giovedì 5 aprile 2018

La delusione della sanità (attenzione, post negativo!)

Sarò breve perché in questi giorni ho decisamente poco tempo per scrivere. Sono rientrata in anticipo in Italia (ecco perché il volo low-cost, avevo bisogno di un biglietto dal costo non esorbitante anche se acquistato all'ultimo momento) per un problema di salute della Mamma che per fortuna dovrebbe risolversi senza strascichi.

Ora, voi sapete quanto io sia una fervida sostenitrice della sanità pubblica, viste le orride avventure che ho avuto negli Usa con quella privata. Ecco, questa volta l'esperienza della Mamma in un ospedale pubblico è stato un vero disastro. Qui in provincia di Varese si tagliano i fondi agli ospedali piccoli e li si lascia con le pezze al culo e una grave carenza di personale. Solo che l'ospedale grande non ha posti per tutti. E la clinica privata per la riabilitazione vuole 290 euro al giorno (tariffa base per il soggiorno) + 35 euro all'ora per fisioterapia (almeno 2 ore al giorno) + ogni visita ed esame extra a pagamento = fate voi i conti, ma direi che si arriva facilmente a un minimo di 3000 alla settimana.

Ecco, allora vorrei dedicare un sonoro vaffanculo ai politici che stanno smantellando il nostro sistema sanitario per trasformarlo in una brutta copia di quello americano. E che i soldi delle mazzette vi vadano tutti in medicine. 

sabato 24 marzo 2018

La maledizione del posto centrale e la dimensione delle persiane altrui

Torno a casa con un volo Norwegian + EasyJet. Un po' preoccupata per la nuova esperienza con il low-cost intercontinentale, che consiste in un volo fino a Londra-Gatwick, scalo di 5 ore (detto con voce fantozziana) con sbarco valigia e reimbarco su EasyJet. Invece va tutto bene. Voli in orario, servizio - nei limiti del low-cost - buono. Se non fosse per un dettaglio, perché ovviamente se non ci fosse stata una fantozzata non sarei qui a scrivere questo post.

Con la tariffa più bassa, Norwegian assegna automaticamente il posto a sedere. Ovviamente al check-in scopro che mi hanno assegnato l'orrido posto centrale. Cerco di impietosire la simpatica assistente di terra, la quale mi dice che posso provare a chiedere prima dell'imbarco, magari riesco a trovare un posto corridoio libero. E infatti va proprio così. Che fortuna! 
Salgo sull'aereo, mi accomodo nel mio bel posto corridoio e poco dopo vedo arrivare il mio vicino. Un tizio pallidiccio, con l'aria un po' malata. Si siede senza togliersi il voluminoso giaccone. Mah, penso. Bizzarro. 
Il volo è notturno, quindi il mio piano è guardarmi un filmetto o due e poi cercare di dormire un po'. Il tizio accanto a me, nel frattempo, comincia a bere. Coca cola e bottiglietta di superalcolico. Poi, a un certo punto, rutta. Non un ruttino, eh. Un gran ruttone tonante. Non faccio a tempo a pensare "che schifo" che quello ne fa un altro. Quattro o cinque in totale. Poi si alza, facendomi alzare. Normale amministrazione. Peccato che dopo essersi alzato se ne sta in giro per una ventina di minuti (dove cavolo andrà, sull'aereo, lo sa solo lui), costringendomi a stare all'erta per aspettare il suo ritorno. Poi torna, si mette tranquillo per un po', e poi ordina di nuovo da bere. E ricomincia tutto da capo. Serie di ruttoni e passeggiata sull'aereo. Quando torna a sedere, invece di mettersi tranquillo e guardarsi anche lui un filmetto come fanno tutti, si mette a guardare il MIO film (che io sto vedendo con i sottotitoli, facilitandogli le cose) e a commentarlo ad alta voce. Poi ordina di nuovo da bere e rutta. Al quinto o sesto giro di rutti, quando ormai la puzza di alcol si è fatta insostenibile, vado dalla hostess e le chiedo se non c'è un limite alla quantità di alcol che si può vendere a un passeggero. Lei dice: "consigliamo di bere con moderazione". Eh, sì, infatti. Io le spiego che vicino a me c'è un ruttatore seriale e lei, sinceramente dispiaciuta, mi propone di cambiarmi il posto. Io accetto. E dove vado a finire? Ma in un sedile centrale, naturalmente.

Ecco, ora forse vi chiederete cosa c'entra la dimensione delle persiane altrui che ho messo nel titolo. Niente, è che stamattina ho trovato un commento al post sull'insonnia in cui mi si annuncia solennemente che non si leggerà più il mio blog, e non solo, ma che i miei malanni dipendono dalla mia negatività e dal mio atteggiamento di italiana cinica all'estero che dovrebbe andare a farsi un giro in India e così smetterebbe di notare la dimensione delle persiane altrui. Stai a vedere che se vado a fare un giro in India mi passa la negatività e dunque l'insonnia? (Che comunque è passata, era dovuta a problemi ormonali e non di negatività.) O forse se imparo ad affrontare le cose senza cinismo e negatività, la prossima volta il tizio che rutta se lo becca qualcun altro?

martedì 20 marzo 2018

Una gita in North Carolina/2. Dove il tempo si è fermato

Vediamo se riesco a scrivere il post prima di andare in aeroporto, da dove spero di riuscire ad arrivare in Italia senza troppi intoppi.

So che aspettavate il racconto della passeggiata, ma in realtà non si può dire che sia stata una grande avventura. Faceva un freddo becco, io non ero molto in forma, c'era il rischio di trovare le strade chiuse per il gelo, e i boschi invernali spelacchiati non erano proprio esaltanti. Non abbiamo raggiunto l'Appalachian Trail di cui parla Bill Bryson e non abbiamo incontrato neanche un orso. L'unico souvenir è questa foto di Mr K all'inizio del sentiero che abbiamo scelto (da notare che in inglese "from the frying pan into the fire" significa "dalla padella alla brace").



Molto più interessante è stata la gita che abbiamo fatto il giorno dopo nella cittadina di Marshall, dove il tempo si è fermato. Ecco il department store:








Notare la bella giornata

La stazione di servizio








Da questa parte del fiume c'erano i vecchi battisti, che parlano un dialetto incomprensibile e rappresentano lo zoccolo duro del North Carolina rurale. Dall'altra parte del fiume invece c'è una vecchia scuola che è stata comprata da un ricco artista, che ci ha ricavato dei bellissimi studi che affitta ad altri artisti meno ricchi, che arrivano qui da ogni parte dell'est, persino da New York. Naturalmente le due comunità non comunicano molto, ma tutto questo rende Marshall assai interessante.

