venerdì 14 ottobre 2011

Julie Otsuka: "Come, Japanese!"

Come, Japanese! (from the novel The Buddha in the Attic) 
Julie Otsuka

[This excerpt was published in the Spring 2011 issue of "Granta" (114: Aliens)]

  "On the boat we were mostly virgins. We had long black hair and flat wide feet and we were not very tall. Some of us had eaten nothing but rice gruel as young girls and had slightly bowed legs, and some of us were only fourteen years old and were still young girls ourselves. Some of us came from the city, and wore stylish city clothes, but many more of us came from the country and on the boat we wore the same old kimonos we’d been wearing for years – faded hand-me-downs from our sisters that had been patched and re-dyed many times. Some of us came from the mountains and had never before seen the sea, except for in pictures, and some of us were the daughters of fishermen who had been around the sea all our lives. Perhaps we had lost a brother or father to the sea, or a fiancé, or perhaps someone we loved had jumped into the water one unhappy morning and simply swum away, and now it was time for us, too, to move on.

Japanese immigrants arrive at Angel Island Immigration Station. Thousands of "picture brides" passed through the station between 1910 and 1924.
Credit: California State Parks Collection
  On the boat the first thing we did – before deciding who we liked and didn’t like, before telling each other which one of the islands we were from, and why we were leaving, before even bothering to learn each other’s names – was to compare photographs of our husbands. They were handsome young men with dark eyes and full heads of hair and skin that was smooth and unblemished. Their chins were strong. Their posture, good. Their noses were straight and high. They looked like our brothers and fathers back home, only better dressed, in grey frock coats and fine Western three-piece suits. Some of them were standing on sidewalks in front of wooden A-frame houses with white picket fences and neatly mowed lawns, and some were leaning in driveways against Model T Fords. Some were sitting in studios on stiff high-backed chairs with their hands neatly folded and staring straight into the camera, as though they were ready to take on the world. All of them had promised to be there, waiting for us, in San Francisco, when we sailed into port."

Keep reading HERE.

giovedì 13 ottobre 2011

Julie Otsuka nominated for the National Book Award

I'm extremely happy to announce that Julie Otsuka's marvellous book, The Buddha in the Attic, which I had the honor of translating, is one of the five finalists for the 2011 National Book Award. The other four finalists are Andrew Krivak, The Sojourn; Téa Obreht, The Tiger's Wife; Edith Pearlman, Binocular Vision; Jesmyn Ward, Salvage the Bones.

The book will come out soon in Italian, but in the meantime, here's the synopsis:
Julie Otsuka’s long awaited follow-up to When the Emperor Was Divine (“To watch Emperor catching on with teachers and students in vast numbers is to grasp what must have happened at the outset for novels like Lord of the Flies and To Kill a Mockingbird” —The New York Times) is a tour de force of economy and precision, a novel that tells the story of a group of young women brought over from Japan to San Francisco as ‘picture brides’ nearly a century ago.
In eight incantatory sections, The Buddha in the Attic traces their extraordinary lives, from their arduous journey by boat, where they exchange photographs of their husbands, imagining uncertain futures in an unknown land; to their arrival in San Francisco and their tremulous first nights as new wives; to their backbreaking work picking fruit in the fields and scrubbing the floors of white women; to their struggles to master a new language and a new culture; to their experiences in childbirth, and then as mothers, raising children who will ultimately reject their heritage and their history; to the deracinating arrival of war.
In language that has the force and the fury of poetry, Julie Otsuka has written a singularly spellbinding novel about the American dream.

