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lunedì 17 novembre 2014

E non chiamatele catastrofi naturali


Volevo scrivere un post divertente sui disagi di viaggiare in treno ai tempi dell'alluvione, ma nel frattempo a Cerro, la frazione del mio paese dove abita mia madre, ci sono stati due morti, e così mi è passata la voglia di scrivere cose divertenti. Sono in corso le indagini per accertare le responsabilità, ma intanto qui una cosa è ben chiara a tutti: la collina che è franata era coperta di pini fino a qualche anno fa, poi è stata disboscata. I vicini di casa hanno raccontato al telegiornale che, da quando erano stati tagliati i pini, durante ogni temporale vedevano un fiume di fango venir giù dalla collina. Ma probabilmente anche questa volta si concluderà che la colpa è tutta del maltempo. 

Queste sono alcune foto di Cerro scattate dalla mia amica Luisa, che abita nella piazza allagata. Le prime tre sono della mattina di sabato 8 novembre, le altre di qualche giorno dopo.
Le foto della frana, invece, le avete viste su tutti i giornali.





venerdì 13 giugno 2014

Quote of the day: John Maynard Keynes

"Instead of using their vastly increased material and technical resources to build a wonder city, the men of the nineteenth century built slums; and they thought it right and advisable to build slums because slums (...) 'paid', whereas the wonder city (...) would, in the imbecile idiom of the financial fashion, have 'mortgaged the future' (...).
The same rule of self-destructive financial calculation governs every walk of life. We destroy the beauty of the countryside because the unappropriated splendors of nature have no economic value. We are capable of shutting off the sun and the stars because they do not pay a dividend."  
John Maynard Keynes, "National Self-Sufficiency," The Yale Review, Vol. 22, no. 4 (June 1933), pp. 755-769


«Invece di utilizzare l’immenso incremento delle risorse materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, gli uomini del Diciannovesimo secolo hanno creato ghetti e bassifondi; e ritenevano che fosse giusto così perché 'fruttano', mentre – nell’imbecille linguaggio economicistico – la città delle meraviglie avrebbe 'ipotecato il futuro'.
Questa regola autodistruttiva di calcolo finanziario governa ogni aspetto della vita. Distruggiamo le campagne perché le bellezze naturali non hanno valore economico. Saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo.»  
[Trad. it. in J.M. Keynes, Come uscire dalla crisi, a cura di P. Sabbatini, Laterza 2009, pp.101-3]


venerdì 4 aprile 2014

Padania Classics & Visit Padania

 
Foto da Padania Classics
Ho scoperto un sito meraviglioso, anzi due. Il primo che ho scoperto è Visit Padania, un sito di tour della Padania che offre pacchetti allettanti come Padania Sacra, Pagania Antica e Sexy Banania. Da lì sono risalita all'origine Padania Classics - L'osservatorio estetico della MacroRegione, un sito ricchissimo di foto sugli splendidi panorami che vedo ogni giorno girando per le mie belle zone. Da oggi sono ufficialmente una grande fan di Padania Classics, e andrò collezionando foto di bei paesaggi da aggiungere alla loro magnifica collezione (potete farlo anche voi, aggiungendo alle foto che pubblicate sui social l’hashtag aziendale #PadaniaClassics).

L'artista dietro questo progetto si chiama Filippo Minelli, e potete leggere una sua intervista QUI. 



Visit Padania, book your stay during Milano Expo2015 from Padania Classics on Vimeo.

giovedì 1 agosto 2013

Le Fornaci di Caldè e la distruzione della bellezza


Ne avevo parlato QUI.

Legambiente dice NO ("...appare evidente una riproposizione delle classiche lottizzazioni per seconde case che sciaguratamente costellano la sponda lombarda del lago Maggiore"), ma non servirà a niente. Non serve mai a niente. Finalmente avremo "nuovi borghi, lungolaghi, piazzette e altro ancora". Non vedevamo l'ora. 





Intanto, questo è quello che stanno facendo nel mio paese, Laveno, a pochi chilometri di distanza. Si chiama "riqualificazione". Alcuni preferiscono chiamarlo "ecomostro".



