domenica 7 ottobre 2012

Photo caption contest/6


Jeanne Moreau e Miles Davis, durante le riprese di Ascenseur pour l'échafaud (Ascensore per il patibolo, 1957, regia di Louis Malle, colonna sonora di Miles Davis).


Didascalia?


giovedì 4 ottobre 2012

Mendocino mon amour

Il sito Easyviaggio.com mi ha inserita nella sua lista di blog sugli Stati Uniti (per adesso in compagnia dell'ottimo blog di Donna con fuso). Mi trovate qui, su questa pagina.

Naturalmente a questo punto urge un post sugli Stati Uniti. Ed ecco che casca proprio a fagiolo (o fagiuolo?) la notizia che, in occasione dell'uscita del suo nuovo libro, in gennaio, Jonathon terrà un reading nella libreria di uno dei miei posti preferiti in assoluto di tutta la California (almeno di quella che ho visto): Mendocino! Notizia tanto più gradita perché disperavo di tornarci presto, visto che la strada da San Francisco a Mendocino non è proprio delle più agevoli. Non per niente la chiamano la "lost coast".

La deliziosa libreria indipendente che ospiterà il reading di Mr K si chiama Gallery Bookshop, ha sul sito una webcam che vi mostra il panorama dalla finestra, e in foto si presenta così:






Questa invece è una veduta della meravigliosa Mendocino (ne trovate altre QUI). Ah, fra l'altro ho scoperto che a Mendocino è stata girata la serie televisiva Murder, She Wrote ("La signora in giallo"). Insomma, Cabot Cove non era in Maine!
Non vedo l'ora di tornare al Didjeridoo Dreamtime Inn. E forse a gennaio sarà già cominciata la stagione del passaggio delle balene! (E magari al Gallery Bookshop hanno bisogno di una commessa...)


Ps: sono in giro, per questo commento poco.

mercoledì 3 ottobre 2012

Ho tradotto un genio: Junot Díaz vince il Genius Grant


Quest'anno tra i vincitori dell'ambita MacArthur Fellowship (soprannominata Genius Grant) c'è anche Junot Díaz. Il premio MacArthur è assegnato ogni anno dalla John D. e Catherine T. MacArthur Foundation a un certo numero (in genere dai 20 ai 40) di cittadini o residenti degli Stati Uniti di qualsiasi età e occupazione, che dimostrano meriti eccezionali in campo creativo.

Secondo il sito web della Fondazione, "il premio non è una ricompensa per meriti passati, bensì un investimento nell'originalità, nell'intuito e nelle potenzialità di una persona." L'ammontare attuale del premio è di $500.000, versato in rate trimestrali nell'arco di cinque anni. A partire dal 2007 i beneficiari
sono stati 756, che hanno ricevuto un totale di più di 350 milioni di dollari. Il vincitore più giovane aveva 18 anni, il più anziano 82.

QUI trovate l'elenco dei vincitori di quest'anno. Congratulazioni, Junot!

martedì 2 ottobre 2012

"Texts don't translate themselves" vince il primo premio


Scopro con grande piacere che il video che avevo segnalato QUI, e che a molti di voi era piaciuto, ha vinto il primo premio!

QUI trovate la pagina dell'annuncio, dove, oltre al video vincitore, è possibile vedere il secondo classificato, anch'esso molto carino.

Congratulazioni, Stefania e Gianpiero!

lunedì 1 ottobre 2012

Nathan Englander: Ebraico Show

Ripubblico qui la bella recensione di Caterina Ricciardi ai racconti di Nathan Englander che ho recentemente tradotto per Einaudi.

L'aneddoto di traduzione di cui parlavo QUI è ora a pag. 76 dell'edizione italiana.


