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giovedì 19 luglio 2018

Il materasso nuovo

Da anni insistevo con Mr K che era ora di cambiare materasso. Ormai si dormiva sulle molle, e quando lui si muoveva nel letto io rimbalzavo come su uno di quei tappeti elastici (su cui fra l'altro una volta, bambina già fantozza, per poco non mi mozzai la lingua).
Ma Mr K faceva lo gnorri, comportandosi in pratica come se andare a comprare un materasso fosse in cima alla scala delle rotture di coglioni del vicequestore Schiavone (perdonate, ma sto leggendo Pista nera con i miei studenti, che si divertono molto all'idea di un poliziotto che fuma le canne, ma forse si imbarazzano un po' quando gli spiego cosa vuol dire "A Milano c'è tanta figa", oppure quando per compito assegno di scrivere una loro personale lista delle rotture di coglioni).
Comunque, bando alle digressioni. Dovete sapere che gli americani hanno l'insana mania dei materassi. Quando camminate per strada trovate ovunque materassi abbandonati sui marciapiedi (qui si usa: quando una cosa non la usate più la mettete sul marciapiede e sperate che qualcuno la porti via), e quasi a ogni angolo di strada trovate enormi negozi pieni di materassi che fanno sinceramente sorgere il dubbio se questi cambiano il materasso ogni sei mesi.
Noi non apparteniamo a quella categoria, ovviamente, ma a questo punto la situazione si era fatta insostenibile, e così Mr K ha ceduto alle mie insistenze e si è convinto a comprare il materasso.

Il primo giorno sono andata da sola, in avanscoperta. La commessa messicana mi ha attaccato una pezza interminabile sulla storia del padre malato, e a un certo punto si è anche messa a piangere. Un'esperienza di acquisto piuttosto insolita, ma siccome a me le cose insolite piacciono, due giorni dopo ho trascinato Mr K nel negozione di materassi. La commessa lacrimosa mi aveva quasi convinta a comprare un colossale materasso di lusso con telecomando in offerta speciale a $1500 anziché tremila e rotti. Ma io contavo sulla... ehm... oculatezza di Mr K per individuare l'affare migliore. E infatti lui è stato più saggio, orientandomi (uso il pronome alla prima persona singolare perché a lui del materasso nuovo non gliene fregava niente, tanto dormirebbe anche sui sassi) su un materasso un po' meno costoso, il cui costo è comunque lievitato quando gli abbiamo dovuto aggiungere il trasporto (con prelievo del precedente materasso, mica siamo zozzoni, noi), il coprimaterasso speciale impermeabile in fibra polimerica antiparticellecosmiche, il box spring (cioè la base a molle, perché prima dormivamo su una base tipo bancali del mercato) e  svariate altre supercazzole.
Uscendo ci siamo congratulati con noi stessi perché abbiamo risparmiato (!) almeno sulle lenzuola, visto che il materasso col telecomando era alto tipo due metri e mezzo e le nostre vecchie lenzuola non sarebbero andate bene.

Ieri è arrivato il materasso nuovo. È comodissimo, per carità. Però io e Mr K ci siamo dimenticati di misurare quello vecchio prima di comprare quello nuovo. Io ero vagamente consapevole del fatto che negli Usa ci sono misure diverse, tipo twin, queen e king, ma escludendo il twin che è il letto singolo ero convinta che noi avessimo un queen. Invece ieri sono tornata dalla palestra dopo la consegna del materasso e ho trovato un affarone ciclopico che troneggia in mezzo alla nostra microstanza, non solo enorme ma anche altissimo, tipo che per salire ci vuole quasi una scaletta. I comodini sono tutti schiacciati tra il materasso e la parete, intorno al materasso resta solo un corridoio per passare, e quando sono a letto e voglio raccogliere qualcosa dal pavimento rischio di cadere e spaccarmi la testa. Questo non solo perché abbiamo sbagliato misura - il nostro vecchio letto era un full e non un queen - ma anche perché il nuovo materasso (con ulteriore aggiunta di box spring) è alto un po' meno di quello con il telecomando, certo, ma è comunque straordinariamente alto per un materasso, e così naturalmente le vecchie lenzuola, sconfitte sia in estensione che in altezza, sono tutte da buttare.

E così ho scoperto, in ritardo, il vasto mondo dei materassi americani, che possono essere Small Single o Cot; Single o Twin o Cot; Twin Extra Long; King Single o Super Single; Small Double o Three Quarter; Full o Double; Double Extra Long; Queen; Expanded o Super o Olympic Queen; King; California King o King Long; Grand King o Super King o Athletic King o Texas King.
E noi italiani, che oltre al singolo  e al matrimoniale arriviamo appena alla piazza e mezza, rimaniamo sempre i soliti poveracci.

martedì 10 luglio 2018

Il marchio del malinteso

Ho una felpetta nera con la cerniera, semplice semplice, il classico "capo jolly" come c'è scritto sulle riviste del parrucchiere. La metto spessissimo, soprattutto in questa città dove devi sempre prevedere un brusco calo della temperatura alla prima raffica di vento (del benedetto vento che tiene lontana la caldazza). La felpetta ha un piccolo marchio, in alto a sinistra dove di solito stanno i marchi. Un marchio comune, di quelli che nessuno ci fa caso.

