martedì 16 ottobre 2012

L'affirmative action è razzismo al contrario?

Abigail Fisher
Fa discutere negli Stati Uniti il caso di Abigail Fisher, che nel 2008 venne rifiutata dalla University of Texas di Austin. La studentessa denunciò l’università, sostenendo di essere stata esclusa perché bianca, ed è riuscita ad arrivare fino alla Corte suprema, che ora deve decidere del suo caso. In gioco c'è  la costituzionalità dell’affirmative action, cioè quello strumento che mira a ristabilire e promuovere principi di equità razziale, etnica, di genere, sessuale e sociale, anche attraverso l’utilizzo di quote, per rimediare agli effetti delle passate discriminazioni. 

La questione è spiegata bene in questo articolo, dove fra l'altro si dice:
"Il sistema adottato in Texas viene considerato come un modello dai sostenitori dell’affirmative action. In California, per esempio, il sistema ‘classico’ delle quote razziali venne abolito dal referendum sulla Proposition 209 nel 1996. Da allora però il numero di afroamericani e ispanici iscritti alle università è significativamente diminuito. Nel 1995, a Berkeley, cioè nell’università californiana pubblica più nota, gli studenti neri erano il 7,3%, mentre nel 1998 si erano ridotti al 3,2%. Nel 2011 la percentuale è risalita al 3,9%, ma è ancora lontana dalle cifre dei primi anni Novanta. Sebbene i repubblicani sostengano che le politiche di tutela delle minoranze non siano più necessarie, situazioni di 'segregazione di fatto' e di disparità razziali sono continuamente segnalate da inchieste governative e indipendenti. Una recente ricerca di UCLA ha evidenziato come casi di 'segregazione scolastica' siano ancora in atto e che gli studenti afroamericani e latinos siano più inclini ad abbandonare gli studi e a iscriversi a scuole di bassa qualità, meno costose.
L’importanza della sentenza Fisher v. University of Texas sta nel fatto che una sconfitta dell’università sul terreno dell’affirmative action automaticamente creerebbe un precedente valido in altri campi, in particolare per quanto riguarda le assunzioni nel settore pubblico, danneggiando fortemente le possibilità di afroamericani e ispanici di migliorare le loro condizioni di lavoro."

Come disse Lyndon Johnson in un discorso del 1965 alla Howard University sulla affirmative action (testo preso da qui):
La libertà non è sufficiente. Non si cancellano le cicatrici di secoli dicendo soltanto: ora sei libero di andare dove vuoi, di fare come ti piace e di sceglierti i rappresentanti che preferisci. Non si prende una persona che è stata impastoiata con le catene per anni, liberandola e portandola alla linea di partenza per dirle a quel punto: sei libera di competere con tutti gli altri […] Non perseguiamo l’uguaglianza soltanto in termini di diritto e di teoria, ma l’uguaglianza come fatto e come risultato.

27 commenti:

  1. Grazie per averlo segnalato, Silvia, è una questione molto interessante.
    Oggettivamente sarà difficile che la Corte suprema decida in favore della Fisher. Storicamente, infatti, quasi tutti i meccanismi di azioni positive posti in essere a livello statale sono stati bocciati dalla Corte suprema per violazione della Costituzione federale. Purtroppo, questo è un'ambito in cui l'età della carta costituzionale statunitense (più di duecento anni) emerge con chiara evidenza. Il Bill of Rights federale tutela libertà cd "negative" (dall'intrusione dello Stato nella sfera personale dei cittadini) e non libertà cd "positive" (attribuzione allo Stato di un ruolo nel promuovimento dei diritti).
    Il passo di Johnson è chiaro su questo: qui entra in gioco la differenza tra libertà formale e libertà sostanziale riconosciuta anche dall'art. 3 della nostra costituzione italiana. Per una volta i nostri costituenti sono stati più bravi e lungimiranti dei tanto declamati "Founding Fathers" americani. :)

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    1. Grazie Gianluca, è molto interessante quello che dici. Purtroppo credo che, per quanto poco efficace e piena di pecche, la legge attuale sia quanto di meglio ci si possa aspettare in questo momento. La sua abrogazione non porterebbe a una nuova legge migliorata, temo, visti i tempi che corrono.

