì 24 novembre 2014

Jonathan Franzen, Phil Klay: ottime notizie e libri in arrivo


Quest'anno il prestigioso National Book Award è stato vinto da Phil Klay, con Redeployment. Sono dei racconti magnifici, che usciranno a maggio 2015 nella mia traduzione. Sono felicissima che abbia vinto questo libro, opera prima di un reduce dell'Iraq e grande scrittore (nonché ragazzo veramente simpatico).




 



La seconda notizia riguarda l'annuncio dell'uscita, nell'autunno del 2015, del nuovo romanzo di Jonathan Franzen, Purity. Non chiedetemi altro perché per ora non so nulla, tranne che come sempre sarò io a tradurlo.

mercoledì 24 settembre 2014

"Spot the Translator", il video vincitore

                   

Quest'anno il concorso internazionale "Spot the Translator", promosso dal CEATL per aumentare la visibilità dei traduttori, è stato vinto da un bel video girato due italiane, Cristina Savelli e Alessandra Maldina. La protagonista è Anna Rusconi (con un cameo di Gina Maneri). 
[Music composed by Javier Muguruza setting a poem by Bernardo Atxaga, arranged by Francesco Forges and Giuseppe Gallucci for ONE MORE LANGUAGE, performed by Beñat Achiary (lead voice, drum), Henri Olama (lead voice), Giuseppe Gallucci (guitar), Francesco Forges, Shinobu Kikuchi, Francesca Breschi (back vocals)]


venerdì 18 aprile 2014

Un pioggia di fiori gialli

"Allora entrarono nella stanza di José Arcadio Buendía, lo scossero con tutte le loro forze, gli gridarono nell'orecchio, gli misero uno specchio davanti alle narici, ma non riuscirono a svegliarlo. Poco dopo, quando il falegname gli prendeva le misure per la bara, videro attraverso la finestra che stava cadendo una pioggerella di minuscoli fiori gialli. Caddero per tutta la notte sul villaggio in una tormenta silenziosa, e coprirono i tetti e ostruirono le porte, e soffocarono gli animali che dormivano all’aperto. Tanti fiori caddero dal cielo, che al mattino le strade erano tappezzate di una coltre compatta, e dovettero sgombrarle con pale e rastrelli perché potesse passare il funerale."

Gabriel García Márquez (1927-2014), Cent'anni di solitudine (traduzione di Enrico Cicogna)

 

domenica 16 marzo 2014

Milano downtown, di Maria Sepa

"Le parole che si dicono la mattina si infilano poi tra gli eventi della giornata e a Corrado sembra che li colleghino, gli diano un senso, un colore che si riflette tutt’intorno. Un colore che, pensa, non è poi così cupo o drammatico. Basta parlare e le tinte si smorzano, gli orizzonti si ampliano, le linee prendono a formare dei disegni, i tasselli un mosaico, e anche se non ancora in maniera distinta, comincia a delinearsi qualcosa, una sorta di bislacca e inusuale saga familiare, sotto il cielo ancora plumbeo di Milano." 

Un romanzo delicato e inconsueto, una storia di amori incrociati con un narratore insolito e un finale lieto e un po' sorprendente, un omaggio a Milano... Milano Downtown di Maria Sepa (traduttrice, docente di letteratura italiana, curatrice di questo blog), come scrive Filippo La Porta nella sua recensione, racconta "la spuma dell'amore e degli scambi amorosi senza nasconderne la problematicità, ma con la levità di una canzone."

venerdì 14 febbraio 2014

"Nella città nuda": la New York di Antonio Monda

Antonio Monda è una figura di rilievo nell'ambiente culturale newyorkese: oltre a insegnare cinema alla New York University, scrivere saggi e romanzi e organizzare il festival letterario le conversazioni, Monda ospita, insieme alla  moglie Jacqueline Greaves, i migliori nomi della cultura americana nel suo appartamento nell’Upper East Side: scrittori, giornalisti, critici, attori e registi (e traduttrici, aggiungo), tutti vengono conquistati dall’accoglienza e dalla buona cucina dei Monda.

