lunedì 4 aprile 2011

Dietro le quinte di Libertà: un'intervista alla sottoscritta/2

Ripubblico qui la bella intervista di Sandra Bardotti uscita oggi su Wuz.

Dietro le quinte di Libertà di Jonathan Franzen: Silvia Pareschi, il lavoro del traduttore

Secondo Walter Benjamin il compito del traduttore “consiste nel trovare quell’atteggiamento verso la lingua in cui si traduce, che possa ridestare, in essa, l’eco dell’originale”. La traduzione “tende in definitiva all’espressione del rapporto più intimo delle lingue fra loro”. Un esercizio arduo, quello del traduttore, che deve muoversi restando fedele allo spirito dell’originale e, allo stesso tempo, restituire l’intima verità di ogni lingua, la tensione verso la lingua universale. Proprio in questo tutte le lingue sono affini fra di loro, senza essere necessariamente somiglianti. La zona in cui si colloca il traduttore è un terzo spazio dove si opera un lavoro certosino di lettura, rilettura, scomposizione e riorganizzazione del significato, analisi dello stile, ecc. Un insieme di operazioni a cui difficilmente il lettore pensa quando legge un libro tradotto. Eppure, il lavoro nell'ombra del traduttore è spesso il solo modo che abbiamo per conoscere la letteratura del resto del mondo e confrontarci con una realtà sociale e culturale diversa dalla nostra.
Abbiamo chiesto a Silvia Pareschi, traduttrice italiana di Jonathan Franzen, di parlarci del suo lavoro e del rapporto che si instaura tra autore e traduttore.


Silvia Pareschi
Come lavora un traduttore? Cosa accade dal momento in cui riceve il testo fino al completamento della traduzione? Quali sono le ricerche e gli studi linguistici che devono essere compiuti su un testo?

Le modalità di lavoro variano da traduttore a traduttore, e spesso, almeno nel mio caso, anche da libro a libro. In genere non leggo tutto il libro prima di cominciare a tradurlo. Ne leggo le prime pagine, per cominciare ad avvicinarmi al modo di scrivere dell’autore, ma il lavoro di lima sullo stile verrà comunque compiuto dalla seconda stesura in poi, ascoltando e riascoltando il testo tradotto e cercando di farlo scorrere il più possibile all’unisono con l’originale. Il lavoro di traduzione comincia dunque con una prima stesura “analitica”, nella quale osservo il testo al microscopio concentrandomi su ogni singola parola ed espressione, con uno sguardo ravvicinato che tralascia almeno in parte lo stile per realizzare un minuzioso lavoro di dissezione del significato. La seconda fase del lavoro è una prima rilettura molto attenta e minuziosa, effettuata confrontando il testo tradotto con l’originale, parola per parola. In questa fase compio un passo indietro e comincio a osservare il testo tradotto non più come un insieme di frasi e paragrafi isolati, bensì come un tutto unico e organico, in cui i vari mattoncini di significato si uniscono per creare una prosa fluida e aderente allo stile dell’autore. È una fase importantissima, quella dove il libro comincia ad assumere una sua personalità definita nella nuova lingua e si riallacciano i fili tra le varie parti della narrazione. La terza fase, possibilmente dopo qualche giorno di distacco, è una rilettura più veloce, quasi da lettrice “comune”, nella quale cerco di “sentire” il testo come se fosse stato scritto direttamente in italiano, aggiustando gli stridii dei calchi, eliminando le ridondanze, controllando gli ultimi dubbi. Queste, nella mia esperienza, sono le prime tre fasi fondamentali. A volte sarebbe bello poter fare un’altra rilettura (non sempre però: spesso, dopo diverse correzioni, ci si accorge che la soluzione migliore era proprio la prima), ma tutto dipende dal tempo che si ha a diposizione. A questo punto il libro passa all’editor/revisore, che dopo un primo giro di correzioni me lo rimanda da controllare. Infine, dopo il confronto e le discussioni con l’editor, il libro viene messo in bozze, e in questa fase effettuo un’altra rilettura, spesso confrontandomi anche con il correttore di bozze, prima di dare la mia approvazione finale.
Quanto alle ricerche preliminari, anche in questo caso naturalmente dipende dal libro. Prima di tradurre Franzen, a parte contraddire quello che ho appena scritto qui sopra e leggermi tutto il manoscritto dall’inizio alla fine, non ho dovuto fare molto, perché ho tradotto i suoi libri precedenti e quindi conosco bene il suo stile. In genere però mi preparo leggendo le opere precedenti dell’autore, o anche altre opere stilisticamente affini. Per esempio, prima di cominciare la traduzione de Il libro dell’ignoto, di Jonathon Keats (pubblicato lo scorso dicembre dalla casa editrice Giuntina), un libro di storie ispirate al folclore ebraico, mi sono preparata rileggendo i racconti di Isaac B. Singer e Sholem Aleykhem, prestando particolare attenzione a come la lingua di questi scrittori era stata resa in italiano.

