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domenica 1 settembre 2024

Il Premio Pavese per la traduzione

Domenica prossima, l'8 settembre, ci sarà la cerimonia di premiazione del Premio Pavese, che quest'anno è stato conferito a me per la sezione Traduzione 😊

QUI trovate anche una bella intervista che mi ha fatto Francesca Angeleri per il Corriere Torino.

 


 

lunedì 13 maggio 2024

Come ti traduco il Pulitzer, al Festivalino con Marco Rossari e Martina Testa

E infine, sabato 18 alle 11 sarò alla libreria Anarres di Milano per chiacchierare con due miei esimi colleghi, nell'ambito del Festivalino

 



Translating Women, un convegno all'Università degli Studi di Milano

Mercoledì sarò a Milano, alla Sala Napoleonica dell' Università, per una tavola rotonda su "Tradurre nell'editoria contemporanea", con Teresa Franco, Franca Cavagnoli, Gabriela Lungu, Ena Marchi,Yasmina Melaouah ed Elisabetta Risari

I dettagli QUI.




martedì 17 ottobre 2023

E qui vi racconto il caro vecchio Oscar Wao

Quando ho registrato il video in cui parlo di Manifesto criminale, ho registrato anche il mio elogio di uno dei miei libri preferiti fra tutti quelli che ho tradotto. Eccolo (QUI trovate l'articolo)

 


 

lunedì 16 ottobre 2023

Contro l'IA alla festa di Nazione Indiana

Ormai ci ho preso gusto. Sabato 21 ottobre parlerò in videocollegamento a FRAGiLiCiTY, la festa per il ventennale di Nazione Indiana.

 

Alle ore 17, presso il Teatrino del Parco del Trotter di Milano si terrà il dibattito Dall’ispirazione alla sostituzione: la scrittura letteraria di fronte all’IA [partecipano Emanuele Bottazzi, Lisa Ginzburg, Nicola Ludwig, Giorgio Mascitelli, Silvia Pareschi, Giacomo Sartori]: l’introduzione di ChatGpt e altre innovazioni dell’Intelligenza Artificiale sembra investire direttamente la pratica della letteratura e si discuterà sia sulle novità effettive sia su quelle solo annunciate.





domenica 1 ottobre 2023

Contro l'IA a Bologna

L'altro giorno ero a Bologna a parlare di (contro) intelligenza artificiale all'università. La città è sempre bellissima, anche se quando ci abitavo io, negli anni Novanta, non era invasa da orde di turisti, l'assalto di Ryanair e Airbnb non aveva fatto schizzare gli affitti alle stelle impedendo a molti studenti di andarci a vivere, e le vie del centro non si erano trasformate in un enorme ristorante a cielo aperto. Sono stata fortunata a viverci quando era ancora vivibile.


 

venerdì 8 settembre 2023

Un martedì da colibrì

Martedì sera sarò all libreria Colibrì di Milano per chiacchierare del vecchio Hem
 

 

domenica 4 giugno 2023

Hemingway a Varese

 A Varese c'è una bellissima libreria, la Libreria degli Asinelli.

Il 22 giugno mi trovate lì per parlare del caro vecchio Hemingway. 

 


 

giovedì 11 maggio 2023

martedì 11 novembre 2014

Sul tradurre/9. Daniele Del Giudice e la traduzione come atto dello scrivere

«La traduzione non è un servizio, né un trasferimento da una lingua all'altra. È un atto dello scrivere. La traduzione è una forma propria della scrittura. Nel caso della traduzione narrativa, si tratterà di scrivere un romanzo o un racconto. Che cos'ha di specifico questa scrittura: 1) il fatto che la storia esiste già; 2) il fatto che anche le parole esistono già; 3) il fatto che ogni traduzione è suscettibile di miglioramento, di adeguamento, di ulteriore traduzione, mentre il testo originale, salvo scoperte filologiche di varianti o versioni o parti mancanti o aggiunte, e di conseguenza di edizioni critiche, resta bloccato e definito nella sua forma ultima all'epoca in cui è stato scritto e come tale per sempre. Ma non basta: le prime due condizioni di fatto potrebbero appartenere a un'altra forma ancora, quella della "riscrittura". (...) Si tratta invece, nella forma della traduzione - e questo è veramente un compito difficile - di riscrivere un romanzo o un racconto come sono stati già scritti, parola dopo parola, evento dopo evento. Da un certo punto di vista è davvero una forma estrema la traduzione: anzi è l'estremo ed esatto contrario della "pagina bianca", la pagina vuota, incipit per ogni scrittore dell'originale; ma per lo scrittore della forma traduttiva il punto di partenza è invece la pagina nera, la "pagina piena" di caratteri, già stampata in ogni suo segno, in ogni suo rigo, e questo è l'incipit, il passo iniziale di ogni traduttore. Laddove, per lo scrittore dell'originale, l'incipit è appunto la pagina vuota.»