EBRAICO SHOW
CATERINA RICCIARDI
ALIAS della DOMENICA n. 38 del 23/09/2012
EBREO-AMERICANO CLASSE 1970, NATHAN ENGLANDER RILEGGE L'EREDITÀ TRAGICA DEL NOVECENTO CON UMOR NERO E DOLORE MORALE: OTTO RACCONTI IN COMMEDIA
Sapiente combinazione di «umorismo» e «dolore» (Philip Roth), «ironia» e «complessità» (Jennifer Egan), «umiltà e sicurezza morale», capaci di unire «una sottile commedia con una tragedia enorme» (Jonathan Franzen), un risultato traboccante di «gemme» e «rivelazioni». Quest'ultimo spezzone di omaggio viene da un altro emergente, Jonathan (Safran Foer), più giovane di sette anni (ma già alla stessa altezza) del correligionario Nathan Englander (classe 1970), così coralmente lodato sulla quarta di copertina del suo terzo libro – tre in tutto e subito tradotti in italiano (1999, 2007, 2012) –, Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank (Einaudi «Supercoralli», pp. 199, € 19,00): otto racconti nella bella traduzione di Silvia Pareschi – la quale gentilmente ci dà in nota il significato dei termini più ostici dello yiddish –, otto racconti «in tema di cose ebraiche» (dice l'autore nei Ringraziamenti), cose che accadono, o che continuano ad accadere, negli Stati Uniti, dove l'ortodosso Englander è nato (a New York), assorbendo «profondamente il sogno americano», e a Gerusalemme, dove ha soggiornato per diversi anni.
Le «cose» di cui si parla sembrano avviluppate sul perno delle possibili letture della Storia e dell'eredità della storia – qui intesa come ‘allegorica' – di Anne Frank (già mascheratamente evocata da Safran Foer in Molto forte, incredibilmente vicino) con le sue altrettanto possibili rivisitazioni. È giusto (sembrerebbe di no) giocare con la storia di Anne Frank come si fa nel racconto che dà il titolo alla raccolta? Ovvero, inscenare un «gioco» sulla generosità del «Gentile Giusto», pronto a rischiare in proprio per la salvezza dei perseguitati? La risposta diventa difficile se quel gioco si trasforma in un test perturbante mirato a capire la verità su se stessi. La simulazione pericolosa riguarda i quattro protagonisti (ma non solo loro), tutti ebrei americani: una coppia, trasferitasi in Israele e convertitasi a un'intransigente e ridicolizzata ortodossia chassidica, e l'altra, laica, radicata negli Stati Uniti, in Florida (dove si nascondeva uno degli attentatori delle Torri), ma ossessionata (la moglie, in particolare) dal primo e da un eventuale secondo Olocausto che l'11 settembre renderebbe plausibile. Dopo la brillantezza caricaturale dell'incontro fra vecchi amici, ormai culturalmente distanti a causa delle sfere geopolitiche (e religiose) in cui agiscono, il sommesso finale, pur lasciando spazio alle aperture della ‘fede, non è consolatorio: forse, sì, in caso di minaccia, i mariti abbandonerebbero le rispettive mogli a un destino atroce. Il titolo – si è insistito molto in America – si rifà a Carver (Di che cosa parliamo quando parliamo d'amore?), solo che qui, attraverso l'olocausto di Anne Frank, si parla – giocando – della dubbia solidarietà umana (Agapè), senza distinzioni di sorta. Intanto, l'eterno spettro della Shoah, che assume il volto di Anne, è entrato in circolo nel libro, assieme alle verità scoperte da quel gioco pericoloso.
«Sono lusingato e commosso per queste dichiarazioni», ha detto Englander ad Antonio Monda per la Repubblica a proposito dei blurb dei suoi colleghi – coetanei e di più stagionata generazione: un padre (quale potrebbe essere l'assente Auster) o nonno emerito (Roth) –, e aggiunge di sentire «anche un certo disorientamento che nasce dalla responsabilità». Una preoccupazione comprensibile e condivisibile da parte del cauto recensore posto di fronte agli esordi, o ai passaggi, dei numerosi ultimi «talenti» (come Roth definisce Englander) cresciuti nel vivaio degli Stati Uniti. Il libro che abbiamo fra le mani sembra non deludere le promesse