Visualizzazione post con etichetta Occupy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Occupy. Mostra tutti i post

mercoledì 23 aprile 2014

#MyNYPD: il Twitter-autogol della polizia di New York

Il NYPD, Dipartimento di Polizia di New York, ha lanciato su Twitter l'hashtag #MyNYPD per raccogliere un po' di foto e attestati di simpatia. Quello che ha raccolto, invece, è una valanga di tweet con fotografie di abusi della polizia.










venerdì 7 febbraio 2014

Occupy Silicon Valley

L'Economist, autorevole come sempre, si occupa della "bolla" tecnologica che impazza nell'economia Usa (ed è, come ben sa chi mi legge, la principale responsabile della devastante gentrificazione di San Francisco). L'articolo, lucido e profetico, si conclude così:

“Viviamo in una bolla” dice Eric Schmidt, presidente di Google (e membro del consiglio di amministrazione dell'Economist Group), “non nel senso di una bolla tecnologica o di valutazione. Nel senso che viviamo nel nostro piccolo mondo.” Questo piccolo mondo è stato finora protetto dalla rabbia popolare nei confronti della diseguaglianza economica. Lo scoppio della bolla sarà uno dei maggiori cambiamenti nell'economia politica del capitalismo del prossimo anno."

Mentre mi auguro che ciò sia vero, penso che la rabbia popolare sia stata privata, in questi casi di assoluto e pericoloso monopolio, di uno strumento forte di lotta: il boicottaggio. Gli attivisti di San Francisco che vedete fotografati qui sotto mentre bloccano il famigerato "Google Bus", posteranno le loro foto scattate con iPhone su Twitter e Facebook o su blog come questo (piattaforma Google). La protesta, insomma, viene compiuta tramite il mezzo contro cui si protesta. Vorrei che fosse possibile un'alternativa, ma io per prima senza Google non potrei lavorare. Posso anche scendere in piazza a fermare un autobus, ma ogni volta che accendo il computer gli regalo un buono benzina.




giovedì 13 giugno 2013

Una lettera dalla Turchia

Riporto questa bella lettera scritta da Gianluca D'Ottavio, che vive a Istanbul e tiene insieme a Özke il blog Scoprire Istanbul. Gianluca mi ha autorizzata a ripubblicare integralmente le sue riflessioni su quello che sta succedendo in Turchia in questi giorni. E mi è ritornato in mente quello che è successo nel 2011, quando, mentre in tutto il mondo si manifestava pacificamente, una banda di delinquenti devastava Roma
La foto l'ho trovata su feisbuc (mi giunge ora notizia che questa signora è attualmente in ospedale. Le auguro di guarire prestissimo).


