martedì 16 aprile 2013

Cordoglio selettivo

In queste ore si è diffuso un enorme e giustificato cordoglio per l'orribile strage di Boston, in cui è morto anche un bambino di otto anni.
Mi piacerebbe vedere altrettanta emozione per le stragi di bambini in Siria.


22 commenti:

  1. Mi è venuta in mente la stessa tua osservazione leggendo la notizia e il rumore che si sta facendo sui social network. Ma sai, i bambini siriani sono così diversi dai nostri, così lontani, e poi si sa che laggiù si ammazzano di continuo, dov'è la notizia? per che cosa ci si dovrebbe scioccare? Non fa neanche tristezza, fa proprio venire i brividi questo atteggiamento.

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  2. un bambino morto di morte violenta mi indigna, qualsiasi sia il bambino, e non si fanno graduatorie e non riesco neppure a fare polemica, mi ferisce e basta

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    1. Hai ragione Amanda, anch'io mi sono chiesta se fosse giusto pubblicare questo post, però la disparità di trattamento che i media riservano ai cittadini di paesi diversi non cessa mai d'indignarmi.

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  3. La comunità internazionale se ne frega abbastanza della Siria.
    Sono molto d'accordo con te...

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    1. E anche del Pakistan, dell'Iraq, dell'Afghanistan, ecc.

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  4. Anche a me, e l'ho pensato tante volte. Anche ai tanti altri bambini afgani, kurdi, pakistani ecc., cancellati dalle nostre menti.

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  5. il punto è che qui tutti sanno che il bambino si chiama Martin e ha una storia.
    tutti gli altri innumerevoli bambini non hanno nome e non hanno storia, questo è il trucco per pesare i bambini (e gli altri uomini e donne), i nostri e gli altri.
    i nostri valgono, sono definibili, gli altri sono indistinti.
    lo stesso per i morti dell'11 settembre e gli altri.

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  6. Credo che in parte abbia anche un po' tutto a che fare con il sentirsi più o meno vicini ad una realtà. Mi rendo conto ad esempio che se fossi stata in Italia sarei stata comunque colpita dalla vicenda e addolorata, ma forse non con la stessa angoscia che sento adesso. Perchè la vedo una cosa vicina, che mi può capitare o capitare a chi mi sta accanto. E purtroppo quando leggiamo della Siria, Afghanistan, ecc. pensiamo ad un popolo "estraneo", ad una realtà lontana, che non ci tocca e quindi non ci riguarda (non sto dicendo che sia giust eh!). L'America invece per certi versi la sentiamo tutti quasi uno specchio del mondo, la superpotenza protettrice...e se vacilla lei, siamo tutti fregati.

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  7. Tutto quello che dite è vero. Bisognerebbe raccontare le storie di questi "estranei", per far capire che la loro sorte ci tocca quanto quella dei bambini americani.

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    1. Hai ragione, ma d'altro canto vedo che spesso l'interesse per storie di questi "estranei" (tutti, ameriaci come sirani) si trasforma in qualcosa di morboso, in cui la cronaca racconta solo per "deliziare" chi ha sete di macabro... anche questo fa schifo secondo me.

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    2. Fa schifo eccome. A questo proposito era molto interessante la puntata di Alaska di oggi, in cui si diceva: "Dopo due, tre, quattro foto terribili dei feriti e dei marciapiedi imbrattati di sangue, ho sentito che bastava, che non avevo bisogno di nient’altro per comprendere la portata di ciò che era accaduto. Ma il flusso è continuato con una moltiplicazione di voyeurismo, man mano che i social usati sul campo diventavano meno rilevanti e le tv fornivano i loro resoconti complessivi", e si linkava una riflessione su questo tema di un giornalista americano.

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  8. È sempre stato così, è così.
    Gli invisibili sono ovunque, fanno parte del nostro quotidiano, e non sono soltanto le persone ai margini, ma anche quelli meno in vista, meno di successo, gli anonimi, quelli che non si conoscono o di cui non si hanno ricordi condivisibili e condivisi.
    Bisogna cercare di dare voce e spazio a chi non ce l'ha, ognuno come può e per i temi che ritiene più vicini al proprio sentire.

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  9. Sono tra quelli che ieri ha rilanciato sui social la notizia (specie le infos per chi cercava parenti o amici che erano a Boston) e non mi sento colpevole, perchè allo stesso modo ogni tanto rilancio qualche articolo sulla situazione in Siria e non solo e capisco quel che intendi.

    Capire perchè certe notizie colpiscano e altre cadano nell'indifferenza è cosa complessa e meno superficiale di quel che sembri, te lo dico da persona con studi anche di sociologia alle spalle. Superficiali gli italiani però un po' sì, ci si accontenta di quel che arriva, del filtro dei media, pochi approfondiscono e seguono trincerandosi dietro la barriera della lingua. Di fondo è questione di quanto un fatto si senta vicino o lontano, ma non geograficamente, emotivamente.

    Certo io mi emoziono di più a sentire di stragi che coinvolgono bimbi e in quel caso smette PER ME di aver senso qualsiasi altro fattore (ho seguito le vicende del Darfur, le catastrofi ovunque, delle piccole realtà dimenticate, seguo quello che accade in Siria, e anche il bimbo di Boston mi ha emozionato - anche mio marito corre, è facile per me immedesimarmi in chi è al traguardo ad aspettare -. TUTTE le orribili violenze mi colpiscono, in tutte le guerre, attentati, sciagure, catastrofi naturali. Ma mentre davanti ad un terremoto penso razionalmente (**** noi che giochiamo con le norme di sicurezza! o "non puoi mai prevedere tutto"), in caso di attentato o violenza, agita per scelta, resto più scossa e mi dico che siamo proprio una brutta razza, a ben guardare.