Il palazzo degli artisti. Provate a immaginarlo con il sole

Ecco, sono riuscita a finire il post. Qui piove a catinelle, ho due voli scrausi con in mezzo maltempo e tornadi vari. From the frying pan... Incrociate le dita per me!

PS: sono qui in aeroporto che aspetto l'imbarco (finora sembra puntuale) e mi sono ricordata di non avere pubblicato un'altra immagine che sembra uscita da un'altra epoca. Eccolo qui, lo abbiamo seguito lungo la strada da Marshall ad Asheville 



mercoledì 14 marzo 2018

Una gita in North Carolina/1. Mele caramellate e persiane finte

Tutti mi chiedevano: "ma cosa ci vai a fare in North Carolina?"
Be', un po' per accompagnare Mr K, che insegna per un semestre ad Asheville, e un po' per vedere "l'entroterra" degli Usa, visto che finora sono sempre stata solo sulle coste (e a New Orleans, che è comunque un posto unico). E poi la zona di Asheville è molto bella, ci sono le Blue Ridge Mountains, le Smoky Mountains, insomma, un sacco di mountains, e io volevo farmi un giro sul famoso Appalachian Trail descritto così gradevolmente da Bill Bryson in Una passeggiata nei boschi.

Tanto per cominciare con le cose esotiche, all'aeroporto di Charlotte ho visto un negozio di mele caramellate come non ne avevo visti mai



Arrivata ad Asheville ho scoperto che, al contrario che in California, qui l'inverno esiste. Ma noi stavamo calduccio in una casa vicina al campus, dove il riscaldamento ad aria forzata faceva un  rumore da aspirapolvere giorno e notte, solo che invece di aspirare l'aria la buttava fuori, riscaldata ma non filtrata a giudicare dai granelli di polvere che tossivo fuori in continuazione (un po' come nel mio racconto Ganja yoga). D'altronde l'intera zona non brilla per l'alta qualità dell'edilizia, tra i soliti, onnipresenti strip mall e le casette tirate su con lo sputo. Il rapporto case-chiese qui è 1:1, e le chiese sono all'80% battiste (le altre metodiste e avventiste del 7° giorno). 
La nostra casa, oltre al riscaldamento a vortice, sfoggiava un'altra caratteristica inquietante: le persiane finte. Non me n'ero mai accorta, ma Mr K dice che le persiane finte abbondano dappertutto. In effetti, dopo averle notate nella nostra casa, ho cominciato a vederle dovunque. Eccole. Sono finte. Appiccicate al muro. Gliene frega così poco di capire a cosa servono, che le fanno persino più piccole della metà della finestra.



Qualcuno dirà: ma tu vai in North Carolina e noti solo mele caramellate e persiane finte? Perché cos'altro c'è da notare? Per l'avventurosa passeggiata nei boschi, aspettate la prossima puntata.

giovedì 1 marzo 2018

L'effetto Uber a San Francisco


Le strade di San Francisco
Chiunque viva a San Francisco da almeno qualche anno vi dirà che il traffico sta peggiorando a vista d'occhio. Sempre più gente viene a vivere qui per lavorare a Silicon Valley, e la città continua a dare permessi per costruire palazzoni senza aggiungere parcheggi né modificare l'inadeguata rete stradale. Risultato: un incubo. Code di decine di chilometri ogni giorno per i pendolari che vanno al lavoro, e le strade del centro cittadino completamente intasate. Fino a qualche anno fa attraversare la strada, per me abituata ai pirati della strada italiani, era bellissimo: agli incroci le macchine si fermavano ancora prima che tu scendessi dal marciapiede (perché qui non si fa il "rolling stop", cioè quella cosa per cui allo stop si rallenta e basta: qui è - sarebbe - obbligatorio fermarsi proprio). Ora non più: i pedoni travolti agli incroci sono in vertiginosa crescita, abbiamo rischiato tantissime volte anche noi.

Oltre all'aumento della popolazione, la causa principale di questa congestione sono i servizi di trasporto privato, cioè Uber e Lyft. Più della metà delle macchine che vedete in giro hanno sul parabrezza gli adesivi di uno o dell'altro, più spesso di entrambi. So che la gente li ama, sì, che bello, costano poco e danno una lezione a quei maledetti tassisti. Bello, eh? Bene. Ecco come funziona l'effetto Uber. I tassisti di San Francisco erano una categoria disprezzata prima dell'avvento dei loro concorrenti: non arrivavano mai, i telefonisti erano maleducati, ecc. ecc. Io quell'epoca non l'ho vissuta, e siccome ho schifo della "gig economy" ho sempre usato solo i taxi (che adesso, spaventati dalla concorrenza, funzionano benissimo), attirandomi lo scherno generale per la mia arretratezza. 
I tassisti di San Francisco sono stati costretti dalla città a comprare una licenza (il cosidetto "medallion") che costa $250.000, gli autisti di Uber e Lyft no; le compagnie di taxi pagano le tasse alla città, Uber e Lyft no; i tassisti di San Francisco guidano macchine ibride, Uber e Lyft no; i tassisti hanno un sindacato, Uber e Lyft... ahahah. Spesso chi guida per Uber e Lyft vive fuori città (perché ovviamente nessuno può permettersi di vivere in città con i magri guadagni della gig economy) e viene qui per 5-6 giorni alla settimana e dorme in macchina. Un tempo i tassisti potevano guadagnarsi da vivere con il loro lavoro, oggi non più. 
Qual è il piano di Uber e Lyft? Ancora una volta, l'arrogante (e redditizia) idea della "disruption" che è alla base della Silicon Valley: mandiamo in rovina i taxi offrendo un servizio più economico; poi quando li avremo eliminati dal mercato e avremo il monopolio del trasporto privato, potremo aumentare i prezzi. In effetti al momento i prezzi sono così bassi che anche il trasporto pubblico ne risente, e l'azienda di trasporti cittadina è sempre più in crisi. Sempre meno autobus, sempre più macchine private che intasano la città. E poi è vero che i prezzi sono più bassi, ma il servizio è pessimo: gli autisti improvvisati non hanno idea di dove si trovano e seguono pedissequamente il loro gps, mentre i tassisti sono vecchie volpi che conoscono la città come le loro tasche. Tutte le numerose volte, tranne una, che ho rischiato di essere investita a un incrocio, il pirla che non si è fermato allo stop era un autista di Uber o Lyft. Troppo impegnato a seguire il gps? Troppa fretta di prendere la prossima corsa sottopagata?