Tomorrow I'll publish an excerpt from the novel. Stay tuned!

mercoledì 12 ottobre 2011

Meet my husband/9: Un tipo un po' inquietante in The Milan Review of Ghosts

Il primo numero di The Milan Review è uscito già da qualche mese, ma siccome è semestrale sono ancora in tempo a scriverne. Fondata da Tim Small (direttore di "Vice Italia") e Riccardo Trotta (art director di "Vice"), "The Milan Review" è una rivista letteraria in lingua inglese sul modello di McSweeney's, ossia  un oggetto curatissimo, bello non solo da leggere  ma anche da vedere. La rivista è tematica, e il primo numero, "The Milan Review of Ghosts", parla di fantasmi: 192 pagine di racconti, illustrazioni e disegni con 14 autori e 2 artisti. I racconti di questo numero sono firmati da Dave Cull, Jonathan Dixon, Glen Hirschberg, Noy Holland, Jonathon Keats, Tao Lin, Clancy Martin, E.C. Osondu, Dawn Raffel, Nelly Reifler, Rebecca Rosenblum, Deb Olin Unferth, Corinna Vallianatos e Brent Van Horne. Le illustrazioni sono di Matt Furie e Maison Du Crac. Sul sito trovate lo store online per acquistare la rivista, che costa venti euro. 

Nella lista dei nomi degli autori figura anche quello di mio marito, Jonathon Keats, presente con il racconto Astonishing Christina, che comincia così: "Christina was a good girl, and then she went to Hell."


Mentre cercavo materiale online su "The Milan Review" ho trovato queste due definizioni di mio marito che mi hanno molto divertita.
1) "Jonathon Keats (un tipo molto molto strano e pure un po’ inquietante)".
Dalla recensione alla rivista pubblicata su Vice Magazine.

2) "jonathon keats, altro artista-filosofo-salcazzo che si veste come piperno e ha scritto questo http://www.ibs.it/code/9788880573784/keats-jonathon/libro-dell-ignoto.html
(oltre a stare con la tizia che traduce franzen, amy hempel e un po' tutti ultimamente)".
Dal forum online del mensile Il Mucchio.

martedì 11 ottobre 2011

In the mood for poetry: Nazim Hikmet

Mosca, 1961

Le sedie dormono in piedi
anche il tavolo
il tappeto sdraiato sul dorso
ha chiuso gli arabeschi
lo specchio dorme
gli occhi delle finestre sono chiusi
il balcone dorme
con le gambe penzolanti nel vuoto
i camini sul tetto dirimpetto dormono
sui marciapiedi dormono le acacie
la nuvola dorme
stringendosi al petto una stella
in casa fuori di casa dorme la luce

ma tu ti sei svegliata

mia rosa
le sedie si sono svegliate
si precipitano da un angolo all’altro anche il tavolo
il tappeto si è messo a sedere
gli arabeschi hanno aperto i petali
lo specchio si è risvegliato come un lago all’aurora
le finestre hanno spalancato
immensi occhi azzurri
il balcone si è risvegliato
ha tirato su dal vuoto le gambe
i camini dirimpetto si son messi a fumare
le acacie han cominciato a chiacchierare
sui marciapiedi
la nuvola si è svegliata
ha lanciato la sua stella nella nostra stanza
in casa fuori di casa la luce si è risvegliata
si è versata sui tuoi capelli
è colata tra le tue palme
ha cinto la tua vita nuda i tuoi piedi bianchi.

Traduzione di Joyce Lussu

lunedì 10 ottobre 2011

Happy Columbus Day!

Jonathan Franzen in China

"China in general, in its headlong pursuit of money, with fabulous millionaires and a vast underclass and a dismantled social safety net, and with a central government obsessed with security and skilled at exploiting nationalism to quiet its critics, and with economic and environmental regulation entrusted to incestuous consortia of businesses and local governments, had already been striking me as the most Republican place I’d ever been." 
Jonathan Franzen, from "The Way of the Puffin - Travels in the Chinese century", The New Yorker, April 21, 2008.