Come hai iniziato a occuparti di traduzione? È una passione di lunga data o un amore scoperto all’improvviso?

Diciamo che tradurre letteratura era un po’ un sogno che mi ero dimenticata di avere, tanti anni fa, persa nei meandri del cosa fare dopo la laurea. Provai svariati lavori, tutti disperatamente inadatti, finché non decisi di frequentare una scuola di scrittura. Fu in quel periodo che venni “scoperta” da una grande traduttrice, Anna Nadotti, e da una grande editor, Marisa Caramella, che mi hanno insegnato tanto di quello che so. Il resto l’ho imparato sul campo, con la pratica e l’esperienza.


Silvia Pareschi e Jonathan Franzen
Quale rapporto si stabilisce tra traduttore e autore?

Il rapporto che si stabilisce fra il traduttore e l’autore dipende in genere dalla disponibilità dell’autore, e da quanta importanza costui o costei attribuisce al fatto di venire tradotto in un’altra lingua. A parte il caso di Franzen, con il quale si è creata col tempo una vera e propria amicizia, mi è capitato spesso di trovare autori molto disponibili e affascinati dalle mie domande, grazie alle quali, mi dicevano, riuscivano a scoprire aspetti della loro opera sui quali non avevano mai riflettuto. Ho avuto scambi molto proficui e amichevoli in particolare con Amy Hempel, Nathan Englander e David Means, ma in genere mi capita sempre di scrivere all’autore o all’autrice per chiarire qualche dubbio, domandare un parere su una soluzione o chiedere il permesso di togliere qualcosa che in italiano non avrebbe senso. Ci sono poi scrittori che preferiscono non essere contattati, e anche alcuni che rispondono in modo sgarbato a domande del tutto legittime, ma si tratta di casi piuttosto rari.

Perché la letteratura americana suscita così grande interesse nel mercato editoriale italiano? A suo parere, si può davvero parlare di una attuale stagione di eccellente fioritura del Grande Romanzo Americano?

Il Grande Romanzo Americano equivale per certi versi al Grande Mito Americano, un mito che in Italia (un paese dove la percentuale di letteratura tradotta da altre lingue è altissima, al contrario di quanto succede negli Stati Uniti, dove solo il 3% dei libri pubblicati sono tradotti, percentuale che scende allo 0,7% se si guarda solo la narrativa e la poesia) ha sempre avuto radici profonde. Parlare del Grande Romanzo Americano oggi significa rievocare il Mito di grandi romanzi come Il Grande Gatsby, che già quando venne scritto, malgrado il suo status di capolavoro indiscusso, non poteva certo considerarsi l’affresco di un’intera nazione. In questo senso dico che il Grande Romanzo Americano non è altro che un aspetto del Grande Mito Americano: in un paese formato da un’immensa molteplicità di etnie, e quindi di storie e identità, è sempre esistito il desiderio di raccogliere tutte queste realtà all’interno di una narrazione comune, la narrazione dell’America. Ma proprio per via di questa molteplicità, l’idea del Grande Romanzo Americano come qualcosa di unico e codificabile è destinata a rimanere un mito.


Libertà di Jonathan Franzen
Come è venuta in contatto con Jonathan Franzen?