E poi, naturalmente, anche questi protagonisti sfruttati della gig economy scompariranno quando arriveranno le self-driving cars, che ormai si vedono (in fase sperimentale, ma ancora per poco) a tutti gli angoli della città.
Dove la metteremo poi, tutta questa gente che è stata "disrupted"? Be', trovare una soluzione non è certo il compito di questi giganti della new economy. Il loro compito è solo quello di far soldi. E noi, "siccome costa meno", glieli diamo sempre volentieri.

martedì 20 febbraio 2018

Il cervello dell'insonne

La Mamma ha letto il mio blog e dice che parlo solo delle mie malattie.
Comunque ora va meglio, l'agopuntura sta funzionando ancora una volta. Non vi tedierò con il racconto della mia insonnia, né con quello delle partite a bowling al piano di sopra che l'hanno aggravata.
Però ecco un piccolo esempio di cosa succede al cervello dell'insonne.

La settimana scorsa ho preso un taxi per andare dall'ambulatorio del medico alle meravigliose terme giapponesi dove avevo prenotato un massaggio. Dico all'autista "seventeen fifty Geary". Lui ripete il numero, io dico ok. L'autista parte, e poco dopo alla mia sinistra vedo passare il Golden Gate Park. Che strano, penso. Ci metto ancora qualche minuto per cominciare a sospettare che stiamo andando nella direzione sbagliata. Dico all'autista "stiamo andando a Japantown, vero?" E lui: "ma non deve andare a seventy-fifty Geary?". "No" gli rispondo, "seventeen fifty". "Ma io gliel'avevo anche ripetuto". E c'ha ragione, penso. Il tassista azzera il tassametro e riparte nell'altra direzione. Arrivati finalmente al Kabuki penso che voglio dargli una bella mancia. Il 30% invece del solito 15 (che poi io di solito do comunque il 20). La corsa costa 10$. Gliene do 20 e gli chiedo un resto di 7. Lui mi restituisce la banconota e dice: "Questi sono 50". Oh cazzo. "Eh", gli dico, è vero che volevo lasciarle una bella mancia, però..." E lui risponde: "Infatti ho pensato, non sarà mica così generosa".
Aiuto.

lunedì 29 gennaio 2018

Burns' Night a San Francisco

Sabato sera siamo andati a casa di due amici che ogni anno organizzano un piccolo ricevimento per la Burns' Night, la tradizionale festa scozzese in onore del poeta Robert Burns.
James e Tim vivono in una meravigliosa casa vittoriana che hanno comprato, beati loro, nel 1996, quando comprare una casa a San Francisco non era solo prerogativa dei miliardari. A differenza di quasi tutte le altre vecchie case della città, come la nostra, qui le finiture in legno non sono state dipinte di bianco, ma sono rimaste del colore originario, legno di sequoia tinto di marrone scuro per farlo sembrare noce. Questo dà subito all'ambiente un'aria ottocentesca, aumentata dallo squisito arredamento d'epoca, perfettamente intonato a una serata in onore del sommo poeta scozzese (che è vissuto nel '700, ma vabbè, ci siamo capiti).

Per compensare la triste mancanza dell'haggis, che negli Usa è bandito perché contiene polmoni di pecora (!), i padroni di casa organizzano ogni anno un concorso per il migliore scotch. Ogni invitato porta una bottiglia di whisky scozzese con l'etichetta nascosta; durante la serata tutti assaggiano abbondanti porzioni delle varie bevande e infine votano la loro preferita. Chi ha portato la bottiglia vincente avrà in premio quella che vuole tra le bottiglie in gara, poi la scelta tocca a chi ha portato la seconda classificata e così via, perché nessuno se ne vada a mani vuote. (Io non posso bere perché pare che l'alcol possa aggravare i sintomi della mia rinite della supercazzola, e così mi sono limitata a votare annusando.)
Tra un assaggio di whisky e l'altro si leggono poesie (soprattutto quelle licenziose) di Burns, una strofa a testa in uno scozzese totalmente incomprensibile che gli americani si sforzano invano di replicare con l'accento originale. Io non solo non potevo bere, ma avevo anche lasciato a casa gli occhiali. Per fortuna, a evitarmi la figura della sfigata totale, Tim (che lavora per la Grace Cathedral di cui ho parlato anche nel mio libro) mi ha prestato una lente d'ingrandimento che mi ha consentito di leggere con grande enfasi ma senza capire un accidente versi immortali tipo l'Ode allo haggis. E poi naturalmente abbiamo cantato tutti in coro Auld Lang Syne, la canzone più triste del mondo.

giovedì 25 gennaio 2018

Idiopatie, giustizia & terremoti

Idiopatico: termine impiegato nel linguaggio medico come attributo per designare malattie o processi patologici che si instaurano (...) senza cause note o dimostrabili. (...)

Ecco, io sono specializzata in idiopatie. L'ipertiroidismo? Provate a chiedere a un medico da cosa è causato. Vi risponderà con un'alzata di spalle. La psoriasi (che poi chissà se era davvero psoriasi)? Idem (a meno che non si trattasse davvero di PESD).
E adesso? Adesso una bella rinite vasomotoria, quella cosa, per intenderci, che di notte ti si tappa il naso e quindi non riesci a dormire. Non è raffreddore, non è allergia. Tra i fattori che possono aggravare i sintomi ci sono l'alcol, le variazioni di temperatura, di luce, di umidità atmosferica. Insomma, la supercazzola. Non sto a tediarvi con gli innumerevoli tentativi di risoluzione del problema compiuti invano da ben due specialisti, basti dire che ultimamente dormo un po' meglio grazie ad alcuni medicinali che sono stati recentemente legalizzati in California. Un altro rimedio che forse non serve a molto ma
che almeno è divertente è l'agopuntura. Era da un sacco di tempo che volevo provarla, e finalmente ho trovato un posto dove la fanno a prezzi accessibili: il San Francisco Community Acupuncture. Arrivi, vai in uno stanzino a spiegare i tuoi problemi all'agopunturista di turno, poi ti sdrai su una delle quattro poltrone reclinabili dello studio, chiudi gli occhi, ti fai infilzare per benino e poi ti rilassi per un'oretta insieme agli altri pazienti sdraiati intorno a te. Quando hai finito il gentile segretario ti chiede: "Quanto vuoi pagare?" (Non è una domanda bellissima?). La tariffa va dai 30 ai 50 dollari, e tu paghi quello che vuoi. Funziona? Boh. Come starei se non la facessi? Non posso saperlo. Quindi, per non trascurare niente, provo anche questo.