"In generale la Cina, con la sua folle corsa al denaro, i suoi favolosi miliardari, il vasto sottoproletariato e la rete di sicurezza sociale smantellata, con un governo centrale ossessionato dalla sicurezza e abile a sfruttare il nazionalismo per mettere a tacere le critiche, e con una legislazione ambientale affidata a incestuosi consorzi di imprese e amministrazioni locali, mi sembrava già il posto più repubblicano che avessi mai visto."
Dall'articolo The Way of the Puffin - Travels in the Chinese century, pubblicato sul "New Yorker" il 21 aprile 2008 (traduzione mia).

sabato 8 ottobre 2011

Sarà una risata che ci seppellirà

 
Ieri era il quinto anniversario della morte di Anna Politkovskaja, la giornalista e attivista per i diritti umani uccisa da ignoti sicari che l'aspettavano davanti all'ascensore di casa sua, a Mosca. 


Ieri il premio Nobel per la pace è stato assegnato a tre donne, "per la loro lotta non-violenta per la sicurezza e la partecipazione delle donne ai processi di pace". Eccole, belle come il sole: Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia; Leymah Gbowee, leader, insieme a Comfort Freeman, del movimento pacifista femminile liberiano; Tawakkul Karman, giornalista yemenita, protagonista della rivolta contro il presidente Abdullah Saleh.



Ieri Alessandra Mussolini riprendeva la pietosa battuta del presidente del consiglio e cantava su Radio 2 l'inno di "Forza Gnocca", prontamente ripresa da giornali anche "di sinistra" come Repubblica, che ha pubblicato il video della bella impresa (non pubblico il link perché mi fa schifo). La giustificazione è sempre la stessa: "era una battuta". Ma davvero, gli italiani ancora voglia di ridere di questa roba? Non si sono ancora stufati di tutte queste stronzate? "Ha ha, quanto siamo simpatici, quante belle battute che facciamo, guardate gli altri come sono seri e noiosi!" Ancora con questa solfa, intanto che il paese sprofonda? Cuor contento non sente stento, dice il proverbio. Sarà...

venerdì 7 ottobre 2011

Charlotte Salomon: "Vita? O teatro?" Una mostra al Contemporary Jewish Museum


All'inizio della Seconda Guerra Mondiale, Charlotte Salomon, un'artista ebrea ventitreenne di Berlino, fuggì nel sud della Francia, dove si rinchiuse in una stanza d'albergo e trascorse due anni a dipingere ininterrottamente la storia della sua vita. L'opera, intitolata Leben? oder Theater? - Ein Singespiel, è composta da più di 1300 gouaches create con i tre colori primari, accompagnate da testi e annotazioni musicali (quasi ogni gouache ha un riferimento musicale, un'aria d'opera, un lieder, un tema popolare, che Charlotte mormorava mentre dipingeva) che insieme vanno a formare un vero e proprio copione teatrale, una specie di operetta autobiografica su carta. Salomon, con la sua brillante commistione di immagini, dialoghi, commenti e musiche, ci racconta la storia della sua infanzia e adolescenza in una famiglia segnata dai suicidi femminili e dalla crescente oppressione nazista.

Charlotte sopravvisse solo un anno dopo aver terminato Vita? O teatro? Nascosta nella villa dell'americana Ottilie Moore, sposò un profugo austriaco di nome Alexander Nagler. Fu proprio il matrimonio a tradire la coppia: quando Nagler cercò di ottenere il certificato, le autorità scoprirono l'origine ebraica degli sposi. Charlotte, incinta di quattro mesi, e suo marito vennero catturati dalla Gestapo e deportati ad Auschwitz, dove vennero assassinati.

Dopo la guerra, Ottilie Moore restituì i disegni al padre di Charlotte, che nel 1959 li donò al Rijksmuseum di Amsterdam, sino a quando l'opera passò al Jood Historisch Museum della stessa città, dove è tuttora conservata.

La mostra che si svolge, ancora per qualche giorno, al Contemporary Jewish Museum di San Francisco raccoglie circa 300 delle gouaches di Charlotte Salomon. L'ho vista qualche tempo fa, e mi sono molto emozionata.