"È da alcuni giorni che molte persone, parenti, amici, turisti, mi chiedono se sono preoccupato per ciò che sta accadendo in Turchia. La risposta è no. Non sono preoccupato, per niente. Anzi sono felice.
Sono orgoglioso di essere qui in questo momento, di essere stato a Gezi Park fin dal primo giorno, quando eravamo meno di mille. Non avrei mai immaginato che quei mille in due giorni sarebbero diventati milioni. Una partecipazione improvvisa, spontanea, coinvolgente.
Ho visto resistere con forza alle violenze della polizia, ho visto l’immensa solidarietà di un popolo, ho visto chi non scendeva direttamente in piazza aiutare chi lo faceva in ogni modo. Ho visto lasciare sui davanzali delle finestre limoni, latte e aceto per le persone che dovevano difendersi dai lacrimogeni. Ho visto hotel che lasciavano aperte le loro porte 24 ore su 24 per dare rifugio ai manifestanti, ho visto ristoranti offrire a loro pasti gratis.
Ho visto ragazzi con la mascherina sulla bocca per difendersi e con l’iPhone in mano per attaccare.
Ho visto le ragazze attiviste dei musulmani anticapitalisti pregare in Piazza Taksim con il velo in testa e con la sciarpa degli ultrà anarchici del Besiktas al collo. Ho visto i curdi ballare in cerchio mano nella mano con i kemalisti.
Ho visto intelligenza, creatività. Ho visto boicottaggi che in due giorni hanno avuto successi clamorosi, costringendo televisioni e banche a chiedere scusa pubblicamente. Ho visto un enorme coraggio.
Ho visto la città lampeggiare e risuonare all’unisono, luci e pentole diventare armi di coesione di massa.
Ho visto i ragazzi ripulire tutte le mattine il parco e le strade che avevano occupato di notte. Ho visto la vita andare avanti nonostante tutto, centinaia di persone cenare all’aperto al ristorante con le mascherine antigas e gli occhialini da nuoto.
Ho visto le barricate, simbolo supremo di difesa, di contrasto, di divisione fra ciò che si desidera e ciò che si ripudia. Quelle barricate non dureranno ancora per molti giorni, ma il loro significato rimarrà nella memoria di chi le ha viste.
Ho visto una polizia violenta e senza scrupoli, a cui è stato risposto con grande maturità e consapevolezza.
Ho visto una generazione piena di vita, che è scesa in piazza per decidere il proprio futuro, che non si rassegna, che vuole libertà, giustizia, e vera democrazia.
Per tutto quello che i miei occhi hanno visto, non sono preoccupato, al contrario sono fiducioso. Colmo di speranza.
Questa gente è fortissima, questa gente ha un’immensa dignità.
Ad essere sincero mi preoccupa una cosa: non aver visto e continuare a non vedere qualcosa del genere in Italia.
Mi preoccupa un Paese che si lamenta da venti anni, un Paese sull’orlo del baratro, che continua a tollerare e a votare gli stessi personaggi putridi che l’hanno rovinato.
Mi preoccupa un Paese narcotizzato dalle tv, un Paese passivo, vuoto, rassegnato, che ha perso qualsiasi speranza insieme alla sua dignità.
Mi preoccupa un Paese che riesce a riempire le piazze solo per andare ad ascoltare il guru di turno. Un Paese senza più nessun tipo di solidarietà, in cui l’egoismo è la regola, in cui i giovani sono più vecchi dei vecchi.
Mi preoccupa, più del fascismo che vedo in Turchia oggi con i miei occhi, il nichilismo che vedo in Italia.
Auguro al mio Paese di non continuare a farsi prendere in giro, di alzare la testa.
Lottate, cazzo."

mercoledì 1 febbraio 2012

Che lavoro fa l'1%?

Un paio di settimane fa, il NYT ha pubblicato un'interessante tabella interattiva intitolata The Top 1 Percent: What Jobs Do They Have?, grazie alla quale è possibile scoprire quali sono i mestieri più ricchi d'America.


La grandezza dei rettangoli indica quante persone in quella categoria si trovano nel "top 1%" (per esempio, la professione del manager risulta - naturalmente - quella con più membri che rientrano nell'1%), mentre il colore indica la percentuale di impiegati in una specifica professione che si trovano nel "top 1%" (più chiaro = meno dell'1%, più scuro = più del 20%).

Risulta così che le top professioni sono: 
Lawyers - Security, commodity brokerage and investment companies: 29.3% in the top 1%
Physicians - Offices and clinics of physicians: 27.2% in the top 1%
Chief executives and public administrators - Security, commodity brokerage and investment companies: 24.4% in the top 1%

Gli scrittori sono al 2.2%, gli artisti all'1,2% (i traduttori naturalmente non esistono).

martedì 22 novembre 2011

Il meme del poliziotto

La foto del poliziotto che spruzza lo spray urticante in faccia ai dimostranti si è diffusa in un batter d'occhio per tutta la rete, trasformandosi, come scrive Wired, in un "fast-spreading internet meme".

Ed ecco che sul web sono cominciate a circolare una serie di immagini esilaranti, che vengono raccolte sulla pagina Tumblr Pepper Spraying Cop.

Eccone alcune (cliccateci sopra per ingrandire).







lunedì 21 novembre 2011

OWS: le due facce della polizia


Venerdì 18 novembre, Davis, (CA): poliziotti della UC Davis Campus Police spruzzano spray urticante in faccia agli studenti che rifiutano di spostarsi. QUI il video. (Un piccolo confronto culturale: il nome dell'agente è stato reso noto, con tanto di numero di telefono ed email e invito a mettersi in contatto con lui: cosa del tutto legittima, trattandosi di pubblico ufficiale. Le ultime notizie dicono che lui e un altro agente sono stati sospesi. Sarebbe possibile una cosa del genere, in Italia?)