Ieri sera, a cena, un amico mi chiede: "Perché hai sulla felpa la donna nuda dei paraspruzzi dei camion?" [In inglese "aletta paraspruzzi" è mud flap]
A seguito della mia reazione ovviamente perplessa, scopro che anche la moglie dell'amico e Mr K vedono sulla mia felpa una donna nuda di profilo. Mr K aggiunge che l'ha sempre trovata un po' strana, e tutti e tre confermano che farebbe lo stesso strano effetto a qualunque americano. Io spiego che non è così, si tratta di due persone sedute schiena contro schiena, ma loro dicono che no, la prima cosa che viene in mente guardandola è proprio la silhouette di una donnina nuda di profilo, di quelle che qui vengono sfoggiate da tanti camionisti sui loro mud flaps.

Ecco, adesso mi tocca andare in giro con la mia felpetta sapendo che faccio venire in mente a tutti il camionista di Thelma e Louise.




giovedì 1 marzo 2018

L'effetto Uber a San Francisco


Le strade di San Francisco
Chiunque viva a San Francisco da almeno qualche anno vi dirà che il traffico sta peggiorando a vista d'occhio. Sempre più gente viene a vivere qui per lavorare a Silicon Valley, e la città continua a dare permessi per costruire palazzoni senza aggiungere parcheggi né modificare l'inadeguata rete stradale. Risultato: un incubo. Code di decine di chilometri ogni giorno per i pendolari che vanno al lavoro, e le strade del centro cittadino completamente intasate. Fino a qualche anno fa attraversare la strada, per me abituata ai pirati della strada italiani, era bellissimo: agli incroci le macchine si fermavano ancora prima che tu scendessi dal marciapiede (perché qui non si fa il "rolling stop", cioè quella cosa per cui allo stop si rallenta e basta: qui è - sarebbe - obbligatorio fermarsi proprio). Ora non più: i pedoni travolti agli incroci sono in vertiginosa crescita, abbiamo rischiato tantissime volte anche noi.

Oltre all'aumento della popolazione, la causa principale di questa congestione sono i servizi di trasporto privato, cioè Uber e Lyft. Più della metà delle macchine che vedete in giro hanno sul parabrezza gli adesivi di uno o dell'altro, più spesso di entrambi. So che la gente li ama, sì, che bello, costano poco e danno una lezione a quei maledetti tassisti. Bello, eh? Bene. Ecco come funziona l'effetto Uber. I tassisti di San Francisco erano una categoria disprezzata prima dell'avvento dei loro concorrenti: non arrivavano mai, i telefonisti erano maleducati, ecc. ecc. Io quell'epoca non l'ho vissuta, e siccome ho schifo della "gig economy" ho sempre usato solo i taxi (che adesso, spaventati dalla concorrenza, funzionano benissimo), attirandomi lo scherno generale per la mia arretratezza. 
I tassisti di San Francisco sono stati costretti dalla città a comprare una licenza (il cosidetto "medallion") che costa $250.000, gli autisti di Uber e Lyft no; le compagnie di taxi pagano le tasse alla città, Uber e Lyft no; i tassisti di San Francisco guidano macchine ibride, Uber e Lyft no; i tassisti hanno un sindacato, Uber e Lyft... ahahah. Spesso chi guida per Uber e Lyft vive fuori città (perché ovviamente nessuno può permettersi di vivere in città con i magri guadagni della gig economy) e viene qui per 5-6 giorni alla settimana e dorme in macchina. Un tempo i tassisti potevano guadagnarsi da vivere con il loro lavoro, oggi non più. 
Qual è il piano di Uber e Lyft? Ancora una volta, l'arrogante (e redditizia) idea della "disruption" che è alla base della Silicon Valley: mandiamo in rovina i taxi offrendo un servizio più economico; poi quando li avremo eliminati dal mercato e avremo il monopolio del trasporto privato, potremo aumentare i prezzi. In effetti al momento i prezzi sono così bassi che anche il trasporto pubblico ne risente, e l'azienda di trasporti cittadina è sempre più in crisi. Sempre meno autobus, sempre più macchine private che intasano la città. E poi è vero che i prezzi sono più bassi, ma il servizio è pessimo: gli autisti improvvisati non hanno idea di dove si trovano e seguono pedissequamente il loro gps, mentre i tassisti sono vecchie volpi che conoscono la città come le loro tasche. Tutte le numerose volte, tranne una, che ho rischiato di essere investita a un incrocio, il pirla che non si è fermato allo stop era un autista di Uber o Lyft. Troppo impegnato a seguire il gps? Troppa fretta di prendere la prossima corsa sottopagata?