che qualcuno aveva depositato nelle prove precedenti di Englander. È una raccolta coraggiosa, matura nell'uso del tono e del dialogo asciutto, dialettica nell'ironia, spesso farsesca nella tragedia, addirittura irriverentemente fiabesca, come nell'avvio di Le colline sorelle, una microstoria della colonizzazione di un pezzo di terra in Samaria mentre scoppia la guerra del Kippur: una nube di polvere in lontananza turba il giorno dell'Espiazione e «Hanan fece un cenno d'assenso. E insieme ai suoi tre figli si incamminò verso la guerra». Tutt'altro è il tono della scioccante cronaca sul possesso di una figlia da parte di due madri, una cronaca che, da quell'inizio, giunge fino ai nostri giorni riflessa nello specchio sempre fluttuante del territorio sul confine arabo, e della disputa armata sul suo possesso. La figurina femminile ritratta sul punto di abbattere con l'accetta un simbolico ulivo secolare nella copertina quasi ‘fiabesca di questo libro ne è l'indomita protagonista.
Englander è in grado di trattare la Storia, e la condizione umana intrappolata nel dramma storico, con un «black humor» inflessibile, understatements stranianti e spinosi. A differenza di molti suoi predecessori americani, in lui non c'è un vittimismo compiaciuto, spesso parodiato nel lamento brillante e psicanalizzato sulle sfortune dell'io etnico. C'è una diversa ‘commedia nera, imbastita in costruzioni antifrastiche che si traducono in controluce per far emergere, come in un «Peep show» a luci rosse, le cattive coscienze, le laiche inosservanze, le tenaci ortodossie, le verità del «gioco di Anne Frank», o le trasformazioni grossolane e menzognere di una storia famigliare (Tutto quello che so della mia famiglia dalla parte di mia madre): visioni dal buco della serratura che dalla Storia si trasferiscono nella vita corrente.
La vita è ormai lenita dal sogno americano per un gruppo di vecchi «sopravvissuti» con il numero tatuato sul braccio, ospiti di un campo estivo nel New England, un campo diverso da altri «campi» da loro frequentati nel lontano passato. Tutto sembra scorrere per il meglio, a parte piccoli inconvenienti, i soliti pettegolezzi, e invece eccolo, tutto d'un tratto lo riconoscono, sul loro campo americano, quel nazista del vecchio campo del paese lontano. Nell'effervescente paranoia senile del gruppo minacciato dall'alzheimer non c'è via d'uscita per l'eterno spettro. «È colpa della storia, se certi pensieri orribili vengono fuori». La storia è crudele, ma è ancora più crudele se la si ripete nel presente con una ‘misura per misura e un ‘campo per campo. Sembra non esserci via d'uscita. E non si presentano vie d'uscita neanche a generazioni più recenti in una cittadina di Long Island. Il finale di Come vendicammo i Blum è ribaltante per i ragazzi che si ribellano alla violenza di un «Antisemita»: l'esito vittorioso della clownescamente architettata ritorsione porta loro solo una nuova consapevolezza: la vecchia paura radicata nella memoria atavica («facciamogli vedere cos'è la paura», dice del presunto nazista uno dei villeggianti di Camp Sundown).
È vero, altre fughe, ma di più ambigua lettura, si possono cercare in un bordello per guardoni e palpatori (Peep show), dove il passato abiurato dal protagonista si manifesta nella presenza denudata e comicamente infernale dei mostruosi rabbini della sua yeshiva. Il confronto serve a smascherare i segreti di entrambe le parti. Da guardone Allen si trasforma in guardato (e giudicato), fin nei panni sporchi della sua adolescenza. Ma è il Rabbi che egli intende giudicare a sua volta: «ho abbandonato la mia religione per colpa di quelli come lei» (e per «religione » qui si può intendere anche Storia). Gira le spalle ai suoi maestri e, da riprovevole e osceno oggetto di sguardo, si offre – quasi eucaristicamente, come «oggetto del desiderio» – al contatto delle mani di un sudamericano.