Giustizia. Il caso del medico maniaco sessuale e della giudice che gli dice "Ho appena firmato la tua condanna a morte" mi fa pensare che l'idea di giustizia degli Stati Uniti è perfettamente descritta in Dogville.

Terremoti. Ultimamente ci sono un sacco di tremori in California e dintorni. Ho mancato l'ultimo grossino (Mr. K era qui, ma dormiva), ma non sono proprio tranquillissima. 
Se ti abboni a KQED, la radio del Nord California affiliata a NPR, ti danno in omaggio un kit di sopravvivenza per i terremoti. Qui la scaramanzia non esiste.


domenica 14 gennaio 2018

Atti di razzismo quotidiano

Ieri sera a cena si discuteva di quanto sia assurdo che solo adesso, dopo l'ultima uscita di Trump sui "paesi di merda", molti americani stiano cominciando a rendersi conto che il loro presidente è razzista. Solo adesso. Ma stiamo scherzando? Purtroppo no. Dopo tutto quello che ha detto e fatto, doveva proprio dire una parolaccia perché certe mammolette arrivassero a fare due più due e capire che se l'ex Gran Maestro del KKK è tanto amico di Trump, qualcosa vorrà pur dire.

Lo sapevate che ai neri vengono prescritti meno antidolorifici che ai bianchi? Perché? Perché i medici (che sono in grandissima maggioranza bianchi) sono convinti che: 1) i neri sono più inclini a diventare dipendenti da sostanze; 2) i neri sentono meno il dolore dei bianchi (convinzione molto conveniente al tempo della schiavitù, quando si poteva frustare qualcuno pensando che tanto non soffriva, e che si è tramandata fino a oggi. Anche fra i medici).
Questo me lo ha raccontato ieri sera la mia amica Kristina, che ha un'amica afroamericana che si è trasferita da San Francisco a Columbus, Ohio, e ha sperimentato questo pregiudizio quando ha partorito sua figlia e si è accorta che i medici non volevano prescriverle antidolorifici. Ora la figlia ha due anni e dovrebbe andare all'asilo, ma sua madre non trova nessun asilo che la accetti. Quelli più vicini a casa sua sono frequentati solo da bianchi, e rifiutano di prendere la bambina perché "non si integrerebbe con gli altri" (gli asili per bambini di quell'età sono solo privati).
Un'altra cosa che ho scoperto è che, secondo uno studio del 2003, se mandi un curriculum è ti chiami Lakisha o Jamal (tipici nomi afroamericani), avrai il 50% di probabilità in meno di ottenere un colloquio di chi manda lo stesso curriculum e si chiama Emily o Greg. Sono passati 15 anni, ma non sono sicura che sia cambiato qualcosa.

Ma ecco l'aspetto che aveva ieri il San Francisco Federal Building. A volte San Francisco mi è proprio simpatica.




domenica 7 gennaio 2018

Ritorno a San Francisco: primi giorni in città

Partenza come sempre dolorosa, troppo presto al mattino dopo giorni dedicati a salutare luoghi e persone care. Il viaggio questa volta mi offre una tempesta Eleanor a Londra e un Bomb Cyclone sopra la East Coast. L'atterraggio a Londra fa paura, io e la signora accanto a me ci guardiamo come per dire "arriveremo?" e lei alla fine abbraccia suo figlio con l'enfasi della sopravvissuta. Mentre aspetto l'imbarco del volo per SF, scopro da twitter che nella notte c'è stato un terremoto di magnitudo 4.5, si attendono scosse di assestamento. Oppure chissà, magari era una scossa premonitrice e quello grosso deve ancora arrivare. Tutto questo giova enormemente al mio stato d'animo mentre mi preparo ad affrontare un decollo nelle stesse condizioni atmosferiche dell'atterraggio. L'aereo infine decolla con due ore di ritardo, perché una passeggera si è fatta male imbarcandosi e bisogna aspettare l'ambulanza che non arriva perché nell'aeroporto ci sono state contemporaneamente altre due emergenze mediche, fatto insolitamente raro. Cerco di ricordarmi che non sono superstiziosa. Il decollo però fila liscio, e anche il volo, perché non passiamo sopra il Bomb Cyclone ma sopra il Canada. Anche l'arrivo fila liscio, nessun poliziotto mi ferma per interrogarmi come sporca immigrata. La parte migliore è il viaggio in taxi fino a casa: l'autista adora parlare di catastrofi, e così passiamo dai terremoto agli tsunami agli incendi alle epidemie, per poi concludere che la cosa migliore sarebbe stare sempre su una nave da crociera al largo dell'oceano, ma una volta finiti i viveri si dovrebbe ricorrere al cannibalismo. E comunque, aggiunge il tassista, tra poco scoppierà la guerra con la Corea del Nord. E poi passiamo a parlare di Trump, che è la catastrofe peggiore di tutte.

Inspiegabilmente non ho nessuna traccia di jet lag. Vado a dormire a mezzanotte e mi sveglio alle otto. La città è ancora semivuota, i techies sono in vacanza. Poca gente, poche macchine. Un paradiso. Sono andata a vedere The Shape of Water, che non mi è mica tanto piaciuto, troppo superficiale e sentimentale: l'autore del bellissimo Labirinto del fauno mi sembra un po' rammollito.
Ieri pomeriggio festa a casa di una mia studentessa che abita nel Sunset, ma in alto in alto da dove si vede tutta la città. Ovviamente non ho portato la macchina fotografica perché sono una stolta, ma un'altra studentessa ha fatto questa foto quando poi siamo andati a vedere i Moraga Steps


Per chi ha letto il mio libro, questo quartiere piatto che arriva fino all'oceano è quello dove sono andata dalla dentista. Ieri era una rara giornata senza nebbia nel Sunset, con un solicello tiepido che faceva marameo alla East Coast e al suo Bomb Cyclone. Poi la studentessa che era venuta a prendermi (questo quartiere è lontano anni luce da casa mia, e l'ultima cosa che volevo era ripetere l'esperienza di arrivarci con i mezzi, visto com'era andata la prima volta. Volete sapere com'era andata? E leggete il mio libro, no?) ha avuto pietà di me che non vado mai in giro e mi ha portata a vedere i mulini a vento di Golden Gate Park.

