mercoledì 23 novembre 2011

Ancora su Murakami e le sue traduzioni


A sud del confine, a ovest del sole
Continuando le mie letture su Murakami e sulla traduzione dei suoi libri, mi sono imbattuta in questo ottimo articolo (consigliatomi da Licia), "The cult of Murakami", di Nicholas Blincoe, nel quale Kazuo Ishiguro, estimatore dichiarato di Murakami, afferma: "Haruki is one of the three or four most exciting and important writers working right now." E poi aggiunge: "Harder to explain just why." Ishiguro, parlando della fusione tra realtà e mito che è tipica di Murakami, dice che, per esempio, anche in un romanzo meno apertamente "fantastico" come A sud del confine, a ovest del sole, "the story blends images from Casablanca with the old Snow Woman legend, very well known to every Japanese person, but perhaps less obvious to Westerners". Poi aggiunge che questo mix accomuna l'autore a "the new Japanese animation, comics or 'Nintendo culture'", e cita lo scrittore Kobo Abe, che a sua volta "combined old Japanese folk tales and bizarre sci-fi".


Nel segno della pecora
Murakami è visto in Giappone come il più occidentale degli autori giapponesi, continua l'articolo, ma non tanto perché le sue opere contengono riferimenti al cinema e alla musica pop dell'Occidente. Come afferma ancora Ishiguro: "The lifestyles of Haruki's characters are probably much more seamlessly modern-Japanese than might appear to Westerners, who are much more conscious of the distinctions between the 'Western' features and the Japanese ones, because the latter spring out to us as unfamiliar and exotic." E aggiunge: "You have to remember that for a Japanese growing up in the post-war era, jazz, rock and Hollywood movies would seem as indigenous as the more traditional stuff. In fact… kabuki, tea ceremonies and the works of Kawabata would come over as the more exotic and alien."

After Dark
E allora da dove arriva quel senso di "occidentalità" che si percepisce nelle opere di Murakami? Dallo stile, prosegue Blincoe, che parla della passione dell'autore per il jazz ("I was listening to jazz for 10 hours a day for several years, so maybe I was deeply influenced by this kind of music – the rhythm, the improvisation, the sound, the style", afferma Murakami) e per la letteratura occidentale: "Moreover (...) since childhood – Murakami read nothing but Western fiction, especially American novels". 

Questa "occidentalità", prosegue l'articolo, non può essere apprezzata da chi legge i romanzi di Murakami in traduzione. Eppure, sostiene Blincoe, "I am convinced that it remains both the filter and the horizon of his oeuvre: we know it is there, even if we can neither see it, nor judge its extent. This seems clear on the websites, where translation is always the hottest topic of debate." E poi passa a confrontare due dei traduttori in inglese di Murakami, Birnbaum e Rubin (quello che consigliava, come ho raccontato qui, di non leggere libri tradotti): "The movement from Birnbaum, an enthusiast, to Rubin, an academic, could not be more marked. Birnbaum's style is immediate, often catchy and occasionally prickly, with a clear American inflection. (...) Some readers have found a loss of verve in the transition from Birnbaum to Rubin. Certainly, Rubin's style is drier. It seems the truth is (and I am indebted to Rubin's excellent book Haruki Murakami and the Music of Words for airing this topic in detail) that Murakami is new and fresh because his style is unadorned and uninflected."

Underground
L'articolo parla anche del Murakami traduttore, e di come il suo stile sia influenzato dagli autori che sceglie di tradurre: "[Murakami's] style might be the invisible or secret ingredient of his appeal in the West, and one can pick up its vibration in the authors that he chooses to translate. It would be natural to assume that Murakami turned to translation because of money problems. In fact, he was an established author when he produced his first (F. Scott Fitzgerald's My Lost City). This makes the list of writers he chooses to translate all the more significant: Murakami operates from a position of considerable power: he can translate who he wishes, and only if he wishes. His personal pantheon is dominated by Raymond Carver, but also includes John Irving, Truman Capote and Paul Theroux".

Kafka sulla spiaggia
E parlando della traduzione di The Catcher in the Rye fatta da Murakami, il giornalista scrive: "Murakami's version of this classic came out in Japan at the same time as Kafka on the Shore. According to Jay Rubin, the two novels dominated Japan's bookshops for months. The novels have other similarities. Like Holden Caulfield, the eponymous hero of Kafka is a 15-year-old boy. Holden is a child, but he can also be read as a shell-shocked veteran caught in arrested development – as Salinger himself appears to have been by the end of his European tour of duty. And so one can see another echo between Holden and Kafka Tamura: a child, yet also an arrested adult, a baby-boomer doomed to live under the shadow of the war generation."


Per finire, ho cercato online, nei forum dedicati a Murakami dai lettori italiani, un confronto tra le traduzioni di Antonietta Pastore e quelle di Giorgio Amitrano, e mi sembra che entrambi i traduttori siano amati dai lettori, chi per un motivo e chi per un altro. Voi avete qualche preferenza?

14 commenti:

  1. come sospettavo.. noi occidentali non riusciamo a cogliere pienamente gli elementi della tradizione giapponese che Murakami introduce nei suoi racconti.
    Bella l'interpretazione che la musica stessa, il jazz con isuoi ritmi particolari abbia influenzato il suo stile.
    Tra i due traduttori italiani non saprei esprimere una preferenza.. forse molto dipende dal gradimento del libro, dalla storia in sé... Cmq Amitrano ho avuto il piacere di vederlo in conferenza all'istituto di Cultura Giapponese di Roma (dove in realtà si parlava di banana yoshimoto) e mi è sembrata una persona molto simpatica e così visceralmente dentro all'autore che traduce.