E poi, naturalmente, anche questi protagonisti sfruttati della gig economy scompariranno quando arriveranno le self-driving cars, che ormai si vedono (in fase sperimentale, ma ancora per poco) a tutti gli angoli della città.
Dove la metteremo poi, tutta questa gente che è stata "disrupted"? Be', trovare una soluzione non è certo il compito di questi giganti della new economy. Il loro compito è solo quello di far soldi. E noi, "siccome costa meno", glieli diamo sempre volentieri.

giovedì 25 gennaio 2018

Idiopatie, giustizia & terremoti

Idiopatico: termine impiegato nel linguaggio medico come attributo per designare malattie o processi patologici che si instaurano (...) senza cause note o dimostrabili. (...)

Ecco, io sono specializzata in idiopatie. L'ipertiroidismo? Provate a chiedere a un medico da cosa è causato. Vi risponderà con un'alzata di spalle. La psoriasi (che poi chissà se era davvero psoriasi)? Idem (a meno che non si trattasse davvero di PESD).
E adesso? Adesso una bella rinite vasomotoria, quella cosa, per intenderci, che di notte ti si tappa il naso e quindi non riesci a dormire. Non è raffreddore, non è allergia. Tra i fattori che possono aggravare i sintomi ci sono l'alcol, le variazioni di temperatura, di luce, di umidità atmosferica. Insomma, la supercazzola. Non sto a tediarvi con gli innumerevoli tentativi di risoluzione del problema compiuti invano da ben due specialisti, basti dire che ultimamente dormo un po' meglio grazie ad alcuni medicinali che sono stati recentemente legalizzati in California. Un altro rimedio che forse non serve a molto ma
che almeno è divertente è l'agopuntura. Era da un sacco di tempo che volevo provarla, e finalmente ho trovato un posto dove la fanno a prezzi accessibili: il San Francisco Community Acupuncture. Arrivi, vai in uno stanzino a spiegare i tuoi problemi all'agopunturista di turno, poi ti sdrai su una delle quattro poltrone reclinabili dello studio, chiudi gli occhi, ti fai infilzare per benino e poi ti rilassi per un'oretta insieme agli altri pazienti sdraiati intorno a te. Quando hai finito il gentile segretario ti chiede: "Quanto vuoi pagare?" (Non è una domanda bellissima?). La tariffa va dai 30 ai 50 dollari, e tu paghi quello che vuoi. Funziona? Boh. Come starei se non la facessi? Non posso saperlo. Quindi, per non trascurare niente, provo anche questo.

Giustizia. Il caso del medico maniaco sessuale e della giudice che gli dice "Ho appena firmato la tua condanna a morte" mi fa pensare che l'idea di giustizia degli Stati Uniti è perfettamente descritta in Dogville.

Terremoti. Ultimamente ci sono un sacco di tremori in California e dintorni. Ho mancato l'ultimo grossino (Mr. K era qui, ma dormiva), ma non sono proprio tranquillissima. 
Se ti abboni a KQED, la radio del Nord California affiliata a NPR, ti danno in omaggio un kit di sopravvivenza per i terremoti. Qui la scaramanzia non esiste.


domenica 14 gennaio 2018

Atti di razzismo quotidiano

Ieri sera a cena si discuteva di quanto sia assurdo che solo adesso, dopo l'ultima uscita di Trump sui "paesi di merda", molti americani stiano cominciando a rendersi conto che il loro presidente è razzista. Solo adesso. Ma stiamo scherzando? Purtroppo no. Dopo tutto quello che ha detto e fatto, doveva proprio dire una parolaccia perché certe mammolette arrivassero a fare due più due e capire che se l'ex Gran Maestro del KKK è tanto amico di Trump, qualcosa vorrà pur dire.

Lo sapevate che ai neri vengono prescritti meno antidolorifici che ai bianchi? Perché? Perché i medici (che sono in grandissima maggioranza bianchi) sono convinti che: 1) i neri sono più inclini a diventare dipendenti da sostanze; 2) i neri sentono meno il dolore dei bianchi (convinzione molto conveniente al tempo della schiavitù, quando si poteva frustare qualcuno pensando che tanto non soffriva, e che si è tramandata fino a oggi. Anche fra i medici).
Questo me lo ha raccontato ieri sera la mia amica Kristina, che ha un'amica afroamericana che si è trasferita da San Francisco a Columbus, Ohio, e ha sperimentato questo pregiudizio quando ha partorito sua figlia e si è accorta che i medici non volevano prescriverle antidolorifici. Ora la figlia ha due anni e dovrebbe andare all'asilo, ma sua madre non trova nessun asilo che la accetti. Quelli più vicini a casa sua sono frequentati solo da bianchi, e rifiutano di prendere la bambina perché "non si integrerebbe con gli altri" (gli asili per bambini di quell'età sono solo privati).
Un'altra cosa che ho scoperto è che, secondo uno studio del 2003, se mandi un curriculum è ti chiami Lakisha o Jamal (tipici nomi afroamericani), avrai il 50% di probabilità in meno di ottenere un colloquio di chi manda lo stesso curriculum e si chiama Emily o Greg. Sono passati 15 anni, ma non sono sicura che sia cambiato qualcosa.