Nel suo libro più recente, Antonio Monda ha raccolto alcune delle numerose foto che ha scattato di nascosto ai viaggiatori della metropolitana di New York, e a ognuna ha affiancato un breve racconto, una storia inventata ma che potrebbe anche essere vera. Perché le sue non sono favole, ma storie intense, a volte dolorose, che sanno di verità.


Una delle foto di Antonio Monda
"Li vedo salire e scendere senza sosta. Sognare e soffrire in una città che è una promessa, e può essere mantenuta solo da chi la vive. Sono anch'io uno di loro, e la cosa più importante che ho imparato è che New York è infinita proprio perché è una promessa. Passo in metropolitana quasi un'ora al giorno. Specie nelle prime ore del mattino, chi ci viaggia è disarmato, nudo, e le foto che scatto di nascosto, con un iPhone, mi restituiscono il mosaico crudo e dolente di una città che è la mia da vent'anni. La amo, ma confesso che queste foto mi mettono in crisi, come se volessero svelarmi una verità che tendo a rimuovere, come se nel tempo del viaggio le persone mostrassero una fragilità che non possono permettersi fuori dal treno, dove è necessario indossare un'armatura. Le brevi storie che ho scritto su di loro sono invenzioni allo stato puro: non rievocano il passato, ma immaginano gli spasmi e gli aneliti di persone vive, e raccontano un viaggio condiviso nel quale un frammento immaginario di questa città-mondo tenta di rivelare un insieme impossibile da comprendere nella sua totalità. Mi auguro che la nudità di queste immagini riesca a rappresentare una verità indissolubilmente legata allo spirito di New York: in questa energia e volontà di non cedere, anche nei momenti di dolore e solitudine, risalta sempre l'ambigua, struggente e irresistibile idea di libertà." (Antonio Monda)

sabato 8 febbraio 2014

Qualche riflessione sulle traduzioni brutte

E comunque questa maglietta me la compro
Mi è capitato diverse volte di frequentare quei posti meravigliosi che si chiamano "residenze per artisti", dove gli artisti soggiornano per lavorare ai propri progetti, in genere sponsorizzati da un generoso ente o da un privato che nei paesi civilizzati può scaricare dalla dichiarazione dei redditi le spese sostenute per aiutare la cultura e l'arte. Ma questo è un altro discorso. Il discorso che volevo fare parte dal dialogo con un conoscente che, quando gli ho spiegato cos'era una residenza per artisti, mi ha risposto perplesso: "E perché ci sei andata tu? Una traduttrice non è mica un'artista, no?" Ora, a me non interessa come viene definito il lavoro del traduttore, se arte, artigianato o vattelapesca (la mia risposta infatti è stata "a me interessa solo essere considerata un'artista da chi valuta la mia candidatura a quelle residenze"), e non mi interessa entrare nel merito dell'involontaria maleducazione dell'interlocutore. Però pensavo a come lo stereotipo che vede i traduttori come meri "sostitutori di parole", e quindi come figure perfettamente intercambiabili - stereotipo che genera fenomeni come i loro compensi irrisori e le continue omissioni del loro nome nelle recensioni e perfino nei siti delle case editrici - si accompagna a un incredibile proliferare di traduzioni sbagliate e brutte, di veri e propri sfregi alla lingua provocati da chi è sicuro che basti sapere un po' d'inglese (e un po' d'italiano) per tradurre, non solo per i giornali (date un'occhiata alla rubrica "falsi amici" di Licia Corbolante, tanto per avere qualche esempio), ma anche per le case editrici. Perché l'importante non è se il traduttore sia un artista, un artigiano o un manovale: l'importante è che sia capace. E chi sceglie il traduttore - nei giornali e nelle case editrici - deve essere in grado di sceglierlo in base alle sue capacità, e non solo in base a quanto gli costa.

domenica 2 febbraio 2014

Personaggi di San Francisco/1. Hunter S. Thompson

Hunter S. Thompson
Il futuro autore del più famoso libro sul fallimento della controcultura degli anni '60, Fear and Loathing in Las Vegas (Paura e disgusto a Las Vegas, trad. di S. Veronesi), nonché creatore del  cosiddetto gonzo journalism, era originario del Kentucky, ma visse in molti posti diversi, fra cui, dal 1965 al 1967, anche a San Francisco, dove si immerse allegramente nella cultura hippie.