Come scriveva QUI Natalia Aspesi, in occasione di una mostra precedente: "Nelle bianche sale del museo dove le guache sono appese, tutte della stessa grandezza, tutte assordanti di colore, cupezza, bellezza, talento, la folla che quotidianamente le invade non è solo commossa per quella storia tragica raccontata da una giovane donna destinata a una morte atroce, ma è incantata, turbata, dalla forza e potenza di un'artista poco conosciuta e riscoperta nella sua grandezza, nella sua passione, nella sua capacità creativa. Certi fogli ricordano Ensor, Munch, altri il lavoro grafico sull'Olocausto di Art Spiegelman, altri ancora lo stile allegorico di William Blake. Ma è solamente sua la magia di certi colori notturni e lampeggianti, l'intrecciarsi drammatico e fatato dei personaggi, il racconto a strisce reiterato e incombente come in un fumetto di altissima grazia drammatica, pieno di una energia ossessiva, presaga di morte, nata dai tanti episodi funesti ma anche belli e intensi della sua vita.(...) Nell'ultimo foglio lei si dipinge in costume da bagno, accucciata in riva al mare della Costa Azzurra, con il volto invisibile. Sulla schiena ha scritto 'Vita? O teatro?' E nei fogli che lo precedono, scritti a colori in stampatello, con tratto nervoso, detta una specie di testamento. 'E con gli occhi appena svegli dal sogno, vide tutta la bellezza attorno a sé, vide il mare, sentì il sole, e seppe che era necessario per lei svanire per un po' dalla vita, e fare qualsiasi sacrificio per creare dal profondo un mondo nuovo, suo'."

giovedì 6 ottobre 2011

L'aeroporto di Zurigo

Non è vero che gli aeroporti sono tutti uguali.

All'aeroporto di San Francisco c'è il wi-fi gratis, e c'è un nuovo terminal (solo per i voli nazionali, ahimè) pieno di ristoranti buonissimi. Devono aver chiesto ad alcuni dei ristoranti migliori della città di aprire una dépendance nell'aeroporto, e il risultato è una scelta incredibile fra panini per buongustai, sushi squisito, cibo messicano e cinese, e vari posti bio con ingredienti freschissimi e prezzi abbordabili.


All'aeroporto di Zurigo ci sono bar e ristoranti kitsch che neanche a Las Vegas, con mucche e campanacci.
All'aeroporto di Zurigo c'è uno shuttle che ti porta da un terminal all'altro. Lungo il tunnel scorrono le immagini di un video con un omino armato di bandiera svizzera che saltella in un verde prato alpino, sullo sfondo di idilliaci suoni di mucche, campanacci e yodel. La versione precedente, scopro su YouTube, aveva un video di una bella Heidi in carne e ossa che schioccava un bacio ai viaggiatori. Potete vederlo qui:



Ora mi spiego anche perché, una volta raggiunto il terminal, si viene accolti da un gran freccione giallo (vedi l'inizio del video qui sotto) con la scritta "Heidi - 30 sec": perché dopo 30 secondi di viaggio sul trenino incontreremo Heidi!



All'aeroporto di Zurigo una bottiglietta d'acqua costa 4 euro e 20.

martedì 4 ottobre 2011

Italian Wikipedia closed due to recent law


I'm leaving right now, but before shutting down my computer, here's one thing I absolutely want to share. Very urgent and very serious.

"Dear reader,
at this time, the Italian language Wikipedia may be no longer able to continue providing the service that over the years was useful to you, and that you expected to have right now. As things stand, the page you want still exists and is only hidden, but the risk is that soon we will be forced to actually delete it."

Read the rest here.

Animal Crossing

Corte Madera, CA
Lake Tahoe, CA


And since I'm about to fly to Italy, here's one I've seen the other day near Petaluma, CA. The picture is not mine, but I swear I've seen it (and I was sober)!



lunedì 3 ottobre 2011

Vado in Italia a parlare un po' di traduzione

È arrivato il momento di ripartire. Martedì mi imbarcherò (nel tardo pomeriggio: urrà! Stavolta niente trauma da risveglio precoce!) per il lunghissimo, interminabile viaggio verso l'Italia. Il giorno in cui potrò permettermi un biglietto di business class, smentirò lo stupido proverbio secondo cui il denaro non darebbe la felicità. 