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  2. Sì, questione davvero interessante. E che fa ancora una volta capire quanto indietro siamo in Italia nel dibattito sulla libertà (del singolo e della comunità).

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    1. E non solo su quello! E' di oggi la notizia della lettera scritta da un gruppo di giovani ricercatrici al ministro dell'Istruzione, per far notare che nei programmi per il nuovo concorso per la scuola viene citata in tutto una (!) donna, Elsa Morante. Il resto del mondo femminile: dimenticato.

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    2. Comunque, dopo lo sfogo sulla notizia dell'ennesimo caso di discriminazione femminile, mi vengono altre riflessioni. Oltre a quello che dice Gianluca qui sopra, vorrei aggiungere che l'affirmative action è nata grazie al movimento per i diritti civili, che a sua volta è stato creato per combattere gli effetti di schiavismo e segregazionismo, due piaghe di cui noi non abbiamo sofferto. L'affirmative action è nato dunque come "compensazione" per i passati delitti, e per quanto sia stato creato in buona fede è semplicemente una toppa un po' ipocrita che rimedia a certi problemi ma ne crea altri. Per tornare alla discriminazione delle donne in Italia, non credo che nessuno abbia mai pensato che le "quote rosa" fossero una soluzione accettabile a un problema che ha radici molto più profonde, sociali e culturali.

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  3. Questione davvero difficile: in principio sono contraria alle"buone prassi" imposte per legge, anzichè con un duro e lento lavoro di educazione civica nelle scuole e nelle famiglie. Forse in un paese pragmatico come sono gli Stati Uniti, può funzionare meglio che da noi. Temo, però, che le quote siano un rimedio peggiore del male e che rischino di compromettere, anzichè agevolare, una vera crescita sociale e civile.

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    1. Sì, lo temo anch'io. Con tutti i distinguo e le riflessioni del caso, però non riesco a pensare a un caso in cui le quote - intese come un rimedio che arriva sul finale a tappare falle che nascono molto più a monte - possano davvero funzionare.

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  4. Intervengo sul "sostenendo di essere stata esclusa perché bianca" per ricordare un particolare che spesso viene tenuto nell'ombra: nella Repubblica dello Zimbabwe (fino al 1980 "Rhodesia") da ormai 32 anni vige l'unico caso al mondo di razzismo verso la popolazione autoctona bianca, discendente degli antichi coloni inglesi. I bianchi dello Zimbabwe, che erano 278.000 all'inizio del potere tirannico di Mugabe negli anni 1980, ormai sono ridotti a meno di 50.000.

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    1. Ho conosciuto un uomo il cui padre venne ucciso nella sua fattoria in Zimbabwe dai militari che confiscavano le terre dei coloni bianchi. La sua fattoria, come molte altre, anziché finire in mano a gente del posto che avrebbe anche potuto farne buon uso, venne appunto requisita dai militari, che la lasciarono andare in malora. Uno dei motivi dello sfacelo economico dello Zimbabwe.

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    2. C.V.D.
      Ti confido che quando alle recenti Olimpiadi di Londra ho visto la "bianca e bionda" Kirsty Coventry vincere la medaglia d'oro per conto dello Zimbabwe, mi sono commosso quasi di più della medaglia d'oro di Giovanni Cernogoraz, atleta della minoranza etnica italiana, che gareggiava per la Croazia.
      Gareggiare e vincere con tali presupposti significa essere veramente grandiosi.

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  5. Ho letto con molto interesse questo post, e tutti i commenti che ne sono scaturiti. La questione, come tutte quelle di capitale importanza, e' complessa e la soluzione forse non e' una sola...Non ho elementi sufficienti per dire la mia, ma da cittadino Italiano residente negli USA mi limito ad osservare che: negli States la segregazione razziale e la disparita' di possibilita' tra i bianchi e i cittadini di colore sono una realta' di fatto ancora oggi, e che in Italia, se la segregazione e la disuguaglianza sociale ed economica con gli stranieri immigrati e' gia' purtroppo evidente, quella delle donne merita attenzione perche' trascende le particolarita' razziali e diventa una disuguaglianza trasversale nelle classi. Su questo punto devo riallacciarmi alla affirmative action, che - per quanto riguarda questione femminile - negli USA ha invece prodotto un cambiamento sostanziale nel tempo.