domenica 30 settembre 2012

Meritocrazia per tutti?

Una scuola americana con sedi in vari paesi europei, fra cui l'Italia. La scuola risente un po' della crisi, deve fare dei tagli. Il direttore generale chiama il direttore di una sede italiana e gli dice che occorre licenziare un insegnante per ogni sede. Spetta a lui, in quanto direttore della sede locale, decidere chi. Il direttore della sede italiana gli risponde: "Va bene, allora licenziamo il prof. XYZ." "Ma come," gli risponde l'americano, "è il più bravo di tutti i vostri professori! Non potete licenziare proprio lui!" "È l'ultimo arrivato", risponde l'italiano, "e in più è giovane e senza figli. La legge mi impone di licenziare lui. Secondo lei cosa dovrei fare: licenziare il prof. WKJ, che lavora qui da dieci anni, non è più giovanissimo e ha tre figli?" 
Secondo l'americano sì. Secondo voi?

venerdì 28 settembre 2012

Quote of the day: Hunter S. Thompson



"We came out here to find the American Dream, and now that we're right in the vortex you want to quit ... You must realize that we've found the main nerve."
"I know," he said. "That's what gives me the Fear."

Hunter S. Thompson, Fear and Loathing in Las Vegas

giovedì 27 settembre 2012

Win a pre-paid cremation!

Qualche tempo fa abbiamo ricevuto per posta questa pubblicità:


Dentro c'era questo allegro volantino:



martedì 25 settembre 2012

Limonata al timo

Tutto è cominciato a San Francisco, mentre ero al bar con la mia amica Alessandra. Mentre io bevevo un orrido espresso, uno di quelli che sembrano fatti con la cicuta e che si possono bere solo strizzando gli occhi, scuotendo la testa e facendo smorfie di disgusto, lei si è avvicinata al tavolo con in mano un bicchierone pieno di un meraviglioso liquido rosa. Cos'è, le ho chiesto, mentre cercavo di buttar giù la mia tazzina di assafetida. Limonata alla lavanda, mi ha risposto lei. Vuoi provare? Ecco, mentre io bevevo la mia brodaglia imbevibile, lei aveva lì, nel suo bicchierone, il nettare del paradiso. Un lieve sottofondo di lavanda unito alla freschezza del limone, campi provenzali e luce della Sicilia, petali di rosa e... potevi anche dirmelo prima, Alessandra, invece di lasciarmi ordinare questo schifo di caffè.

Insomma, corro a casa e googlo "lavender lemonade". Ricetta facilissima, solo che non ho la lavanda. Però sul sito delle limonate ne ho trovate tante altre, tra cui una al timo che ho deciso di provare seduta stante. Ecco, è davvero squisita. Non tocca i sublimi vertici di bontà di quella alla lavanda, però ve la consiglio lo stesso.

 

Ingredienti (per circa tre bottiglie)

  • 1 1/2 tazze di zucchero di canna (per convertire le misure guardate qui)
  • 1 mazzetto di timo fresco
  • il succo di dieci limoni
  • gin o vodka (facoltativo)

Istruzioni  

In una pentola fate bollire una tazza di acqua con lo zucchero e il timo; mescolate finché lo zucchero non si scioglie, per circa 2 minuti. Aggiungete il succo di limone e 6 tazze di acqua fredda. Filtrate e imbottigliate. Tenete in frigo almeno un'ora prima di servire con ghiaccio e, se volete, una guarnizione di rametti di timo. Ottimo anche come aperitivo con l'aggiunta di gin o vodka. Si conserva in frigo fino a una settimana. 

lunedì 24 settembre 2012

"I love you" in Japanese

My dear friend, elegant writer and translator Mariko Nagai (whose new book, Instructions for the Living, will soon be published by Word Palace Press), recently wrote this facebook status that I want to share.
In translating the phrase, "I love you" into Japanese, Natsume Sōseki translated it as 「月が綺麗ですね」 ("The moon is beautiful tonight, isn't it."); Futabatei Shimei translated it as 「わたし、死んでもいいわ」 ("I could die (for you)")

domenica 23 settembre 2012

Un ricordo di Glauco Felici

Pochi giorni fa è mancato un grande traduttore, Glauco Felici. Tantissimi scrittori di lingua spagnola che amo hanno scritto in italiano con le sue parole.
Simone Barillari gli ha dedicato un bell'articolo sul manifesto, che ripubblico qui.