Saluto San Francisco, che rivedrò fra poco meno di tre mesi.
 


 















E saluto i miei amici pappagalli (di cui ho parlato qui), che proprio in questi giorni sono tornati sul melo di fronte alla mia finestra.

 


In questi mesi andrò alla Scuola Holden a parlare di traduzione. Parlerò di autori americani, che sono quelli che traduco più spesso. Di Jonathan Franzen, prima di tutto. Ma anche di  Don DeLillo, Junot Díaz, Denis Johnson e Amy Hempel. E poi magari anche di altri.

Sarò a Torino il 20 e il 28 ottobre, e poi il 10 e il 17 novembre. Se passate di lì, venite a salutarmi.

domenica 2 ottobre 2011

I ♥ Vegas/5: Una libreria, una palla di neve e... tante foto!

 
Il viaggio a Las Vegas è finito. Non avrei mai pensato che un posto così potesse farmi tanto riflettere, oltre che divertire. E senza giocare neppure un centesimo! 
All'aeroporto, un gentilissimo e costernato poliziotto anziano mi sequestra la palla di neve comprata da Bonanza ("The World's Largest Gift Shop"). Davanti alla mia faccia tristissima mi  spiega pazientemente che dentro le palle di neve c'è glicerina, che viene usata anche per fabbricare esplosivi. E quindi, zac!, via la palla di neve. Chissà quante ne sequestrano. Sarà per questo che il negozio dell'aeroporto dove acquistiamo prontamente un rimpiazzo ci fa pagare il triplo per una palla decisamente meno bella. Anzi, come potete vedere, decisamente orrenda. Ma tant'è. Non potrevo tornare da Vegas senza una palla di neve.



Ah, un'ultima cosa. A Las Vegas esiste una libreria. Purtroppo ce l'hanno detto solo dopo il nostro ritorno, ma è subito entrata nella lista dei posti da visitare la prossima volta, insieme all'imperdibile cimitero dei neon. Si chiama Gambler's Book Club, ed è, naturalmente, "the largest gaming book store in the world". Oltre ai manuali per tutti i giochi d'azzardo esistenti e a una serie di splendidi accessori come questo "49rs Poker Card Protector", potete trovare una vasta selezione di libri sulla mafia e una sezione di narrativa che comprende Dostoevskij (Il giocatore) e Muriel Spark (Aiding and Abetting).



E per finire... ecco il link con tutte le foto (sono una cinquantina), più una in esclusiva:

venerdì 30 settembre 2011

Another New Yorker blog cartoon

This is still my favorite one, but this one's good too.


Occupy Wall Street!



Saturday, October 1st, 3PM Zuccotti Park (Liberty St. & Broadway)

Join the 99% of us who want to take back our country from the 1% who stole it.

Here you can find a calendar of the ongoing events.

And here's a link to Translationista, Susan Bernofsky's blog where translators can volunteer their services to help the occupation.

giovedì 29 settembre 2011

I ♥ Vegas/4: Terme, castelli, piramidi e... New York

Foto dal sito
La seconda sera, io e Tavia decidiamo di andare alle terme. The Imperial Spa, appena un po' fuori dal centro, sono terme coreane che rimangono aperte tutta la notte e costano 20$ (30$ dopo mezzanotte). Frequentate  perlopiù da coreani e da impiegati dei casinò alla fine della giornata lavorativa, sono un paradiso lindo e rilassante di vasche, bagni turchi alle essenze varie e saune all'argilla come quelle della foto. 