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    1. Grazie Sandro, ultimamente mi piace porre domande senza risposta. Sono d'accordo con quello che dici, però credo che la diversa situazione delle donne negli Usa non sia tanto dovuta all'affirmative action, quanto alle conquiste di un movimento femminista più forte e forse meno ostacolato di quello italiano.

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  6. Non saprei trovare una soluzione neanche io, se non quella che indica Grazia con "un duro e lento lavoro di educazione civica nelle scuole e nelle famiglie".

    Per quanto riguarda la questione femminile in Italia, sono andata a riprendere un libro che ho letto tempo fa, "Padre padrone padreterno", di Joyce Lussu. Mi ricordavo ancora molto bene di questo passaggio:

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  7. "Mi misi anch'io a ricostruire l'Italia, come suol dirsi. La questione femminile batteva la fiacca, tra l'UDI e il voto per l'articolo sette, le sezioni femminili e il dialogo con i cattolici, la polizia che sparava sugli operai che chiedeva un aumento e i contadini che occupavano le terre, e sulle mogli dei braccianti che chiedevano l'acqua. Aver lottato tanto contro il fascismo, e ritrovarsi tra i piedi l'onorevole che dice che le donne sono troppo emotive per fare i magistrati, e lo stregone che lancia la scomunica gridando 'tocca il dogma!'; e le dirigenti femminili che non volevano sostenere la legge contro la prostituzione perché, dicevano, le mamme calabresi che votavano per il PCI non l'avrebbero capito ('mio figlio, quando va militare, se non c'è il casino, dove fotte?'), o i dirigenti del partito socialista che mi convocavano per pregarmi, con il biasimo contenuto ma solenne, di non far perdere voti al Partito offendendo dei padri di famiglia iscritti al Partito dal 1919.
    Infatti succedeva questo: siccome ero un'oratrice semplice e persuasiva, venivo chiamata nelle città e nei paesi dalle sezioni, circoli, Camere del lavoro ecc. per spiegare alle folle degli elettori che il partito socialista, accanto al partito comunista, rappresentava gl'ideali della Resistenza e la futura trasformazione della società. Arrivavo, magari dopo dieci ore di treno verso nord o verso sud, nella sezione, o circolo, o Camera del lavoro, e la trovavo stipata di uomini, mentre giovanotti volenterosi montavano il palco in piazza e lo adornavano di bandiere rosse. Calorosi battimani e mazzi di garofani rossi accoglievano il mio arrivo, mentre qualche ex-partigiano si faceva largo per abbracciarmi. 'Bene, compagni', dicevo io, 'dato che in sezione le donne non le volete, vi saluto e vado a riprendere il treno', e mi avviavo verso l'uscita. 'Come, non le vogliamo', balbettava il segretario nel silenzio piombato di colpo; 'mia moglie è tesserata, le ho portato la tessera a casa; le mogli di parecchi compagni sono tesserate'. 'E se sono tesserate, perché non vengono in sezione? Nemmeno oggi che parla una donna?'. Un coro di giustificazioni rispondeva alla domanda: le donne stavano badando ai bambini piccoli, o preparando il pranzo domenicale, erano andate a messa, non s'intendevano di politica, non amavano uscir di casa, non erano abituate a trovarsi in mezzo agli uomini... 'Ah sì?', urlavo io. 'Restano a casa perché sono delle donne oneste. E io che giro con voi per le piazze e per le osterie, che cosa sono? Il vostro atteggiamento è una critica che non accetto, per me come donna. Vado a prendere il treno'. Per placarmi, terrorizzati all'idea che il comizio saltasse esponendoli alle beffe degli avversari, i compagni tiravano fuori l'argomento che più mi faceva infuriare: che io ero una donna eccezionale, che ero un caso a parte ecc. 'Eccezionale un corno', tuonavo. 'Siete voi che chiudete in casa le vostre donne, che impedite loro di fare quello che faccio io. Adesso glielo vado a chiedere, se non preferirebbero essere qui!'. 'Ma è troppo tardi, imploravano, l'ora del comizio è scaduta'. 'Io non vado su quel palco, se non ho una donna alla mia destra e una alla mia sinistra. Perciò, se volete che parli, accompagnatemi alle vostre case. Se ci sono bambini, o ce li portiamo appresso, o il padre se ne occuperà per un paio d'ore'.
    Così ricattati, i compagni mi accompagnavano dalle loro donne, che in generale erano felicissime di piantar tutto e venire con me. Meno felici erano i compagni, e non pochi dichiaravano che non avrebbero più votato per dei partiti che sfasciavano le famiglie. Il giorno dopo bisognava mandare un dirigente a riparare i guasti che avevo fatto, assicurando i capifamiglia che mai e poi mai le sinistre avrebbero messo il dito tra moglie e marito."