Ieri sera siamo andati a sentire una cosa fantastica, il San Francisco Tape Music Festival. In un vecchio cinema meravigliosamente decrepito c'erano tantissimi tipi strani (neanche un techie! La vecchia San Francisco!) che ascoltavano al buio una decina di pezzi di musica elettronica trasmessi da diciotto amplificatori diversi, con un effetto ipnotico. Così ipnotico che nella seconda parte ho dormito tutto il tempo.

Oggi pomeriggio vado al memorial service per un personaggio fantastico della vecchia San Francisco morto lo scorso ottobre. Qui non faccio in tempo a scoprire le cose belle che subito mi muoiono, porca miseria. Stephen Parr, il fondatore di Oddball Films. Ma qui servirebbe un post a parte. Magari se ho tempo nei prossimi giorni lo scrivo. 

sabato 23 dicembre 2017

Tanti auguri da me e dalla mia amica invisibile

Prima di tutto vorrei salutare gli amici e le amiche di blog e augurare a tutti buone feste e soprattutto buon 2018.

Negli ultimi tempi ho un po' accantonato il blog e sono anche uscita (con enorme soddisfazione) da facebook. Non so se a gennaio, dopo essere tornata laggiù dove preferirei non andare, mi verrà di nuovo voglia di scrivere sul blog. Probabilmente sì, non si può mai dire. 

Nel frattempo ho attraversato un periodo di frustrazione perché mi sono messa in testa di scrivere un altro libro e ho scoperto di non averne il tempo. Dopo aver scritto due pagine in un mese mi è venuto un gran nervoso e un'invidia pazzesca per chi non deve lavorare per vivere (quella ce l'ho sempre, ma vabbè, chi non ce l'ha?). A un certo punto però, non so bene com'è successo, ma mentre ero sotto la doccia (il posto dove mi vengono sempre le idee) ho deciso che non era proprio il caso di stressarsi tanto. Il libro lo scriverò per me, quando e come ne avrò voglia, senza pensare che dovrò necessariamente pubblicarlo. Sarà un piccolo divertimento privato, e se ci metterò dieci anni per finirlo pazienza, tanto non è che pubblicare un libro mi cambierà la vita. Però mi servirà come scusa per fare qualche nuova esperienza, interessarmi di cose che non conosco e ficcanasare un po' in giro. Intanto, per esempio, se riesco a non sprofondare nella pigrizia credo che stavolta prenderò la patente americana. Forse. Vedremo. Intanto vi porto i saluti di Marta (sì, quella della lettera a Tom Waits), la mia amica invisibile e la protagonista dell'ipotetico libro.

lunedì 20 novembre 2017

God Bless America: Trump e i fondamentalisti cristiani/5

(Ultima puntata. Continua da QUI)