Il giorno dopo ripartiamo per visitare la parte dello Strip che ci manca. Il caldo è ancora più intenso, e gli onnipresenti profumi femminili danno ancora più fastidio. Ci sono alcune cose che a Vegas trovate dappertutto: scie di profumi violenti, da mal di testa immediato, in genere abbinati a gonnine coprinatica e tacchi vertiginosi. E poi la musica. Non si può sfuggire alla musica: altoparlanti invisibili sono piazzati ogni due metri, ovunque, dentro gli alberghi come all'aria aperta, e non c'è un istante di pausa dal pop irritante o dal crooner melenso del momento. E nei casinò il tintinnio delle slot machine è stato sostituito da uno spettrale scampanellio elettronico, che rende l'atmosfera ancora più alienante.



La prima tappa della giornata è New York. Da bravi turisti vediamo tutti i monumenti più importanti: il ponte di Brooklyn, l'Empire State Building e il Chrysler, la statua della Libertà, persino il Whitney Museum.

Lasciamo New York e arranchiamo verso un miraggio nel deserto: il castello di re Artù. L'Excalibur è praticamente la copia del castello di Disneyland, un metakitsch che va oltre ogni possibilità di immaginazione. La clientela, guarda un po', è formata da studenti di college in libera uscita, rozzi e vociferanti, fastidiosissimi, da far rimpiangere i vecchi decrepiti addormentati davanti alle slot machine. Decisamente l'albergo che mi è piaciuto di meno.

E per finire, come concludere la giornata (e la visita a Las Vegas) senza una passeggiata nell'antico Egitto? E allora ecco il Luxor, una piramide di 30 piani rivestita di vetro scuro e corredata da un obelisco alto 43 metri e da una copia della Sfinge alta 34 metri. L'albergo, che come il New York New York e l'Excalibur appartiene alla MGM Resorts International, è la prima cosa che si vede atterrando a Vegas, e di notte spara un fascio di luce che pare sia il più luminoso del mondo (qui è tutto un record mondiale. Persino il negozio di souvenir dove abbiamo comprato la palla di neve di Las Vegas - e che altro, sennò? - si chiamava "Bonanza - World's Largest Gift Shop"): "visibile dallo spazio", dicono.

Foto da Wikipedia

mercoledì 28 settembre 2011

I ♥ Vegas/3: Bellagio, Giulio Cesare & Venezia


Dopo aver fatto le ore piccolissime sotto il cielo di Parigi, ci svegliamo tardi e ci prepariamo per la prima avventura diurna a Las Vegas. Fuori dall'aria condizionata degli alberghi fa caldissimo, ma è un caldo secco, desertico, e quindi - a piccole dosi - sopportabile.
 
La navetta gratuita del Rio ci deposita nei pressi del Bellagio, famoso soprattutto per le sue fontane. La spettacolare fontana davanti all'albergo, al centro di un laghetto fiancheggiato da un viale simil-comasco, è stata creata da un famoso architetto delle fontane, Mark Fuller ("the closest thing the world has to a fountain genius", come lo definisce il New Yorker qui), che ha inventato un cannone ad acqua per far salire il getto ad altezze incredibili. Il tutto accompagnato da musica per creare balletti d'acqua davvero impressionanti.
 
Dal Bellagio passiamo alla pietra miliare del kitsch, l'albergo che ha inaugurato lo stile Disneyland della nuova Vegas: il Caesars Palace. Famoso anche per il Forum Shops, una galleria di negozi di lusso (ma le gallerie di negozi di lusso, a Las Vegas, sono onnipresenti. Solo di Tiffany's ne avrò visti una cinquantina. Un po' più in là, poi, ci sono negozi che vendono paccottiglia tremenda ma anch'essa costosa, come mappamondi fatti di pietre dure e anatroccoli di cristallo con le cuffie in testa), il Caesars ospita mille meraviglie sotto un cielo identico a quello parigino: statue, fontane, centurioni: non manca niente.