Ma ecco l'aspetto che aveva ieri il San Francisco Federal Building. A volte San Francisco mi è proprio simpatica.




lunedì 11 settembre 2017

La faccia dei venti dollari

"L’etnocidio degli indiani fu portato avanti parallelamente allo sviluppo capitalistico con la conquista del West. Nel 1814 Andrew Jackson diresse i suoi uomini mentre scotennavano gli indiani morti per confezionare briglie per i cavalli e si premurò che i souvenir provenienti dai cadaveri fossero distribuiti alle signore del Tennessee. Nello sterminio dei Creek aveva sovrainteso alla mutilazione di ben ottocento cadaveri di uomini, donne e bambini amputando loro il naso per poterli contare e dimostrare a tutti che la sua missione di civiltà era stata compiuta. A giustificazione delle sue imprese, Jackson dichiarò che “questi selvaggi non possono neppure essere evangelizzati né c’è speranza che entrino a far parte della nostra civiltà”.
Nel 1829 fu proprio Andrew Jackson, ormai divenuto settimo presidente degli Stati Uniti, a firmare l’Indian Removal Act, la deportazione di 17.000 Cherokee dalla Georgia al Missouri lungo il “sentiero delle lacrime”. Pochi mesi dopo l’arrivo nel territorio indiano, i Cherokee erano ridotti a meno di 2000." 
Da QUI

Eccolo, Andrew Jackson, proprietario di schiavi e settimo presidente degli Stati Uniti (molto amato da Donald Trump), sulla banconota da 20 dollari.



Sembrava che fosse passata la proposta di sostituire la faccia di questo mostro con quella di Harriet Tubman, ma poi sono arrivati degli altri mostri alla Casa Bianca ed è saltato tutto.


mercoledì 16 agosto 2017

Un paese sull'orlo della guerra civile

Ultimamente parlo poco di politica sul blog, perché ne parlo già tanto altrove, e sento di non avere molto da aggiungere per spiegare il momento spaventoso che gli Stati Uniti stanno vivendo. Però questo breve documentario deve essere visto da più persone possibile, e così ho deciso di condividerlo anche qui. E se il mio titolo vi sembra eccessivo, date un'occhiata a questo articolo del New Yorker.

Un gruppo neonazista ha ottenuto il permesso di manifestare a San Francisco il 26 agosto. Il permesso è stato accordato dal National Park Service, un ente federale controllato dalla Casa Bianca. Le autorità statali e cittadine chiedono che il permesso venga revocato. Consentire a questa gente di manifestare dopo quello che è successo a Charlottesville è un vero atto criminale.


lunedì 24 aprile 2017

I costi della sanità americana: una piccola storia

Parlare male dell'Italia è sempre molto popolare. Nella sala d'attesa del reparto di endocrinologia dell'ospedale la gente si lamenta del ritardo del medico, un luminare della materia molto rispettato che li visita gratis. Perché chi ha una malattia tiroidea cronica ha l'esenzione dal ticket e quindi viene visitato gratis. Ma loro si lamentano. "In Italia non funziona niente", dicono. E io mi mordo la lingua. Non ho voglia di sprecare tempo e fiato per oppormi al coro generale. "In Italia non funziona niente", dice il passeggero del treno che fa fatica ad aprire la porta fra due scompartimenti. Il ritornello è sempre lo stesso. In Italia non funziona niente.

A San Francisco l'assicurazione medica per una famiglia di tre persone - madre e padre che lavorano in proprio, figlio a carico - costa in media 1600 dollari al mese. Con questa cifra si può accedere alle visite mediche, comprare medicinali e farsi le analisi pagando qualche decina di dollari di co-pay. Per quanto riguarda i ricoveri e le cure ospedaliere non sono molto informata, nessuno mi paga per fare reportage giornalistici sulla sanità americana (anche se in realtà mi piacerebbe) e quindi non li faccio. Posso solo riportare il caso di un'amica che è stata ricoverata tre giorni per un cesareo d'emergenza e ha poi ricevuto il conto a casa. Per fortuna era assicurata e quindi non ha pagato molto, ma la spesa totale era di 80.000 dollari.

La mia piccola storia riguarda gli unguenti per la psoriasi che mi ha prescritto il dermatologo americano. Ve la racconto così, senza aggiungere commenti perché non ce n'è bisogno. 

