lunedì 4 novembre 2013

La mobilità sociale negli Stati Uniti, ovvero la fine del Sogno Americano

Una frase di un libro che sto leggendo mi ha fatto tornare in mente la questione della famosa mobilità sociale americana, quella, per intenderci, che una volta era alla base dell'American Dream. Una volta.
Adesso la situazione è questa. La tabella misura il legame tra i guadagni di un individuo e quello dei suoi genitori, ossia la mobilità sociale da una generazione all'altra. In questa come in tutte le altre tabelle che ho trovato, la situazione peggiore, all'interno dei paesi dell'OCSE, è quella della Gran Bretagna. Seguita dall'Italia, a sua volta tallonata di strettissima misura dagli Usa
Come osserva Anthony Carnevale (direttore del Center on Education and the Workforce della Georgetown University di Washington), in questo articolo dove il pareggio a fondo classifica Italia-Usa si estende anche all'istruzione: "Da sempre, il fattore che ha reso tollerabile il livello di competizione che esiste nel nostro spietato sistema economico è la mobilità verso l'alto”. Che oggi non c'è più: è praticamente pari a quella dell'Italia.
I dati vengono dal New York Times




22 commenti:

  1. Qui in UK basta vedere alcune zone disagiate per rendersi conto che i bambini che vivono lì ci rimarranno per tutta la vita, con zero possibilità di cambiare la propria situazione. Da dove ero prima ad adesso le differenze sono abissali, non si parla neppure la stessa lingua.

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    1. Certo, si comincia dalle scuole. Chi non è ricco non può permettersi di frequentare una scuola prestigiosa e quindi è fregato in partenza.

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  2. Poi ci sono aspetti culturali che lasciano perplessi. La settimana scorsa in pausa pranzo una piùomeno collega, appena trentenne, se ne vien fuori con un “ai tempi dei miei, i genitori potevano inserire i figli nelle aziende in cui erano impiegati. Mio cugino lavora nella stessa banca in cui lavorava mio zio, l’altro cugino è operaio alla FIAT come suo padre. Purtroppo ora non è più possibile”. Per un quarto d’ora mi sono ostinata a dire che mica è tanto positivo doversi accontentare della Fiat, se magari vuoi fare il giornalista, solo perché ci lavora tuo padre; o dover finire in banca quando, per dire, vorresti aprire un’azienda agricola. Poi ho mollato. Il punto non era seguire le proprie aspirazioni e poter ambire al miglioramento. Ci si rammaricava di non poter ereditare un lavoro, di qualsiasi tipo, con qualsiasi stipendio. Ereditare un lavoro senza sforzo, come si eredita un appartamento. Boh!

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    1. Finché è l'impresa di famiglia posso capire. Ma un lavoro alla FIAT? Mah! Certo che oggi, in tempi di mobilità sociale verso il basso, anche quello poteva sembrare un buon affare.

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    2. Io ricordo un'amica che un paio d'anni fa mi raccontava che era uscita una proposta da parte delle poste: se sua madre avesse rinunciato alla liquidazione, garantivano 5 anni di lavoro per lei. Non avevo cercato su Internet allora e non trovo nulla in rete.. Ma anche solo il pensiero è agghiacciante.

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    3. Può darsi che fosse un'ideona di qualche dirigente locale, e per questo non è finita sui giornali. Però che orrore.

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    4. Confermo. Conosco qualcuno a cui è andata esattamente così: tu madre rinunci alla liquidazione, tu figlio hai un lavoro garantito, e non vorrei sbagliarmi ma credo sia addirittura, udite udite, un indeterminato.

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  3. Sinceramente io credo che ormai sia questione di visione del mondo personale: certe cose vanno meglio in alcuni Paesi, altre in altri, l'Eden non esiste. Ognuno può provare a ritagliarsi la sua nicchia dove si trova meglio.