Usciti dall'antica Roma, ci dirigiamo verso Venezia. Camminare a Las Vegas non è facile. Prima di tutto per il caldo, che impone frequenti soste all'ombra per sfuggire al sole del deserto. Ma di ombra ce n'è poca, visto che l'obiettivo è quello di farti entrare a prendere il fresco dentro gli alberghi, dove puoi giocare o fare acquisti. Inoltre è quasi impossibile attraversare la strada (qui anche le strade sono enormi) se non passando sui ponti sopraelevati che collegano un albergo all'altro, ovviamente sotto il sole a picco, così quando entri nell'albergo quantomeno ti vien voglia di andare al bar e poi, perché no, a giocare un po'. E infine c'è il problema della prospettiva: gli edifici sono così enormi che sembrano vicini, ma in realtà non lo sono affatto.

Eppure ogni fatica viene ripagata, quando si arriva a Venezia. Un capolavoro. Il trionfo del kitsch, così puro da sfiorare il sublime. Al Venetian trovate tutto: le gondole con i gondolieri che cantano, il Ponte dei Sospiri, Rialto, San Marco, tutto perfettamente riprodotto, fino alle targhe sui ponti. Uno spettacolo, insomma, con la ciliegina sulla torta di un aereo che vola nel cielo per scrivere un messaggio d'amore. 









martedì 27 settembre 2011

I ♥ Vegas/2: La prima notte

The Aria Hotel

Las Vegas non è altro che una serie di immensi alberghi, che periodicamente vengono demoliti per fare spazio ad altri alberghi più moderni. Lo storico (per Vegas) Sahara Hotel, per esempio, è stato chiuso nel maggio di quest'anno e verrà presto demolito. Le imprese di demolizione hanno pronto un piano per ogni vecchio albergo della città. I giganteschi neon che illuminano Las Vegas per tutta la notte (qui è tutto aperto 24 ore su 24) finiscono nel Neon Boneyard, il cimitero dei neon che purtroppo si visita solo su appuntamento (ma la prossima volta non ci sfuggirà).

 
Il Chandelier Bar al Cosmopolitan
Ed eccoci pronti per la nostra prima notte. Il primo albergo che visitiamo è l'Aria, un gigante da 4000 stanze che sorge al centro del nuovo complesso immobiliare chiamato CityCenter. Davanti all'ingresso c'è una bella fontana illuminata alla quale ho scattato dozzine di foto (Las Vegas, con tutte quelle luci e colori, è una città estremamente fotogenica). In questi alberghi supermoderni la clientela è formata soprattutto da gente giovane e urban, quindi niente mummie addormentate davanti alle slot machine come invece succede negli alberghi più tradizionali tipo il nostro. E alcuni di questi alberghi di ultima generazione (come per esempio il Renaissance) si vantano addirittura di essere smoke-free (perché ovviamente a Vegas si può fumare dappertutto) e gamble-free. Ah, non c'è più la Vegas di una volta.

Dall'Aria siamo passati al Cosmopolitan, un po' più piccino (solo 3000 stanze) ma famoso per il suo Chandelier Bar, un bar su più piani racchiuso dentro un colossale lampadario di cristallo.

Tappa finale della nottata: Parigi! E non una Parigi finta, si badi bene, soprattutto se non si vuole offendere il tassista, che ribatte piccato: "Non è finta, è Parigi in versione Las Vegas." All'esterno, Paris, Las Vegas, ha una copia della Tour Eiffel alta 165 metri, una mongolfiera, un Arc de Triomphe grande due terzi dell'originale, una copia della Fontaine des Mers e un teatro da 1200 posti chiamato Le Théâtre des Arts. All'interno ci sono piazze, alberi, caffè e tavolini sotto un cielo finto che riproduce  le ore del giorno in tempo accelerato. Le cameriere salutano i clienti con alcune frasi in francese che sono costrette a imparare a memoria, e che pronunciano con un terrificante accento americano.

Domani un'altra puntata: Giulio Cesare, Bellagio e il mio preferito: Venezia!