L'unguento numero uno si chiama Clobetasol negli Usa e Clobesol in Italia. Il Clobetasol costa $15 con l'assicurazione e $515,99 senza assicurazione. Ecco la ricevuta della farmacia:



In Italia un tubetto di Clobesol, medicinale da banco (negli Usa invece richiede la prescrizione del medico), costa 4,38 euro. Il tubetto è grande la metà, però questo non cambia molto le cose. Il Clobesol è un po' difficile da trovare. Mi dicono che la casa farmaceutica sia un po' restia a distribuirlo in Italia. Chissà perché.



Il secondo unguento si chiama Calcipotriene negli Usa e Daivonex in Italia (questo non ha problemi di reperibilità). Negli Usa costa $388,99.



In Italia costa 9,70 euro.



Fine della storia. Anzi, no, una piccola aggiunta. Prima dell'Obamacare esisteva una clausola assicurativa (che l'attuale amministrazione vorrebbe ripristinare) che impediva a chi aveva una pre-existing condition (ovvero una patologia pregressa) di ottenere l'assicurazione sanitaria. Quindi le persone che si lamentano nella sala d'attesa dell'ospedale italiano e che qui hanno l'esenzione dal ticket, negli Stati Uniti fino a poco tempo fa (e forse anche in futuro) non avrebbero neppure potuto assicurarsi. 

venerdì 10 marzo 2017

Il mago dei prelievi

 
L'infermiere che mi preleva il sangue sembra un po' schizzato, sussulta in continuazione e strabuzza gli occhi. Continua a ripetere la mia data di nascita e mi dice che sta cercando di ricordare cosa ha fatto quel giorno, è una cosa che fa con tutti i pazienti. "Sì, avevo nove anni e c'era il civil rights movement."
Gli dico che nessuno riesce mai a trovarmi le vene. "Questa è una sfida" aggiungo. "Davvero?" risponde lui, impermalito. "Io sono quello che chiamano quando tutti gli altri falliscono. Adesso chiudo gli occhi e..." Gli occhi li tiene aperti, però la vena me la trova al primo colpo e non mi fa neanche un po' male. Un mito, lui e la sua foto di Obama di fianco alla scrivania.
Il resto ve lo racconterò quando ne avrò la forza.

domenica 22 gennaio 2017

La più grande manifestazione della storia degli Stati Uniti

Il municipio di San Francisco si è tinto di rosa in solidarietà con la marcia delle donne


Tanti scriveranno di questa manifestazione, ma io non scrivo più. Faccio. Essere lì mi ha fatto ritrovare l'America che amo e che mi sembrava di avere perso, e mi ha fatto volere bene anche a San Francisco. 
In inglese si chiama silver lining, il contorno di luce che si forma intorno alle nuvole. L'orrore di questa elezione sta creando un movimento di opposizione fortissimo, come non si era mai visto negli Stati Uniti. Per oggi voglio essere ottimista.
Ecco un po' di numeri (non ancora ufficiali, probabilmente sottostimati):

Washington, DC 750,000
Los Angeles 750,000
New York City 400,000
Chicago 250,000
Boston 175,000
Seattle 100,000
Denver 100,000
San Francisco 100,000
Twin Cities 100,000 
Portland (Oregon) 100,000
Madison (Wisc) 75,000
Oakland 60,000 
...

QUI trovate la stima aggiornata di tutte le città dove si è manifestato, negli Usa e nel mondo. La stima totale si aggira intorno ai 4.5 milioni.

Marcia su Washington DC di Martin Luther King (quella del discorso “I Have a Dream”) (1963): 250.000
Protesta contro la guerra in Vietnam a Washington DC (1969): 500.000-600.000
Marcia contro il nucleare a Central Park (1982): 1 milione
Marcia per i diritti LGBT a Washington DC(1993): 800,000-1 milione
Protesta contro la guerra in Iraq (negli Usa. A Roma eravamo 3 milioni, ufficialmente la più grande manifestazione di protesta della storia) (2003): 500,000

E adesso qualche altra foto tra quelle che ho scattato ieri. Faceva freddo e pioveva, ma eravamo tantissimi.

Le Sorelle della Perpetua Indulgenza in marcia




Ed eccomi qua, con la mia amica Alessandra

lunedì 9 gennaio 2017

La scelta della palestra/2

E così ho passato tre mesi felici di palestra italiana accompagnata dagli audiolibri. Ho cominciato con 1984, scaricato dal sito di Open Culture, ma poi si avvicinavano le elezioni Usa e Orwell mi deprimeva troppo (mai come mi avrebbero poi depressa i risultati di suddette elezioni), così sono passata ad Alice nel Paese delle Meraviglie (tradotto e letto da Aldo Busi) e poi a Il buio oltre la siepe, entrambi podcast scaricati dal sito di Ad Alta Voce. Poi sentivo le trasmissioni del mattino di Radio 3, il notiziario di Radio Popolare... insomma, me la cavavo piuttosto bene.