Però quando sarà finito sarà pieno di angolini affascinanti. Volete mettere? Un aperitivo nella Piazza delle Ombre, un gelato nel Giardino del Segreto e poi una bella passeggiata sulla Laveno Promenade?

mercoledì 10 aprile 2013

Il mio povero lago

Ecco cosa trovo, sempre di più, ogni volta che torno a casa.

L'età del cemento in Lombardia
Una regione invasa dal cemento. Una colata grigia che investe la Lombardia al ritmo di 100 metri quadrati al giorno, divorando la Pianura Padana, le coste lacustri e i suoi boschi. Un fenomeno, quello del consumo di suolo che è cresciuto vorticosamente negli ultimi 10 anni. È questo il tema del documentario 'L'età del Cemento', scritto e diretto da Mario Petitto in collaborazione con Casba Film e prodotto con Legambiente, che ricostruisce la storia recente di una regione divenuta una distesa di gru e betoniere. A raccontarla sono le voci di chi subisce il consumo di suolo: tra chi resiste e chi rischia di perdere la propria casa per far posto a un'autostrada.

E sull'argomento vi segnalo anche questa inchiesta del gennaio scorso.

E aggiungo, grazie a una segnalazione, un brano da questo libro:
"I proventi del traffico di cocaina (e di droga in genere) sono solo uno strumento per permettere alle 'ndrine di realizzare il loro vero obiettivo, il più difficile: la scalata al potere. Come abbiamo tentato di ricostruire in questo libro attraverso alcune delle inchieste più importanti che hanno riguardato le cosche calabresi operanti a Milano e in Lombardia, i soldi della coca servono non solo per acquistare negozi e locali pubblici, ma anche per creare aziende impegnate nell’edilizia. Edilizia vuol dire appalti, appalti vuol dire contatti con la politica locale, contatti con la politica locale vuol dire la possibilità di raggiungere la politica nazionale e quel tipo di rapporti (uniti a grande disponibilità economica) vogliono dire potere." 
 


giovedì 28 marzo 2013

ll governatore Raggio di Luna e la fratturazione idraulica

Foto da qui
Si chiama fracking, in italiano "fratturazione idraulica". In molti paesi è vietata (per ora), negli Usa no. Anzi, piace molto. E sembra che piaccia anche al "liberal" Jerry Brown, il governatore della California detto anche "Governor Moonbeam" (il quale, fra l'altro, ha dichiarato di possedere tre armi da fuoco e non ha ancora preso alcuna posizione sulle leggi per il controllo delle armi).

Cos'è il fracking?
"Con il termine inglese fracking si intende una particolare tecnica estrattiva di petrolio e gas naturale utilizzata per la prima volta in America nel 1947 dalla compagnia Halliburton e perfezionata in Texas nei decenni successivi. Questo metodo sfrutta la pressione dei liquidi per provocare delle fratture negli strati rocciosi più profondi del terreno ed è impiegato per agevolare la fuoriuscita del petrolio o dei gas presenti nelle formazioni rocciose per consentirne un recupero più rapido e completo. (...)
Senza neanche entrare nei dettagli, è facile rendersi conto di quanto possa essere invasiva, pericolosa e devastante questa tecnica ‘non convenzionale’ utilizzata soprattutto per estrarre il metano, gas non facilmente estraibile con le tecniche tradizionali a trivellazione verticale. Con il fracking, invece, i fluidi e le miscele chimiche vengono direzionate orizzontalmente e pompate ad una pressione tale da innescare micro-sismi che frantumano la roccia.
Ma quali sono i rischi per l’uomo e per l’ambiente connessi a questa tecnica? Innanzi tutto la contaminazione delle falde acquifere, dell’aria e del terreno causata dal mix di agenti chimici e liquidi inquinanti utilizzati per spaccare, impermeabilizzare e tenere aperte le rocce."