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  2. L'autrice del blog Biblioteca giapponese (http://www.bibliotecagiapponese.it/) mi scrive: "... un ragazzo amante dello scrittore giapponese mi disse che, secondo lui, la Pastore traduceva 'in modo femminile', facendo perdere qualcosa dell'allure o delle atmosfere del romanziere (che, se non sbaglio, oltre tutto utilizza non di rado un punto di vista maschile)."

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  3. Splendido post!
    Mi dicono che Murakami Haruki rivede tutte le sue traduzioni in inglese, lingua da cui traduce anche e che, dunque, conosce benissimo.
    Il passaggio 'sorvegliato' dal giapponese all'inglese è interessante, secondo me, posto che l'autore decide egli stesso come e quanto allargare le maglie del filtro linguistico.
    L'ho detto malissimo, ma spero di essermi spiegata:)

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  4. L'hai detto benissimo! Mi viene in mente Franzen che rivede le sue traduzioni in tedesco. Ho visto i suoi scambi di email con la traduttrice tedesca (le traduttrici, due, nel caso di Freedom), e ti dirò, non la invidio ;-)

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  5. ho visto il post segnalato da giusi e devo dire che veramente merita.
    Anch'io non ho preferenze tra Amitrano e la Pastore, non conoscendo la lingua di origine e avendo raramente in Italia la possibilità di confrontare due traduzioni dello stesso testo, non è facile dire quale sia migliore.
    Per quanto riguarda Murakami ho sempre avuto la sensanzione di qualcosa che restava al di là del mio orizzonte. anche notanto la sua forte componente occidentalizzante si sente come un profumo esotico.

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  6. Grazie! Non vedo l'ora di avere un po' di tempo per tornare ad annusare il "profumo" di Murakami. Per cominciare il suo nuovo libro, infatti, dovrò aspettare di avere un momento di tranquillità, perché anch'io sono vittima dell'"effetto Murakami": quando comincio a leggerlo non riesco più a smettere!

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  7. Iniziato 1Q84 ieri sera. Lo voglio leggere in giapponese. In italiano, personalmente, lo trovo sempre piu' affascinante, quasi "barasse" nella traduzione. Cosa che non avviene quasi mai nel caso di altri scrittori del Sol Levante. Per il momento mi piace!!! ^o^

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  8. Ah, che invidia. Anch'io lo voglio leggere in giapponese! Tienimi informata, sono curiosa di sapere cosa ne pensi.

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  9. Silvia, grazie per tutti questi post su Murakami. Ti seguo anche se non sempre commento, per motivi di tempo. Tutti spunti interessanti. Ti dirò una cosa: anche io non saprei scegliere fra Antonietta Pastore e Giorgio Amitrano, sono entrambi bravi, ed è la prima volta mentre con Banana Yoshimoto e soprattutto con Abraham Yehoshua ho poi "scelto" i miei traduttori italiani che secondo la mia sensibilità rendevano meglio in italiano il colore originale, con loro due... è impossibile. Baci e buon weekend

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  10. Grazie Clara! Vorrei farne ancora un altro, di post su Murakami, ma non vorrei annoiare... il fatto è che, oltre a essere uno scrittore meraviglioso, si presta anche a molte interessanti riflessioni sulla traduzione. Mi piacerebbe, tempo permettendo, parlare un po' della sua intervista alla Paris Review. Vedremo, Intanto, buon weekend anche a te!

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  11. A proposito di Murakami e il jazz, ho appena letto un suo articolo del 2007 per il NYT, Haruki Murakami, Jazz Messenger (via il blog del mestiere di scrivere) in cui dice che praticamente tutto quello che sa sulla scrittura l’ha imparato dalla musica e che se non fosse stato così ossessionato dalla musica, probabilmente non sarebbe diventato uno scrittore. Un passaggio:

    «Whether in music or in fiction, the most basic thing is rhythm. Your style needs to have good, natural, steady rhythm, or people won’t keep reading your work. I learned the importance of rhythm from music — and mainly from jazz. Next comes melody — which, in literature, means the appropriate arrangement of the words to match the rhythm. If the way the words fit the rhythm is smooth and beautiful, you can’t ask for anything more. Next is harmony — the internal mental sounds that support the words. Then comes the part I like best: free improvisation. Through some special channel, the story comes welling out freely from inside. All I have to do is get into the flow. Finally comes what may be the most important thing: that high you experience upon completing a work — upon ending your “performance” and feeling you have succeeded in reaching a place that is new and meaningful. And if all goes well, you get to share that sense of elevation with your readers (your audience). That is a marvelous culmination that can be achieved in no other way

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  12. Ma che meraviglia! Ecco, io a questo punto se fossi la sua traduttrice ascolterei jazz in continuazione mentre lavoro (peccato che Thelonious Monk, che lui cita come il suo musicista jazz preferito, non sia proprio in cima alla mia hit parade...). Chissà se i suoi traduttori lo fanno.

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  13. Di nuovo io con un'altra segnalazione... Se nel frattempo non l’hai già letto, credo ti piacerà questo articolo di Giorgio Amitrano, Il compito del traduttore. Murakami in italiano.

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  14. Grazie Licia! Sì, lo avevo letto, ma non sapevo che si trovasse online. Sembra che l'articolo di Amitrano, con la sua definizione di traduzione come "artigianato" anziché "arte", abbia suscitato il plauso di molti traduttori e la contrarietà di altri (come si vede anche nei commenti). A me queste, francamente, sembrano questioni secondarie, ma ciò non toglie che l'articolo sia molto interessante.

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