Daniele Del Giudice, da In questa luce
 © 2013 Einaudi Editore, Torino

martedì 29 aprile 2014

Sul tradurre/8. Susanna Basso e l'Elogio dell'invidia



"È questo dunque il senso del mio elogio dell'invidia: la faticosa consapevolezza della sua costante utilità. Il sentimento non è rivolto, intendiamoci, all'autore, né tantomeno alla pratica dell'arte e ai suoi effetti nella vita di chi scrive. È invece riservato alla mirabile capacità delle parole di costruire qualcosa che è, contemporaneamente, molto di più e niente di più di loro stesse. È, insomma, invidia dell'originale. Nostalgia di una felicità verbale che si dà come invariabile e che diventa, in traduzione, la sorgente di sequenze verbali al contrario variabili in modo indefinito. Ogni traduzione, anche la più attenta, anche la più ispirata, non può che offrirsi al testo come desiderio del testo, inarrivabile traguardo e punto di partenza del mestiere."
 Da: Susanna Basso, Sul tradurre - Esperienze e divagazioni militanti
© Bruno Mondadori



sabato 8 febbraio 2014

Qualche riflessione sulle traduzioni brutte

E comunque questa maglietta me la compro
Mi è capitato diverse volte di frequentare quei posti meravigliosi che si chiamano "residenze per artisti", dove gli artisti soggiornano per lavorare ai propri progetti, in genere sponsorizzati da un generoso ente o da un privato che nei paesi civilizzati può scaricare dalla dichiarazione dei redditi le spese sostenute per aiutare la cultura e l'arte. Ma questo è un altro discorso. Il discorso che volevo fare parte dal dialogo con un conoscente che, quando gli ho spiegato cos'era una residenza per artisti, mi ha risposto perplesso: "E perché ci sei andata tu? Una traduttrice non è mica un'artista, no?" Ora, a me non interessa come viene definito il lavoro del traduttore, se arte, artigianato o vattelapesca (la mia risposta infatti è stata "a me interessa solo essere considerata un'artista da chi valuta la mia candidatura a quelle residenze"), e non mi interessa entrare nel merito dell'involontaria maleducazione dell'interlocutore. Però pensavo a come lo stereotipo che vede i traduttori come meri "sostitutori di parole", e quindi come figure perfettamente intercambiabili - stereotipo che genera fenomeni come i loro compensi irrisori e le continue omissioni del loro nome nelle recensioni e perfino nei siti delle case editrici - si accompagna a un incredibile proliferare di traduzioni sbagliate e brutte, di veri e propri sfregi alla lingua provocati da chi è sicuro che basti sapere un po' d'inglese (e un po' d'italiano) per tradurre, non solo per i giornali (date un'occhiata alla rubrica "falsi amici" di Licia Corbolante, tanto per avere qualche esempio), ma anche per le case editrici. Perché l'importante non è se il traduttore sia un artista, un artigiano o un manovale: l'importante è che sia capace. E chi sceglie il traduttore - nei giornali e nelle case editrici - deve essere in grado di sceglierlo in base alle sue capacità, e non solo in base a quanto gli costa.

domenica 29 dicembre 2013

Tradurre il tradotto - Susanna Basso

Non è la prima volta che mi capita di ritradurre un libro già tradotto da qualcun altro. Mi era già successo con Running Dog di Don DeLillo (traduzione precedente di Livia Fascia), con i racconti di Amy Hempel (traduzioni precedenti di Ettore Capriolo ed Ennio Valentino) e con L'amore in un clima freddo di Nancy Mitford (traduzione precedente di Luisa Corbetta). Ora sto ritraducendo il bellissimo Speedboat di Renata Adler, già tradotto da Giancarlo Buzzi, e mi trovo di nuovo a riflettere sulle differenze fra il tradurre e il ritradurre.
Questa volta però le mie riflessioni hanno trovato un'eco nelle parole di Susanna Basso, che nel suo libro Sul tradurre - Esperienze e divagazioni militanti (ed. Bruno Mondadori) scrive:
"E tuttavia, ritengo personalmente corretto inserirsi in un solco già tracciato e ripercorrerlo senza rinunciare al proprio singolare sistema di perdite e recuperi su un dato testo.
Perché ri-tradurre non è come tradurre, e quella rete fatta di felicità di resa, legnosità, sviste e intuizioni che gli altri traduttori hanno da offrirci costituisce a mio giudizio uno strumento di lavoro impagabile. So di colleghi che preferiscono non farsi influenzare e procedono comunque su vie nuove, in solitaria.
Sono del parere opposto: mi metto sui passi di chi mi ha preceduta e ringrazio in cuor mio di ogni chiodo che trovo in parete."