Sabato 19 novembre, New York: Ray Davis, capitano della polizia di Philadelphia in pensione, arrestato dai suoi colleghi perché si era unito alla protesta di Occupy Wall Street, portando un cartello con la scritta "Polizia di New York, non siate i mercenari di Wall Street". (Durante un'intervista, parlando dello sgombero di Zuccotti Park, aveva dichiarato: "Si dovrebbe, per legge, usare la forza solo per proteggere la vita di qualcuno. Se non si deve proteggere la vita di quel qualcuno non c'è bisogno di usare la forza. La polizia, quindi, non dovrebbe usarla contro i manifestanti, ma dovrebbe negoziare, parlare con loro. Non avete niente da perdere, perché non lo fate?")

domenica 20 novembre 2011

Amitav Ghosh sul Teatro Valle Occupato

Amitav Ghosh è autore di splendidi libri come Il cromosoma Calcutta, Le linee d'ombra e i più recenti Mare di papaveri e Il fiume dell'oppio.

Come racconta Alessandra Muglia sul Corriere: "Amitav Ghosh risponde al telefono mentre si trova tra gli occupanti del Teatro Valle di Roma. Tra loro ha scelto di passare i primi momenti liberi della sua trasferta romana dopo incontri e presentazioni per il nuovo romanzo, Il fiume dell’oppio, in uscita da Neri Pozza. Lo scrittore indiano sembra incuriosito e sorpreso: 'Dopo i giovani manifestanti di Occupy Wall Street, ho visitato i movimenti di occupazione di otto città comprese Ottawa, San Francisco e Seattle, ma questo di Roma è molto diverso: più incentrato sulla democratizzazione della cultura che sui temi economici e sul capitalismo come gli altri', osserva. 'È difficile per questi movimenti riuscire ad avere un impatto diretto sul mondo nell’immediato, ma credo che possano incidere sul lungo periodo', valuta lui che nel suo nuovo romanzo, mix avvincente di storia e avventura, va alle origini del capitalismo occidentale: al commercio dell’oppio che ha visto indiani e inglesi concorrenti sui mercati cinesi d’inizio '800."

Amitav Ghosh ha pubblicato sul suo blog un bel reportage sul Teatro Valle Occupato, dal titolo A Roman Occupation.

Il reportage si conclude così: "In Rome one is reminded at every step of the many ways in which the past nourishes, nurtures and rejuvenates the present. This is why the value of the past cannot be measured in cash: because it is value itself, in the sense that it generates the values through which people evaluate the meaning of their own lives.
To turn to those who have preceded us on this earth is perhaps our first instinct in times of confusion and crisis. And it sometimes happens that our ancestors do speak back – and if we listen carefully we can even hear their whispers, amidst the silent bones of the things they have left for us.
That is the significance of ‘Occupy Teatro Valle’: it is trying to restore an appreciation of value to a world that seems to have forgotten what it is."

Vale la pena di leggerle l'intero articolo, perché è bello vedere questi avvenimenti raccontati da un occhio limpido e attento come quello di Ghosh.

Ghosh è anche uno di quei preziosi scrittori che riconoscono l'importanza del lavoro dei propri traduttori. Ecco cosa scrive di Anna Nadotti, la sua splendida traduttrice:
"She is a marvelous translator, one of those of whom it might be said, as Garcia Marquez said of Gregory Rabassa, that far from losing in translation the original gains something as it passes through their hands".

giovedì 3 novembre 2011

We, the Ninenty-nine Percent of the People of the United States of America

Innanzitutto, un video.



La Los Angeles Sports Arena trasformata in ospedale da campo, preso d'assalto da 5000 persone prive di assicurazione sanitaria. Non esiste forse foto più nitida del tracollo dell’infrastruttura pubblica degli ospedali da campo organizzati negli stadi e nei palasport di molte città americane. Oggi sono circa 50 milioni i cittadini americani senza copertura sanitaria, e questo, nel sistema privatizzato, significa che non hanno accesso ad assistenza medica al di là del pronto soccorso di fatiscenti ospedali convenzionati sull’orlo della bancarotta. Associazioni come Remote Area Medical e Care Now USA sono nate per coordinare il volontariato di medici e infermieri in paesi in via di sviluppo o zone colpite da catastrofi; oggi si trovano ad assistere la “classe subalterna permanente” orfana della crisi, ma anche di trent’anni di liberismo antistatalista che ha affossato la spesa pubblica per sanità, istruzione e infrastruttura. Una scena che dà la misura dell'emergenza della sanità e dell'infrastruttura pubblica nel paese più ricco dell'occidente. 
Riprese e montaggio e testo: Luca Celada