Arrivata in terra californiana, patria della fitness e della wellness e della mindfulness, ho cominciato fiduciosa la ricerca di una palestra. Ricordavo di averne viste diverse qui nei dintorni (uno dei requisiti doveva essere la vicinanza, visto che non ho la macchina e non intendo prendere uno di questi autobus scalcagnati che non passano mai per andare in palestra), e così mi sono messa a cercarle online. Allora, una palestra normale qui non esiste. O sono dei sudatori con le luci al neon e centinaia di cyclette e tapis roulant (si chiameranno così o avranno un termine più fashion?) e basta (che poi io ODIO gli esercizi "cardio", non ho la minima intenzione di accelerare il mio battito cardiaco quando faccio ginnastica, mi manda in paranoia da tiroidite. Senza contare che ODIO correre e non posso neanche farlo per non risderenarmi il ginocchio), mentre io in Italia c'avevo tutti quei begli attrezzini che mi rinforzavano le cosce e i dorsali e altri muscoli a me ignoti, oppure sono delle robe superfighette con nomi del cazzo tipo "Power intensity, transformational fitness, megaformer, trifecta of awesomeness...". Per non parlare poi dei prezzi.

Dopo che ho espresso il mio sconforto su fb, un'amica mi offre finalmente la soluzione: "Perché non provi la YMCA?" Guardo il programma e vedo che la YMCA di Chinatown, la più vicina a casa, propone corsi bellissimi, tipo Ballroom Dance, Chinese Dance, Tai Chi, Basic Pilates e QiGong BaduanjinLiuzijue CCHP (sic). Vado in ricognizione. Una ragazza simpatica al banco informazioni (a un certo punto mi dice: "mi piacciono le tue fossette". Gli americani me lo dicono spesso) mi spiega che c'è una quota di iscrizione di 99$, e poi 67$ al mese. "La quota di iscrizione è annuale?" chiedo. "No, vale per sempre." "Ah, bene, le dico, perché io sono qui per tre mesi e poi non ci sono per altri tre mesi e così via." "Ah, allora in quel caso quando torni dovrai pagare ancora la quota di iscrizione." "Ma non vale per sempre?" "Sì, ma se salti un mese poi devi pagarla da capo."

Alla fine ho trovato un compromesso e ho cominciato ad andare a Pilates. Cioè, il primo giorno ci sono andata ma ho sbagliato giorno. Credevo fosse venerdì e invece era giovedì. Venerdì scorso, alla prima lezione, mi sono ritrovata con una sala piena di vecchiette strambe e un'insegnante con le vampate da menopausa che è convinta che mi chiami Celia. Oggi ho la seconda lezione. Penso di aver trovato il mio posto.

mercoledì 4 gennaio 2017

La scelta della palestra


Tutto è cominciato (la prendo alla larga) l'estate scorsa, un momento che per me è stato un po' traumatico, nel vero senso della parola. Dopo la rovinosa caduta in cui mi sono massacrata le mani, ho preso l'aereo e mi sono sderenata un ginocchio. Stavo cercando di ruotare la bocchetta dell'aria, in una posizione innaturale dovuta allo spazio ridicolmente ristretto fra un sedile e l'altro (cose che ovviamente non succedono in business class, anche se devo dire che da quando sono arrivata ho un torcicollo mostruoso, perché qualcuno di quei ricchi stronzi mi aveva fregato il cuscino e il cameriere della Regina ha dovuto costruirmene uno con una federa e due coperte arrotolate), quando ho sentito un CROC e sono ricaduta sul sedile urlando come se mi avessero sparato. Poi ho dovuto fare tutto il viaggio con quella sgradevole sensazione dolorante che andava dal ginocchio alla coscia. A un certo punto mi sono alzata per sgranchirmi, e mentre tentavo di stirare l'altra gamba, il ginocchio sderenato si è piegato verso l'interno come se fosse di gomma, tipo Olivia, per intenderci.


Dopo qualche settimana, visto che il ginocchio era migliorato un po' ma non tantissimo, ho deciso di vincere il mio terrore di medici e paramedici americani e sono andata da un fisioterapista consigliato da un'amica. Il fisioterapista Don, esaltato dall'amica come una specie di mago - secondo me anche per la sua notevole presenza fisica, visto che è un ex fotomodello che però tenta di nascondere il suo passato di bellone ma non ci riesce del tutto - mi ha diagnosticato una "subluxed patella" (sublussazione del ginocchio) e mi ha dato degli esercizi da fare a casa per rinforzare il ginocchio. Il segreto, a quanto pare, sta nel rinforzare i muscoli.