Non meno che ai molti che lo hanno conosciuto e amato, Glauco Felici (1946-2012), uno dei più insigni traduttori e ispanisti italiani del secondo Novecento, mancherà all’editoria e alla letteratura di questo paese. Da oltre quarant’anni leggevamo le sue parole inconsapevolmente, credendo di leggere soltanto le parole di alcuni dei più grandi scrittori spagnoli e sudamericani del secolo: Javier Marías (di cui Felici ha tradotto quasi tutti i romanzi, da Domani nella battaglia pensa a me L’uomo sentimentale, da Tutte le anime alla trilogia di Il tuo volto domani), due fondamentali premi Nobel come Mario Vargas Llosa (Il Paradiso è altrove e La festa del Caprone tra gli altri) e Octavio Paz, di cui stava traducendo alcune delle maggiori opere per un Meridiano che deve ancora uscire, e che assume ora il senso di una duratura eredità, l’infinito Jorge Luis Borges (Elogio dell’ombraManuale di zoologia fantastica) e il suo amico e doppio Adolfo Bioy Casares (i racconti di Un leone nel parco di Palermo), un poeta della levatura di Federico García Lorca, di cui è stato uno dei più intimi conoscitori italiani, José Lezama Lima, questo tormentoso Gongora cubano con il suo lussureggiante Paradiso, qualcosa di Cabrera Infante e molto di Osvaldo Soriano (e in special modo un romanzo struggente e amato come Triste, solitario y final), l’incandescente Paco Ignacio Taibo e l’elegante Juan Goytisolo, e ancora altri classici, come Diego de Torres Villaroel e Miguel de Unamuno, e altri contemporanei, come Miquel de Palol, Quim Monzó, Antonio Skarmeta e Álvaro Pombo. Di alcuni di questi autori, poi, Felici fu non soltanto traduttore e curatore ma anche amico e importante interlocutore intellettuale, come testimoniano i ricchi carteggi intrattenuti con Mario Vargas Llosa, Osvaldo Soriano e Javier Marías, che gli conferì anche il fastoso titolo nobiliare di Visconte Foscolo – con eloquente riferimento a un poeta che fu traduttore – nell’ambìto e fantastico Regno di Redondo, dove Marías ha posto, con scherzosa serietà, alcuni dei più illustri uomini di lettere d’Europa.
Diceva un autore tradotto da lui, Octavio Paz, che un uomo di lettere “non ha biografia: la sua opera è la sua biografia”, e anche la vita pubblica di Glauco Felici, come quella degli autentici uomini di lettere, sembra lasciarsi ripetere solo attraverso il vertiginoso sfilare dei titoli a cui lavorò e le sue prestigiose collaborazioni con i giornali, primi fra tutti il manifesto e La Stampa. Nel suo caso, tuttavia, anche altro andrà ricordato che non dicono i libri e gli articoli e nemmeno i tanti premi vinti, dal Grinzane Cavour al Monselice, ed è la sua ininterrotta attività di consulenza per grandi realtà come Einaudi e il Saggiatore, che fa di lui uno degli alacri e oscuri artefici della storia editoriale della letteratura ispanica in Italia. Lo caratterizzò sempre, in questo ruolo, una tenacia senza compromessi nel promuovere autori e letterature distanti dagli umori dei mercati, nel cercare e talvolta faticosamente trovare spazio per prose nuove e difficili, per nomi ignoti e importanti.
Serve per essere traduttore, per essere il segreto scrittore di uno scrittore, una misura di umiltà e un’ugual misura di amor proprio, una mobile mescolanza di modestia e di orgoglio: non si può dare a un altro uomo nulla di più personale che le proprie parole, ed è questa una delle più alte abnegazioni di sé, ma pensare di poter restituire le parole di un altro uomo in qualsiasi altro modo che non siano le sue stesse parole, questo è un atto di suprema fierezza. L’una e l’altra sono state le prerogative essenziali ed esistenziali di Glauco Felici, e le contiene entrambe questa sua considerazione che descrive con disinvolta spietatezza l’arte di tradurre: “So di aver fatto una grande traduzione quando, rileggendola dopo molti anni, non riconosco che è mia”. È eccessivo, probabilmente, dire che muore, insieme a un traduttore, anche qualcosa di ogni scrittore che traduce, eppure, al tempo stesso, non si può forse immaginare nessun altro silenzio che sia vasto e profondo quanto quello che si ha quando, alla morte di un traduttore, sembrano tacere per un lungo momento, tutte insieme, alcune delle più grandi voci dell’umanità.