Ecco, io la penso proprio come Susanna Basso. E mi sento come lei quando scrive, dopo aver messo a confronto un brano di una sua traduzione di Alice Munro con lo stesso brano in una traduzione precedente, quella di Anna Rusconi:
"Lavoravo sul testo con l'intento di seguire il filo del mio discorso, dando quindi la precedenza a un timbro di voce che negli anni ero andata ricostruendo dentro il mio italiano. Avevo tuttavia sempre a disposizione il racconto tradotto e, in ogni paragrafo, incappavo in scelte  che concordavano letteralmente con le mie. In un primo tempo pensai che ciò succedesse quando leggevo prima il testo di Rusconi, il che mi fece da un lato supporre di esserne influenzata, e dall'altro temere una forma di mio progressivo impigrimento. Provai a non leggere l'italiano, ma il fenomeno si verificava lo stesso. In certi casi poi succedeva che, nel confronto, avesse la meglio la traduzione esistente. Mi chiesi a quel punto perché non ammettere che le nostre scelte potessero qua e là coincidere o, addirittura, che le sue scelte potessero convincermi più delle mie. Decisi di optare per questa forma di onestà: avrei tradotto secondo la mia lettura, ma anche tenuto conto del lavoro di una collega e 'adottato' le sue parole che sentivo di non volere diverse. Mi pareva un atto dovuto, l'esatto contrario di un furto.
Lo stesso, in varia misura, è accaduto con tutte le traduzioni di Munro che ho consultato, mentre realizzavo le mie. Ogni volta dunque che le loro autrici riconosceranno le proprie parole, per le quali le ringrazio, mi auguro che, lungi dal sentirsi derubate, riusciranno a sentirsi citate."

Da: Susanna Basso, Sul tradurre - Esperienze e divagazioni militanti
 © Bruno Mondadori


mercoledì 6 febbraio 2013

Sul tradurre/7

Emine Sevgi Özdamar
«Non sempre quando si è all'estero si perde la propria lingua madre, tuttavia sono tanti gli aspetti della vecchia vita che mancano: non c'è la quotidianità, mancano le voci dei venditori di strada. Ma soprattutto mancano le persone. Tua madre, la fonte d'amore della tua lingua non c'è. Tutti i tuoi ricordi sono connessi alla lontananza. Ed ecco che a un tratto le parole non ti toccano più, non ti emozionano più. È un grande pericolo. Non importa se succede con la tua lingua madre o un'altra lingua: se le parole smettono di emozionarti, è davvero pericoloso. [...] E qui entra in gioco la collezionista di parole. Un collezionista di parole è un collezionista di emozioni.
Il mio traduttore spagnolo, Miguel Sáenz, dice sempre: Özdamar deve essere tradotta così com'è, ed è riuscito a tradurre i miei libri con successo. Sicuramente anche l'anima del traduttore è molto importante. Si tratta piuttosto di un coautore: io scrivo una musica, il traduttore la ascolta e musica di nuovo il pezzo. Miguel è solito dire che un libro è sempre un'opera non ancora terminata che diventa completa solo grazie alle traduzioni nelle diverse lingue. È verissimo: spesso leggo le mie traduzioni e penso che è proprio così.»

[intervista di Margherita Bettoni a Emine Sevgi Özdamar, autrice di La lingua di mia madre (Palomar 2005, trad. di Silvia Palermo, fuori catalogo), il manifesto, 5.1.2013]

Grazie ad Anna Nadotti che me lo ha segnalato.

domenica 2 dicembre 2012

Sul tradurre/6



"The literature of the world has exerted its power by being translated." 
(Mark Van Doren)

lunedì 28 maggio 2012

Sul tradurre/5

"Alla traiettoria orizzontale del corpo che va nel mondo s'intreccia quella verticale di una mente che affonda: 'affondava come una lama nelle cose, e tuttavia ne restava fuori, a osservare'. Non è forse questo il compito di chi traduce? La pagina come luogo d'inabissamento e distacco, il proprio linguaggio come una lama che affonda nel linguaggio dell'altro?"

Antonella Anedda, dall'introduzione a La signora Dalloway, Einaudi 2012, traduzione di Anna Nadotti.

domenica 22 aprile 2012

L'esilio è forse la patria della parola

«... anche una lingua può essere bandita dal suo luogo d'origine, (...) può restare sacra anche se - ­ o forse proprio perché ­ - la ricchezza che un tempo possedeva è quasi svanita. Non è un caso forse che l'età aurea nella storia della poesia ebraica - quella della Spagna musulmana -­ sia sorta nel momento in cui gli scrittori in questa lingua perdevano definitivamente di vista la lingua natia. Perché l'esilio è forse la patria della parola, e può ben darsi che si possa accedere al segreto di una lingua nel preciso istante in cui la si dimentica».

Daniel Heller-Roazen, Ecolalie, Quodlibet 2007. Traduzione di Andrea Cavazzini.

mercoledì 22 febbraio 2012

Sul tradurre/4


«Il traduttore è l'unico autentico lettore d'un testo. Non dico i critici, che non hanno voglia né tempo di cimentarsi in un corpo a corpo altrettanto carnale, ma nemmeno l'autore ne sa, su ciò che ha scritto, più di quanto un traduttore innamorato indovini».

Gesualdo Bufalino, “Il malpensante”