Tornata in Italia sono andata da un'altra fisioterapista, che oltre a farmi la Tecar per sciogliere la "gomma" che mi era rimasta sulla gamba in seguito alla rovinosa caduta n.1, ha sputato sulla diagnosi del bel Don e ha detto che secondo lei avevo una stiramento della fascia laterale qualcosa. E poi, pur guardando con enorme disprezzo il foglio con gli esercizi consigliati da Don, mi ha a sua volta esortata a rinforzare i muscoli (che, come Olivia, non avevo). 
E così ho preso la grande decisione: mi sono iscritta in palestra.
La notizia della mia iscrizione in palestra ha suscitato la medesima incredulità a suo tempo suscitata dall'annuncio del mio matrimonio. "Tu sposata?!?" "Tu in palestra?!?"
"Sì, be', ma mentre faccio gli esercizi ascolto gli audiolibri", rispondevo tutta soddisfatta, suscitando l'orrore di diverse persone (tra cui il mio maestro di yoga, che aveva a sua volta fornito una diagnosi alternativa per il mio ginocchio, qualcosa a che fare con i legamenti) che mi hanno detto: "Ma no, devi sentire i muscoli perché l'attività abbia effetto!" Ma per favore, mi rompo già abbastanza le balle a fare attività fisica, se poi mi togliete gli audiolibri come faccio?

1/Continua


domenica 11 dicembre 2016

Mike Pence e il dominionismo

Chi ha letto il mio libro ricorderà il racconto sulle religioni degli Usa. Bene, fra le tante che devo ancora esplorare c'è il dominionismo, che è la religione (anzi, la "teologia") a cui viene associato Mike Pence, il futuro VP degli Stati Uniti. 

Dalla scheda del libro "Fascisti americani" di Chris Hedges, pubblicato nel 2009, ecco chi sono i dominionisti:

"Chi sono i fascisti americani? In che modo stanno influenzando la politica e la società statunitensi? Il Premio Pulitzer Chris Hedges mostra che in America esiste un movimento pienamente fascista ma che esso non è composto da anacronistici epigoni di Hitler e Mussolini. Molto attivo, influente e "americano", lo chiamano "movimento dominionista", poiché i suoi esponenti interpretano in senso stretto il passo della Genesi in cui Dio conferisce all'umanità il dominio su tutto il creato. Non è un fondamentalismo evangelico che predichi l'innocuo ideale di una vita ascetica, ma una vera organizzazione politica secolare, che mira a fondare una nazione cristiana. Per riuscirci, nell'arco degli ultimi vent'anni, si è infiltrata nel governo, si è unita alle lobby economiche, si è finanziata con contributi privati, sfruttando in maniera demagogica il disagio delle classi medie impoverite. Il movimento sostiene l'ideale di una famiglia rigidamente patriarcale, la sottomissione delle donne e dei figli, la necessità di "curare" gli omosessuali, un'economia spietatamente liberista, il ricorso alla violenza armata contro gli infedeli musulmani e gli intellettuali laici. Il suo obiettivo è la nascita di uno Stato confessionale assoluto. Con ampi e sconvolgenti esempi di quanto accade dentro le chiese, i convegni e i raduni della Destra Cristiana, Hedges svela il male oscuro che insidia dall'interno la democrazia americana, di certo rafforzata dall'elezione di Barack Obama ma non ancora in salvo."

venerdì 11 novembre 2016

Paura

Risultati immagini per kkk

Eccomi. Forse qualcuno si aspetta che io dica qualcosa, ma per il momento non riesco a cavare nulla di coerente da quel magma di emozioni che è andato dallo shock alla depressione a una fortissima incazzatura mista a terrore. E siccome non riesco a scrivere niente che non siano insulti e parolacce, ho scelto di copiare qui un pezzo pubblicato sulla pagina facebook dalla scrittrice Stefania Barzini, che esprime benissimo quello che penso.