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    1. Grazie di cuore, Alice. E' un brano bellissimo, che spiega davvero tante cose. Destra o sinistra non fa differenza: il moralismo patriarcale italico non ha mai avuto confini di schieramento. (E Joyce Lussu era anche la splendida traduttrice di Nazim Hikmet.)

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  8. Si', Silvia, e' vero, il cambiamento non e' il prodotto di un solo fattore; ma il garantire una presenza numerica alle donne nel campo dell'educazione cosi' come sul lavoro, ha posto delle basi sostanziali credo, di pari passo con i cambiamenti culturali che la societa' americana ha maturato negli ultimi quarant'anni, anche grazie alla propaganda radicale del movimento femminista.

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    1. Io però, che di fondo sono contraria alle quote, penso che la cosa importante sia garantire l'accesso all'istruzione dal punto di vista economico, dopodiché non c'è bisogno di quote... e comunque è dopo la scuola che cominciano i veri problemi, nel mondo del lavoro con il suo soffitto di cristallo.

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  9. Sì, il colore politico in questo caso non indica nulla. Ho trovato molto interessante ed efficace questa descrizione dei modi e dei costumi.
    Ricordi bene, era un'ottima traduttrice (nello stesso libro racconta anche di come la sua ottima conoscenza del tedesco - se non ricordo male - la aiutò molto a salvarsi in diverse circostanze).
    Comunque il libro è da leggere, il sottotitolo è "Breve storia di schiave e matrone, villane e castellane, streghe e mercantesse, proletarie e padrone" ;)

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    1. Fantastico! Lo metto nella lista degli acquisti insieme al catalogo di Rothko di cui parlavo un paio di giorni fa.

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  10. eh, Silvia, quanto ti piacciono le domande senza risposta? ma più che altro le risposte sono, per come la vedo io, complicatissime, perché vanno a toccare molti tasti dolenti, primo fra tutti la mentalità.
    io personalmente mi sono sentita dire al telefono qualcosa come "mi passi il suo superiore perché io non parlo con le donne, sono sempre stato contrario alle donne nelle forze armate". questo è successo tipo quattro anni fa, mica cinquanta. che poi il tipo si è dovuto accontentare di me, perché era domenica ed io ero "la più superiore" di quelli che erano lì. nota bene: quando ho fatto il concorso c'era uno sbarramento, tipo che prendevano al massimo il 30% delle donne sul totale dei posti. insomma, diciamo che c'erano le quote azzurre.
    nonostante queste esperienze (e mille altre) sono contraria alle quote rosa, sono per l'assoluta parità, anche perché quante donne si fanno fare certificati medici dal primo giorno di gravidanza? e quante si fanno venire il ciclo quattro volte al mese? io ne ho viste a sufficienza.
    insomma, siamo diversi e questo è innegabile, ma non siamo neanche migliori e non credo dobbiamo avere più diritti o più tutela solo perché in passato ne avevamo meno. se poi c'è un senso che mi sfugge nelle quote rosa, spiegatemelo!
    sono anche consapevole che parlo da donna non pargolata e magari poi un giorno potrei anche cambiare idea. comunque quello che volevo dire, con tutte queste parole, è che non dovremmo essere le prime a "segregarci", a dire che siamo diverse e a comportarci di conseguenza.
    scusa per il commento OT rispetto al post e per aver messo tanta carne al fuoco, ma mi sono fatta trascinare dagli altri commenti ed anche dalle passate esperienze :)

