domenica 15 gennaio 2012

Venivamo tutte per mare

Qualche giorno fa è uscito "Venivamo tutte per mare", il romanzo di Julie Otsuka che ho tradotto per Bollati Boringhieri e di cui ho già parlato diverse volte negli ultimi mesi (qui , qui, qui e qui).

Nei prossimi giorni, quando avrò un po' di tempo, vorrei dedicare un post alla storia dell'internamento in campi di concentramento dei giapponesi americani durante la Seconda Guerra Mondiale, un argomento di cui Otsuka parla in questo libro e anche nel precedente, l'altrettanto bello When the Emperor Was Divine.

Nel frattempo, vi segnalo alcune belle recensioni che sono uscite in questi giorni.

Leonetta Bentivoglio su Repubblica: "È un romanzo leggerissimo, nel senso più incantatorio dell' aggettivo: anche nelle parti più malinconiche e amare, scorre come una folata di vento, toccando intimamente chi lo legge col suo descrivere la vita come un insieme di esistenze minute, ritratte mentre ci narrano una vicenda di destini sfaccettati e condivisi. (...) È anche una sinfonia di voci, un saliscendi musicale ipnotico nell' andirivieni tra il diluirsi e l'intensificarsi della sonorità espressiva.(...) Questo testo premiatissimo (selezionato per il National Book Award e inserito dal New York Times tra i titoli migliori del 2011) non contempla personaggi singoli. Il protagonista è uno solo, ed è lo sterminato ensemble che espone l'avventura. Sta qui, nel pluralismo della voce narrante, la geniale invenzione dell' autrice. Verrebbe da supporre che un flusso narrativo declinato per intero con il 'noi' produca un distacco, una mancanza d'adesione emotiva. Invece no: il 'noi' di Otsuka, in virtù del suo stile nitido e umanissimo, rende costantemente pregnante quel plurale. (...) Quello ripercorso, in sostanza, è un episodio storico documentato. A inizio Novecento, migliaia di donne giapponesi - le 'spose in fotografia' - furono acquistate per corrispondenza e spedite negli Stati Uniti per congiungersi a connazionali immigrati, i quali le volevano giovani e disponibili a nozze repentine. Fu una deportazione di vittime consenzienti, che quando scoppiò la guerra divenne un massacro. In seguito all'attacco di Pearl Harbour infatti, Franklyn D. Roosvelt decise di considerare tutti i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici, condannandoli alla reclusione. (...) Quando ce le sottraggono per condurle nei 'centri di raccolta' (simili ai luoghi in cui si convogliano le odierne folle di clandestini che sbarcano disperatamente sulle coste italiane); quando vengono umiliate nei cosiddetti 'posti sicuri'; quando scompare la delicatezza del loro passo sulla nostra terra, la commozione, per chi legge, è uno sbocco inevitabile. Pochi altri romanzi hanno affrontato con altrettanta cruda lucentezza temi difficili e abusati come l'immigrazione e il razzismo. E forse nessuno ha saputo farlo dalla parte delle donne in modo tanto perturbante e originale."

Japanese immigrants arrive at Angel Island Immigration Station. Thousands of "picture brides" passed through the station bet. 1910 and 1924.
Credit: California State Parks Collection
 
Graziella Pulce su Alias: "Venivamo tutte per mare è un piccolo gioiello in cui si incastonano mille storie miniaturizzate in poche righe, tutte dal profilo fiabesco: non ci sono personaggi e ogni individuo rappresenta la declinazione di un ruolo. Se leggiamo questo libro come un deposito di storie, un campionario di vicende unificate dalmotivo della perdita e dell'abbandono in vista dell'ignoto, le vicende di queste donne assumono un valore naturale e paradigmatico: di esseri umani che condividono il destino delle carote o delle erbacce da estirpare. (...) Impressionante il capitolo che racconta l'internamento dei giapponesi nei campi di prigionia, che per più di un dettaglio rievoca la contemporanea vicenda ebraica. Anche se i tasti vengono sfiorati con ancora maggiore levità, ciò che si intravede è sufficientemente terrificante. Costretti a partire, e a vendere tutto rapidamente in cambio di pochi dollari o di assegni scoperti, molti di questi uomini non faranno ritorno. Di case, campi e negozi si approprieranno americani scaltri che sfonderanno porte, raccoglieranno frutti che non avevano seminato e continueranno le attività commerciali che erano state degli operosi e discreti giapponesi, di cui ben presto saranno dimenticati nomi e volti." 

Annamaria Crispino su DeA: "'La scomparsa" è l’ultimo capitolo del libro e il registro cambia: il 'noi' non è più quello delle donne venute per mare decenni prima, è la comunità di una qualsiasi piccola città americana che da un giorno all’altro non li vede più. Quei 'bianchi' commentano: «I giapponesi sono scomparsi dalla nostra città. Le loro case sono sprangate e vuote. Le loro cassette della posta cominciano a traboccare [...] In una delle loro cucine – quella di Emi Saito – un telefono nero continua a squillare. [...] I più turbati dalla scomparsa dei giapponesi sembrano essere i nostri figli. Ci rispondono male più del solito. Si rifiutano di fare i compiti. Sono ansiosi, inquieti». Hanno paura, si fanno domande. Alcuni, non tutti. Perché anche 'loro' non sono tutti uguali."

7 commenti:

  1. C'è una bella recensione anche sull'ultimo numero di Internazionale (5 pallini!)

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    1. Grazie! L'ho vista e ho apprezzato i pallini. Internazionale è una rivista che mi piace molto, ho anche lavorato più di una volta con loro e mi sono trovata benissimo. Però la recensione non la segnalo sul blog perché, come regola, non segnalo mai le recensioni dove manca il nome del traduttore (ho fatto un'eccezione per quella di Repubblica perché uscita prima della pubblicazione del libro in Italia).

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  2. Grazie per la segnalazione Silvia e congratulazioni per la pubblicazione. Ho scoperto il tuo blog da alcune settimane e ti seguo con assiduità. Ordinerò il libro dall'Italia per poter apprezzare la tua traduzione.

    A presto!

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    1. Grazie, Gianluca! Dove abiti?

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    2. Ciao Silvia, da poco più di due anni vivo stabilmente a New Haven, Connecticut, pur trovandomi spesso in Italia ed Europa per lavoro. Al momento, assieme a mia moglie, sto inoltre percorrendo il tuo stesso percorso verso la green card: ho perciò letto con interesse i tuoi post sull'argomento.

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    3. Ah, in bocca al lupo! Vi auguro che sia facile come lo è stato per noi.

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