Grazie all’intensa corrispondenza che ho avuto con lui nel periodo in cui traducevo Le correzioni. Franzen è un autore che si interessa molto alla traduzione dei suoi libri: lui stesso ha tradotto un’opera dal tedesco, Risveglio di primavera di Wedekind, e segue quindi con precisione e minuzia il lavoro dei suoi traduttori. Questa è stata per me una vera fortuna, perché mi ha consentito di discutere con lui nei minimi dettagli le scelte e i dubbi che si presentavano durante il lavoro.
Dopo la pubblicazione de Le correzioni ci conoscemmo di persona, e da allora abbiamo continuato ad approfondire un rapporto che è tanto professionale quanto amichevole. Lo scorso aprile lo accompagnai come assistente e interprete durante una parte del viaggio in Italia dal quale nacque il reportage Emptying the Skies (pubblicato nel luglio 2010 dal New Yorker, e nel marzo di quest’anno, nella mia traduzione, dalla rivista Internazionale), sulla caccia di frodo agli uccelli nell’Europa meridionale. Ne parlo anche nel mio blog: http://ninehoursofseparation.blogspot.com/2011/02/il-mio-viaggio-con-franzen.html

Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate nella traduzione di Freedom? E le più grandi soddisfazioni?

In genere le difficoltà che si incontrano nel tradurre Franzen derivano soprattutto dal tono della scrittura, con il suo delicato equilibrio tra sincerità e ironia, e da una lingua che viene plasmata con estrema, meticolosa precisione, con un orecchio sensibilissimo al parlato di ogni personaggio e del gruppo sociale a cui appartiene. Per fortuna ormai ho una grande familiarità con la scrittura di Franzen, dopo aver tradotto, oltre a Le correzioni, anche il suo secondo romanzo, Forte movimento, e le raccolte di saggi Come stare soli e Zona disagio. Inoltre, rispetto a Le correzioni, in questo romanzo la prosa si fa più trasparente, l’accesso ai personaggi più diretto e la narrazione più distesa, e quindi le difficoltà si sono limitate più che altro alla resa in italiano di determinate espressioni o di determinate sfumature culturali difficili da comprendere in un contesto diverso da quello in cui sono nate. Nel mio blog racconto un esempio che ha a che vedere proprio con questo: http://ninehoursofseparation.blogspot.com/2011/03/un-piccolo-aneddoto-sulla-traduzione-di.html
Quanto alle soddisfazioni, direi che ricevere i complimenti e l’apprezzamento dell’autore che si è tradotto è senz’altro una soddisfazione enorme!


04 aprile 2011
Di Sandra Bardotti

8 commenti:

  1. Complimenti per l'intervista :-)

    Inoltre sono contenta che abbiamo i capelli quasi uguali (in realta' i miei sono piu' amorfi!).

    Vorrei farti una domanda: come funziona, sei tu che scegli quale libro tradurre o sono gli altri che ti chiedono di tradurre un certo libro?
    Grazie

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  2. In genere sono le case editrici che mi propongono i libri da tradurre. Io al massimo posso dire di no, anche se è sempre meglio evitare... però mi è capitato un paio di volte di leggere qualche pagina del libro e rendermi conto di non avere proprio la "voce" adatta per tradurlo, e quindi rifiutare.
    E comunque anche i miei capelli si stanno afflosciando: mi manca il mio parrucchiere!

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  3. Anche io ho una domanda, ma quante ore al giorno lavori? Ad occhio e croce 27 ore al di' non bastano per la mole delle traduzioni che completi!

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  4. splendida intervista, Silvia!:)

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  5. Emigrante, hai toccato un tasto dolente! Non si tratta tanto di quante ore al giorno, ma piuttosto di quanti giorni all'anno. Le ore giornaliere sono quelle normali, perché più di così il cervellino fonde, però diciamo che ecco, le vacanze sono irregolari e scarse. E questo è un lato molto negativo della professione (mia come di tutti i freelance in generale).

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  6. Fai il lavoro più bello del mondo! Complimenti per Le correzioni, a breve leggerò anche Freedom.

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  7. Be', ecco, sul lavoro più bello del mondo avrei alcune obiezioni (vedi sopra al capitolo vacanze, per esempio), ma in questo periodo sono di buonumore e quindi non obietto!

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  8. Intervista interessantissima! Grazie per aver condiviso la tua esperienza personale.

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