Il dominionismo

Dopo anni in cui era rimasto sottotraccia, il termine “dominionismo” è tornato alla ribalta quando Trump si è candidato alla presidenza. Vengono definiti dominionisti gli aderenti alla cosiddetta “teologia del dominio”, che si basa su un passo della Bibbia (Genesi 28: «Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”») per sostenere che i cristiani hanno ricevuto il mandato divino di assumere il dominio del mondo – caduto in mano a Satana dal giorno del peccato originale – e preparare la nuova venuta di Cristo.
Il termine “dominionista” non viene adottato dagli aderenti a questa ideologia, ma è stato usato per la prima volta negli anni ’90 dalla sociologa Sara Diamond[1] (e poi ripreso da molti altri, fra cui i giornalisti Frederick Clarkson[2], Chris Hedges[3] e la già citata Michelle Goldberg), che lo descrive come un movimento il cui nucleo è formato dalla teologia del dominio e dal ricostruzionismo cristiano, ma che si estende a comprendere la maggior parte della destra religiosa.
Il ricostruzionismo cristiano (chiamato così perché sostiene che ogni area dominata dal peccato debba essere “ricostruita” secondo i termini della Bibbia) è una dottrina fondamentalista calvinista ideata da Rousas Rushdoony, autore del suo testo fondante, The Institutes of Biblical Law (1973), nonché ispiratore del moderno movimento per l’istruzione domiciliare religiosa (essenziale per la trasformazione degli Stati Uniti in una “nazione cristiana”). Rushdoony era un sostenitore della teonomia, l’idea per cui l’unica possibile fonte per l’etica è il Dio rivelato nella Bibbia; ne consegue che le leggi delle nazioni devono conformarsi alla legge mosaica, introducendo la pena di morte (anche tramite lapidazione[4]) per crimini come l’omosessualità, l’adulterio e la blasfemia. Rushdoony – che in The Institutes of Biblical Law parla di “eresia della democrazia” e afferma che “cristianità e democrazia sono inevitabilmente nemiche” – descrive una società con un governo nazionale ridotto al minimo, la cui funzione sarebbe esclusivamente la difesa da minacce esterne. Tutti i servizi sociali verrebbero forniti dalla chiesa, che diventerebbe responsabile dei settori della sanità, dell’istruzione e dell’assistenza sociale. L’economia sarebbe fondata su un capitalismo privo di restrizioni, tranne quelle imposte dalla legge biblica; le donne sarebbero escluse dal governo; il diritto di voto sarebbe limitato agli uomini appartenenti a chiese “biblicamente corrette”. La più recente evoluzione del ricostruzionismo cristiano ispirata alle idee di Rushdoony è il kinism, un movimento suprematista bianco che usa la Bibbia come base per le proprie convinzioni razziste e antisemite. La parola deriva da kin, “consanguineo”, perché secondo gli aderenti a questo movimento il fondamento di una nazione è l’omogeneità razziale, e il fondamento del codice morale è l’omogeneità religiosa.
Oltre ai ricostruzionisti, gli altri fautori del dominionismo nella galassia delle chiese statunitensi sono i carismatici/pentecostali della Kingdom Now Theology e i neo-carismatici della New Apostolic Reformation, secondo i quali i cristiani devono prendere il controllo delle “ sette montagne della cultura”, ossia governo, religione, mass media, famiglia, affari, istruzione, arti e intrattenimento.
Si tratta di movimenti minoritari ed estremamente radicali, ai quali in genere i leader della destra religiosa evitano di associarsi pubblicamente. Tuttavia i predicatori Falwell e Robertson hanno espresso idee affini al ricostruzionismo, mentre tra i personaggi politici legati al dominionismo figurano Sarah Palin, l’ex governatore del Texas Rick Perry, l’ex deputata Michele Bachmann, l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee e l’ex deputato Newt Gingrich[5]. Il caso più noto è però quello di Ted Cruz. Figlio del pastore evangelicale Rafael Cruz e aderente come il padre al ramo della teologia evangelicale denominato Seven Mountains Dominionism (le “sette montagne” della New Apostolic Reformation), Cruz era il candidato della destra religiosa finché, dopo il suo ritiro dalla campagna per le presidenziali, è stato sostituito da Donald Trump. Lance Wallnau, un influente leader del movimento delle Seven Mountains, ha sostenuto Trump come il “candidato del caos”[6] che Dio intenderebbe usare per realizzare i suoi piani.
Per molto tempo i giornalisti e gli studiosi che mettevano in guardia contro le tendenze dominioniste della destra religiosa sono stati accusati di complottismo, ma oggi le loro teorie assumono una particolare rilevanza. Così nel febbraio 2016 lo storico John Fea ha pubblicato sul Washington Post un editoriale dal titolo “La campagna di Ted Cruz è alimentata da una visione dominionista dell’America”[7], mentre dopo le elezioni, nel novembre 2016, The Intercept ha pubblicato un lungo pezzo di Jeremy Scahill su Mike Pence, definito “il suprematista cristiano più potente della storia statunitense”[8]. Pence, cresciuto in una famiglia cattolica e poi convertito all’evangelicalismo, è stato affiancato a Trump per legittimare il candidato presidenziale agli occhi dell’elettorato fondamentalista religioso. L’attuale vicepresidente è favorevole alla criminalizzazione dell’aborto (quando era governatore dell’Indiana firmò una legge che imponeva di sotterrare o cremare i feti abortiti, poi sospesa da un giudice federale per incostituzionalità) ed è un sostenitore di politiche omofobe (si è già ricordato il suo sostegno alla “terapia di conversione”, mentre da governatore si era impegnato per ridurre i fondi statali ai trattamenti sanitari contro l’HIV).
Pence è legato a doppio filo a Erik Prince, fondatore della famigerata Blackwater (oggi Academi), la compagnia militare privata che si è macchiata di crimini contro i civili durante la guerra in Iraq. Il padre di Erik, Edgar Prince, ha donato milioni a gruppi ultraconservatori come Focus on the Family e Family Research Council, del quale è stato co-fondatore. Erik e sua madre Elsa hanno generosamente finanziato referendum contro i matrimoni gay e campagne per la criminalizzazione dell’aborto, e sono fra i contributori del Super PAC[9] pro-Trump/Pence “Make America Number 1”. Erik Prince è il fratello di Betsy DeVos.
La famiglia Prince, in particolare Erik, era molto vicina a Chuck Colson, il consigliere giuridico della Casa Bianca di Nixon condannato a tre anni di prigione per il suo ruolo nello scandalo Watergate e per spionaggio ai danni di Daniel Ellsberg. Liberato dopo soli sette mesi di detenzione, Colson dichiarò di aver ritrovato la fede cristiana e divenne un divulgatore dell’evangelicalismo. All’inizio degli anni ’90 si associò a Richard Neuhaus, un ministro evangelicale diventato prete cattolico, per creare un movimento che unisse le due religioni in una “comune causa missionaria”[10]. Colson e i suoi alleati definirono la presidenza di Bill Clinton un “regime” secolare e contemplarono apertamente una rivoluzione basata sulla fede. In un saggio pubblicato sul periodico di Neuhaus First Things, Colson – che Mike Pence ha definito “un caro amico e mentore”[11] – scrisse: “Una resa dei conti fra stato e chiesa potrebbe essere inevitabile”[12].
Per completare, almeno parzialmente, il cerchio dei legami che uniscono i membri dell’amministrazione Trump a organizzazioni in odore di dominionismo, ricordiamo che Steve Bannon e Kellyanne Conway fanno parte del Council For National Policy, un’organizzazione segreta (di cui il Southern Poverty Law Center ha svelato l’elenco dei membri[13]) di estrema destra considerata dominionista[14], fondata con l’obiettivo di manipolare il programma governativo dall’interno. Il CNP venne fondato nel 1981 dal pastore battista fondamentalista Tim LaHaye, allora a capo della Moral Majority di Jerry Falwell, e tra i suoi presidenti ha avuto Richard DeVos, il suocero di Betsy.
Steve Bannon, che non fa più parte del Consiglio per la sicurezza nazionale ma che influenza ancora le decisioni di Trump, avrebbe inoltre stretto un’alleanza strategica con i nemici di Papa Francesco all’interno del Vaticano, a cominciare dal cardinale ultraconservatore Raymond Burke. I due, secondo il New York Times[15], condividono la preoccupazione per l’erosione dei valori cristiani dell’Occidente e per la minaccia dell’islam. In seguito all’elezione di Trump, l’ala destra del Vaticano nemica di Bergoglio ha acquisito un alleato molto potente, e il papa, che prima poteva contare sull’appoggio di Obama (artefice, secondo la rivista cattolica tradizionalista The Remnant, di un complotto per spodestare Ratzinger e sostituirlo con Bergoglio[16]), si è improvvisamente ritrovato più solo. La freddezza da lui dimostrata durante l’incontro con Trump non è sfuggita a nessuno, ma il presidente americano non ha mostrato alcuna intenzione di ascoltare i consigli del papa, a cominciare da quello di non uscire dall’accordo di Parigi.