Simone Barillari, Glauco Felici, scrittore segreto, il manifesto

giovedì 20 settembre 2012

Un video da premio

Un po' di tempo fa avevo parlato di questo concorso per videoartisti, sul tema della visibilità dei traduttori letterari. Un tema che, come sapete, mi sta molto a cuore. Ebbene, a pochi giorni dalla premiazione, che avverrà il 30 settembre, Stefania Da Pont, traduttrice e curatrice del blog Piano B, mi ha segnalato questo bel video che ha realizzato insieme al marito videomaker, Gianpiero Mendini. Il video sta girando parecchio su Facebook, e a noi traduttori piace molto. Se piace anche a voi e volete votarlo, potete farlo sulla pagina Fb del Ceatl (lo trovate nella colonna a destra della pagina, dove c'è scritto "Our entry for the contest, from Italy).

In bocca al lupo!



mercoledì 19 settembre 2012

Un viaggio, un libro

Il viaggio è stato lungo, come sempre, ma avevo una storia meravigliosa a tenermi compagnia. La storia di Patti e Robert.

"It was the summer Coltrane died. The summer of Crystal Ship. Flower children raised their empty arms and China exploded the H-bomb. Jimmy Hendrix set his guitar in flames in Monterey. AM radio played Old Billy Joe. There were riots in Newark, Milwaukee, and Detroit. It was the summer of Elvira Madigan, the summer of love. And in this shifting, inhospitable atmosphere, a chance encounter changed the course of my life. 
It was the summer I met Robert Mapplethorpe."



"There are many stories I could yet write about Robert, about us. But this is the story I have told. It is the one he wished me to tell and I have kept my promise. We were as Hansel and Gretel and we ventured out into the black forest of the world. There were temptations and witches and demons we never dreamed of and there was splendour we only partially imagined. No one could speak for these two young people nor tell with any truth of their days and nights together. Only Robert and I could tell it. Our story, as he called it. And, having gone, he left the task to me to tell it to you."


E poi, le Alpi. Casa.







domenica 16 settembre 2012

Il nome della traduttrice

Ah, che lagnosi questi traduttori, vogliono sempre che si citi il loro nome nelle recensioni. Adesso hanno persino aperto una pagina su Facebook per raccogliere le segnalazioni delle recensioni che escono senza il nome del traduttore. Qualcuno deve averli addirittura convinti che esista una legge che lo impone, una fantomatica "Legge n. 633 del 22 aprile 1941", che all'Art. 70, Comma 3 direbbe: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta."

Se andate su quella pagina Facebook e magari cliccate su "mi piace" (grazie!), vedrete che da qualche parte c'è anche il mio nome, che è misteriosamente scomparso da svariate recensioni di Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank.