318 Parnassus Ave., la casa di Thompson a SF 
Dopo che "The Nation" pubblicò un suo articolo sugli Hell's Angels, Thompson ricevette numerose offerte per scrivere un libro sull'argomento, e trascorse un intero anno ad andarsene in giro con la famosa gang di motociclisti. A quanto pare i suoi vicini, che non si erano scomposti quando Thompson aveva fatto esplodere una finestra di casa sua a colpi d'arma da fuoco, protestavano seccati quando gli Angels parcheggiavano le moto sul marciapiede. L'idillio finì quando gli Angels, sentendosi sfruttati da Thompson, gli chiesero una parte del ricavato del libro. Una lite a una festa finì con il brutale pestaggio del giornalista, che però contribuì a pubblicizzare il reportage Hell's Angels: The Strange and Terrible Saga of the Outlaw Motorcycle Gangs (lo trovate anche in un pdf online. In italiano: Hell's Angels, traduzione di S. Travagli). C'è anche un fantastico video in cui il biker Skip Workman si confronta con Thompson durante un programma Tv.

Hell's Angels, foto di H.S. Thompson
In un articolo pubblicato su "Times Magazine" nel 1967, poco prima della "Summer of Love", e intitolato The Hashbury is the Capital of the Hippies, Thompson derideva la cultura hippie, che a suo parere mancava di convinzioni politiche e artistiche ed era già inquinata dalle droghe pesanti che presto l'avrebbero distrutta.
Alla fine del 1967, Thompson  si trasferì in Colorado, a Woody Creek, dove rimase fino alla morte. A San Francisco tornò nel 1985, dove, nell'ambito delle ricerche per un articolo sulla "pornografia di coppia" per Playboy, frequentò il Mitchell Brothers O'Farrell Theater, il famoso strip club (dalle parti di casa mia, fra l'altro, con quel delizioso murale con balene e delfini) fondato dai fratelli Mitchell nel 1969, che rimane tuttora uno dei più vecchi e controversi locali per adulti della nazione. Thompson era buon amico dei Mitchell e assiduo frequentatore del club, che definì "il Carnegie Hall del sesso pubblico in America".  

Il Mitchell Brothers O'Farrell Theatre
Hunter S. Thompson morì suicida nel 2005, con un colpo di pistola alla tempia. Il suo biglietto d'addio, intitolato Football Season Is Over, diceva: "No More Games. No More Bombs. No More Walking. No More Fun. No More Swimming. 67. That is 17 years past 50. 17 more than I needed or wanted. Boring. I am always bitchy. No Fun — for anybody. 67. You are getting Greedy. Act your (old) age. Relax — This won't hurt."
Johnny Depp, suo grande amico, organizzò una festa il 20 agosto 2005 durante la quale le ceneri di Thompson furono sparate in cielo con un cannone, piazzato in cima a una torre a forma di pugno stretto intorno a un peyote, simbolo originariamente usato da Thompson quando si candidò alla carica di Sceriffo della contea di Pitkin, in Colorado. Tra i partecipanti al funerale c'erano il senatore John Kerry, Jack Nicholson, John Cusack, Bill Murray, Benicio del Toro e Sean Penn.

martedì 14 gennaio 2014

San Francisco, January 14th, a million years ago


"It was the Human Be-In, the January 14, 1967, celebration that was billed as a coming together of every tribe in the new, emerging America: from legendary beats, to Berkeley radicals, to the San Francisco love generation. 'For ten years a new nation has grown inside the robot flesh of the old,' proclaimed the event's starry-eyed press release. 'The night of bruted fear of the American eagle-beast-body is over. Hang your fear at the door and join the future. If you do not believe, please wipe your eyes and see.'
Years later, some would call this event the true - if belated - beginning of the Sixties. More than twenty thousand people poured into the Polo Field that sun-dappled Saturday, on the wild west side of Golden Gate Park, where a swaying curtain of eucalyptus and Monterey pine trees shielded the tribal gathering from the raw ocean winds. Onstage, Allen Ginsberg - wearing white Indian pyjamas and garlands of beads and flowers - looked out over the vast human dynamo that he had helped ignite and turned to his friend, Lawrence Ferlinghetti: 'What if we're wrong?'

From Season of the Witch, by David Talbot