Fine




[1] Roads to Dominion: Right-Wing Movements and Political Power in the United States. New York, Guilford Press, 1995; Spiritual Warfare: The Politics of the Christian Right. Boston, South End Press, 1989
[2] Eternal Hostility: The Struggle Between Theocracy and Democracy. Monroe, Maine, Common Courage, 1997.
[3] American Fascists: The Christian Right and the War on America, Free Press, 2006.
[9] Un Political Action Committee (Pac) è un comitato di raccolta fondi per soste­nere od ostacolare candidati, referendum o iniziative legislative.

lunedì 13 novembre 2017

God Bless America: Trump e i fondamentalisti cristiani/4


(4. Continua da QUI)

Trump e gli evangelicali
Uno degli aspetti più notevoli della campagna elettorale di Trump è stato il suo instancabile corteggiamento dell’elettorato evangelicale: ha scelto uno di loro come candidato alla vicepresidenza, ha permesso loro di scrivere un’ampia porzione della piattaforma del partito Repubblicano[1], ha promesso di eleggere giudici della Corte Suprema di loro gradimento (a cominciare da Neil Gorsuch[2], scelto da una lista di 21 candidati approvati dai gruppi della destra cristiana[3]) e di abolire i vincoli all’attivismo politico delle chiese (cosa che ha fatto con un ordine esecutivo all’inizio di maggio[4]), ha incontrato centinaia di leader della destra religiosa e ha partecipato a molte loro conferenze. In cambio i capi della destra cristiana, compresi quelli che finora erano sempre rimasti ai margini della politica, lo hanno dichiarato il “prescelto da Dio” per adempiere diverse profezie e distruggere “la diabolica correttezza politica” [5].
Così come è difficile credere che una parte della working class abbia potuto eleggere un miliardario come paladino dei propri interessi, sembra altrettanto assurdo che la destra religiosa lo abbia scelto come proprio candidato, visto il suo stile di vita per nulla morigerato e la sua totale estraneità alla religione (famoso un suo discorso alla Liberty University in cui ha citato la Seconda lettera ai Corinzi chiamandola “Due Corinzi”). Eppure gli evangelicali, che formano il 25% dell’elettorato statunitense[6], hanno votato all’81% per lui[7] (non è azzardato ipotizzare che queste percentuali coincidano in parte con quel 13% dell’elettorato americano convinto che Obama fosse l’anticristo[8]). Trump si è guadagnato il sostegno di questo grosso bacino elettorale appoggiando la destra religiosa sui temi dell’aborto e del matrimonio tradizionale, ma il 55% per cento dei suoi elettori cristiani conservatori ha dichiarato di votarlo perché convinti che porterà “un autentico cambiamento a Washington”. Anche l'uscita degli Usa dall’accordo di Parigi sul clima, che ha suscitato tante critiche all’interno come all’esterno del paese, è avvenuto con il sostanziale appoggio dell’elettorato evangelicale, che solo al 28% crede che i cambiamenti climatici siano causati dall’uomo[9]. L’alleanza fra gli evangelicali bianchi e l’Alt-Right[10] ha segnato il ritorno della destra religiosa alle proprie origini, quelle di un movimento nato per mantenere la way of life del sud segregazionista. E gli evangelicali bianchi sono stati la chiave della vittoria di Trump: se l’Alt-Right gli ha fornito il programma, la destra religiosa gli ha fornito i voti.

4. Continua




[9] http://www.pewinternet.org/2015/10/22/religion-and-views-on-climate-and-energy-issues/
[10] Abbreviazione di Alternative Right, termine coniato dal suprematista bianco Richard Bertrand Spencer per indicare un insieme di idee di estrema destra incentrate sull’«identità bianca» e sulla conservazione della «civiltà occidentale».

mercoledì 8 novembre 2017

Una lettera a Tom Waits



CARO TOM
(You can’t be lovin’ someone who is savage and cruel)

Malgrado le ripetute insistenze della sua amica Gloria, Marta esitava a scrivere quella lettera a Tom. Certi ricordi, le diceva, era meglio lasciarli sepolti nel passato. Ma quel ricordo era duro a morire, e poi, secondo Gloria, se Tom avesse letto la sua lettera magari ci avrebbe scritto sopra una canzone, d’altronde era una storia d’amore malinconica come quelle che piacevano a lui. E così finalmente Marta si era decisa. In realtà non era sicura che fosse davvero una storia d’amore, ma questo magari lo avrebbe giudicato Tom.
Ecco qui la lettera. 