Per fortuna, però, qualcuno se lo è ricordato.


venerdì 14 settembre 2012

Perché abolire la pena di morte

Camera a gas a San Quentin, California
Nella progressista California, dove il 68% della popolazione è favorevole alla pena di morte, in novembre si voterà un referendum per abolirla: California Proposition 34, the End the Death Penalty Initiative.

Mentre gli europei si scandalizzano per questa barbara usanza, adducendo profonde argomentazioni filosofiche/religiose/giuridiche/morali/storiche/umanitarie per la sua abolizione, i californiani hanno trovato l'unico motivo che forse potrebbe funzionare: la pena di morte costa troppo.

Date un'occhiata al testo della Proposition 34: tra gli argomenti degli abolizionisti troviamo:

1) Repealing the death penalty will "save the state millions of dollars through layoffs of prosecutors and defense attorneys who handle death penalty cases, as well as savings from not having to maintain the nation's largest death row at San Quentin prison."
2) The death penalty is intrinsically wrong. (Questo sarebbe l'argomento filosofico/morale. Molto robusto e ben sviluppato, eh?)
3) "Our system is broken, expensive and it always will carry the grave risk of a mistake."
4) “SAFE California will provide public protection by keeping those truly guilty of death penalty crimes locked up for life, and in the meantime saving us millions of dollars that will be invested in crime-fighting measures leading to the apprehension of serious criminals.” -- John Van de Kamp, former Attorney General of California and former Los Angeles County District Attorney.
5) “[The death penalty] does not make our streets safer and it takes away resources from things that prevent violence, like keeping our kids in school and putting cops on the street. It also denies justice for thousands of grieving mothers who, like me, will never see their children’s murderer be held accountable for their crimes.” –Lorraine Taylor, Murder Victim Family
6) “We know that innocent people have been convicted of murder in California – three were released in 2011 after serving a total of 57 years – and that innocent people have been executed in other states. Nationwide, 140 inmates from death rows have been exonerated of the crimes for which they were wrongly convicted. In light of possible innocence, using the death penalty puts all Californians at risk of perpetrating the ultimate injustice of executing an innocent person[.]” – Bishop Cirilo Flores (ecco, almeno il vescovo parla del rischio di ammazzare qualche innocente).
7) “Life without parole protects public safety better than a death sentence. It's a lot cheaper, it keeps dangerous men and women locked up forever, and mistakes can be fixed.” -- Don Heller, SAFE California supporter and author of the 1978 initiative that reinstated the death penalty. 
8) A 2011 study by former prosecutor and federal judge Arthur Alarcón indicates that California has spent approximately $4 billion to execute 13 people since the death penalty was reinstated. The Alarcón report also indicates that implementing the death penalty in California costs $184 million dollars per year more than implementing sentences of life without the possibility of parole


giovedì 13 settembre 2012

Cose che non rimpiango dell'Italia/2


L'altro giorno un mio studente ha parcheggiato il suo scooter sul marciapiede. Quando è andato a riprenderlo, ha trovato una multa di $220. Ecco, magari così è un po' troppo (anche senza arrivare a dire, come Bill Vaughan, "A real patriot is the fellow who gets a parking ticket and rejoices that the system works"), però è senz'altro meglio del parcheggio selvaggio.

martedì 11 settembre 2012

Cose che non rimpiango dell'Italia/1


Una scuola per cui ho lavorato negli Stati Uniti: 
 - primo pagamento a metà trimestre e saldo finale prima ancora che il trimestre sia finito.

Una scuola per cui ho lavorato in Italia: 
 - pagamento a  180 giorni;
- uno "spiacevole contrattempo" costringe a rimandare il pagamento, che diventa a 270 giorni;
- un secondo "spiacevole contrattempo" costringe a rimandare il pagamento, che diventa  a 360 giorni.

Secondo voi dopo un anno mi pagheranno? 

(PS: Non sono tutti così, ovviamente. Anzi, in genere lavoro per committenti italiani molto corretti e puntuali. La differenza, forse, è che qui un committente che non paga non dura molto, mentre in Italia in qualche modo riesce più facilmente a cavarsela.)