Ed ecco entrare in scena il manifesto programmatico del nuovo movimento di protesta (anche questo brano è ripreso dal blog Losangelista), che cerca di dare un senso a quanto accaduto nelle ultime settimane. Frutto del gruppo di lavoro newyorchese di Occupy Wall Street, la dichiarazione indice un'assemblea generale nazionale del movimento da tenersi il prossimo 4 luglio a a Philadelphia, e stila una lista di 20 rivendicazioni che i delegati partecipanti dovranno discutere e formalizzare. La lista iniziale di richieste da discutere comprende la moratoria dei pignoramenti delle case, istituzione di regole antispeculative per la finanza, proibizione dei contributi privati alle campagne politiche, finanziamento pubblico dei partiti, un works progress di stampo roosveltiano per stimolare l’occupazione con grandi opere pubbliche, nazionalizzazione del servizio sanitario, restrizioni alle industrie bancarie, petrolifere e farmaceutiche, eliminazione delle agevolazioni fiscali  per le corporation. Il manifesto chiede anche l’estensione delle norme ambientali, sussidi alla pubblica istruzione, ritiro immediato da Iraq e Afghanistan (e del personle militare non essenziale stanziato all’estero), sospensione di grandi operazioni militari. I 99%isti non si dicono contrari a riequilibrare il bilancio, ma rifiutano di farlo con i soli tagli alla spesa pubblica. Se le richieste non verranno prese sul serio dal Congresso, dalla Casa Bianca e dalla Corte Suprema, i firmatari concludono che il movimento si adopererà per la fondazione di un terzo partito politico indipendente con l’intenzione di candidare rappresentanti “a ogni carica disponibile” a partire dalle lezioni midterm del 2014. 

Ora, io sono d'accordissimo con tutto questo, ma provo anche una certa inquietudine. La "fondazione di un terzo partito politico indipendente" mi fa presagire il temibile "effetto Nader", ossia quello di un candidato da sinistra che sottrae voti al partito Democratico, con la conseguenza di regalare le elezioni al partito Repubblicano. Spero tanto di sbagliarmi...

mercoledì 19 ottobre 2011

"Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi"

Il dibattito sui fatti di sabato scorso a Roma continua. Fra le tante cose che ho letto, questo pezzo di Marina Petrillo, una giornalista di Radio Popolare che ha svolto un importante lavoro informativo sulle rivolte nordafricane ma anche americane, mi ha commosso per la sua bellezza e verità. Ve lo ripropongo perché secondo me vale davvero la pena di essere letto.

Se poi avete voglia di leggere ancora, QUI c'è la lettera di Rebecca Solnit a Mohamed Bouazizi, l'attivista tunisino divenuto simbolo delle sommosse popolari in Tunisia del 2010-2011, dopo essersi dato fuoco in segno di protesta per le condizioni economiche del suo paese.