"Mi hanno davvero colpito il titolo de La Repubblica e l'editoriale di Calabresi che recitava: Il mondo è cambiato. Mi ha colpito perché o io vivo in un mondo diverso da quello in cui vive Calabresi,oppure Calabresi ci racconta un sacco di fregnacce. Mi chiedo infatti: Il mondo è cambiato? E come? Da cosa si vede il cambiamento? E prima di tutto quale è il mondo che è cambiato? Perché il mondo è grande e variato e forse è anche arrivato il momento di smettere di pensare che l'occidente sia il mondo. E comunque se per "mondo" si intende l'occidente allora è bene sapere che non è cambiato affatto. Perché ciò che sta accadendo non ha proprio nulla di nuovo. L'occidente vive questi corsi e ricorsi dall'inizio della sua storia. Una fase di espansione,una di paura,tre passi avanti, quattro indietro. Cosa c'è di nuovo in un Presidente americano che decide di nominare segretario di stato un simpatizzante del KKK? Molti di voi non hanno mai sentito parlare forse Newt Gingrich, ideologo di estrema destra e di rozzezza abissale. Cercatelo su you tube. Cosa c'è di nuovo In un Presidente che dopo aver fatto un'intera campagna urlando contro le lobbies adesso già sta pescando nomine e consensi proprio tra le lobbies? Sono forse nuovi Rudolph Giuliani e Sarah Palin? Altri due tra i papabili trumpiani? C'è forse qualcosa di nuovo in un Occidente spaventato? Terrorizzato da sé stesso? Pronto a rivolgersi all'uomo forte? È già successo molte volte,fascismo e nazismo insegnano. Quindi mi fanno proprio sorridere quelli che sbandierano la grande novità di questa nomina. Così come mi fanno ridere,e anche un po' piangere, coloro che dall'inizio di questa campagna tuonano contro la Clinton, dandole della guerrafondaia,della compromessa con le lobbies, donna di potere,espressione dei poteri forti,come se invece credessero davvero che Trump fosse espressione del sottoproletariato urbano e delle classi rurali! Come se davvero credessero di parlare di un signore profondamente pacifista. Ero in America a maggio e giugno,nel pieno della campagna elettorale. A San Diego Trump teneva un comizio, abitudine vuole che ad introdurre il candidato sia una personalità di qualche spicco,in quel caso Trump fu introdotto da un ex giocatore di baseball,assai famoso e a me sconosciuto. Era il giorno in cui Obama era in visita a Hiroshima. Trump fu introdotto così dallo sportivo: "mezzo secolo fa un Presidente americano ebbe il coraggio di lanciare atomica in Giappone e io vi presento l'uomo che questo coraggio lo avrà di nuovo ". Un giornalista sotto choc chiese allora a Trump: " Ma lei davvero lancerebbe atomica?" "Certo,se ce ne fosse bisogno" "Anche in Europa?" "Certo se ce ne fosse bisogno".Amen per il pacifista. Che peraltro ancora ieri ha affermato: "Le truppe via terra non le invio ma bombarderò qualsiasi cosa si muova". Sempre naturalmente in nome di sentimenti di pace. E a quelli che in nome di una purezza d'animo hanno detto di astenersi per non votare una signora così compromessa come la Clinton dico di stare tranquilli che di fatto hanno favorito un signore altrettanto compromesso. La sola differenza è che la signora compromessa almeno sapeva che il Belgio è una nazione,il sincero pacifista invece è convinto che si tratti di un villaggio da qualche parte, forse in Europa. Contenti voi."

venerdì 30 settembre 2016

La Casa Bianca su Rai 3

Vi segnalo un documentario in sette puntate che comincerà domenica sera, il 2 ottobre, alle 22.50. Si intitola La Casa Bianca, e in una delle puntate, non so ancora quale, dovrei esserci anch'io. Intanto questa domenica ci sarà la mia amica Alessia di New Orleans.
Ecco, casomai voleste cercare il blog di Alessia nell'elenco dei blog che seguo non lo troverete, perché per qualche misterioso motivo blogger, che gli venisse un accidente multiplo, me lo ha cancellato.
E comunque, dita incrociate per le elezioni americane, e tanti auguri a Barack che finalmente potrà riposare. 
Aggiornamento: la mia storia è stata tagliata. Bummer!


venerdì 31 luglio 2015

Il dottor Roth, medico di base

Volevo andare dal medico per controllare alcune cosucce. Mr K mi consiglia il dottor Roth, mi prende l'appuntamento e persino mi accompagna.
Arriva l'infermiera che fa le solite cose che si fanno ai nuovi pazienti, mi pesa, mi misura l'altezza ecc. Poi mi porta nello stanzino dove il dottore mi visiterà e mi chiede: "What brings you here?", che letteralmente significa "Cosa la porta qui?" ma che potremmo tradurre con "Qual è il motivo della sua visita?" "Ecco, io sto prendendo dei farmaci per l'ipertiroidismo, però ultimamente la mia gola..." L'infermiera fa una risatina imbarazzata e dice: "Hehe, probabilmente in Italia funziona diversamente, eh? Queste cose le dirà poi al dottore. Però grazie di aver pensato che sono il dottore, ho l'aria così intelligente? Hehe, grazie grazie."  E se ne va. Io penso che probabilmente alla domanda "What brings you here?" avrei dovuto rispondere: "Mio marito con la macchina". Mah.
L'attesa nello stanzino si fa lunga, per fortuna che Mr K mi ha ricordato di portare un libro. È passata quasi un'ora dall'orario dell'appuntamento quando finalmente entra il dottor Roth. Sembra un rabbino saggio e mi fa subito simpatia. Mi chiede, naturalmente, "What brings you here?", e io ricomincio da capo con la storia che avevo già in parte raccontato all'infermiera balorda. Lui mi rassicura e mi dà anche un consiglio che finora non mi ha mai dato nessuno. Poi mi chiede come mai faccio avanti e indietro con l'Italia, e quando gli spiego che sono una traduttrice freelance mi nomina Constance Garnett, la traduttrice detestata da Nabokov. In breve finiamo col parlare di letteratura russa, Tolstoj e Dostoevskij e di quale preferiamo e perché, e poi dell'Ulisse che lui conosce molto bene... ecco, quello qui sotto è il dottor Roth. Ditemi voi se non è una delizia.
(P.S. La settimana prossima tornano le foto della California bizzarra).