Un'inchiesta del New York Times esamina approfonditamente questi rischi, compreso quello della radioattività delle acque di scarico. Per saperne di più, continuate a leggere qui. Se ne parla anche qui, e in un sacco di altri posti online (c'è anche un film con Matt Damon, Promised Land).

sabato 7 luglio 2012

Hanno ammazzato il melo

Io pensavo che la dendrofobia fosse un male soprattutto italico. Avevo persino trovato un sito che elencava i vari motivi che la gente adduce per abbattere gli alberi: tolgono il panorama; non fanno passare l'aria; portano insetti; tappano le grondaie, rompono le fogne; sono pericolosi; inquinano (???); "sembra di stare in un cimitero..."; "devono stare al loro posto, nei boschi e nelle foreste, non davanti casa o nel centro cittadino..."; "tolgono la luce..."

E invece no. La madre dei cretini dendrofobici è emigrata a San Francisco. Questa mattina mi alzo, apro le tende e cosa scopro? Il melo che ospitava i miei adorati pappagalli è stato massacrato ("capitozzato", sarebbe il termine preciso) da quei subumani che abitano qui di fianco.

Ecco com'era prima l'albero, con la sua popolazione di pappagalli:


Ed ecco com'è adesso il giardino dei subumani. Il misero stecchetto al centro è quello che resta dell'albero. Carino, vero?


venerdì 11 maggio 2012

L'ultimo prato

Come ho già scritto altre volte, la cosa che più mi fa soffrire dell'Italia è la devastazione del suo  - un tempo bellissimo - territorio. Sono cresciuta in una zona piena di prati e boschi, e ogni giorno vedo tagliare alberi (tanto che mi sono convinta che gli italiani soffrano di dendrofobia, un'ancestrale paura degli alberi che risale a un'antichità in cui il bosco era considerato un luogo pauroso dove vivevano i demoni. Il risultato è che, mentre in paesi più civili gli alberi vengono considerati utili e decorativi, qui vengono tagliati con grande voluttà) e ricoprire prati di cemento, per la costruzione di inguardabili condomini, deprimenti villette a schiera e capannoni postsovietici già cadenti e rugginosi prima ancora di essere terminati (e infatti spesso rimangono incompiuti, mostri non solo orrendi ma anche inutili). La cosa peggiore, oltre alla perdita di bellezza e di vita (un calo drammatico di certe specie aviarie, come per esempio i passeri, a causa della perdita di habitat), è il fatto che spessissimo questi obbrobri rimangono vuoti. 
La speculazione edilizia è una vecchia piaga italica cominciata nel dopoguerra, di cui parlava già Calvino nel 1963 con allarmante attualità nel libro intitolato appunto La speculazione edilizia. E sulla distruzione del patrimonio artistico, storico e paesaggistico italiano scriveva già il grande Antonio Cederna in I Vandali in casa (1965) e La distruzione della natura in Italia (1975). Ma negli ultimi dieci anni ci hanno dato dentro con una furia devastatrice degna di Attila, come se dovessero far al più presto tutto quello che c'era per non pensarci più.
Se volete saperne di più sul consumo di suolo, oltre che guardarvi intorno, potete partire dalla voce Wikipedia, che fra gli altri link vi rimanda all'ottimo sito Eddyburg.it

Ormai, quando vedo un angolo ancora intatto, anziché rallegrarmi penso che presto non ci sarà più. E di solito purtroppo non mi sbaglio. Ecco un esempio. Vedete il cartello "Vendesi"?



Questo è il terreno lì di fianco, che è stato venduto un po' prima.


Ed è tuttora in vendita.


sabato 12 novembre 2011

Anna Giordano e il ponte sullo Stretto

Ho conosciuto Anna Giordano durante il mio viaggio con Jonathan Franzen, di cui ho parlato QUI.
Poche persone mi hanno colpito quanto Anna (e anche Franzen ne è rimasto affascinato: leggete come la descrive QUI). Instancabile, coraggiosa e tenace, è da anni l'anima della lotta contro il bracconaggio sullo stretto di Messina, che ha raggiunto risultati notevoli in primo luogo grazie a lei. Sarebbe bello se un giorno scrivesse un libro per raccontare la sua storia.