sul #15O
Potrei essere vostra madre, o vostra sorella - per fortuna non lo sono, perché immagino che per quanto amiate le vostre madri e sorelle, la loro saggezza vi appaia come un altro pezzo di quel presunto perbenismo che siete venuti a disfare con le vostre mani, con le vostre braccia giovani, con le vostre spranghe e i vostri bastoni. Ma non sono né vostra madre né vostra sorella, sono una giornalista, lavoro da tanti anni in una radio indipendente, e da poco meno di un anno faccio un lavoro che prima nemmeno esisteva, il curatore di social media, una persona che verifica e sceglie contenuti tratti dal lavoro collettivo della rete per produrre a sua volta contenuti informativi. Seguo da dieci mesi le rivolte arabe, e questo mi ha cambiato la vita. Non solo perché le rivolte l’hanno cambiata a tante persone, ma perché le migliaia di ragazze e ragazzi che stanno lottando per il futuro dei loro paesi mi hanno restituito la passione civile, mi hanno fatto sentire interrogata sui modi in cui facciamo politica, mi hanno strappato dal meccanismo di delega vuota degli ultimi quindici anni, e mi hanno fatto restare in un paese che prima volevo lasciare. Studiare l’attivismo in rete mi ha condotto alle stesse conclusioni di altre decine di curatori: non esiste bloggare o twittare da una posizione di neutralità; si può offrire alla rete la propria esperienza di verifica, di studio, di approfondimento, ma si diventa partecipi, e in qualche modo attivisti, senza quasi rendersene conto, senza averlo deciso. E un bel mattino si accetta che sia così. Perché, vi assicuro, non si può stare immersi nella lotta di piazza Tahrir senza sentirsi in qualche modo responsabilizzati, interrogati nel profondo, chiamati - non a riempirsi la bocca di slogan, ma a fare sul serio. E così come faccio dirette Twitter sul Cairo col cuore in gola perché ad ogni sit-in o corteo uno di quei ragazzi può lasciarci la pelle - come è successo a Mina Daniel, disarmato, durante il massacro dei copti il 9 ottobre - così ho twittato la Roma del #15O con crescente apprensione. Ho avuto paura che vi faceste accoppare da un poliziotto che perdeva la testa. Ho avuto paura che vi faceste pestare a sangue come chi è stato a Genova dieci anni fa ricorda bene e non dimenticherà mai. Ho avuto paura che saltaste in aria nell’esplosione di una di quelle auto che avete bruciato. Ho avuto paura che uno di quei blindati ubriachi vi investisse. Ho avuto paura che ammazzaste un poliziotto. Ho avuto paura che il vostro disprezzo evidente per la gran massa di gente perbene fra cui vi siete mimetizzati vi portasse a ferire, o a uccidere, o a far uccidere, una persona che un bastone o una spranga non li userebbe mai.
Poi ho capito che voi non avete paura. Voi vi piacete così, vi sentite belli con la vostra 
ferocia, con la vostra rapida coreografia della morte, ho capito che corteggiate il pericolo, che non vi importa delle conseguenze, che pensate di non avere niente da perdere (e siete troppo giovani per capire che invece avete parecchio), e soprattutto ho capito che non state costruendo niente. Senza quella folla immensa in cui vi siete nascosti - lo sapete benissimo - non siete niente, nessuno vi guarda, nessuno si cura di voi, non contate un accidenti. È vero, siete bellissimi e subdoli e veloci come un branco di lupi che discende in pianura. I miei amici antagonisti vi ammirano, sono dalla vostra parte, riconoscono in voi una rabbia profonda che tutti proviamo. Salvo poi essere un filo confusi - infiltrati della polizia oppure intrepidi compagni?
Devo scrivervi perché ho rispetto per chi muore per le cose in cui crede. Per chi non ha scelta. Per chi in piazza ci va studiando, facendo fatica, mediando con persone che la pensano diversamente. Per chi si stanca, e piange, per chi diventa eroe suo malgrado, e perde amici e fratelli, e pure non smette. Per chi da dieci mesi non dorme una notte intera, per chi si interessa della democrazia e si domanda come crearne una che funzioni e darle il proprio contributo. Per chi si fa un culo pazzesco nelle scuole, nella magistratura, nei sindacati clandestini, nei giornali censurati, nella tutela legale dei prigionieri politici, nel servizio d’ordine della piazza più rivoluzionaria del mondo. Per chi va in galera a vent’anni per aver scritto una cosa di troppo in un blog, o viene torturato per un graffito. Per chi rinunciando ad armarsi ha scelto la strada più lunga e produttiva. Per chi le botte e i gas lacrimogeni se li risparmierebbe se potesse, per chi i sassi li tira perché ha di fronte un apparato infernale e corrotto che da 40 anni lo schiaccia e lo tortura - e non per modo di dire. Per chi soltanto una settimana fa ha visto i soldati gettare nel Nilo cadaveri di cristiani disarmati. Voi siete solo imitatori, attori, pedine. Non avete rispetto per i vostri diritti, e ricoprite un ruolo ridicolo nella stessa recita che tanto detestate. È nato un movimento internazionale, se vi va di rendervene conto, che potrebbe perfino salvarci dal nostro provincialismo. Ha quattro regole in croce, e chiede di rispettare solo quelle. Ha scelto la resistenza passiva - la studia, la pratica, sa a cosa serve. Se volete, è anche casa vostra. Sta a voi. Dentro al movimento, con le vostre forti braccia e magari anche il cervello, potete sperare di contare qualcosa. Ma se non avete rispetto, se non vi fidate di nessuno, se siete cinici e nichilisti e avete già deciso che non cambierà mai niente, se pensate di essere un po’ più derubati degli altri, più precari degli altri, più disoccupati degli altri, allora andate a fare gli esclusi per scelta sugli spalti degli stadi, o a spaccare vetrine da soli finché non sarete cresciuti - con la vostra illusione di avere sempre ragione, di sfidare il sistema, o di distruggere i simboli della proprietà privata mentre è vostro padre che paga ancora le rate. Vi va bene che siete italiani. Vi va bene che qui c’è qualcuno a cui fa comodo che esistiate, che finge di non vedere i bastoni nascosti a San Giovanni dalla sera prima, che non vi ferma alla stazione Termini mentre passate col viso coperto e un metro di legno che vi spunta dagli zaini. Vi va bene che qui il rapporto di fiducia con la polizia è così corroso e malato che a via Merulana si è fatta un’assemblea tragica in mezzo ai lacrimogeni per decidere se consegnare o no 3 di voi agli agenti - perché la polizia è maiale se ti carica, o se carica quelli sbagliati, ma è anche vigliacca se non ti protegge dai provocatori. Vi va bene che siete nati in un paese così bizantino e pieno di segreti che le teorie del complotto sono sempre lecite. Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato, col suo ritardo spaventoso in un paese governato da un impunito. Vi va bene che siete in un paese ipocrita, teatrale, che sfila in tv ma poi alle assemblee di discussione non ci va, e che ha aspettato invano per anni che qualcuno lo chiamasse in piazza invece di andarci e basta. E vi va bene che siamo ancora così stupidi da organizzare cortei-fiume in mezzo ai palazzi più preziosi del mondo invece di occupare pacificamente una piazza - perché certo, poi ci toccherebbe anche metterla in sicurezza noi stessi, e tenerla pulita, e prendercene la responsabilità. Vi va bene che vi sia stato offerto di nuovo un palcoscenico - voi, e tre ore di caroselli anni ‘70 delle camionette in diretta tv. Col “sistema” sembrate d’accordo almeno su una cosa: sul fatto che è meglio non manifestare del tutto, che è meglio tenere la bocca chiusa e starsene a casa, cioè esattamente l’opposto di quello che reclama questo movimento - il diritto a riprendersi lo spazio pubblico, e a usarlo per il bene comune. Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi, non scandalizzate nessuno, e vi lasciate usare. Vi hanno fatto credere che la prima linea sia quella piazza da cui avete divelto i sanpietrini, e ci siete cascati. E invece, come vi dirà qualunque vero rivoluzionario, la prima linea è dentro, e si trova insieme, e costa tempo, pazienza, e fatica.
Una cosa è sicura - questo movimento sarà anche ingenuo, ma tanto non sarete voi a cambiare il mondo. Avreste dovuto restare a bocca aperta, quando la basilica ha aperto i suoi giardini ai manifestanti soffocati dai lacrimogeni a San Giovanni. A bocca aperta per la bellezza straordinaria di quel luogo che appartiene all’umanità intera, e che è nostro privilegio conservare a prescindere dalla fede religiosa. E qualcuno avrebbe dovuto dirvi che a gennaio, per proteggere con una catena umana il Museo Egizio del Cairo, uomini e donne si sono presi per mano mentre dai tetti gli sparavano addosso i cecchini del loro stesso presidente. E che quegli uomini e quelle donne sanno che la non-violenza ha un prezzo salato, come 700 morti, che non si finisce mai di pagare. Ma ci ricordano che è uno strumento collettivo di straordinaria civiltà e potenza; ti permette di vincere battaglie decisive, ti migliora, ti moltiplica, ti eleva, ti fa contare sul serio, e ti conquista il rispetto del mondo.