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    1. Certo, qui stiamo solo guardando le statistiche. Quelle sulla Gran Bretagna, per esempio, contrastano con le storie di molti ragazzi italiani che hanno trovato un buon lavoro a Londra. Ma Londra non è la Gran Bretagna, così come la situazione in Italia cambia a seconda delle zone. A me piace solo dimostrare che il mito degli Usa è sempre più solo un mito.

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    2. Sì, fai benissimo! Molte persone non si rendono conto di come gli scenari siano cambiati e cambino velocemente.

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    3. Perché da un'altra parte si sta sempre meglio, no?

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  4. Se uno mi dicesse lavori a tempo determinato, ma durante quel periodo hai gli stessi diritti e doveri di coloro che nella stessa azienda lavorano a tempo indeterminato allora la cosa potrebbe avere anche un senso si chiama flessibilità, ma ora tendiamo solo alla curvatura ad angolo retto, quella è obbligatoria e con i calzoni già calati

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    1. Eh già, la flessibilità è solo quella della schiena.

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  5. Purtroppo ora si tende a scambiare la flessibilità (che potrebbe essere giusta) con la precarietà. Per quanto riguarda il " lavoro ereditario" penso che ci sia sempre il tentativo da parte dei genitori di tutelare i figli a scapito, a volte, delle loro vere ambizioni.

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    1. Sì, la flessibilità funzionerebbe se assumere e trovare lavoro fosse facile come licenziare.

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  6. A proposito di flessibilità e precarietà, che tendono a essere confuse dai media e dai politici, io ho riflettuto un po' ed ho trovato quelle che mi sembrano le differenze:
    - In entrambe le situazioni si può essere licenziati facilmente e le analogie finiscono qui
    - in un mercato del lavoro flessibile c'è una meritocrazia tale da permettere a chi vale di trovare lavoro a qualunque età, a prescindere dalla propria provenienza, sesso, colore politico ed ogni altro fattore discriminatorio. Nel precariato le raccomandazioni sono importanti, trovare lavoro è difficile e chi ne ha uno è costretto a tenerselo stretto ad ogni costo.
    - Un lavoro flessibile è retribuito adeguatamente. Il rischio ed i periodi di disoccupazione sono coperti da uno stipendio molto più alto di quello del lavoro dipendente. Così chi gestisce bene i soldi campa di risparmi tra un lavoro e l'altro (e, come dicevo prima, un altro lavoro lo trova). I lavori precari, invece, prevedono stipendi da fame quando ci sono, altro che risparmi.
    Che ne pensi? Aggiungeresti qualcosa?

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    1. Grazie Luciano, la tua analisi è impeccabile. Premesso che stai descrivendo il lavoro flessibile del migliore dei mondi possibili, e che il mio pessimismo cosmico mi impedisce di mirare a tanta perfezione, direi che sono completamente, utopicamente d'accordo :-)

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    2. Sì, credo proprio di aver descritto la flesssibilità del migliore dei mondi possibili. Penso che sia giusto dare una risposta a chi difende a spada tratta la schiavitù del precariato italiano spacciandolo per flessibilità e criticando chi è sempre alla ricerca del posto fisso.
      Così come trovo che sia giusto rispondere anche a chi cerca "il posto", cioè un lavoro ipergarantito in cui si fa poco o niente. Con le condizioni giuste non è necessario avere mille garanzie, ma le condizioni devono essere davvero giuste

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    3. Sì, non avrei saputo dirlo meglio.

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  7. Tempo fa ho letto un libro di un ex imprenditore tessile che ha proprio messo nero su bianco il fatto che i figli di oggi sono più poveri dei loro padri. Una tragedia.

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  8. Io sono una che ha lasciato il posto fisso, sicuro, garantito, discretamente pagato, nella Pubblica Amministrazione. Ora sono felicemente flessibile….

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    1. Certo, perché nel tuo caso si è trattato di una scelta volontaria.

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