Anna è in prima linea nella lotta contro la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, il cui progetto, mi assicura, non è stato affatto abbandonato. Probabilmente il ponte non vedrà mai la luce, ma nel frattempo, come si spiega qui:
"'Clausole di salvaguardia del contratto'. Con questo eufemismo Alberto Rubegni, amministratore delegato di Impregilo, ha fatto riferimento alla possibilità che lo Stato paghi la “grande opera” anche se il Ponte sullo Stretto non verrà realizzato. Ma cosa prevede l’accordo sottoscritto? A quanto ammonterebbe la penale? Guido Signorino, economista dell’Università di Messina, ci spiega: “Sarebbe il 10% valore del lavoro non eseguito, che si può calcolare in circa 400 milioni”. Impregilo potrebbe farsi riconoscere i costi sostenuti fino adesso, come quelli di progettazione. E gli utili non conseguiti. Il Ponte che non si fa, tra spese sostenute e penali, rischierebbe così di sfiorare il miliardo di euro. Tra quattrocento e cinquecento già spesi dal 1981 e altrettanti di penale. Ogni giorno l’iter va avanti: crescono i diritti delle aziende e diminuiscono quelli dello Stato."

Nel frattempo, senza badare alle disastrose alluvioni che in questi giorni hanno colpito anche Messina, si parla di cominciare comunque qualche scavo, trasferendo milioni di metri cubi di terra in aree di impluvio. Ciò significa, come spiega QUESTO articolo: 
"Pensare di 'tappare' aree di impluvio con centinaia di migliaia di metri cubi di materiali di scavo, in alcuni casi con milioni di mc, è semplicemente irresponsabile. I terreni nei quali si vorrebbe stoccare il materiale di scavo del progetto del Ponte – insistono gli ambientalisti – sono facili all'erosione, e le bombe d'acqua ormai arrivano con cadenza annuale, possono avvenire ovunque, sempre più frequenti, come le drammatiche cronache di questi ultimi tempi confermano. Piazzare tali quantitativi di terre in aree dove le acque dovrebbero poter scorrere senza trovare ostacoli di alcun genere, significa mettere a repentaglio la vita di migliaia di persone che si ritroverebbero con l'incubo di possibili colate fangose. E solo per capire di quali cifre si parli, per l'alluvione dell'1 ottobre 2009 si stima che vennero giù circa 80 mila metri cubi, e non erano mc 'poggiati' su un suolo diverso, ma substrato originario e quindi coeso e non già disgregato da movimentazione meccanica e allocato altrove come quello che si vorrebbe collocare nel progetto definitivo del Ponte".

sabato 5 novembre 2011

La speculazione edilizia e la bulimia costruttiva



La bulimia costruttiva dell'Italia ce l'ho sotto gli occhi da anni, nel mio paese sul lago Maggiore sfigurato da colate di cemento come tutto il resto del territorio italiano. È un tema che mi sta a cuore e mi fa infuriare da tanto tempo, ma oggi preferisco lasciar parlare altre due voci. Il geologo Mario Tozzi (oggi) e Italo Calvino (nel 1963).

Nel 1963 Italo Calvino pubblicava il romanzo La speculazione edilizia, ambientato in un'ignota località della riviera ligure. Eccone un brano.

"(...) sua madre, ogni volta che lui veniva a ***, per prima cosa lo faceva salire sul terrazzo (...) -Adesso ti faccio vedere le novità,- e gli indicava le nuove fabbriche: -Là i Sampieri sopraelevano, quello è un palazzo nuovo di certi di Novara, e le monache, anche le monache, ti ricordi il giardino coi bambù che si vedeva là sotto? Ora guarda che scavo, chissà quanti piani vogliono fare con quelle fondamenta! E l’araucaria della Villa Van Moen, la più bella della Riviera, adesso l’impresa Baudino ha comprato tutta l’area, una pianta che avrebbe dovuto preoccuparsene il Comune, andata in legna da bruciare; del resto trapiantarla era impossibile, le radici chissa dove arrivavano. Vieni da questa parte, ora; qui a levante, vista da toglierci non ne avevano più, ma guarda quel nuovo tetto che è spuntato: ebbene, adesso il sole della mattina arriva qui mezz’ora dopo..."