Marina Petrillo

domenica 16 ottobre 2011

A shameful day for Italy

Yesterday, in Rome, a bunch of damned criminals has ruined a protest which was meant to be peaceful. It happened only in Rome: in the rest of the world it was a day of peaceful protest. History repeats itself. Horrified, I followed the events live on the radio for the whole afternoon, thinking that in this way they will always win, the ones who look with scorn from behind the window. 
For those of you who read Italian, here's an article by Mario Calabresi: "Perché succede solo qui". 
And here's Alessandro Leogrande in Minima & Moralia.

 
Wall Street Occupation: Looking down on Mr. Tambourine Man

(caption: Protesters affiliated with the Occupy Wall Street movement march past a bar in Lower Manhattan’s Financial District near Wall Street on October 5, 2011 in New York City. Thousands of protesters including union members and college students from an organized walkout joined today’s rally and march.)

Photo from BagNews

And then I look at this other picture and I feel like crying.



And this is a very moving image, this time from Italy. The woman's hand on the T-shirt is the only thing that can make the difference.

venerdì 30 settembre 2011

Occupy Wall Street!



Saturday, October 1st, 3PM Zuccotti Park (Liberty St. & Broadway)

Join the 99% of us who want to take back our country from the 1% who stole it.

Here you can find a calendar of the ongoing events.

And here's a link to Translationista, Susan Bernofsky's blog where translators can volunteer their services to help the occupation.