Caro Tom,
la prima volta che ho sentito la tua musica ero al ristorante sulla spiaggia. Il ristorante perfetto. Penombra, candele. La padrona indossava una camicia di seta bianca e si ricordava di me anche se mi vedeva una volta all’anno. Quando assaggiavo una pietanza chiudevo gli occhi per lasciar fuori il resto del mondo. In quel ristorante ci andavo con Gio, il mio fidanzato, e il giorno designato digiunavamo fin dalla mattina per essere sicuri di non saltare neanche una portata. Quella sera nel ristorante perfetto c’era la tua musica. In sottofondo, certo, ma non offenderti: era lei la protagonista della serata. Indagai con la signora dalla camicia di seta, e lei mi mostrò il cd di The Heart of Saturday Night, quello con la copertina in cui, con la cravatta e la sigaretta in bocca, fingi di non notare la ragazza dal vestito color borgogna che ti guarda in modo inequivocabile. Fu amore al primo ascolto.
Qualche anno dopo lasciai Gio. Con lui lasciai i miei vent’anni, la città che amavo, i giorni delle rose e delle osterie, e sull’autostrada piatta e diritta che mi portava via da Bologna, nella malinconia di un tramonto nebbioso della bassa padana, scoppiai finalmente a piangere.
«Perché cavolo piangi?» disse il mio nuovo fidanzato, che guidava la macchina del trasloco. Smisi subito. In effetti, pensai, non c’era motivo di essere triste.
Andai a vivere in riva a un lago, un posto di piogge primaverili e temporali estivi. Ero sicura di poter convincere Alex a fidarsi di me. Ma non si può salvare un amore sbagliato, e così io e Alex non facevamo altro che litigare, lasciarci e riprenderci, e ogni volta giuravo che era l’ultima.
Era il 1999, l’anno in cui sei venuto in Italia, ricordi? Tre sere d’estate a Firenze. Appena l’ho saputo ho cominciato a sognare il momento in cui finalmente ti avrei visto sul palco.
In quel periodo non stavo con Alex, ero in uno di quei momenti di tregua in cui pensavo solo a rimettermi con lui. Lo chiamai per chiedergli se voleva venire al concerto, ma lui rifiutò. Allora chiamai Gio. Eravamo rimasti amici, di nascosto da Alex che si strozzava dalla gelosia ogni volta che lo sentiva nominare. Gio rispose: «Ci penso io», e dopo un’ora mi richiamò dicendo che aveva comprato due degli ultimi biglietti rimasti per il tuo concerto di domenica 25 luglio.
Il piano era questo: sarei partita al mattino con il treno per Milano, e da lì avrei preso la coincidenza per Bologna (e comunque, a proposito di Bologna: se un giorno ti capiterà di tornare in Italia, vai a visitarla, sono sicura che ti piacerà. Siediti in una vecchia osteria e ordina un litro di rosso della casa, e magari qualcuno a un tavolo vicino dirà «Mo vè, c’è Tom Waits», e alzerà il bicchiere per brindare alla tua salute), dove avrei incontrato Gio che mi avrebbe portata a Firenze in macchina.
Un paio di giorni prima, però, la tregua finì e mi rimisi con Alex. Ci incontrammo a una festa dove ovviamente speravo di incontrarlo, e poi il magnetismo dei poli opposti fece il suo dovere. Tornammo a casa insieme, e mentre un temporale estivo creava un'ambientazione adeguatamente drammatica – in quel momento riuscii a pensare che sembrava una pessima sceneggiatura, a dimostrazione del fatto che mi restava ancora un barlume di lucidità – Alex mi rivolse la domanda che gli premeva di più: «Ci vai lo stesso al concerto di Tom Waits?»
Non lo avevo previsto. Non vedevo cosa c’entrasse il tuo concerto. Ingenua. «Be’, certo che ci vado» risposi.
D’un tratto il fronte temporalesco si trasferì all’interno del piccolo appartamento, e cupi nuvoloni di collera oscurarono lo sguardo di Alex. Ci eravamo appena rimessi insieme e ora io stavo per andarmene a un concerto, non solo senza di lui, ma addirittura con il mio ex fidanzato. Era chiaro che non lo amavo, che sputavo sui suoi sentimenti, che non ero degna della sua fiducia. Un lampo squarciò di nuovo lo strappo appena ricucito e la traditrice venne scacciata. La nostra storia era già finita un’altra volta.
Con il passare delle ore la mia certezza già precaria si andò sgretolando. Da una parte c’eri tu e il sogno di vederti cantare, dall’altro c’era l’angoscia per aver sprecato l’ultima possibilità di guadagnarmi l’amore di Alex. Era una decisione tormentosa, e se c’è una cosa che odio è prendere decisioni. Le lascio per l’ultimo istante, aspettando che arrivi un segno del destino o che qualcun altro decida per me. Nei casi peggiori, allo scadere del tempo il pendolo dell’indecisione si ferma al vertice della sua traiettoria e non mi lascia altra scelta che obbedirgli, pur sapendo che pochi istanti dopo avrei potuto scegliere la cosa opposta. La mia mente continuò a oscillare per tutta la notte, finché, all’alba di domenica 25 luglio, mi alzai e mi preparai a partire.
Ostacolata dal peso del rimorso, ogni movimento mi costava fatica. Mi sembrava di muovermi dentro una vasca piena di fango. Riuscii ad arrivare fino alla stazione di Milano prima di rimanere bloccata nel mio stesso pantano. Mi trascinai verso un telefono, uno di quelli pubblici che oggi non esistono più. Composi il suo numero.
«Pronto.»
«Ciao, sono io.»
«Cosa vuoi?» La sua voce era un blocco di ghiaccio tagliato con l’accetta.
«Be’, ecco, sono a Milano, e pensavo che in effetti hai ragione tu, non è giusto che io vada al concerto.»
«L’hai capito un po’ tardi, no?»
«Sì, hai ragione, però senti, pensavo… e se non ci andassi?»
«Ci sei già andata, mi sembra.»
«No, no, ho cambiato idea, posso tornare a casa adesso e stare con te. Facciamo come se non fosse successo niente. Ho capito di avere sbagliato e torno da te.» Non ero molto soddisfatta del mio tono servile, ma in quel momento ero mossa da uno zelo missionario che aveva la precedenza su tutto il resto.
«Fai come ti pare.»
«Ecco, sì, però ci sarebbe una cosa… insomma, be’… Gio ha comprato i biglietti… mi sembra brutto telefonargli così e dirgli che non vado… pensavo che magari potrei andare a Bologna e dirglielo di persona e poi tornare a casa. Ho guardato l’orario, ce la faccio benissimo. Posso arrivare in serata, così magari andiamo a mangiarci una pizza insieme?»
«Va bene.»
«Allora arrivo alle nove e venti, vieni a prendermi in stazione?»
«Okay.»
Gio non approvò la mia decisione. A dir poco. Provò a farmi cambiare idea, ma io ero inflessibile, tutta compresa del coraggio del mio sacrificio. Gio non si lasciò commuovere. Disse che lui al concerto da solo non ci andava, e che quindi dovevo restituirgli non solo i soldi del mio biglietto, ma anche quelli del suo. Già che c’ero gli offrii anche il pranzo, per il disturbo, e poi, purificata dalla colpa e alleggerita nel portafoglio, ripresi il treno per tornare indietro.
L’odore familiare del lago alleviò appena il senso di fastidio lasciatomi addosso da una giornata in treno. Uscii emozionata dalla piccola stazione e lo vidi lì fuori, appoggiato alla macchina ad aspettarmi. Non sorrideva, ma quella non era una cosa insolita. Aveva mal di testa, si limitò a dire.
Alle nove e trentacinque, mentre tu uscivi sul palco di Firenze, io e Alex ci mettevamo a tavola. La pizzeria era brutta, un salone anonimo con le luci fluorescenti. La pizza era cattiva, mi sembra, ma non sono sicura, visto che la mia attenzione era rivolta solo ad Alex, che non sorrideva e non parlava. Se ne stava lì a masticare con aria noncurante. Certe volte, davanti a lui, provavo solo incredulità.
Mentre il boato degli applausi si placava e tu cominciavi il concerto con una delle mie canzoni preferite, quella che apre Daunbailò con New Orleans in bianco e nero ed Edna Million con un vestito da sballo, io azzardai: «Allora?»
«Allora cosa?»
«Be’, sono tornata, hai visto?»
Ghigno a mezza faccia. «Sì, ho visto.»
Il palco era ingombro di strumenti, tu avevi la bombetta e il tuo solito completo da poeta sgualcito.
«Sono tornata per te.»
«Non me ne frega un cazzo. Potevi anche restare dov’eri, tanto con te non ci torno.»
Poi si alzò e uscì dalla pizzeria, lasciandomi il conto da pagare.
Intanto tu, a Firenze, lanciavi manciate di coriandoli sul pubblico. Poi prendevi il megafono e cantavi il dolce Gesù di cioccolata. Sono ricordi che ho rubato, Tom, come in quella tua canzone. Eppure anch’io sono innocente, quando sogno.
E chissà, forse un giorno riuscirò a vederti.

                                                                                                          Tua,
                                                                                                         Marta