lunedì 4 luglio 2011

Le fornaci di Caldè: il lago non (ancora) addomesticato

Caldè è un paesino sulla sponda lombarda del lago Maggiore, molto bello e soprattutto quasi miracolosamente incontaminato dalla speculazione edilizia che ha deturpato e continua a deturpare le sponde del lago (come tutto il resto del territorio italiano). Se vi capita di andare a Caldè, non mancate di visitare la zona delle fornaci, che occupa un tratto di costa dal valore ambientale (e, ahimé, non solo ambientale) inestimabile. Le strutture, un tempo utilizzate per la lavorazione e la cottura della calce bianca e in disuso dal secondo dopoguerra, rappresentano una delle maggiori testimonianze di archeologia industriale dell'alto Verbano. Le fornaci più antiche, i cui resti si trovano nei pressi del torrente Froda, risalgono al 1201, mentre quelle sul lungolago ai primi del '700. 

 
Il primo tratto di passeggiata lungo il lago è stata sistemata di recente, e devo ammettere che è stato fatto un ottimo lavoro.

 



Dopo questo primo tratto, si entra nella zona più "selvaggia", la mia preferita. Fino all'anno scorso questa zona, unica per la commistione di natura e archeologia industriale, era però funestata dai rifiuti lasciati dai soliti mentecatti incivili. Quest'anno, invece, l'ho trovata pulitissima. E chi è stato a pulirla? Be', trattandosi di zona bella e selvaggia, le fornaci sono frequentate da ragazzi, che fanno feste notturne e chissà quante altre cose orribili. Ebbene, proprio questi giovani debosciati hanno faticosamente ripulito tutta l'area, con un lavoro che potete vedere documentato qui.



E mentre pulivano hanno anche fatto dei simpatici graffiti che inneggiano alla sicurezza e alla pulizia del luogo.





Un luogo che, con una vista del genere, risulta senz'altro appetibile per chi vorrebbe spandere l'ennesima colata di cemento su uno degli ultimi pezzi di lago rimasti intatti. In un articolo apparso il 14 gennaio 2009 su VareseNotizie, si legge: "È stato approvato con voto unanime dal Consiglio Comunale e dalla commissione urbanistica il progetto paesaggistico per l'area delle ex Fornaci di Castelveccana. (...) Lungo la costa, incastonate fra la storia e le bellezze paesaggistiche, sorgeranno dunque (...) nuovi borghi, lungolaghi, piazzette e altro ancora. (...) Il progetto (...) produrrà un recupero funzionale di un'area preziosa, con realizzazione di strutture che seguiranno una tipologia a borgo ideata per sfruttare la conformazione del terreno, con le sue caratteristiche balze. Lo sviluppo maggiore si avrà fra la prima e la seconda fornace, ma lungo tutto il tratto in questione troveranno posto piazze e abitazioni, un parco giochi, pergolati con espositori per illustrazioni storiche, percorsi naturalistici a monte e anche una passeggiata sul lago lunga circa un chilometro e mezzo, con spiagge attrezzate completamente pubbliche."

"Nuovi borghi, lungolaghi, piazzette e altro ancora." Non so voi, ma io lì ci avrei visto un parco naturale. E basta. Ma evidentemente l'area va riqualificata. 
Nel mio paese un giorno si è deciso di riqualificare la piazza del mercato, tagliando tutti gli alberi (non li ho contati, ma credo fossero circa una trentina di bei platani) che rubavano spazio ai parcheggi. La piazza è rimasta completamente priva di ombra, e adesso la gente, per evitare l'effetto forno, non ci parcheggia più del tutto. Ma questa è un'altra storia. O no?

 


Intanto, finché siete in tempo, venite a vedere le fornaci e i loro graffiti.