    Per me Boston è la città di Rosenberg, il padre della Comunicazione NonViolenta, fa ancora più male se possibile.
    Così come leggere dello stupro alla ragazzine preadolescenti della famigerata banda dei 26 in Turchia, esempio del MedioOriente evoluto. Ah sì? Parliamone...

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  10. Anch'io la penso come Baby: è una questione di sentirsi più vicini, di riconoscersi in una realta anziché in un'altra. Il cordoglio non è selettivo: il dolore di fronte alla morte insensata di un bambino ( o di un adulto) è lo stesso. Solo che nel caso che ci è più vicino abbiamo più parole e più mezzi per dirlo.

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  11. Credo che il fattore vicinanza,come dice Baby abbia la sua rilevanza e con quello anche l'autoidentificazione. Non me ne vogliate, ma credo che noi europei abbiamo anche un po' un senso di superiorita' e di razzismo velato. Quando vediamo un bambino siriano morto ci fa male, pero' i commenti che mi e' capitato di leggere (ho un'amica che pubblica spesso link ricordando la situazione siriana e mediorientale in genere) spesso si riferiscono ai siriani come barbari, incivili, che tanto si ammazzeranno l'un l'altro etc.
    Basta vedere i commenti di dolore e rabbia quando c'e' stato l'incidente della Costa Concordia, quando affonda un traghetto in India e muoiono centinaia di persone nessuno dice nulla. Il primo ci ha colpito da vicino, l'altro delle persone lontane e che nemmeno ci somigliano.
    Anche la strage di Sandy Hook Elementary, se fosse successa in una qualsiasi inner city school e le vittime e l'assassino fossero stati neri, avrebbe fatto si scalpore ma non tanto da tentare di cambiare la legge sul possesso di armi.
    Ok, e' meglio che nostra signora del cinismo chiuda qui.

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    1. Io lo chiamo realismo. Molte di voi hanno commentato per come sono loro, cioè persone che non fanno distinzioni e che soffrono ugualmente per un morto occidentale o mediorientale. Ma questi commenti sensati ed equanimi non riflettono, purtroppo, la maggior parte del sentire comune. E lo so, sono cinica anch'io, ma continuo a dirmi realista.

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  12. Sono d'accordo con quello che dici e, aggiungo, il problema è che le vittime delle guerre "dimenticate" vengono anche loro "dimenticate". Credo che, soprattutto nel nostro paese, ci sia anche da parte dei maggiori quotidiani nazionali una mancanza di informazione su queste tragedie di mondi "non strategicamente importanti". Mi sono anche chiesta il perché, se questo scarso respiro internazionale a 360° sia dovuto al fatto che non abbiamo avuto una storia coloniale più vasta di quella di altri paesi europei o se non sia solo perché abbiamo ancora una visione feudale anche nell'informazione. Il risultato comunque non cambia: muore gente di serie A e di quelli di serie B se ne sa ben poco. Purtroppo.

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  13. Un giornalista, tempo fa, ha scritto che per suscitare la stessa emozione rispetto a un bambino morto in Occidente, nel resto del mondi di bambini devono morirne almeno cinquanta. Hai ragione: sono considerazioni realistiche, non ciniche.

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  14. C'era un articolo di commento ieri sul Guardian proprio su questa "empatia selettiva" e altre reazioni tipiche, analizzate in dettaglio con spunti assai interessanti - è di uno dei loro principali corrispondenti dagli USA che si occupa in particolare di questi temi (e se si ha tempo può anche essere utile dare un'occhiata ai 2000 e più commenti!): http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/apr/16/boston-marathon-explosions-notes-reactions

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    1. Articolo interessantissimo, grazie. Dice tutto quello che penso, molto meglio di come l'avrei detto io.
      "There's nothing wrong per se with paying more attention to tragedy and violence that happens relatively nearby and in familiar places. Whether wrong or not, it's probably human nature, or at least human instinct, to do that, and that happens all over the world. I'm not criticizing that. But one wishes that the empathy for victims and outrage over the ending of innocent human life that instantly arises when the US is targeted by this sort of violence would at least translate into similar concern when the US is perpetrating it, as it so often does (far, far more often than it is targeted by such violence)."
      Perfetto anche il tweet: "I'm up for us 'All Being Bostonians Today'. But then can we all be Yemenis tomorrow & Pakistanis the day after? That's how empathy works."
      Grazie ancora, e benvenuta!

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  15. Sono i bambini che "non esistono", qui ce ne sono molti, dimenticati, semplicemente ignorati dal resto dell'umanità che fa della morte un freddo archivio, e molti non rientrano nemmeno nell'archivio dopo morti.
    Forse non voler sapere è una forma di autodifesa? Non lo so! E' vero che mi sento molto fragile difronte alle storie che incontro ma il più delle volte sento che questa realtà fa parte dell'intera umanità e soffro moltissimo quando sento parlare di popoli "estranei".
    Ogni dolore va preso in considerazione o per lo meno ascoltato ma non è così e lo sappiamo molto bene. Dar voce a chi, per l'intera umanità, non esiste è davvero dura ma può diventare uno scopo nella vita senza ricevere in cambio nulla.
    Un caro saluto Silvia

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