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    1. Hai ragione, ed è proprio per questo che mi piacciono le domande complicate, perché mi piace riflettere e far riflettere sulla catena di cause che portano a una determinata situazione. Cause che sono diverse per ogni diversa situazione, e così quello che vale per l'affirmative action "razziale" negli Usa non è altrettanto valido per le ipocritissime "quote rosa" italiane, spesso l'ennesimo modo per piazzare su una poltrona qualcuno che dovrebbe stare da un'altra parte. Ed è verissimo che la mentalità maschilista in Italia si perpetua anche con la complicità delle donne, ne abbiamo continuamente gli esempi sotto gli occhi. A partire da quelle che considerano un'offesa la parola "femminista" e che pensano che la liberazione della donna coincida con la libertà di usare il proprio corpo come merce di scambio.

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    2. Ho partecipato attivamente a diverse battaglie per la liberazione della donna, negli anni '70. Avevano coniato l'espressione "donna oggetto", con riferimento all'uso che si iniziava a fare del corpo femminile nella pubblicità... Robetta da niente, in paragone a quanto avviene oggi in vari ambiti, non solo quello pubblicitario. E' stata una ben misera "liberazione", lasciatemelo dire.:-(

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  11. Negli anni sessanta Affirmative Action era assolutamente necessaria. Esisteva la dottrina del Separate but Equal, che equal lo aveva solo nel nome. Nonostante le scuole segregate fossero incostituzionali, i vari distretti scolastici le autorizzavano. Quindi si aveva la popolazione bianca in buone scuole e quella nera in scuole prive di laboratori e materiali didattici. Poi con Brown v. The Board of Education e Affirmative Action le cose sono cambiate. Come molte cose nate a fin di bene, anche AA, usato senza buon senso, ha creato delle situazioni estreme. Diverse persone sostengono che sia arrivato il momento di eliminare le quote, io credo che sia un modo per dare la possibilita' a tutti di frequentare buone universita'. Mi fa un po' pensare al discorso del candidato R. che diceva ad alcuni studenti di farsi prestare i soldi dai propri genitori per aprire un business. E purtroppo e' capitato e continuera' a capitare che un incapace si trovi a studiare in una buona scuola che non merita, mentre un bravo studente che in quella scuola farebbe faville si ritrova in una scuola meno attrezzata. Pero' ti immagini quali possibilita' avrebbe uno studente non bianco di entrare in una buona scuola se non ci fosse AA, in particolare qui al sud con la mentalita' dei Good Ol' Boys. Fosse per me terrei le quote, ma sarei un po' piu' aperta a rivedere certi casi come si dice on a case to case basis.

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    1. Ne parlavo ieri sera con mio marito. Mi sembra che l'AA, per quanto nata con le migliori intenzioni e probabilmente ancora indispensabile, rimanga però insufficiente se non si accompagna a una politica di maggiore uguaglianza nelle scuole di grado inferiore (lo so, è molto più facile a dirsi che a farsi). Cioè, invece di far entrare nelle università "per legge" studenti che hanno avuto un'istruzione meno buona e quindi ora hanno risultati inferiori, non sarebbe meglio dare in partenza un'istruzione migliore a tutti e poi lasciarli competere sulla base delle loro capacità?

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  12. Io credo che il problema dell'integrazione delle minoranze lo si debba risolvere prima, nel sistema k-12; e' inutile favorire l'accesso all'universita' se i meno abbienti hanno 'goduto' di un'educazione pubblica da ghetto.

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    1. D'accordissimo: ho appena scritto la stessa cosa.

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  13. Niente quote ma meritocrazia pura! Noi qui, siamo lontani...

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